martedì 25 giugno 2019

Brasile

Riscrivere la storia

Riscrivere la storia è il sogno di tutti i dittatori del mondo, capovolgere i fatti e giustificare conseguenze nefaste serve a a volte consolidare il potere. Non sfugge da questa tentazione neanche Jair Bolsonaro, il nuovo presidente del Brasile, un ex militare che non ha mai nascosto il suo apprezzamento per il regime dei generali che, a seguito di un golpe, oppresse il paese dal 1961 al 1985. Secondo i risultati di una ricerca portata avanti nel 2014, è accertato che più di 400 persone scomparvero o furono uccise, mentre altre migliaia vennero incarcerate e torturate.

Un incapace all’Istruzione

L’intento di Bolsonaro è quello di una opera di revisionismo a dipingere il regime militare come una libera scelta dal popolo brasiliano. Un’operazione contro ogni verità che sta inciampando. Il compito era stato affidato al ministro dell’Istruzione Ricardo Velez, un colombiano naturalizzato brasiliano, senza grande esperienza nel campo, che però poteva contare su un budget notevole (2,8 milioni di dollari) per trasformare il sistema scolastico, rimettere in sesto istituti che cadono a pezzi, ma soprattutto attuare il processo di revisione storico-ideologica spazzando via quelli che Bolsonaro chiama, i ‘valori socialisti’.

Il governo perde pezzi

Ma nonostante lo zelo di Velez, quest’ultimo deve già rinunciare al suo incarico, licenziato dal presidente  con una motivazione che suona irridente. «Onesto ma incapace» lo ha definito Bolsonaro. Non proprio un complimento che però denota anche la difficoltà dell’operazione. Un conto è la propaganda, altro è la pratica. Quella di Velez è la spia che per il presidente ultra destro brasiliano qualcosa non va. Dopo soli 100 giorni dall’investitura, ha già perso due ministri dopo che a febbraio aveva licenziato anche Gustavo Bebbiano, capo della Segreteria della Presidenza.

Velez il sovranista

La decisione di sollevare Velez arriva dopo una serie di atti e dichiarazioni che avevano provocato sgomento nella società brasiliana. Innanzitutto l’ex ministro dell’Istruzione aveva cominciato la sua opera di demolizione attraverso comunicati e circolari di stampo sovranista: le lezioni dovevano essere aperte la mattina con il canto di un inno che recitava “Brasile prima di tutto, Dio sopra tutti”, naturalmente con la mano sul cuore e l’alza bandiera. Poi una sequela di dichiarazioni che nelle intenzioni dovevano liberare la scuola dalla «ideologia della sinistra». Per far questo naturalmente dovevano essere riscritti i libri di testo.
Secondo Velez sarebbe avvenuto un «cambiamento progressivo, una versione più ampia della storia». Da subito la critica del presidente dell’Associazione brasiliana dei libri di testo, Cândido Grangeiro, che aveva ricordato al ministro come, qualsiasi cambiamento nel materiale didattico, era di regola basato su un’ampia ricerca accademica e non su opinioni. Vélez, molto tranquillamente, aveva descritto il governo militare golpista come «un regime democratico con la forza che era necessario all’epoca» e affermato che il rovesciamento del presidente di allora, Goulart, era stato «un cambiamento istituzionale, non un colpo di stato contro la costituzione in quel momento».

Olavo de Carvalho, guru nero

Troppo forse anche per Bolsonaro che per allontanare le reazioni contrarie ha sacrificato il ministro dell’Istruzione. Ma il tentativo revisionista ha ragioni lontane, arriva da ambienti accademici che sono alla base di quella che viene definita come “nuova destra” brasiliana. Lo stesso Velez è legato “culturalmente” ad un personaggio controverso come Olavo de Carvalho.

Olavo de Carvalho

Tra Steve Bannon e Alexandr Dugin

  • Giornalista, filosofo, saggista, influencer digitale e persino astrologo, de Carvalho è un autodidatta In gioventù è stato membro del partito Comunista e un oppositore del regime militare. Poi nel corso degli anni la svolta che lo ha portato a diventare la stella del conservatorismo brasiliano e essere definito, sebbene lui neghi, il ‘guru ideologico’ di Bolsonaro.
  • De Carvalho vive in realtà negli Stati Uniti, a Richmond, dove si è trasferito dopo la vittoria di Lula nel 2005. Lì de Carvalho tiene le sue conferenze sulla Storia della Filosofia e svolge molta parte dell’attività culturale attraverso internet. Obiettivo dichiarato: combattere la morte dell’”alta cultura brasiliana”.
  • Nel frattempo  ha fondato e dirige una ong, della quale si sa troppo poco, la ‘Inter American Institute’. Nel 1980 ha dato alle stampe il suo primo libro di una certa rilevanza “The Image of Man in Astrology” che, a dispetto dell’argomento, ha in realtà avuto una certa eco nel mondo accademico.
  • Ma la sua opera culturale si è concentrata gradualmente su argomenti di politica culturale, influenzando parte del mondo accademico brasiliano e di cui sembra essersi nutrito anche Velez.
  • A chiudere il cerchio, il dibattito culturale sul “Nuovo ordine mondiale” intrapreso con Alexandr Dugin, il politologo consigliere di Vladimir Putin anche se la biografia di De Carvalho, lo fa molto vicino anche all’altra anima nera del potere planetario, Steve Bannon.

Brasile di corsa
“avanti march”

Bolsonaro paga pegno. Sérgio Moro, il giudice federale dell’inchiesta ‘Lava Jato’, che con la pesante condanna per l’ex presidente Lula è il primo artefice dell’ascesa di Jair Bolsonaro alla carica di presidente del Brasile, ha accettato di fare il ministro della Giustizia nel nuovo governo che sta prendendo forma. Bolsonaro paga pegno, e lo fa platealmente, ‘avviso ai naviganti’ per gli amici ma sopratutto per i nemici.
Non semplice ministro, Sérgio Moro, ma Superministro, come quello dell’Economia Paulo Guedes, perché avrà speciali poteri «anticrimine e anticorruzione», attualmente di competenza della Polizia federale e Consiglio di controllo delle attività finanziarie, verranno trasferiti al nuovo ministero della Giustizia e della Sicurezza pubblica. Moro ha annunciato che «per evitare controversie» sospende la sua attività di magistrato. Sarà la sua sostituta, Gabriela Hardt, a a condurre il prossimo interrogatorio di Lula, il prossimo 14 novembre.

Tangentopoli
e arresto utile

Il magistrato che ha messo dentro Lula. Non è un dettaglio secondario. Il pm di Lava Jato aveva sempre smentito la sua volontà di dedicarsi alla politica. “Sono e resto un magistrato”, aveva detto fino a un anno fa. Col Bolsonaro il ripensamento. Ed il neo presidente ha sostenuto che Moro avrà “totale libertà” per combattere la corruzione e il crimine organizzato “che ha portato il terrore in tutto il Brasile”.
Il nuovo presidente ha voluto ribadire che questa libertà lo renderà un vero “Sovrintendente alla Giustizia”, con ampi poteri “anche di indagare qualcuno della mia famiglia se fosse coinvolto in attività di corruzione”.

Dilma Rousseff
ora’il Re è nudo’

Fernando Haddad, il candidato perdente, si è limitato a dire che “la nomina di Moro alla Giustizia è una cosa che comprenderanno i media e i forum internazionali”. Dilma Rousseff, l’ex presidente, è stata più caustica: “Il Re è nudo”, ha commentato, “quello offerto da Bolsonaro a Moro non è il ministero della Giustizia si chiama regalo!”. Per la difesa di Lula è “la conferma definitiva che Lula è stato incriminato, processato, condannato e messo in carcere senza aver commesso un crimine, con la chiara volontà di estrometterlo politicamente”. Gli avvocati a questo punto sono decisi “a intraprendere misure appropriate a livello nazionale e internazionale per rafforzare il diritto all’ex presidente di ottenere un processo equo”.

Con Trump soli
a Gerusalemme

Dallo scorso 6 dicembre, giorno della dichiarazione di Trump su Gerusalemme, è stato soltanto il Guatemala a spostare la sua sede diplomatica nella città santa. Nessun effetto domino, e anzi il Guatemala che ci ripensa. Ed ecco il nuovo alleato di Trump a nell’altra America che lancia un segnale simbolo di altre prossime alleanze. Bolsonaro conferma, l’ambasciata del Brasile presto a Gerusalemme. E assicura a Israele appoggio incondizionato all’Onu. Da subito, segnali netti o forti di una alleanza stretta tra le due Superpotenze nel Nord e nel Sud della due Americhe. Con scelte non proprio rassicuranti per la pace nel mondo, lette almeno attraverso la politica diplomatica prevalente sino ad oggi.

La Palestina
solo geografia

«Israele può contare» sul voto del Brasile all’Onu «su quasi tutte le tematiche che coinvolgono il paese», ha assicurato Bolsonaro ai giornalisti israeliani. «L’ambasciatore israeliano in Brasile – ha detto – mi ha fatto visita due volte questa settimana. Sono molto contento che un rappresentante ufficiale dello Stato di Israele mi tratti in questo modo, il sentimento è reciproco». Seguendo le mosse dell’Amministrazione Trump che ha chiuso la rappresentanza diplomatica palestinese a Washington, Bolsonaro ha avvertito che cambierà lo status dell’ambasciata di Palestina in Brasile. «La Palestina deve essere prima uno Stato per avere il diritto ad un’ambasciata». E Netanyahu, segnalano fonti Usa, già lavora all’avvio di una intensa collaborazione col Brasile a cominciare dal settore militare e nella sicurezza.

Bolsonaro,
conti in casa

Bolsonaro vincente ma… Pochissime alleanze in campagna elettorale e un Congresso con 30 partiti diversi. Il più frammentato della storia del Brasile. Per sopravvivere ai quattro anni di governo, Bolsonaro, osservano gli analisti, dovrà dimostrare un’abilità politica che in pochi gli riconoscono. Non scontato quindi che i suoi progetti più controversi -liberalizzazioni delle armi, riduzione dell’età penale, ampliamento del sistema carcerario- abbiano vita facile fra i banchi di Brasilia. Più semplice e probabile invece che le forze moderate collaborino per l’agenda economica, in cui Bolsonaro promette «meno Brasilia e più Brasile», a un ruolo meno invadente dello Stato.

Jair Messias Bolsonaro

Lo hanno già ribattezzato il Donald Trump del Brasile, a dirci che il mondo le disgrazie se le cerca. Ed anche se non dispone di tutte le sue ricchezze, i due sembrano avere molti punti in comune: è un fervente sostenitore delle armi per tutti, è un religioso nazionalista, anti-gay, sessista, e il suo slogan è “il Brasile sopra ogni cosa, Dio sopra tutti”. Da First America a First Brasil, ed è carnevale non solo a Rio.
Vi presentiamo Jair Bolsonaro, uno dei candidati alle prossime elezioni presidenziali del paese carioca, che secondo gli ultimi sondaggi arriverebbe a sfidare, in un eventuale ballottaggio, Lula da Silva, l’ex presidente-operaio, che ha deciso di candidarsi anche se su di lui pende una condanna in primo grado a nove anni e mezzo per corruzione ed è imputato in altri sei processi.

Ex militare e rappresentante dell’estrema destra, Bolsonaro sembra trovare molto consenso tra i giovani, nonostante definisca ‘vagabondi‘ coloro che si battono per i diritti umani e sostiene che in Brasile non ci sia mai stata nessuna dittatura tra il 1964 e 1985, nei vent’anni del governo golpista dei genereli. È famoso inoltre per alcune ‘perle’: l’aver detto ad una deputata “non ti stupro perché non te lo meriti”, e dedicato il suo voto per l’impeachment della ex presidente Dilma Roussef a Carlos Alberto Brilhante Ustra, capo dei torturatori durante la dittatura.
Nel paese più grande dell’America Latina rischia di diventare candidato e poi presidente un altro appassionato di Twitter, che ha detto che la dittatura militare negli anni Settanta sbagliò a torturare i dissidenti: avrebbe dovuto ucciderli direttamente.

Che sta accadendo in troppe parti del mondo?

In Brasile, come in gran parte del resto del mondo, il disprezzo per lo stile di governo tradizionale sta montando da anni. In Brasile, gravissima crisi economica, e accuse di corruzione che hanno travolto importanti personalità del paese, come l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, il suo successore, Dilma Rousseff, destituita, e persino l’attuale presidente, Michel Temer. «Il Brasile sta attraversando una crisi di rappresentanza: gli elettori non si sentono rappresentati dai loro politici», spiegano all’istituto di sondaggi di sondaggi Datafolha.
Va detto che in Brasile, esprimere il voto è obbligatorio. Ed ecco che nel 1988 Macaco Tiao, uno scimpanzé dello zoo di Rio de Janeiro, arrivò terzo alle elezioni comunali della città. Nel 2010 Tiririca, il nome di scena del pagliaccio di un circo, fu eletto al Congresso con lo slogan “Peggio di così non può andare”.

Negli ultimi sondaggi Lula -che dovrà affrontare un processo per corruzione e riciclaggio di denaro che potrebbe farlo finire in carcere per diversi anni- è in vantaggio, seguito da vicino da Bolsonaro, che adesso inizia a far paura. «È una cosa molto simile al fenomeno Trump», spiega Alessandra Orofino, direttrice della Ong ‘Nossas Cidades’, una coalizione di organizzazioni non governative che si occupano di politica.
«Il fatto che una persona come Bolsonaro parli in pubblico nel modo in cui parla lui e rimanga comunque una personalità importante e un politico dà legittimazione alle persone che in Brasile coltivano questo tipo di rabbia. E ce ne sono molte». Bolsonaro, infatti, si è paragonato a Trump, sottolineando come entrambi siano delle persone «esplosive».

Cesare Battisti arrestato e poi rilasciato, nei giorni scorsi mentre cercava di fuggire dal Brasile alla Bolivia. Una semplice gita a comprare vino a buon prezzo, inventa lui. Più credibilmente un tentativo di fuga per evitare di essere estradato in Italia.
Accade che, dopo anni di rifugio ufficiale in Brasile, Battisti ora rischia di vedersi revocato lo status di rifugiato politico, e quindi di perdere la immunità che gli ha evitato sino ad oggi il carcere italiano.
La strana storia di un assassino condannato dalla giustizia, ma salvato dalla politica, scrive ad esempio l’Espresso. La giustizia è quella italiana, che gli ha inflitto l’ergastolo per quattro omicidi. Sentenza mai eseguita perché l’ex terrorista rosso è prima scappato in Francia, latitante semi pubblico per molti anni, e poi in Brasile, dove il 31 dicembre 2010 l’allora presidente Lula, ha messo il veto all’estradizione, con l’ultimo atto del suo mandato.

Cos’è che ha consentito sino ad oggi ad un rapinatore-killer con alle spalle quattro omicidi, di proporsi come romanziere vittima della repressione italiana negli anni di piombo?

Fatti certi e noti

Cesare Battisti viene arrestato con altri complici a Milano, nel giugno 1979, in una casa dove ha nascosto un arsenale: mitra, pistole, fucili. Armi dei “Proletari armati per il comunismo”, che teorizzano un’alleanza “anti-capitalista” con i rapinatori comuni. «Battisti era un rapinatore comune, per soldi, che si è politicizzato in carcere», ha scritto il pm Armando Spataro

Nell’ottobre 1981, mentre sta scontando la prima condanna per banda armata, Battisti evade dal carcere di Frosinone e scappa in Francia. Dove diventa un giallista di successo, difeso da illustri intellettuali. In Italia le indagini continuano e numerosi terroristi confessano. Battisti viene condannato in tutti i gradi di giudizio per quattro omicidi. Successione di morti spaventosa, di cui lui, va detto, si è sempre dichiarato innocente.

  • Il 6 giugno 1978 ammazza personalmente un maresciallo di Udine, Antonio Santoro.
  • Il 16 febbraio 1979 la sua banda uccide un gioielliere di Milano, Pierluigi Torregiani, il cui figlio Alberto resta paralizzato. È la vittima che protesta da anni contro l’impunità del terrorista.
  • Battisti ha organizzato il colpo ma non partecipa perché lo stesso giorno è a Mestre dove verrà ucciso il negoziante Lino Sabbadin, “giustiziato” come il gioielliere perché si era opposto a precedenti rapine.
  • Il 19 aprile 1979 è Battisti in persona ad uccidere, a Milano, il poliziotto della Digos Andrea Campagna.

Latitanza francese
Nel 2004 Battisti viene arrestato a Parigi. In giugno i giudici francesi concedono l’estradizione: non è un perseguitato. Battisti però -in attesa del giudizio- è già tornato libero e fugge in Brasile. Dove viene riarrestato nel 2007. Intanto la Corte europea boccia il suo ricorso: il terrorista in Italia ha avuto processi giusti, con ogni mezzo di difesa e avvocati di fiducia.

Sudamerica
Il sudamerica come destino. Trascorse la prima fase della sua latitanza in Messico prima della Francia. Infine in Brasile dal 2004. 14 anni dopo, prima la Procura generale e poi la Corte suprema di quel Paese autorizzano la riconsegna all’Italia. Ma nel 2009 il ministro Tarso Genro gli concede asilo politico. E l’allora presidente Lula ferma l’estradizione.
Pochi giorni fa, anche alla luce della fine dell’era Lula in Brasile, l’Italia ha consegnato una nuova richiesta di estradizione per Battisti che sembrerebbe aver trovato l’appoggio del nuovo esecutivo impegnato anche in una rsa dei conti interni con lo schieramento politico precedente che aveva protetto Battisti.
Una svolta politico-diplomatica che avrebbe portato il terrorista a tentare la fuga in Bolivia.

ORA IL VITTIMISMO

«Se il Brasile confermerà la mia estradizione in Italia mi consegneranno alla morte».
Probabile morte in carcere per ‘fine pena mai’ di 4 ergastoli, ma lui, Cesare Battisti intervistato da ‘O Estado de Sao Paulo’, la racconta diversamente.
«Perché non ho diritto di restare in Brasile?». Nessun cenno a quanto gli imputa l’Italia. Difesa brasiliana. Battisti fa la vittima e dice di non sapere «Su cosa si basi l’ufficio legale della presidenza della Repubblica brasiliana per giustificare una sua possibile estradizione». I suoi avvocati, ha aggiunto, stanno ancora aspettando che i ministeri competenti forniscano le informazioni al riguardo.

E i suoi avvocati si sono detti convinti che il presidente brasiliano, Michel Temer, non autorizzerà l’estradizione in Italia dell’ex terrorista. Esorcizzare la minaccia. «Siamo fiduciosi che il presidente della Repubblica, noto docente di Diritto costituzionale, rispetterà le norme brasiliane, nonostante le pressioni politiche interne ed esterne». Ma lui, Battisti, molto meno fiducioso, cerca di rovesciare i fatti: «Non ho mai pensato di uscire dal Brasile, ma se avessi voluto farlo non sarei andato in Bolivia, avrei scelto l’Uruguay, perché è un paese un po’ più affidabile ed è dove ho più relazioni», dice nell’intervista.

Battisti parla del suo arresto nella città di Corumba, al confine con la Bolivia, avvenuto la settimana scorsa, per sospetto traffico di valuta. ‘Gita’ con due amici per comprare giacche di pelle, vino e materiale da pesca in quella zona perché “più economico”. Poi la ‘trama’ con lui vittima. «Ma è evidente che ci stavano aspettando -ha aggiunto l’ex terrorista- Da tempo questa operazione veniva organizzata con l’aiuto dell’ambasciata d’Italia a Brasilia. Se non mi avessero preso a Corumbà sarebbe stato a San Paolo o a Curitiba. Il piano era pronto. Qualsiasi pretesto era buono», dichiara Battisti che vede avvicinarsi il carcere italiano da cui scappa da 36 anni.

Cesare Battisti è stato arrestato dalla polizia brasiliana mentre tentava la fuga, destinazione Bolivia. Al valico di Corumbà-Puerto Suarez è stato fermato per un pugno di dollari, infatti, l’ex terrorista è stato ritrovato con una somma di denaro ben superiore alla soglia massima consentita che ha insospettito le guardie. La sede diplomatica italiana è in allerta, in cima alla lista dei problemi da sbrigare per l’ambasciatore Antonio Bernardini c’è senz’altro il caso Battisti.

Da sempre in salita, la strada per l’estradizione di Cesare Battisti è da molto tempo una trattativa di rilievo tra il nostro governo e quello brasiliano. Una mediazione con tanti segreti diplomatici su cui ha lavorato il quotidiano brasiliano «Il Globo» che negli ultimi giorni rivela nuove ipotesi in grado di spiegare il tentativo di fuga da parte di Battisti. La possibilità più accreditata è la paura dell’ex terrorista di perdere lo status di rifugiato, accordatogli nel 2010 da Lula, e non più garantito dal nuovo governo verdeoro.
Un cambio di aria, un vento politico diretto verso l’Italia che avrebbe spaventato Battisti al punto di scegliere per la fuga ed evitare di scontare la condanna all’ergastolo emessa dalla giustizia italiana per quattro omicidi, due commessi direttamente e altri due in concorso. Il contatto più recente si è svolto con il governo Gentiloni a New York durante l’assemblea generale dell’Onu lo scorso 18 settembre. Un’intesa che aveva ancora bisogno di qualche dettaglio e che sarebbe dovuta restare segreta. Il presidente Temer, secondo il Globo, avrebbe dichiarato in via confidenziale che la restituzione di Battisti all’Italia “sarebbe un gesto auspicato e diplomaticamente molto importante”.

Battisti ha vissuto fino ad ora almeno tre vite. La prima inizia quando da delinquente comune nel carcere di Frosinone viene “politicizzato” dai racconti di Arrigo Cavallina, ideologo dei Proletari armati per il comunismo. Con il piccolo gruppo terrorista Battisti commette i crimini più spietati in cui sono morti il gioielliere Pierluigi Torregiani, il macellaio Lino Sabbadin, uccisi il 16 febbraio del 1979 a Milano e a Mestre perché militanti del Movimento Sociale Italiano. E ancora, la guardia carceraria Antonio Santoro a Udine e il poliziotto Andrea Campagna. Una breve e folle stagione che si conclude con il carcere.
La seconda vita, ha inizio con l’evasione. La fuga dal carcere avviene nel 1981, la destinazione è quella che va per la maggiore nel terrorismo rosso: Parigi. Non mancherà una fase in Messico. Ma di grande aiuto risulterà la “dottrina Mitterand” gli concede l’asilo politico, in caso specifico concede l’asilo a chi non si è macchiato di sangue, non è il caso di Battisti ma non sono mancati equivoci in suo favore. Nel 1981 è un clandestino, vive in una soffitta, fa il portiere di uno stabile. Inizia a scrivere libri gialli con un discreto successo che gli aprono le porte della comunità parigina di Expat dove si incontravano personaggi come Toni Negri e Oreste Scalzone.
Tornano i problemi e i guai per Battisti quando nel 2003/04 il Consiglio di Stato francese pensa all’estradizione, ma, in questa vita non è più un assassino o un criminale comune, in Francia gli intellettuali, tra cui Daniel Pennac, si schierano in sua difesa. Il grande pensatore Bernard-Henri Lévy scrisse da in sua difesa con un esordio ambiguo ed eloquente allo stesso tempo: “ignoro se abbia commesso o no i crimini che gli sono imputati”. Nel frattempo che si attendeva una decisione sulla richiesta di estradizione, Battisti fugge di nuovo. La leggenda narra il tentativo di raggiungere l’Africa, passando per la Corsica con una barca ma poi retromarcia e via, destinazione Sudamerica, per la precisione in Brasile, dove vive la sua terza vita fino all’arresto al confine con la Bolivia. La quarta e possibile ultima vita di Battisti potrebbe essere in Italia, o forse no. Staremo a vedere.

Altro che pensioni d’oro (verde-oro). In Brasile il governo guidato dal presidente Michel Temer vuole alzare l’età pensionabile da 54 a 65 anni in un colpo solo. Il risultato: il 15 marzo a Rio de Janeiro c’è stata una grandissima manifestazione popolare. E i sindacati e i movimenti annunciano che è solo l’inizio.

La proposta del presidente Tamer prevede il passaggio da 30 anni a 45 anni di contributi perché un lavoratore possa richiedere la pensione. Se si tiene conto che l’aspettativa di vita in Brasile è stimata intorno ai 65 anni, questo dato rende ancora più drammatica e impopolare la proposta del governo conservatore. In piazza si è visto anche l’ex presidente Lula Da Silva che ha tuonato contro la riforma lacrime e sangue simile alla “riforma Fornero” in Italia.

La crisi economica
La vampata di austerità di un governo ha comportato il blocco del Paese con lo sciopero dei trasporti e delle scuole. Dopo l’impeachment per le accuse di corruzione della presidente di sinistra, Dilma Rousseff, Michel Temer sta cercando di riconquistare la fiducia dei mercati. Il paese sudamericano vive una profonda crisi con 13 milioni di disoccupati e il Pil in calo del 3,4% nel 2016. Alla recessione, al terzo anno consecutivo, si aggiungono gli scandali di corruzione che hanno travolto le alte cariche del governo.

Questi fantasmi
Il presidente Tamer con le sue riforme risulta impopolare, ma è anche stato deriso dai brasiliani. Domenica 12 marzo ha abbandonato la residenza ufficiale di Brasilia con la moglie e il figlio perché convinto che l’abitazione sia infestata dai fantasmi. “Ho avvertito subito qualcosa di strano già la prima notte; non sono riuscito a chiudere occhio. Anche mia moglie ha avvertito presenze negative”. Solo il figlio fa sonni tranquilli.

Il Brasile finalmente liberato dal fantasma di Dilma Rousseff che si aggirava inquieta (fantasma femmina), in attesa di pensione da ex presidente.

Dilma Rousseff è donna che le sue battaglie le ha combattute anche con le armi, quella contro la dittatura militare brasiliana che negli anni ’70 la imprigionò e la torturò. E non perde la sua grinta ora, da quasi ex presidente del Brasile che sa di essere sottoposta a un processo non giudiziario la cui sentenza è già stata decisa dai numeri di una strana maggioranza parlamentare rivoluzionata da ripetuti cambi di casacca. Giudici politici, processo politico. Difesa politica: eccola.

«Non abdico ai principi di democrazia, di onestà e di giustizia per i quali ho lottato durante la dittatura, quando ho sofferto sulla mia carne la tortura e ho visto compagni e compagne violentati e assassinati.
Lotto per la democrazia e la giustizia ma sento il sapore amaro dell’ingiustizia, come durante la dittatura.
Le accuse contro di me sono un pretesto per un golpe costituzionale, si invoca ipocritamente la costituzione per legittimare un nuovo governo che non ha legittimazione popolare».

Ricostruiamo cosa era accaduto prima. La messa in stato di accusa della presidente è cominciata nell’ottobre del 2015, quando la corte dei conti ha bocciato il bilancio presentato dal governo nel 2014. Secondo le accuse, la presidente avrebbe manipolato i conti prima delle ultime elezioni, per fare in modo che il deficit apparisse più basso. Nello scandalo sono implicati i vertici del Partito dei lavoratori, in particolare l’ex presidente Lula da Silva che, secondo la procura, sarebbe stato al centro dell’organizzazione che gestiva i finanziamenti illeciti. Dilma Rousseff non è indagata in nessuna delle inchieste per corruzione in cui sono coinvolti invece altri politici brasiliani.

Lo scandalo Petrobras, l’inchiesta per corruzione, aperta nel marzo 2014 sull’azienda petrolifera nazionale Petrobras, la ‘Petróleo Brasileiro S.A’. Lo scandalo ha toccato i dirigenti della compagnia petrolifera di stato e le principali aziende brasiliane per le costruzioni e i lavori pubblici, che si occupavano dei cantieri delle infrastrutture per l’estrazione di petrolio sulle coste brasiliane.
Secondo l’accusa, la Btp avrebbe formato un cartello per controllare questi appalti e gonfiato i costi. In cambio i partiti al governo avrebbero ricevuto finanziamenti illeciti per le loro campagne elettorali. Tra le formazioni politiche coinvolte ci sarebbe anche il Partito dei lavoratori, di Rousseff e di Lula.

Anche in questo caso, nessuna accusa diretta nei confronti di Dilma Rousseff. Ma, secondo i suoi avversari, Rousseff, che è stata presidente del consiglio d’amministrazione della Petrobras, ministra dell’energia del governo Lula dal 2003 al 2005 e capo di gabinetto del governo al tempo dei fatti contestati dall’inchiesta, non poteva non sapere della corruzione ai vertici della compagnia petrolifera. Inoltre, anche se non ha preso tangenti, secondo l’accusa ha beneficiato dei fondi illeciti per finanziare le campagne presidenziali del 2010 e del 2014.

Il senato brasiliano indifferente al medagliere olimpico, e forse grato per la distrazione planetaria di massa, ha votato a favore del procedimento di impeachment contro la presidente Dilma Rousseff, sospesa dalle funzioni dal 12 maggio scorso. Rousseff è ora considerata responsabile di pratiche contabili illegali -l’aver occultato dati negativi di bilancio per vantaggi elettorali- che le vengono rivolte e sarà sottoposta al voto finale del Parlamento, che dovrebbe avvenire il prossimo 25 o 26 agosto. Processo platealmente politico, con molte perplessità internazionali.

Soltanto dopo il voto finale con una maggioranza dei due terzi dell’assemblea, tuttavia, potrà essere avviato il processo contro la presidente «sospesa». Dilma Rousseff accusa gli avversari di aver costruito un «caso sul nulla», e di essere stata rimossa con «colpo di Stato» mascherato, considerato che le pratiche «illegali» delle quali è accusata sarebbero state «pratica comune» durante le precedenti amministrazioni. In effetti, la ‘lettura’ ottimistica o pessimistica dei bilanci statali risulta pratica diffusa oggettivamente diffusa e materia elastica della politica.

Non è la prima volta che un capo di Stato brasiliano viene messo sotto processo. Accadde a Collor de Mello nel 1992, ma allora l’imputato si dimise risparmiando al Paese un conflitto lacerante. Dilma, ha invece deciso di resistere fino in fondo a quello che chiama un golpe bianco. Per quanto un certo numero di giuristi ritenga che i capi di imputazione formulati in base a una legge del 1950 siano insufficienti per una destituzione, le sue possibilità di spuntarla sono tuttavia molto ridotte. Risultato dello scontro, aggravare una crisi economica, politica e sociale grave.

Il voto di ieri indica che nell’assemblea giudicante c’è già la maggioranza di due terzi necessaria per la definitiva cacciata della presidente. In realtà la sua popolarità era già precipitata. La coalizione tra ex-guerriglieri, sindacalisti, intellettuali di sinistra, contadini senza terra e leader indigeni che 13 anni fa portò per la prima volta al potere il Partito dei lavoratori si è praticamente dissolta. Intanto, la fine del boom economico che aveva donato un po’ di benessere a 40 milioni di cittadini li sta spingendo di nuovo sotto il livello di povertà. La rabbia per gli scandali, la corruzione.

Una serie di interrogativi non solo sul Brasile ma sull’intero continente. I conti in casa a fine olimpiade, con un nuovo governo nato con alcuni personaggi molto discussi. Capire e verificare il modo e i tempi della svolta a destra che dovrebbe seguire alla cacciata della Rousseff sugli altri Paesi latini, in particolare sul Venezuela che sotto il presidente Maduro, erede inadeguato di Chavez, sta sprofondando nel caos. Infine il dubbio anche formale sul BRICS, ricordate? Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, nuove potenze economiche emergenti. Un tempo.

Un dopo Olimpiade decisamente tetro per il Brasile e non soltanto. Scenario molto simile a quanto già visto, per gestione dei conti pubblici e spese olimpioniche, nella sfortunata Grecia pre Tsipras.