domenica 21 ottobre 2018

Arabia Saudita

Pompeo che sa e non sa

Delitto saudita. Scoop e smentita sulla notizia che il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, di rìtorno dall’Arabia saudita via Turchia, sua tappa ad Ankara avrebbe ascoltato la registrazione audio sull’interrogatorio e uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi, scomparso il 2 ottobre dopo essere entrato nel consolato saudita a Istanbul. Secondo il network Abc, che cita alcune fonti turche, al segretario Usa sarebbe stata consegnata anche la trascrizione dell’audio. Nella notte la smentita del Dipartimento di Stato, attraverso il portavoce. Sulle colpe saudite, l’imbarazzo statunitense è assoluto.

La Davos saudita e pezzi

Il segretario di Stato alla corte dei regali mandanti, la Turchia che sembra essere la sola a cercare gli assassini, e Trump da vigilia elettorale di Midterm che cerca di rassicurare amici vicini e lontani, la conferenza saudita su investimenti e commercio che dovrebbe iniziare il 23 ottobre a Riyadh, perde i pezzi. L’elenco che ne fa il manifesto: prima Liam Fox, ministro al Commercio britannico, “Non è il momento giusto”; poi Christine Lagarde, Fmi; e infine, il segretario al tesoro Usa Steve Mnuchin dopo un suo vertice con Trump e con il segretario di Stato Pompeo (amici sì, ma adesso facciamo finta che) . E non andranno media come Cnn e New York Times. Nelle stesse ore Human Rights Watch e Amnesty hanno chiesto all’Onu un’inchiesta internazionale.

Alberto Negri non ci crede

Alberto Negri, esperto di cose mediorientali di lungo corso, su Linkiesta avverte, «Il clamore intorno all’Arabia Saudita non durerà a lungo. Perché Riad è legata a doppio filo agli Usa da decenni. E per questo può avvelenare impunemente la politica in Medio Oriente, e nel mondo». Gli Usa da citare sono facili, il loro maggiore acquirente di armi, tanto per cominciare. Anche se, e qui inizia l’incredibile, almeno all’apparenza, «I sauditi sono da decenni i finanziatori dell’Islam radicale nella versione wahabita e l’America ha lanciato nel 2001 una guerra al terrorismo che la stessa Riad ha alimentato, dall’Afghanistan all’Iraq alla Siria». Eppure gli Usa , fa finta di stupirsi Negri, mettono sanzioni all’Iran perché lo vogliono i sauditi e gli israeliani.

Il ‘riformista’ bin Salman

Il principe ereditario Mohammed bin Salman descritto in questi ultimi due anni come un ‘illuminato e un riformista’. Ma in Arabia Saudita non è in corso nessuna riforma: «il Paese resta una monarchia assoluta proprietà di una famiglia e fondata sul wahabismo, una versione retrograda dell’Islam». E gli Usa non hanno nessuna intenzione di cambiare il corso delle cose. Stracciano l’accordo sul nucleare e con Israele appoggiano i sauditi in tutte le guerre per procura contro l’Iran. «Così il migliore amico di MBS in Occidente è diventato Jared Kushner, il genero di origine ebraiche di Trump, che come inviato speciale nella regione ha intessuto rapporti privilegiati con il principe saudita. È stato Kushner a organizzare la sua visita negli Stati Uniti di 15 giorni per firmare altri contratti militari e fare una sorta di road-show nella finanza americana».

Complici dei petro-tiranni

Nel suo viaggio in Arabia Saudita il presidente Usa aveva incassato contratti per armamenti con i sauditi per 110 miliardi, quasi un quinto del bilancio della Difesa americano. «Ma quella tra gli Usa e la monarchia dei Saud non è un’alleanza ma una vera e propria complicità nei maggiori disastri e massacri dell’ultimo mezzo secolo. Negli anni Ottanta furono i sauditi a finanziare i mujaheddin afghani, diventati poi i jihadisti, per fare la guerra all’Unione Sovietica. Ed erano i sauditi, con le monarchie del Golfo, che foraggiavano la guerra d’aggressione di Saddam Hussein contro la repubblica islamica iraniana: un milione di morti. Sauditi e qatarini sono stati i finanziatori dei gruppi jihadisti contro Bashar Assad che nessuno adesso sa più come eliminare. Quella tra gli Usa e la monarchia dei Saud non è un’alleanza ma una vera e propria complicità nei maggiori disastri e massacri dell’ultimo mezzo secolo. Figuriamoci cosa conta la vita di un giornalista».

Così cambiano gli equilibri
dopo la sparizione di Khashoggi

Khashoggi, retroscena strategici. Questa volta il flipper della politica mediorientale, che spara palline in tutte le direzioni, ha fatto tilt. Qualcuno ha esagerato, sradicandolo letteralmente dai supporti, e mandando in corto circuito l’intera sala-giochi (si fa per dire). La scomparsa (e il pressoché certo assassinio) del giornalista Jamal Khashoggi, nel Consolato saudita di Istanbul, oltre a sollevare orrore e indignazione apre infatti una sfilza di interrogativi. Certo, se a fare una fesseria del genere è stata proprio l’Arabia Saudita, allora stiamo freschi. Il bubbone mediorientale è in mano non a dei raffinati chirurghi ma a un manipolo di lattonieri, che pensano di poter liquidare gli oppositori come si faceva qualche decennio fa: spedendo dei sicari più o meno improbabili a liquidare la “pratica”.

E invece no. Oggi l’intelligence, l’elettronica, le telecamere, i servizi segreti e chi più ne ha più ne metta, lasciano tracce a ogni angolo di strada. Dunque, il povero Khashoggi sarebbe stato letteralmente fatto a pezzi, praticamente “in diretta”. E lasciamo perdere che ancora non esistono “prove certissime”, non ci vuole certo Einstein per decretare che due più due fa quattro. La scoppola per gli sceicchi di Riad è forte. Un vero e proprio sganassone che cambia in mezza giornata i precari (dis)equilibri che erano stati raggiunti in precedenza nella regione. Risultato? La Turchia, furente, ha colto l’occasione per riavvicinarsi all’America. Trump ha anche ottenuto da Erdogan la liberazione del pastore evangelico Brunson che marciva nelle galere della Sublime Porta.

Dall’altro lato, però, la Casa Bianca vede paurosamente traballare l’asse di ferro che si era costruito con l’Arabia. Il blocco sunnita, infatti, è in subbuglio. Contemporaneamente, a Teheran gli ayatollah sciiti brindano a gazzosa (l’alcool non è permesso), mentre a Gerusalemme gli israeliani, alleati-ombra dei sauditi, piangono lacrime amare. E frastornati e imbestialiti si chiedono: ma chi è quell’imbecille che ha organizzato codesto orripilante trappolone? Il think-tank “Debka”, notoriamente vicino al “Mossad”, in genere informatissimo, questa volta casca dalle nuvole e si fa la classica domanda del “cui prodest”. Possibile, si chiedono le barbefinte di Netanyahu, che il Principe Ben Salman (l’uomo forte di Riad) sia uscito di testa fino a ordinare un’esecuzione terrificante, fatta tra l’altro da quattro dilettanti allo sbaraglio?

“Questo vile omicidio – dicono a “Debka” – potrebbe nascondere anche risvolti ben più inaspettati. Come, per esempio, un intrigo di palazzo contro lo stesso Bin Salman. O, addirittura, un sofisticato complotto per mandare all’aria i piani strategici che americani e sauditi hanno definito per l’intera regione. Leggasi un’alleanza d’acciaio per fronteggiare le foie egemoniche (dicono loro) russo-iraniane. Il Consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, John Bolton, anche lui colto in castagna dagli eventi, in effetti ha fatto dichiarazioni sibilline. Sempre seguendo la logica del “cui prodest” (chi ha interesse), l’adviser di Trump ha detto che bisogna andare fino in fondo con le indagini. Perché quest’affaire danneggia pericolosamente i sauditi. E anche gli americani, aggiungiamo noi.

Bolton, insomma, ha agitato gli spettri di un complotto più vasto, mettendo indirettamente nel mazzo un po’ tutti, senza fare nomi. Anche se pensare all’Iran o perfino a Putin potrebbe essere consequenziale. Tuttavia, gli analisti più scafati ricordano che dall’arrivo al potere di Bin Salman, il regime saudita si muove senza guardare il faccia nessuno. Sparizioni, arresti e rapimenti non si contano. Addirittura è stato sequestrato anche il Primo ministro libanese Rafiq Hariri. Fatto ricomparire grazie all’interessamento della Francia e a un sostanzioso “riscatto” di 7 miliardi di dollari, girati sul conto del Ministero del Tesoro di Riad. Dunque? Beh, forse complotto o non complotto, il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Arroganza assassina
da impunità assoluta

Delitto di Istanbul, NYT: teppismo tirannico incoraggiato da Trump. Michelle Goldberg, editorialista del New York Times, sull’ormai certa orrenda fine del giornalista Jamal Khashoggi non usa mezzi termini, ad avere il potere per ordinare una simile azione, solo il principe ereditario Mohammed bin Salman, che ormai in Arabia Saudita ha imposto il suo potere assoluto. Personaggio con molti estimatori negli Stati Uniti, ricorda la giornalista, su tutti i fronti, compresi Bill Clinton, Rupert Murdoch e Oprah Winfrey. Oltre ovviamente a Donald Trump. Il principe che vuole mostrarsi liberale, concede la patente di guida alle donne e fa aprire un cinema, ma contemporaneamente, ricorda la giornalista, ‘guida una coalizione che sta facendo piovere la morte sullo Yemen, una campagna che include il bombardamento di civili, la fame di massa, la tortura e lo stupro’.

Tyrannical thug
teppista tirannico

Liberale nei modi, ma.. «But he’s also a tyrannical thug who has been emboldened by Donald Trump’s disregard for human rights in American foreign policy». Ma è anche un teppista tirannico incoraggiato dal disprezzo di Donald Trump per i diritti umani nella politica estera americana.
Ed ecco perché, secondo il New York Times, al noto giornalista saudita Jamal Khashoggi accade ciò che accade. Nel settembre 2017, il giornalista, ormai in esilio, scrive un pezzo sul Washington Post, dove, rovesciando la simpatia mondana attorno al giovane principe, denunciava un’Arabia Saudita mai così repressiva: “Saudi Arabia Wasn’t Always This Repressive. Now It’s Unbearable”.
Conclusione lapidaria della reporter statunitense, «As of this writing, Khashoggi is thought to be dead»: ‘nel momento in cui scrive questo articolo, Khashoggi è da considerare morto..’

Ma come possono
pensare di cavarsela?

Domanda chiave, come è possibile tanta violenza praticamente scoperta? Arroganza ma sopratutto, certezza della impunità. Gli Stati Uniti, ricorda il NYT, hanno stretti rapporti strategici con l’Arabia Saudita, “nonostante l’abissale violazione dei diritti umani del regno”, e con il tacito sostegno americano alla sua brutale guerra nello Yemen, “iniziato durante l’amministrazione di Barack Obama”. A destra e a sinistra, ce n’è per tutti. “Ma non c’è mai stato un presidente americano tanto entusiasta entusiasta dei sauditi come Trump”.
Un paese alleato contro l’Iran. Per il resto, diritti umani e quant’altro, Trump ha chiarito che gli Stati Uniti non pretenderanno più di difendere i valori liberali a livello globale. E in tutto il mondo, le restrizioni su comportamenti brutali si stanno allentando, denuncia Human Rights. Esempi ultimi, il capo dell’Interpol arrestato in Cina e la giornalista bulgara Viktoria Marinova, il cui programma televisivo ha condotto indagini su potenti uomini d’affari e politici, trovata stuprata e uccisa. Ora, Jamal Khashoggi.

Intanto sul Washington Post

L’intelligence Usa, sostiene il quotidiano, intercettò comunicazioni tra funzionari sauditi che discutevano di un piano per catturare Khashoggi. “L’erede al trono dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman – si legge – ordinò un’operazione per attirare l’editorialista del Washington Post Jamal Khashoggi in Arabia Saudita dalla sua casa in Virginia e poi arrestarlo”. Khashoggi, riporta il quotidiano Usa, confidò ad un amico che il governo saudita non avrebbe mai tenuto fede alla promessa di non fargli del male. “Non mi fido di loro neanche un po’ “, disse Khashoggi a un amico a maggio, dopo aver ricevuto una alettante offerta da Saud al-Qahtani, un consigliere della corte reale saudita, per tornare in Patria.

 

AVEVAMO DETTO

Delitto da macellai in ambasciata, trema il dispotico regno saudita

Come in un film dell’orrore
più che la guerra in Yemen

Delitto da macellai in ambasciata. La cronaca stretta
Il giornalista saudita Jamal Khashoggi, scomparso 8 giorni fa dopo essere entrato nel Consolato del suo Paese a Istanbul, sarebbe stato fatto a pezzi con una sega dentro l’edificio da agenti dei servizi di Riad, “come nel film Pulp Fiction”. I suoi resti sarebbero quindi stati portati fuori nascosti dentro un minivan nero. Lo sostiene una fonte investigativa turca, citata dal New York Times.
Intanto il quotidiano turco Sabah, molto vicino agli ambienti governativi, ha pubblicato le presunte immagini dalle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto Ataturk, e i nomi dei 15 agenti dei servizi sauditi giunti a Istanbul lo stesso giorno della sparizione del reporter e ripartiti dalla sede diplomatica di Riad poche ore dopo.
Il giornale lo definisce come lo “squadrone della morte” responsabile dell’omicidio. LKanal 24, ha invece mostrato immagini di Khashoggi che entra 8 giorni fa nel suo Consolato a Istanbul e quelle di un minivan nero uscito poco dopo, sostenendo che dentro si trovava il cadavere

Messaggi incrociati
delitto e indignazione

Le porte del consolato saudita di Istanbul restano serrate, come mostra l’immagine di copertina, ma le indagini sulla scomparsa del giornalista dissidente Jamal Khashoggi proseguono comunque, cercando fuori le tracce lasciate da quel maturo giornalista che osava scrivere male della famiglia regnante del suo Paese sulla pagine della stampa americana. Tracce ad entrare nella sede diplomatica, poi l’evanescenza inspiegabile. Salvo l’orrore di quanto scrive il NewYork Times, di un uomo ucciso e fatto a pezzi dentro l’edificio da agenti dei servizi di Riad, Pulp Fiction in ambasciata. Ora, otto giorni dopo la scomparsa con l’analisi delle telecamere di sorveglianza, dei visti di ingresso e uscita dalla Turchia, delle dichiarazioni di funzionari della rappresentanza diplomatica.

Cosa si sa con certezza

  • Si sa che Khashoggi è entrato nel consolato poco dopo le 13 del 2 ottobre e non più uscito;
  • si sa che 45 minuti prima erano entrati 15 cittadini sauditi, usciti due ore dopo a bordo di veicoli con vetri oscurati e targa diplomatica;
  • si sa che quei 15 sono transitati dall’aeroporto di Istanbul, arrivati su due aerei privati e ripartiti verso diverse destinazioni.
  • si sa chi sono qui 15, almeno le identità sui loro documenti;
  • si sa che tra loro c’era il capo del dipartimento forense della sicurezza generale saudita:
  • si sa che altri tre di quella fulmina squadra, fanno parte dell’unità di protezione del principe ereditario Mohammed bin Salman, principe ereditario, considerato il vero reggente della petromonarchia.
  • Si sa anche che quel giorno ai 28 dipendenti turchi del consolato è stato chiesto di non presentarsi al lavoro perché si sarebbe tenuta un’importante riunione diplomatica.
  • Si sa che a Khashoggi era stato dato appuntamento proprio per quel giorno, per ritirare i documenti del divorzio.

Washington Post

Washington Post, il quotidiano statunitense su cui Khashoggi scriveva, svela di intercettazioni da parte l’intelligence Usa di discussioni tra funzionari sauditi su un piano per catturare il giornalista e riportalo in patria.
New York Times da una fonte turca «Khashoggi è stato ucciso entro due ore dal suo arrivo al consolato», e i macabri dettagli del corpo tagliato a pezzi per poterlo portare fuori nascosto.
La stampa americana scatenata, con quella turca di supporto, col placet del Presidente Assoluto Erdogan, che con i sauditi ha molti conti in sospeso.
E ora tocca alla politica, chiamata in causa, direttamente il presidente Trump, dalla fidanzata di Khashoggi. Il vice presidente Pence ha detto che Washington è pronta ad aiutare in ogni modo, e ha chiesto a Riyadh di mettere a disposizione le immagini delle telecamere interne al consolato.
Per il momento, nonostante le promesse, nessun accesso concesso alla polizia turca nel consolato.

Sauditi-Usa e Turchia-Stati Uniti

Una situazione esplosiva certamente non prevista dalla arroganza crudele di chi l’avrebbe pensata. E ora, dove neppure è giunta la feroce guerra in Yemen, con la sue terribili stragi, e il colera e le morti di bimbi per fame, sull’orlo della crisi le relazioni ufficiali tra due ‘alleati granitici’, come li definisce Chiara Cruciati su il Manifesto. Stati uniti e Arabia saudita in difficoltà, e stessa la Turchia coinvolta nel delittaccio che sarebbe stato fatto in casa sua, con la guerra in Siria ancora aperta e le relazioni con gli Usa al minimo storico. «Ma perché eliminare un noto dissidente, in autoesilio negli Usa, dentro un proprio consolato in un paese con cui i rapporti sono gelidi? Perché non eliminarlo all’esterno?», la domanda di Cruciati.

Massaggio da Riyadh

Messaggio di Riyadh: chi è contro è in pericolo ovunque si trovi. La ‘pulizia’ in casa era già stata fatta: per centinaia di principi, gli ex ministri, e generali, i comodi arresti in lussuosi alberghi, con qualche miliardo di penalizzazione. Peggio, molto peggio per i non principi, ad esempio la detenzione di almeno 15 giornalisti e blogger nel corso dell’ultimo anno. Di loro in molti casi, denuncia Reporter senza Frontiere, non si conoscono né il luogo di detenzione né l’accusa.
Ma il regno folle dei Saud che ha fatto tutto l’immaginabile e l’inimmaginabile contando sulla assoluzione petrolifera e statunitense, oggi rischia col caso Khashoggi, e forse per la prima volta, di fronte all’opinione pubblica americana e ad una amministrazione alla vigilia di elezioni interne, Midterm, abbastanza a rischio.

Arabia saudita da regno
medioevale a dittatura

Donne saudite alla guida ma il Paese resta una dittatura. ‘Progetto del principe ereditario Mohammed bin Salman finalizzato alla conquista del sostegno popolare attraverso la modernizzazione di alcuni aspetti della vita quotidiana’, scrive Gwynne Dyer su Internazionale a frenare i troppi facili applausi da amici interessati in occidente. E soprattutto, più che un cambiamento ottenuto, deve sembrare una concessione elargita dal principe. Reazionari e medioevali anche nel cambiare.
Dunque, l’idea che Mohammed bin Salman stia liberalizzando il sistema saudita -come qualcuno sta azzardando in occidente, sopratutto il fronte patrolifero e armamenti Usa- è pura fantasia.

Una iniziativa meno spettacolare rispetto alla campagna contro la corruzione condotta l’inverno scorso, con 56 importanti esponenti della famiglia reale e uomini d’affari ‘carcerati’ nel miglior albergo della capitale finché non hanno versato 100 miliardi di dollari al governo, anche se nessuno dei ladri ha visto un’aula di tribunale, men che meno un carcere vero.
Nessun capo di imputazione, nessun processo, nessuna sentenza, ma solo la costosa ‘concessione regale’ del perdono dopomla salata penitenza.

Democrazia cosa?

L’idea che Mohammed bin Salman punta di diamante di una futura democrazia saudita è solo follia. Anzi. L’Arabia Saudita era una monarchia tradizionale, profondamente conservatrice che ha però sempre garantito alle élite -i nobili degli stati feudali- la possibilità di esprimersi. “Adesso è una dittatura”, afferma Dyer. Che sarà forse una modernizzazione rispetto al medio evo precedente, ma non sempre un vantaggio per che la subisce.

Tra gli errori di Mohammed bin Salman -fatto poco noto- quello di invitare l’inviato speciale delle Nazioni Unite Ben Emmerson a visitare il paese, per esaltgarre il ruolo di baluardo dell’anti terrorismo. Valutazione finale: norme anti terrorismo scritte in modo da criminalizzare qualsiasi forma di dissenso. La tortura nelle carceri saudite pratica comune, i funzionari colpevoli non vengono puniti e l’Arabia Saudita “sta vivendo la più spietata repressione del dissenso politico mai sperimentata dal paese negli ultimi decenni”.

Rapporto Emmerson

“Le notizie sulla liberalizzazione dell’Arabia Saudita sono completamente fuori luogo”, ha detto ancora Emmerson. “Il sistema giudiziario adesso è completamente sotto il controllo del re ed è privo di qualsivoglia parvenza di indipendenza rispetto all’esecutivo. In parole povere, non esiste alcuna forma di separazione dei poteri in Arabia Saudita, né libertà di espressione, stampa libera, sindacati efficienti o una società civile funzionante”.

Emmerson senza sconti sulla gestione interna, e altri guai attorno. Il blocco del piccolo ricchissimo vicino, il Qatar, per costringerlo a chiudere il canale televisivo Al Jazeera, il più influente notiziario in arabo, e a spezzare i suoi legami con l’Iran, il paese che Mohammed bin Salman detesta più dello stesso Netanyahu. Per fortuna e sua beffa, un anno dopo Al Jazeera è viva e vegeta e il Qatar si è ulteriormente avvicinato all’Iran. Ma il suo più grosso abbaglio lo ha preso con l’intervento nella guerra civile in Yemen per sconfiggere gli houthi, una tribù sciita che ha conquistato la maggioranza del territorio yemenita e che a suo parere è controllata e armata dall’Iran.

Yemen Vietnam saudita

I bombardamenti aerei dell’Arabia Saudita hanno ucciso migliaia di persone, ma, tre anni dopo i primi attacchi gli houthi controllano ancora le aree più popolose dello Yemen, compresa la capitale.
Non è proprio il Vietnam dell’Arabia Saudita, ma si avvicina. Eppure, ammette Dyer, in Arabia Saudita la ricchezza è stata ampiamente condivisa più che nella maggioranza di paesi ricchi di petrolio. E persinoper le donne le cose stanno piano piano migliorando, col 60 per cento dei laureati sauditi akl femminile. E ora addirittura alla guida.

Ma allora, qual’è il problema che emerge oggi?
Sempre Gwynne Dyer, giornalista canedese che vive a Londra su Internazionale.
«Oggi però il paese è guidato da un dittatore volubile e troppo sicuro di sé».
Con tanti saluti al principe ereditario Mohammed bin Salman.

Disastro Yemen

Arabia saudita, il re caccia i vertici militari, responsabili della vergogna militare e umanitaria.
Re Salman ha firmato i decreti reali con i quali ha rimosso i vertici dell’esercito saudita: in un colpo solo il capo di Stato maggiore delle Forze armate di Riad, il generale Abdulrahman bin Saleh bin Abdullah Al-Bunyan, e il comandante dell’aeronautica saudita, il tenente generale Mohammed bin Awadh bin Mansour Suhaim, il comandante delle Forze di terra, il tenente generale Fahd bin Turki bin Abdulaziz Al Saud. E poi il vice ministro degli Interni e il vice ministro degli Esteri. Resta al suo posto il ministro della difesa, ma lui si chiama Mohammed Bin Salman, figlio del Re ed erede al trono designato.

Yemen, avventura militare in chiave anti iraniana iniziata tre anni fa proprio dall’erede al trono Mohammed Bin Salman con la promessa di una rapida vittoria. Guerra lampo finita in un conflitto infinito, che ha fatto migliaia di morti e ridotto alla fame il Paese più povero della penisola arabica. Parliamo dello T’Yemen, ma adesso anche per i forzieri sauditi colpi di petrodollari, iniziano a risentire di costosissimi arsenali Usa mal usati, assieme alla crisi del petrolio. Nello stesso decreto, la nomina simbolica di Tamadhir bint Yosif al-Rammah, una donna, vice ministro del Lavoro e dello Sviluppo sociale.

La nomina di al-Rammah arriva nell’anno in cui l’Arabia Saudita si prepara a permettere alle donne di guidare, a partire da giugno e punta a inserire un numero crescente di donne nel mercato del lavoro, sempre per rispondere alla crisi economica provocata dal crollo delle rendite legate al petrolio. Assieme alla credibilità di una monarchia assoluta fuori da ogni tempo.

Il sovrano saudita, re Salman, 81 anni, si prepara ad abdicare, scrive il quotidiano inglese Daily Mail, ripreso in Italia dal Corriere della Sera. Il sovrano sarebbe pronto a passare tutto il potere nelle mani del figlio Mohammed bin Salman, 32 anni, già potentissimo ministro nel Regno, ed erede al trono. A Re Salman resterà il titolo religioso di «Custode delle due città sante di La Mecca e Medina».
Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd, per chiamarlo come si deve, è re dell’Arabia Saudita dal 23 gennaio 2015, il secondo re dei cosiddetti “Sette Sudayrī” dopo suo fratello Fahd. I sette fratelli, figli di re Abdulaziz ‘Ibn Saud’, il capostipite, e di sua moglie Hussa Sudairi.

Il giovane principe ereditario

A inizio novembre, dopo la sua nomina a principe ereditario, Mohammed bin Sultan, MBS l’acronimo con cui viene normalmente indicato, ordina una purga ai vertici del regno facendo arrestare per corruzione oltre 40 tra principi e membri del governo a lui ostili. «A meno che non succeda qualcosa di grave che possa far cambiare i programmi, Re Salman annuncerà la nomina di Mohammed bin Salman come Re dell’Arabia Saudita la prossima settimana» svela la fonte anonima alla versione online del quotidiano britannico.

Regno feudale da reinventare

Una volta incoronato, riferisce il Mailonline, Mohammed bin Salman si concentrerà ancora di più sul combattere il rivale Iran, culla dell’Islam sciita, rafforzando il ruolo di Riad come roccaforte del wahabismo, l’interpretazione più intransigente del sunnismo, provando parzialmente a moderarla, vedi la guida auto alle donne. Nelle intenzioni dell’erede al trono, promotore della guerra nello Yemen, l’alleanza con Israele anti Iran, con l’obiettivo di porre fine all’egemonia in Libano delle milizie sciite Hezbollah.

 

NEL GIUGNO SCORSO LA SVOLTA