lunedì 16 luglio 2018

America latina

Il presidente più amato
l’ avversario più odiato

Lula libero, si, no. Cresce la tensione in Brasile per il braccio di ferro giudiziario sulla possibile scarcerazione di Luiz Inacio Lula da Silva: i simpatizzanti dell’ex presidente convocano proteste di piazza, mentre le autorità dispongono misure di sicurezza eccezionali. I due punti focali della tensione sono la sede del tribunale regionale federale di Porto Alegre -da dove il giudice Rogerio Favreto ha ordinato ripetutamente la scarcerazione di Lula- e il comando della polizia federale a Curitiba, dove l’ex presidente è rinchiuso dall’aprile scorso e dove il governo ha schierato unità antisommossa, appoggiate da blindati e un elicottero.

Politica giudiziaria o giustizia politica?

Lula libero, si, no. Ancora un colpo di scena sul caso Lula, l’ex presidente del Brasile e possibile nuovo candidato vincente, se uscirà in tempo dal carcere. Un giudice ordina il rilascio dell’ex presidente Ignacio Lula da Silva, ma un magistrato federale blocca la scarcerazione. Il primo giudice ribadisce l’ordinanza, ed è crisi istituzionale per un caso giudiziario e decisioni giuridiche segnate da subito da forti sospetti di interesse politico.
In carcere dal 7 aprile per corruzione e riciclaggio, Lula, che guidò il Brasile dal 2003 al 2010, è accusato di aver ricevuto in dono una villa in cambio di favori per appalti pubblici. Accusa che lui ha sempre negato. Al momento l’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva rimane in prigione, dopo una lunga domenica di scontri giudiziarie che hanno messo in rilievo le forti fratture politiche che segnano la magistratura del paese.

Tutto è cominciato in mattinata: Rogerio Favreto, magistrato di turno nel Tribunale Federale Regionale di Porto Allegre, ha deciso di accogliere un ricorso presentato da tre deputati del Partito dei Lavoratori, per i quali la carcerazione di Lula è una violazione dei suoi diritti politici, in quanto ‘precandidato’ del loro partito per le presidenziali di ottobre. Favreto ha dunque inviato la sua decisione al comando della polizia federale di Curitiba – dove Lula è rinchiuso dallo scorso aprile, scontando una pena di 12 anni per corruzione e riciclaggio – e i tre autori del ricorso si sono presentati per esigere la scarcerazione dell’ex presidente.

Nel frattempo, Sergio Moro (nome e origini italiane), il magistrato delle inchieste anticorruzione, è intervenuto dal Portogallo -dove si trova in vacanza- per respingere la decisione del collega di Porto Alegre. Terzo giudice, Gebran Neto, quello che ha istruito la causa contro Lula nel processo di secondo grado, bloccato l’ordine di scarcerazione. Favreto, il giudice di Porto Allegre, però, non ha mollato. In una seconda ordinanza, ha dichiarato invalida la decisione di Gebran Neto, ripetendo l’ordine di scarcerazione e dando un’ora alla polizia per ubbidire, minacciando possibili denunce per oltraggio alla corte.

Caos giudiziario con forti venature politiche che si svolge alla luce del sole attraverso i media e sui social ed investe la piazza. Il Partido dos Trabalhadore denuncia un “nuovo golpe giudiziario” contro Lula e convoca la protesta di piazza, per esigere “Lula libero subito” e manifestare contro “l’agonia dello Stato di diritto”. Ma alla fine è stato il presidente del tribunale di Porto Alegre, Carlos Thompson Flores, che è intervenuto per porre fine al braccio di ferro. Mentre cadeva la notte sulla capitale dello stato di Rio Grande do Sul, Thompson si è pronunciato contro l’ordine di scarcerazione.

Ben oltre l’inchiesta giudiziaria sulle colpe presunte di Lula (manca ancora il terzo grado di giudizio) e le questioni giuridiche su una sentenza eseguita al secondo gradi di giudizio, dopo una discussa modifica costituzionale, l’inquietudine di un Brasile alla vigilia di elezioni presidenziali decisive in autunno, Paese in cri economica e lacerato al suo interno. I pro-Lula hanno protestato ancora una volta contro quella che denunciano come una persecuzione giudiziaria contro il leader più amato dal popolo, mentre gli anti-Lula hanno festeggiato la sconfitta di quella che definiscono la manovra legalmente dubbia condotta attraverso un magistrato schierato.
Ma la battaglia, ovviamente, non finisce qui.

AVEVAMO DETTO

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Lula tra gloria e galera nel Brasile della democrazia sofferta

Rivelazioni avvertimento

Trump voleva invadere il Venezuela
La notizia Ansa, da Bogotà. «Lo scorso agosto, durante un incontro nello Studio ovale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe parlato con i propri assistenti della possibilità di invadere il Venezuela. Presenti all’incontro l’ex Segretario di stato americano Rex Tillerson e l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, il generale McMaster.
Tutti a spiegare a Trump come un’azione militare sarebbe potuta ritorcersi contro il presidente Usa e avrebbe portato al rischio di perdere il sostegno duramente conquistato dai governi latinoamericani per punire il presidente Nicolas Maduro per aver portato il Venezuela lungo la strada della dittatura».

Casa bianca nessuna smentita

L’idea del presidente, nell’articolo postato su Twitter dal giornalista di Associated Press Joshua Goodman. Nel racconto dai dintorni della Casa Bianca, toccò al generale McMaster, spiegare al ‘commander in chief’ che un’azione armata in Venezuela contro il presidente Nicolas Maduro avrebbe messo a repentaglio i rapporti degli Usa con altre nazioni alleate dell’America latina, il blocco conservatore a sostegno politico e finanziario Usa. Ma nonostante il parere degli esperti del suo gabinetto, Trump tornò a vagliare la possibilità di una opzione militare ancora una volta l’11 agosto. Dell’ipotesi Trump aveva discusso anche con il presidente colombiano Juan Manuel Santos e poi con altri quattro leader sudamericani durante l’assemblea generale delle Nazioni Unite tenutasi lo scorso settembre. Nonostante tutto, però, i consiglieri del presidente erano riusciti a dissuaderlo.

Venezuela tra repressione e fame

Da EuroNews brandelli di notizia dalla tragedia latino americane. Sul mercato nero venezuelano, 5 milioni e 200mila bolivares -il salario minimo per un mese di lavoro- valgono, nell’unica valuta estera reperibile per la maggior parte dei cittadini, 1,30 euro. Nel paese sudamericano la crisi economica sta peggiorando e l’inflazione ha toccato la soglia record del 40.000%, stimano i ricercatori che analizzano l’andamento dei prezzi da una decade a questa parte. L’iperinflazione sta devastando il Venezuela e la maggior parte degli economisti attribuisce la crisi alla caduta dei prezzi del petrolio e alle politiche economiche del presidente Maduro, tra cui quella fissare il prezzo di alcuni beni al di sotto del loro costo di produzione. Lettura contrapposta, l’iperinflazione usata come arma da chi detiene il potere finanziario, per tornare al potere assoluto del marcato senza tutele.

Colonialismo finanziario Usa

Il leader del paese, Maduro, incolpa l’opposizione e gli uomini d’affari sostenuti da Washington, si rifiuta di ricevere aiuti internazionali e affronta la crisi da un lato stampando più denaro, dall’altro aumentando il salario minimo (sette volte, l’anno scorso). Qualunque sia la vera causa, o il vero insieme di cause, la realtà è che i venezuelani stanno soffrendo. La carenza di cibo è così grave che circa un quarto della popolazione consuma meno di due pasti al giorno, secondo uno studio condotto da tre università di Caracas. Il mercato nero dei prodotti alimentari è spesso l’unica fonte di beni come la pasta e il riso, ma i prezzi sono cinque volte superiori a quelli di un normale supermercato. Ma a Caracas è possibile riempire il serbatoio di una macchina media per 200 bolivares, e almeno 500 di mancia all’addetto.

Altri interessi di Trump

Da allora sembra che il Venezuela sia sceso nella scala delle priorità dell’amministrazione americana. C’è anche da dire che in passato Trump ha spesso criticato le precedenti amministrazioni per essersi impegnate in conflitti in zone remote del mondo. Inoltre il concetto nazionalista di America First, cioè America prima di tutto, è stata una parte importante della sua campagna elettorale.
L’inchiesta di Associated Press, come previsto, è già stata citata da Maduro come prova del fatto che gli Stati Uniti vogliano rovesciare il suo governo per impadronirsi delle ricche riserve di petrolio venezuelane. Anche il Mercosur, l’organizzazione che regola il mercato comune sudamericano, è stato costretto a prendere la parte del Venezuela contro una possibile invasione americana: «l’unico mezzo accettabile per promuovere la democrazia è il dialogo e la diplomazia», ha scritto in un comunicato le stesse cose che aveva detto nell’agosto 2017.

 

TIMORI DI MADURO IL FEBBRAIO SCORSO

Messico, presidente
populista di sinistra
Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo, è il nuovo presidente messicano. Il trionfo lungamente annunciato dai sondaggi è stato confermato dai risultati elettorali. Chiusi i seggi, poco dopo le otto locali (le tre di lunedì mattina in Italia), il candidato del partito di governo, José Antonio Meade, le lacrime agli occhi, già accettava la capitolazione: gli exit polls annunciavano implacabili un distacco di oltre venti punti.
Oltre la metà dei messicani, stremati da criminalità e corruzione, si sono affidati a ‘Morena’, il movimento fondato da Obrador dopo la sconfitta nelle presidenziali del 2006. Se si confermerà la vittoria così ampia che prevedono gli exit poll è probabile che il movimento di Lopez Obrador conquisterà anche la maggioranza assoluta alla Camera e al Senato.
Decisivo per Obrador anche il voto dei giovani. Gli elettori nella fascia di età tra i 18 e i 29 anni in Messico sono 25 milioni, il 29,2% del totale. Morena avrebbe conquistato anche Città del Messico con la sua candidata a sindaco Claudia Sheinbaum.

Corruzione e il muro di Trump

Nelle sue prime dichiarazioni dopo il voto, Obrador ha annunciato «eliminerà la corruzione dal Messico». E tra le prime felicitazioni quelle del presidente Usa Donald Trump, l’uomo del muro col Messico. «Congratulazioni a López Obrador per essere diventato il nuovo presidente del Messico.Sono ansiosissimo di poter lavorare con lui. C’è molto che può essere fatto per beneficiare a Stati Uniti e Messico!». Opportunismi presidenziali.
A 64 anni López Obrador, per la terza volta in corsa, ha costruito stavolta un percorso blindato verso la presidenza. Toni meno radicali, discorsi tranquillizzanti, alleanze pragmatiche. La biografia ce lo racconta originario dello Stato povero e indio del Tabasco, il «Peje».
Politicamente Amlo nasce e cresce dentro il più tradizionale solco del Partito rivoluzionario istituzionale e resta legato al segmento di sinistra del Pri che alla fine degli anni Ottanta arriva alla scissione. Da lì il suo percorso è dentro i movimenti sociali, poco burocrate e molto politico «di strada», alle marce indigene, ai sit-in contro lo sfruttamento della terra, ai picchetti contro le compagnie petrolifere. Fino al governo, quarant’anni dopo.

Messico violento

Amlo, figura storica della sinistra messicana in un Paese devastato dalla violenza. La “guerra alla droga”, dodici anni e oltre 250mila vittime dopo, López Obrador ci riprova. Con una formazione nuova – Morena –, acronimo di Movimiento de rigeneración nacional ma anche un riferimento al colore scuro di indigeni e contadini del Messico rurale – il più dimenticato –, che ha promesso di tutelare. Oltre al suo carisma personale – con qualche venatura messianica di troppo, denunciano i detrattori –, due sono, fondamentalmente, le ragioni dell’exploit. Sul boom di Amlo pesa, in primo luogo, l’“effetto-Trump”.
La retorica violentemente “anti-messicana” del tycoon – dal muro ai “bad hombres” – ha fatto guadagnare consensi al progetto nazionalista di Amlo che, pur avendo garantito sostegno agli investimenti privati con la creazione di una zona franca lungo il confine con gli Usa, propone un ruolo forte dello Stato per correggere l’elevata diseguaglianza e far sviluppare le regioni povere del Sud. Per aver sporto denuncia contro il muro alla Commissione interamericana per i diritti umani, il candidato di Morena è considerato un difensore dell’“orgullo méxicano”. Con due terzi del Paese fuori controllo e interi pezzi di istituzioni nelle mani della criminalità organizzata, i cittadini vedono in Amlo l’unica alternativa di uscire dal tunnel. Mentre tutti e tre gli avversari incarnano, in qualche modo, la continuità.

Brasile senza terra

Brasile in mano ai latifondisti. E’ stata definita “pedagogia del terrore” e sta ad indicare quello che sta succedendo in Brasile, una vera e propria mattanza di contadini senza terra, comunità indigene e attivisti del movimento Sem Terra.

La definizione arriva dal rapporto della Commissione pastorale della terra (Cpt) organismo legato alla Conferenza episcopale nazionale che da quasi mezzo secolo si occupa del conflitto che oppone contadini poveri e grandi latifondisti.

Il rapporto della Cpt

Nel 2017 si sono registrati diversi massacri, sono stati 71 gli agricoltori rimasti vittime degli squadroni della morte. Rispetto all’anno precedente le uccisioni sono aumentate del 16%. L’anno più nero degli ultimi 14 anni.

Sembra di essere tornati al biennio 1985-1987, all’indomani della fine della dittatura, quando le stragi erano all’ordine del giorno. Inoltre alcuni eccidi non sono stati nemmeno conteggiati in mancanza di testimoni oculari come nel caso dell’uccisione di almeno una decina di indigeni nella valle del Javari, in Amazzonia.

Il rapporto si sofferma in particolar modo sull’efferatezza delle stragi; decapitazioni, corpi carbonizzati e lasciati marcire all’aperto. Una sorta di messaggio, un monito contro chiunque osi opporsi o ribellarsi. Una crudeltà pedagogica come l’hanno chiamata i religiosi della Cpt.

Fine della riforma agraria

Si tratta di una realtà che non è più neanche nascosta dai grandi proprietari, i fazenderos, che imputano ciò all’avanzata del movimento dei contadini senza terra. Eppure dopo anni di lotte e occupazioni di latifondi, che stavano per portare al varo di una vera e propria riforma agraria da parte del governo brasiliano, i Sem Terra sembrano in ritirata.

Il 2017 infatti è stato l’anno con il numero più basso di occupazioni di appezzamenti che sono state 169. Solo nel 2016 sono state 193 contro una media di 250 degli anni precedenti. La repressione è dovuta in gran parte all’appoggio dato dai proprietari terrieri al nuovo governo di Miche Temer che sta ripagando bloccando la restituzione di terre e riducendo le aree protette.

Una situazione però che ha radici più lontane e che vede pesanti responsabilità nella svolta economica del gigante brasiliano durante i governi di Ignacio Lula Da Silva e successivamente Dilma Roussef.

L’economia dell’agro business

Ormai il Brasile ha abbracciato l’agro business. Gran parte delle migliori terre coltivabili serve a produrre soia, canna da zucchero e mais transgenico. La produzione è in molta parte destinata alle esportazioni e proprio sotto i governi progressisti è stata mesa in pericolo e di fatto bloccata la riforma agraria. La lotta al latifondo dunque si è trasformata nel consumo e impiego di un quinto dei prodotti tossici nel mondo.

Preti nel mirino

La repressione sta colpendo anche esponenti del mondo ecclesiastico, è il caso di padre Amaro Lopes, difensore dei diritti dei contadini  che si  è impegnato per la realizzazione di progetti produttivi proprio nelle terre occupate abusivamente dai latifondisti e strappate dopo anni di lotte. Dal 27 marzo scorso però, il sacerdote è rinchiuso nella prigione di Altamira con una serie di accuse definite, quasi unanimemente, false.

Parallelamente alla lotta per la terra aumentano anche i conflitti legati all’accesso ad altre risorse naturali. Sempre la Cpt ha censito ben 197 situazioni nelle quali al centro dello scontro c’è l’accaparramento dell’acqua. Questo perché le grandi imprese minerarie, nazionali e multinazionali, impiegano grandi quantità di risorse idriche sottraendole ai bisogni delle comunità agricole.

Messico e nuvole,
promesse di tempesta

Messico, elezioni da trincea. Cronaca di Daniele Mastragiacomo dall’America Latina, ed il valoroso reporter di Repubblica torna in guerra. Ancora sangue nella campagna elettorale messicana, e sono numeri siriani. «L’ultimo a cadere sotto il piombo dei sicari è stato Alejandro Chávez Zavala, candidato per il posto di sindaco nel Comune di Taretan, Stato di Michoacán, Messico centrale. E’ il numero 113 delle vittime politiche dal settembre scorso quando è iniziata la campagna».

Selfie mortale

In precedenza, per stare alle uccisioni più ‘spettacolari’ (ci scusiamo per l’espressione), il candidato sparato mentre fa un selfie con un fan. Era accaduto a Piedras Negras, nel nord est del paese ed era la 112 vittima dall’inizio della campagna elettorale. Numeri da chiamate di emergenza in Italia. Polizia e carabinieri che in Messico avrebbero molto molto da fare. L’assassinato fra i suoi sostenitori è Fernando Purón Johnston, 43 anni, candidato del Partido Revolucionario Institucional. Aveva appena finito un dibattito elettorale a Piedras Negras, nel Nord est, al confine con il Texas.

Far west

Dell’assassinio c’è anche un video. Panico, grida, fuga generale, con le guardie del corpo che ostentavano pistoloni. Mattanza di candidati alle prossime amministrative messicane quasi uno per uno. Il piombo dei sicari dal settembre scorso, quando è iniziata la campagna elettorale. Omicidi eclatanti, a dimostrare quanto le elezioni del primo luglio agitano tutto l’assetto politico ed economico del grande paese centroamericano.

Sud elettorale

Nel 2018 molte le elezioni chiave in America latina: Colombia, Messico, Venezuela, Costa Rica, Paraguay, oltre al Brasile. Circa 350 milioni di elettori torneranno alle urne per eleggere il loro presidente e spesso rinnovare il parlamento. Il Messico ha bisogno di uscire dalla violenza. Dei cartelli della droga e degli squadroni paramilitari, che negli ultimi dieci anni hanno provocato 100 mila morti. Vittime civili, nella maggioranza. Oltre alla piaga della corruzione, figlia endemica del narcotraffico, costume che si è radicato nel tessuto sociale e nelle amministrazioni dello Stato.

Peña Nieto

Sei anni fa il presidente Henrique Peña Nieto era apparso l’uomo che avrebbe potuto varare quelle riforme con l’appoggio della maggioranza delle forze politiche, ha finito per peggiorare l’immagine del Paese. La battaglia per la sua successione è in pieno svolgimento. Si voterà il primo luglio. Lo scontro è duro e lo scenario, secondo gli analisti, potrebbe offrire i tre principali candidati alla pari che si contendono l’ultima manciata di voti. Il tutto nel pieno delle trattative per il rinnovo del Nafta, o Trattato di libero commercio (Tlc) con gli Usa e il Canada, sotto l’incubo del Muro agitato da Donald Trump.

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Nel Nicaragua del sandinista Ortega
l’assedio alla chiesa degli oppositori

Nuove violenze in Nicaragua negli scontri con gli oppositori del presidente Daniel Ortega. L’ex leader sandinista, 72 anni, uomo forte della politica del paese centramericano da quarant’anni che guidò la rivolta contro la dittatura militare nel ’79, e tornato alla presidenza del Nicaragua nel 2007. Ma oggi è duramente contestato dalla popolazione e dalle forze di opposizione che ne chiedono le dimissioni. Gli ultimi scontri tra i manifestanti, armati di mortai rudimentali, e la polizia si sono concentrati a Masaya, una volta roccaforte sandinista. Il bilancio è di cinque vittime, dopo l’assedio a una chiesa della città, venti chilometri a sud della capitale Managua, dove i sostenitori dell’opposizione avevano cercato rifugio dopo essere stati attaccati dalla polizia antisommossa e dalle milizie filogovernative.

Il Nicaragua del sandinista Ortega

La potente chiesa cattolica

Almeno 30 persone che erano asserragliate nell’edificio sono uscite dopo la mediazione dei vertici della chiesa locale, e i medici sono stati autorizzati a soccorrere i feriti. “Basta con le repressioni”, ha invocato monsignor Silvio José Baez, il vescovo ausiliare di Managua. Oltre 100 persone sono rimaste uccise in sei settimane di violenze divampate durante i cortei di protesta contro i tagli alle pensioni e alla sicurezza sociale. Tra queste anche un cittadino americano, rimasto vittima degli scontri a Managua. Un appello al dialogo è arrivato da Papa Francesco. “La Chiesa è sempre per il dialogo ma questo richiede impegno fattivo a rispettare la libertà e soprattutto la vita. Si assicurino le condizioni per la ripresa del dialogo”. L’ultimo avviso da parte della potente chiesa cattolica prima della rottura col regime.

Era la marcia delle madri

Il 30 maggio in Nicaragua si celebra la Giornata delle Madri, una ricorrenza che prevede persino il giorno libero dal lavoro. L’Alleanza civica che guida la rivolta ha organizzato una grande marcia per celebrare le ‘madri d’aprile’, quelle che hanno perso i figli nelle proteste. Ma Rosario Murillo, moglie di Ortega e vicepresidente, autoproclamandosi madre di tutti i nicaraguensi, organizza la sua celebrazione. I numeri parlano da soli, raccontano Gianni Beretta e Giovanna Neve, su il Manifesto: 38.000 a celebrare il governo, 320.000 alla mobilitazione più grande mai vista in Centroamerica. Un paio d’ore dopo l’inizio della Marcia delle Madri d’aprile, la polizia e le forze paramilitari attaccano la folla. Il bilancio è di 16 morti e più di 200 feriti. Per molti dei manifestati la salvezza è rifugiarsi nella Cattedrate.

Fine delle mediazioni possibili

Dopo il 30 maggio anche la Commissione di mediazione della Conferenza Episcopale si arrende. Il Fronte sandinista guidato dal Comandante e da Rosario Murillo, ha creato una dittatura silenziosa. «Un sistema di potere retto da un patto con la Chiesa e la grande impresa. Ma dopo i durissimi scontri nelle piazze, il Nicaragua è sull’orlo dell’esplosione. E per reprimerlo l’ex guerrigliero Daniel Ortega ormai si ispira al dittatore che rovesciò», denuncia Fabio Bozzato, su EastWest.  «Daniel Ortega e Rosario Murillo, marito e moglie, oltre che presidente e vice. Mai invece avrebbero pensato di finire accomunati a Anastasio Somoza, il dittatore che proprio loro, assieme ai giovani guerriglieri sandinisti avevano rovesciato in quella che è stata la rivoluzione più hippy degli anni ’70».

Le stesse violenza di Somoza

La repressione è stata fredda e violentissima. Video, foto e testimoni inchiodano militanti governativi armati e impegnati in aggressioni a freddo, assalti a giornalisti – uno è stato assassinato – e persino saccheggi ai supermercati per poi far ricadere la colpa sugli studenti. In decine di casi, la gente comune si è organizzata per proteggere i negozi. Cosa sta succedendo in Nicaragua? La scintilla è stata il decreto che alzava i contributi obbligatori della previdenza sociale in capo a lavoratori e imprese, assieme a un taglio del 5% delle pensioni per sistemare le casse dell’Istituto di sicurezza sociale, dissestato da sprechi e improvvidi investimenti immobiliari. Alla fine il decreto è stato ritirato. Ma ormai tutti, dagli studenti agli imprenditori, puntano a reclamare libertà civili e politiche dalla presidenza.

Nicaragua dopo il lungo sonno

Sembrava il Paese più tranquillo del Centroamerica, il Nicaragua: bassi indici di violenza, inflazione e deficit a freno, forte di ritmo di crescita ormai da anni. A febbraio, la missione del Fondo Monetario Internazionale aveva stilato un rapporto quasi entusiasta. «Gli Ortega credevano di aver anestetizzato il Paese. Credevano che il patto di ferro siglato con i gruppi di imprenditori più forti e con i vertici potenti della Chiesa potesse resistere a tutto», ancora Fabio Bozzato. «E il sandinismo si è trasformato in un delirio e il comandante e la compañera in due personaggi grotteschi». Nelle vie di Managua sono stati abbattuti gli ‘alberi della vita’ -simboli del potere sandinista- con lo stesso giubilo con cui era finita la statua di Somoza nei giorni della liberazione.

Il Nicaragua del sandinista Ortega
Il presidente Daniel Ortega e la moglie Rosario Murillo, vicepresidente

Imprenditori e Chiesa, la rottura

La Cosep, l’associazione di imprenditori, lunedì ha invaso la capitale. La Chiesa, finora stretta alleata degli Ortega col cardinale Obando y Bravo, ha svoltato col vescovo ausiliare Silvio José Baez che ha fatto dei suoi tweett un mezzo per informare il mondo sugli avvenimenti. «Per la prima volta in oltre dieci anni gli Ortega vedono incrinarsi proprio questa doppia e finora ferrea alleanza su cui avevano cementato il loro potere: gli imprenditori e la Chiesa». Il vescovo Baez ieri: “Non vedo condizioni per il dialogo: prima bisogna fermare la repressione, liberare i giovani arrestati. Sergio Ramirez, che di Ortega è stato vice-presidente tra il 1985 e il 1990, diventato un dissidente oltre che famoso scrittore, al Premio Cervantes, ha sintetizzato così: «Che il Nicaragua torni ad essere una repubblica».

Venezuela piange ma Maduro vince

News da agenzie: ‘Il presidente venezuelano Nicolas Maduro è stato rieletto con oltre 5 milioni di voti, su poco più di 8 milioni di voti (pari al 46% degli iscritti) espressi durante le elezioni di ieri’.
Affluenza ufficiale, un crollo rispetto alle ultime presidenziali del 2013, quando è stato del 79,69%, e alle ultime politiche di dicembre del 2015 con il 74,17%.
Anche per Maduro i risultati non risultano entusiasmanti, perché ha perso 1,7 milioni di voti dalla sua prima elezione nel 2013 -da 7,5 a 5,8 milioni- quando si impose su Henrique Caprile per poco più di 200 mila voti.
Polemiche subito
“Stiamo ottenendo il 68% dei voti, con 47 punti di distanza dal candidato che mente”, ha esultato Maduro nel suo primo discorso dopo l’annuncio della rielezione riferendosi all’oppositore Henri Falcon, che ha dichiarato di non riconosce la legittimità del voto.
“Il bugiardo respinge i risultati prima che siano stati dati: la prima volta nella storia. Non c’è più onore; non c’è molto che ci si possa aspettare da questa opposizione”.
Henri Falcon, il rivale: “Un voto indubbiamente privo di legittimità e in quanto tale non lo riconosciamo”, aveva detto il 56enne ex governatore chavista, che ha rotto il boicottaggio dell’opposizione e aveva dato legittimità a un voto che i critici in patria e fuori avevano condannato in anticipo.

Venezuela cattolico

Pochi minuti dopo l’apertura delle urne, un appello al Paese era stato lanciato da papa Francesco. “Desidero dedicare nuovamente un particolare ricordo all’amato Venezuela. Tutti si adoperino nella ricerca di soluzioni giuste, efficaci e pacifiche alla grave crisi umanitaria, politica, economica e sociale che sta stremando la popolazione, evitando la tentazione del ricorso a qualsiasi tipo di violenza”, aveva detto il pontefice.
“Incoraggio le autorità del paese – ha aggiunto – ad assicurare il rispetto della vita e dell’integrità di ogni persona, specialmente di quelle che, come i detenuti, sono sotto la loro responsabilità”.

Venezuela petrolifero

È un Venezuela in fiamme, di contrapposizioni forti con le elezione ridotte ad un’altra tappa di una guerra politica ed economica tra due fazioni: i sostenitori del presidente Nicolas Maduro e gli oppositori frantumati, uniti solo dall’avversione al governo. In gioco il futuro di 31 milioni di abitanti di un Paese ricchissimo di petrolio e poverissimo di tutto il resto. Ma il vero ‘grande gioco’ coinvolge gli equilibri geopolitici delle Americhe, rispetto alla forniture energetiche. Interessi e alleanza contrapposte.
Cina, Russia, India e Cuba, a favore di Maduro.
«Stati Uniti vicini all’opposizione che si nutre della speranza di un soft-ribaltone, sostenuto appunto da Washington che venerdì per la prima volta ha accusato Maduro in persona di profittare del narcotraffico», ricorda Roberto Da Rin su il Sole24Ore.

Venezuela ideologico

Il realtà tutti i candidati -e anche molti analisti e osservatori esterni- guardano più alle alleanze politiche internazionali che al risanamento economico del povero Venezuela. In un Paese travolto da un dramma sociale ed economico e dilaniato dalle ideologie. Il socialismo del XXI secolo, invenzione dell’ex presidente Hugo Chavez, o l’ultraliberismo degli oppositori, incorporano una forte componente ideologica.
Servono invece riforme radicali, anche queste ovviamente contrapposte.
Versione vicina al governo: la diffusione del “petro”, il bitcoin venezuelano, misure contro la speculazione finanziaria, un sistema di produzione che che tagli gli artigli ai potentati economici.
Versione liberista: più fiducia al mercato, meno statalismo, attenzione alla spesa pubblica e meno sussidi e servizi sociali affiancati da un rilancio dell’iniziativa privata. Comunque sia, cambio profondo necessario, prima che esploda tutto.

Presidenziali Venezuela

El Pibe de Oro Maradona
con Chavez e per Maduro

Presidenziali Venezuela. L’opposizione frantumata che chiede il boicottaggio del voto, una corsa a tre tra il presidente in carica Maduro, l’ultraliberista Henri Falcon che promette di riaprire il Venezuela al mondo e il pastore evangelico di origine italiana Javier Bertucci per i diritti degli ultimi.
Il vincitore erediterà un Paese nel mezzo di una grave crisi economica e sociale, con milioni di persone che soffrono di carenza di cibo e medicinali, iperinflazione e crescente insicurezza. Da 10 Paesi dell’America Latina con Spagna e Stati Uniti la condanna del ‘regime autoritario’ di Maduro.
Una lettura politico economica molto filo americana contestata dal fronte opposto, rivangando antiche contrapposizioni. Sondaggi danno un pareggio tra Maduro e Falcon, ma l’astensione dovrebbe favorire il presidente perché lo ‘chavismo’ -si valuta- ha uno zoccolo duro di consensi del 25%.

L’opinione di Piero Orteca

La fotografia più efficace del Venezuela contemporaneo l’ha fatta il sito web della BBC, la mitica televisione britannica, mostrando un pugno di banconote locali sparse in un tombino delle fognature. Didascalia: non perdete tempo a raccoglierle (si trattava di pezzi da 100 Bolivar) perché valgono meno della carta straccia; qualche decimo di centesimo di dollaro. Insomma, nessuno rischia un colpo di sciatica per abbassarsi a raccattare quella che è ritenuta solo spazzatura. Claro? Parliamo del Venezuela, perché oggi nel Paese sudamericano si vota per le presidenziali e, per non farla troppo lunga, vi diciamo che già si sa che a vincere sarà l’attuale “Líder Máximo”. Nicolás Maduro. Degno erede della buonanima di Hugo Chavez, morto nel 2013 dopo millanta anni di potere gestito distribuendo “sportule” e “panarelli”.

Cioè né più e né meno di quello che facevano alcuni politici italiani d’antan, adusi a comprarsi il consenso della povera gente a via di pacchi di pasta e scarpe “spaiate” (dato che la seconda calzatura veniva elargita solo dopo le elezioni). E che nessuno si permetta di tirare in ballo Carlo Marx, perché da quelle parti il comunismo, benché “ispiratore” (a chiacchiere) della “lucha” feroce contro il capitalismo delle multinazionali e dei “fazenderos”, è stato spesso una caricatura. Manco lontano parente del castrismo cubano. Ma da dove arrivava il “welfare” in salsa latino-americana, così generosamente esibito da Chavez, che proprio su cotanta politica economica della Befana (o di Babbo Natale, fate voi) aveva costruito il suo regno? Ma dal petrolio, è ovvio. Bastava fare un fosso per terra e usciva greggio a fiumi.

Attenzione, però: zero tecnologia, zero investimenti produttivi e zero valore aggiunto. Insomma, per metà della popolazione, passata subliminalmente dal non avere un lavoro ad avere uno stipendio (o quasi) grattandosi, ehm…ehm, diciamo la pancia, Chavez è stato una cuccagna. Tanto, pagava Panatalone, cioè quelli che avevano la…sfortuna di lavorare e che erano costretti a mantenere, direttamente o indirettamente (grazie al welfare “drogato”) i “pobrecitos” emarginati dall’America, dal grande capitale, dalla Chiesa e da chi più ne ha più ne metta. E siccome tale “lumpenproletariat”, tra torti sociali, convenienza a dichiararsi alla fame e prebende che calavano dall’alto, è diventata maggioranza nel Paese, ecco che Chavez ha continuato a vincere elezioni.

Morto un re se n’è fatto un altro (Maduro), ma con la non trascurabile avvertenza che i soldi stavano finendo e che, assieme ai dollari, stava finendo anche la pazienza dei “peones”, improvvisamente messi a digiuno dal regime. Di classe media manco parliamo. La sua unica funzione è stata quella di pagare i sussidi che permettevano ai “pobrecitos” di mangiare e di sostenere il regime. Ma siccome la matematica non è un’opinione, dopo aver saccheggiato le casse dello Stato, oggi Maduro riesce a mantenere solo un 20% di clientes. Gli altri, a cominciare dai giovani, gli si sono in gran parte rivoltati contro. Vincerà? La strategia è quella di mettere assieme di tutto e di più: emarginati, sottoccupati, disoccupati, privilegiati del partito, poliziotti, funzionari dello Stato, generali dell’Esercito e, persino, tre quarti della Corte Suprema. Mentre il resto della popolazione paga.

Stiamo parlando di un 80% di venezuelani in disaccordo su tutto. Anche fra di loro, perché Henri Falcòn, l’unico vero avversario di Maduro, si presenta alle elezioni nonostante sia stato sconsigliato dal resto dell’opposizione. All’estero sanno della pantomima e hanno già messo le mani avanti: se a vincere sarà l’attuale Presidente, probabilmente non lo riconosceranno. D’altro canto, lui ha fatto mirabilie in economia (è puro sarcasmo), causando un’inflazione al 14 mila%, portando i salari reali medi (al netto del cambio al mercato nero) a ben 2 (due) dollari al mese e facendo scappare dal Venezuela una massa di 5 mila compatrioti al giorno. La velocità con cui si deprezza il Bolivar, ricorda quella con cui perdeva valore il marco tedesco di Weimar, dopo la Prima guerra mondiale.

 

TIFOSI IN CAMPO

Dollaro forte di Trump uccide
l’economia dell’America latina

Argentina di nuovo a rischio crac: vola l’inflazione, crolla il peso e la Banca centrale porta i tassi al 40%. Tensioni popolari. Tremano tutte le valute dei Paesi emergenti. È accaduto quando i rendimenti dei titoli di Stato decennali Usa hanno superato la soglia del 3%, era il 24 aprile scorso, e su tutti i mercati finanziari -scrive chi se ne intende- ‘è cambiato il mondo’. Il dollaro ha toccato il massimo del 2018 sulle principali valute mondiali. Per contro sono scese sui minimi dell’anno l’euro e la sterlina.
Ma soprattutto il terremoto ha colpito le valute dei Paesi emergenti, con danni aggravati spesso da crisi interne. Ed ecco la lira turca che è crollata sui minimi storici, con Erdogan in versione elettorale che adesso trema, e tante valute sudamericane si sono indebolite. Ma in Argentina è molto di più.. Tassi di interesse da usurai, al 40%. ‘Un vero e proprio terremoto globale’, valuta il Sole24ore.

Don’t cry for me Argentina

Dunque, Argentina di nuovo nell’occhio del ciclone dei mercati, quasi travolta dalla continua altalena tra crescita sostenuta e improvvisi baratri che la portano a un passo dal precipizio. Come detto, la banca centrale ha rialzato i tassi d’interesse al 40%. Il problema dell’Argentina è l’inflazione, che viaggia al 25%. Crisi sopratutto finanziaria e speculativa, dicono gli esperti.
Buenos Aires è reduce da un 2017 economicamente in ripresa, con una crescita del Pil vicina al 3%, dopo il -1,8% dell’anno precedente. Secondo le recenti stime del Fmi, la crescita argentina dovrebbe proseguire al 2% quest’anno per poi salire al 3,2 il prossimo e al 3,3 nel 2020. Ma ovviamente tutto dipende dalle fratture che lascerà questo shock.

Dopo il dramma bond 2001

Dopo il dramma del default del 2001 e gli anni del protezionismo di Cristina Kirchner, è finita la luna di miele fra il presidente Mauricio Macrì e gli investitori. ‘Cambiemos’ era lo slogan. Ma a un anno e mezzo dalle ultime elezioni, il peso argentino è la peggiore fra le maggiori valute emergenti quest’anno, con un crollo del 19% da gennaio. Una discesa senza segni di discontinuità dal 2001 ad oggi che alimenta a sua volta l’inflazione. Analisti Cassandre, parlano di crisi dei Paesi emergenti partita dai paesi con meno anticorpi. E vengono citati come esempio, il crollo della lira turca, -10,4% quest’anno, e del rublo, -9%. Con Macrì, premier di centrodestra, costretto a fare i conti da una parte con la finanza estera, dall’altra con un malcontento popolare che torna a farsi sentire: dopo gli scontri di fine 2017 sulle pensioni, è braccio di ferro con i sindacati che chiedono aumenti per mantenere i salari al passo con l’inflazione.

 

A PRESCINDERE DAI PERON
LA BELLISSIMA ARGENTINA DI MADONNA