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venerdì 6 Dicembre 2019

America latina

‘Arco Minero’ e strategia del terrore

«Il commando è arrivato dopo il tramonto. Tutti uomini vestiti di nero e pesanti fucili a tracolla, alcuni con il volto coperto. All’improvviso hanno cominciato a fare fuoco sulla comunità di Ikabarú, nel municipio della Gran Sabana venezuelana, non lontano dal confine con il Brasile. Nove persone sono rimaste uccise, tra loro anche un ragazzo di 17 anni e un esponente della Guardia nacional». Il racconto senza sconti di Lucia Capuzzi  su Avvenire. La strage – la terza in meno di un anno, ha denunciato il vicario apostolico del Caroní, Felipe González – è avvenuta venerdì ma solo ora la notizia è uscito dall’Amazzonia venezuelana per circolare a livello internazionale.

Dove e cosa sta accadendo

«È stato un massacro indiscriminato. Vogliono terrorizzarci», denunciano i 2500 abitanti di Ikabarú che denunciano la pressione sulla zona, legalmente riconosciuta come riserva indigena. Ikabarú, però, si trova nel cosiddetto “Arco minero”, area ricchissima di oro e altri metalli preziosi. Dal 2016, il governo Maduro  l’ha definita «zona di sviluppo strategico nazionale» e ha autorizzato l’estrazione. Ma ad oltre tre anni dall’avvio del progetto, non c’è ancora alcuna mappa completa delle concessioni accordate, fatto che fa sorgere forti dubbi sulla trasparenza dell’iniziativa, la critica legittima.

‘Camimpeng’ e forze armate

Unica presenza statuale in zona è Camimpeng, ente amministrato dalle forze armate. Nel territorio non si vedono aziende ma vari gruppi armati – i cosiddetti “sindicatos” – che sulla base di non si sa quale concessione, reclutano la manodopera e impongono le diverse fasi del processo di lavorazione della ricerca dell’oro . «Il tutto sotto lo sguardo indifferente dei militari. E contro i “sindicatos” puntano il dito gli abitanti di Ikabarú per difendere la loro storica estrazione di oro praticata su scala artigianale dalla comunità.

Bande armate di chi e per chi?

Alza la voce la chiesa venezuelana, denuncia l’organizzazione per i diritti umani Provea. Tutti di colpo distratti da quelle parti? «Insolito (eufemismo  per dire fortemente sospetto) che, né i militari né i servizi di sicurezza presenti in forza nella zona siano intervenuti per impedire a quella bande armate di spadroneggiare». Chiesta un’indagine per verificale eventuali responsabilità e connivenze. «Le autorità devono risolvere questi casi nel rispetto della giustizia, senza trovare comodi capri espiatori», mette le mani avanti il vescovo González in una lettera aperta.

Una vita consumata da sola?

«Sono state realizzate con il maggior scrupolo possibile tutte le indagini e queste portano a scartare la partecipazione di un terzo in questa triste vicenda». Salvo aggiungere in conclusione, «Almeno fino a quando le indagini, ancora in corso, non saranno concluse definitivamente». Nessun assassino o peggio, salvo novità d’indagine. La morte di Daniela Carrasco, in arte “La Mimo”, avvenuta tra il 19 e il 20 ottobre scorso, all’inizio della protesta che ha scosso il Cile, sarebbe, dunque, un suicidio. I medici forensi non hanno trovato, al momento, segni di tortura né di stupro sulla 36enne. A sostenerlo non è un’istituzione legata in qualche modo all’apparato governativo fortemente sospettabile, ma  l’associazione delle avvocate femministe cilene, Abofem, che ha assunto la rappresentanza legale della famiglia dell’artista deceduta.

Solo la verità onora Daniela

Per rispetto a Daniela Carrasco, l’organizzazione ha rivolto, via Twitter, un appello ai media a rivedere la notizia di torture e violenza e assassinio de ‘La Mimo’ diffuse via social e comparse, soprattutto in Italia su quasi tutti i principali quotidiani (Remocontro compreso), «per non ferire la memoria di Daniela e dei suoi cari e non screditare il movimento sociale». Tutto è cominciato la settimana scorsa quando qualcuno ha filmato con un cellulare la protesta di un gruppo di donne nel quartiere Pedro Aguirre Cerda di Santiago, il luogo dove è stato trovato il corpo impiccato di “La Mimo”. Alcuni partecipanti, in quell’occasione, sostennero di aver visto Daniela Carrasco, il giorno prima, lasciare una marcia in compagnia di due Carabineros. Più che legittimo il sospetto con possibile aggiunta di sospetti popolari che si autoalimentano.

Le violenze diffuse e sospette

Le affermazioni delle manifestanti mescolate ad altre violenza conclamate, hanno creato la «vera storia dell’omicidio di Daniela». Così Daniela Carrasco -soprattutto in Italia- si è tramutata nell’emblema della violenza sulle donne, alla vigilia della Giornata mondiale dedicata a tale piaga. Un dramma tragicamente reale in Italia, in Europa e in Cile. Soprattutto nel Cile di ‘La Mimo’  dove l’Istituto nazionale per i diritti umani ha documentato «gravi e numerose violazioni» sui dimostranti da parte dei Carabineros.

Indagini in corso e virtù del dubbio

Nella lista dei casi non si può annoverare ‘la Mimo’, «Almeno fino a quando le indagini, ancora in corso, non saranno concluse definitivamente», leggiamo, e finalmente nella smentita si concede lo spazio del dubbio (con qualche tono di censura professionale) preteso dagli altri. Indagini in corso e prudenza, ma per tutti. Come sulla morte di Albertina Martínez Burgos, fotografa freelance che ha raccontato le proteste, il cui corpo senza vita è stato trovato, giovedì scorso, nel suo appartamento di Santiago. Sospetti anche su quella morte.

AVEVAMO DETTO

Pareggio ma vince il Centrodestra

Presidenziali in Uruguay, conteggio all’ultimo voto e per conoscere ufficialmente il nome del vincitore bisognerà attendere ancora qualche giorno: circa 30mila voti a vantaggio del candidato conservatore Luis Lacalle Pou, del Partido Nacional (centrodestra), su quello del Frente Amplio Daniel Martínez (centrosinistra). «La sostanziale parità tra i due candidati sorprendente, -commenta Claudia Fanti-, considerando che i sondaggi davano Lacalle Pou in vantaggio anche di 7-8 punti». Rimonta del candidato del Frente Amplio ma la destra può già cantare vittoria, è ammissione generale.

Il Fronte Ampio non basta

«Sta dunque per concludersi il ciclo dei 15 anni di governo del Frente, la coalizione di centro sinistra che ha visto alternarsi alla presidenza Tabaré Vázquez (2005-2010), José Mujica (2010-2015) e di nuovo Vázquez (2015-2019) , caratterizzato da una crescita costante del Pil, aumento dei salari e delle pensioni, dalla riduzione del tasso di disoccupazione e dell’indice di povertà e da importanti leggi in materia di diversità sessuale (matrimonio omosessuale), riproduzione (legalizzazione dell’aborto) e droghe (legalizzazione della marijuana)».

Benessere ma non soltanto

Ma le conquiste ottenute, né l’esempio ‘fortemente dissuasivo’ dai governi neoliberisti dei paesi vicini hanno convinto l’elettorato uruguayano a scommettere ancora sul Frente Amplio, accusato di un graduale slittamento verso posizioni conservatrici (deforestazione ed estrattivismo a vantaggio delle imprese transnazionali): destra per destra, la svolta verso quella originale, salvo prossimi pentimenti.

Timori sul prossimo futuro

Timori per l’Uruguay coinvolto nella restaurazione neoliberista in Argentina, in Ecuador e in Cile. Benche bocciata la riforma sulla militarizzazione della sicurezza pubblica, i militari tornano pericolosamente protagonisti col generale di estrema destra Guido Manini, terzo alle elezioni con circa l’11% dei voti con il partito ‘Cabildo Abierto’, sostenuto da ex militari coinvolti in casi di tortura e sparizioni forzate durante la dittatura dal 1973 al 85.

Brasile Bolsonaro e il fascismo

Un nuovo partito per il presidente Bolsonaro (Bolsonazi ormai per i suoi molti avversari), il decimo nella sua girandola politica, ‘Aliança pelo Brasil’, nato dalla costola (ancora) più fascista del già estremista Partido social liberal (Psl), «la forza politica con cui è arrivato alla presidenza del Brasile e da cui è uscito per i sempre più gravi dissapori con il presidente Luciano Bivar». A presiedere il partito sarà lui stesso e a fargli da primo vicepresidente sarà il primogenito Flávio. Partito di famiglia. Alla prima convenzione nazionale dell’Aliança pelo Brasil, spunti di programma.

BolsoNazi oltre il fascismo

Ingredienti e contorno. Militanti con magliette inneggianti al torturatore della dittatura Brilhante Ustra, offese ai giornalisti, riferimenti a Dio e alla religione, battutacce a sfondo sessuale e slogan anticomunisti («La nostra bandiera non sarà mai rossa»). E, soprattutto, la presentazione di un quadro con il nome del partito completamente fatto di proiettili calibro 38 della famosa pistola, numero 38 di lista con cui si presenterà alle urne. La promessa di «lottare per garantire a tutti i brasiliani il diritto al porto d’arma», e «affiancare la lotta per restituire a Dio il suo posto nella vita, nella storia e nell’anima dei brasiliani».

Mancano 500mila firme e una testa

Per il vero esordio del partito bisognerà aspettare le 500mila firme in almeno nove stati della federazione. Ma è già scontro sul «partito delle milizie», riferimento ai legami del clan Bolsonaro con le bande paramilitari di Rio de Janeiro coinvolte nell’omicidio di Marielle Franco, per cui ora è indagato anche il figlio Carlos. Spinte al peggio, vedi la richiesta di un atto di omaggio a Pinochet di un deputato ‘bolsonaro’ nell’Assemblea legislativa dello stato di São Paulo. Ma è folclore politico di ‘distrazione di massa’ rispetto alla grave crisi che sta colpendo in più grande Paese dell’America latina.

AMERICA LATINA

Iván Duque, corruzione e incapacità

L’enorme sciopero nazionale di giovedì scorso, ma la mobilitazione del popolo colombiano contro il governo di Iván Duque prosegue. E insieme alle proteste, continuate con scontri e blocchi stradali, è seguita, inasprendosi, anche la repressione. «Per garantire la sicurezza di tutti gli abitanti della capitale», la nobile motivazione del sindaco di Bogotà Enrique Penalosa, che impone coprifuoco dalle nove di sera, «annunciando il dispiegamento di 4mila soldati e di diversi corpi della polizia, i quali avrebbero eseguito già 230 arresti per gli atti vandalismo registrati in vari punti del paese», precisa Claudia Fanti.

Dopo le Farc il quasi nulla

A tre anni dalla firma finale dell’accordo di pace tra governo colombiano e il gruppo guerrigliero delle Farc, sottoscritto a Bogotá il 24 novembre 2016 dopo 53 anni di conflitto, restano fortissime tensioni di carattere politico sociale. Negli slogan dei manifestanti l’invito a difendere l’accordo con le Farc, ma le proteste si concentrano soprattutto contro le politiche economiche del presidente Ivan Duque. Paese dove la disuguaglianza è sempre stata forte e dove la corruzione sembra regola. Non solo caso colombiano ma malattie del potere e rabbia popolare di risposa in Cile, in Argentina, in Venezuela

L’opposizione accusa

Con tanto di denuncia presentata alla Procura generale dal presidente della Commissione per la pace del Senato Roy Barreras, proprio quei vandalismi e violenza sospette sarebbero stati indotti proprio  «per delegittimare la protesta pacifica». «Ci sono video, ci sono denunce. Esiste forse una strategia dello stato diretta a seminare il panico e a rispondere con la repressione alle richieste di cambiamento?», si è interrogato il senatore, con risposta incorporata nella domanda. «Davvero nulla di strano, se così fosse – è riferito sul Manifesto- per un paese in cui l’esercito è arrivato, negli anni del conflitto, ad assassinare civili innocenti facendoli passare per guerriglieri delle Farc uccisi in combattimento, in maniera da esaltare l’efficienza repressiva delle forze armate (e intascare i relativi premi)».

Pentimenti di governo

Un giovane è rimasto gravemente ferito a Bogotà, colpito alla testa da un ordigno lanciato dall’ Escuadrón  Móvil Antidisturbios, la polizia antisommossa. Il presidente se ne dispiace via twitter e promette rigore e rimedi. «Colmare le lacune sociali, combattere la corruzione in modo più efficace e costruire una pace con tutti noi insieme». Chi sa cosa finora è stato lì a fare. Tre le persone uccise da quando l’ondata di proteste è iniziata. La stampa colombiana riporta di disordini e incarcerazioni in altre parti del centro di Bogotà e l’intervento duro di polizia per disperdere i partecipanti. Coprifuoco dichiarato e violato. Proteste anche nelle città di Cali e Bucaramanga. Per l’attentato dinamitardo a Santander de Quilichao, nel dipartimento di Cauca, le autorità lo attribuiscono a dissidenti dell’ex movimento di guerriglia delle FARC, e non legato alle proteste popolari in corso.

«In Colombia si sta consumando un genocidio»

La neo-sindaca di Cubarà, una delle due prime cittadine indigene elette alle recenti amministrative, racconta il dramma delle popolazioni native in un paese tutt’altro che pacificato: «Il conflitto si è complicato, con nuovi cartelli narcos, nuovi paramilitarismi e la ripresa delle armi da parte di alcuni settori delle Farc. Noi siamo nel mezzo». Il “paro” nazional è stato dedicato anche ai 15 ragazzini uccisi dall’esercito in agosto durante un’operazione contro la guerriglia

Francesca Caprini sul Manifesto

La bandiera multicolore del Tahuantisuyo, l’antico impero incaico in Bolivia, la giornata di Paro Nacional, lo sciopero generale di giovedì in Colombia promosso per primo dal Cric, il Consiglio regionale indigeno del Cauca, all’indomani dell’eccidio, lo scorso 29 ottobre, di otto Nasa. Fra questi la giovane governatrice Cristina Bautista, autorità ancestrale Neehwe’sx del territorio indigeno Tacueyó. Lo sciopero nazionale di giovedì e la proteste che continuano sull’onda dell’indignazione indigena dei problemi di tutti. «Colombia, paese straziato da un conflitto interno che non ha smussato i suoi picchi di violenza, con lo sdoganamento degli Accordi di Pace fra governo e Farc nel 2016 ma anzi, sta conoscendo una nuova epoca di efferata violenza che vede nel continuo assassinio di leader indigeni uno dei suoi tasselli principali».

Narcotraffico, neoparamilitarismo

Aura Tegria, sindaca neoeletta di Cubarà ed esponente del popolo indigeno U’wa. «Nel nostro Paese si sta consumando un genocidio indigeno. Il conflitto si è complicato, con nuovi cartelli del narcotraffico, neoparamilitarismo e la ripresa della lotta armata da parte di alcuni settori delle Farc. Noi siamo nel mezzo, abitiamo terre ricche di risorse ma promuoviamo la pace e la sacralità della Natura: per questo i popoli indigeni in Colombia vengono criminalizzati, insultati, uccisi». Storica la battaglia dei popoli U’wa contro la multinazionale petrolifera Oxi che voleva rubarsi terra e petrolio. Ancora Aura Tegria, «Come la maggior parte dei popoli originari soffriamo la povertà, non abbiamo accesso alla salute e a una degna educazione, perché è stato tutto privatizzato. L’unica presenza che il Governo prevede è quella relativa alla militarizzazione del territorio».

Dopo la strage di Sentaka

El Alto, ieri, i funerali dei nove manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza che godono della impunità decisa dalle neo e auto nominata presidentessa che litiga se il suo (&Co) è stato golpe o non golpe. Alla ricerca di una qualche legittimazione che rende nuovamente presentabile la Bolivia agli occhi del mondo, nuove elezioni di corsa e di cattiveria. La Bolivia andrà presto al voto e lo farà senza Evo Morales né Álvaro García Linera suo vice. Non molto chiara la scelta politica del partito di Morales sul loro candidati a presidenza e vicepresidenza (omaggio ai due esiliati?), contando di vincere come maggioranza in Parlamento. Molto rischioso ma forse necessario per questioni interne ancora aperte sulla discussa candidatura di Evo Morales con forzatura costituzionale al seguito.

Nuove elezioni e nuove regole

Due progetti di legge presentati rispettivamente dal Mas e dal ‘governo de facto. Tre punti: 1) annullamento delle elezioni del 20 ottobre, 2) designazione del nuovo Tribunale elettorale, 3) nuove elezioni nel più breve tempo possibile. Buone intenzioni a parole, molti rischi alle spalle. «Una sollecitazione a convocare «urgentemente» elezioni libere e trasparenti è venuta pure dal Consiglio permanente dell’Organizzazione degli stati americani, che, in mezzo alle critiche ricevute per il suo controverso rapporto smentito da altri esperti sulle ‘gravi irregolarità’ nelle elezioni del 20 ottobre».

Monito al quasi governo di auto insediamento, «a porre immediatamente fine alla violenza, a garantire il pieno rispetto dei diritti umani e a promuovere la riconciliazione del paese».

Riconciliazione ancora lontana

«Le proteste contro il golpe non accennano a diminuire, con blocchi stradali su almeno sedici autostrade del paese e la minaccia di chiudere anche l’accesso all’aeroporto internazionale. E in risposta alla strage a Senkata, dove il bilancio dei morti è salito a nove, i dirigenti contadini delle venti province di La Paz e una delle sezioni della Federación de Juntas Vecinales hanno anzi annunciato la radicalizzazione delle misure di protesta». Cenni di pentimento per l’azzardo governativo sul famigerato decreto che ha autorizzato l’uso di armi da fuoco durante le proteste e liberato da ogni responsabilità penale il personale delle forze armate chiamate in campo, annota Claudia Fanti .

I trattativisti e i duri catto-fascisti

«Ma se da una parte il governo de facto cerca di abbassare la tensione con i manifestanti, dall’altra non intende affatto rinunciare alla persecuzione degli alti dirigenti del Mas». Il deputato Rafael Quispe del partito di destra Unidad Demócrata ha presentato una denuncia, già dichiarata ammissibile dalla Procura boliviana, contro Morales sollevazione armata al terrorismo. Peggio il ministro dell’Interno Arturo Murillo che, sull’audio di una telefonata di Morales che incita a «dare battaglia dura ai fascisti e razzisti», presenterà contro di lui una denuncia alla Corte dell’Aja per crimini contro l’umanità (in difesa di fascisti e razzisti?).

Bolivia, ancora Plan Condor II?

Il rischio che in Bolivia il peggio possa ancora venire, per le spinte interne di cui appena detto, ma anche da quelle più pericolose perché più potenti e occulte che arrivano dall’esterno. Memoria storica di golpe latino americani di tutte le forme e misure. Colpi di Stato militari, giudiziari, parlamentari e presidenti doppi e tripli di autonomia e benedizioni esterne, denuncia Adolfo Pérez Esquivel, il pacifista argentino, vincitore del premio Nobel per la Pace nel 1980. E la sua denuncia nei confronti degli Stati uniti «che non vogliono perdere il controllo continentale e che, come negli anni Settanta, favoriscono colpi di Stato imponendo la dottrina della sicurezza nazionale e attuando il Piano Condor II».

Sofferenze dei popoli latini

  • «È necessario che le organizzazioni sociali, culturali, politiche si uniscano nella richiesta di dimissioni del segretario generale dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani) Luis Almagro, per le sue colpe nella crisi in Bolivia, legate all’irresponsabilità nella verifica dei voti alle ultime elezioni, e alla sua dipendenza dalla politica Usa. Almagro è un pericolo per le democrazie, in America latina».
  • «È urgente che l’Onu mandi una commissione di inchiesta che possa gettare le basi per raggiungere la pace e fermare la violenza omicida. Occorre esigere il ritiro immediato delle forze armate dalle strade e dalle campagne della Bolivia. Basta con la repressione e i morti».
  • «Per ricordare l’esortazione di monsignor Oscar Romero, nessun soldato è obbligato a obbedire a ordini ingiusti contro il proprio popolo».
  • «È necessario che il popolo boliviano si autoconvochi in una Assemblea costituente e chieda elezioni senza rinvii».
  • «Siano avviate inchieste sulle morti provocate dall’esercito e dalle forze di sicurezza. Cessino le discriminazioni, le persecuzioni, il razzismo».
  • «E sia rispettata la pluralità del popolo boliviano».

‘Guaidó boliviana’ e non è complimento

Neppure il tempo di farci imparare il suo nome dal passato ignoto, e la presunta presidente boliviana fatta in casa dal suo partito di minoranza, di corsa a nominare i nuovi vertici militari a lei fedeli e un improbabile governo. «È stata una corsa contro il tempo quella delle forze golpiste. Con un obiettivo preciso: mettere il mondo davanti al fatto compiuto e non dare tempo al Movimiento al Socialismo di riorganizzarsi», la valutazione politica di Claudia Fanti, ma lei scrive sul Manifesto ed è politicamente ‘sospettabile’.

  • Ecco allora  Rocco Cotroneo sul Corriere della Sera. «Per mezza Bolivia è una usurpatrice, il volto del golpe contro Evo Morales; per l’altra metà il simbolo della liberazione, per ritrovare la democrazia». Ex presentatrice tv, avvocata, del partito conservatore Unidad  Democratica, entrata in politica per caso, sua stessa ammissione, grazie alle ‘quote rosa’ volute da Morales.
  • Sole24ore, confindustria, «Nomina senza quorum accuse di golpe». «La nomina che rischia di far precipitare il Paese dal vuoto di potere nella guerra civile, è avvenuta nonostante le sedute di Camera e Senato non avessero raggiunto il quorum per l’assenza dei parlamentari del governativo Movimento al socialismo che controllava i due terzi delle due Camere.
  • «Così, l’autoproclamata presidente Jeanine Áñez, già ribattezzata come la Guaidó boliviana, si è affrettata, dopo lo show del suo ingresso al Palazzo Quemado con la bibbia in mano, a nominare nuovi vertici militari, incassando lo scontato riconoscimento di Trump e di Bolsonaro e, per quel che vale, proprio di Guaidó, l’iniziatore della pratica delle autoproclamazioni».

Ma c’è la vera presidente del senato

Una fretta giustificata dalle rivendicazioni della vera presidente del Senato Adriana Salvatierra (non la seconda vice), la legittima sostituta di Moralea Costituzione alla mano, che ha denunciato di essere stata bloccata e malmenata dalla polizia al suo ingresso nell’Assemblea legislativa. Una mossa che -se insistono a far finta che non sia stato un vero colpo di Stato- rimetterebbe tutto in discussione, dal momento che, se le sue dimissioni approvate dal Parlamento  rientrassero, è a lei che spetterebbe la presidenza ad interim.

Democrazia parlamentare si difende

Intanto i parlamentari del Mas, maggioranza assoluta, in una regolare sessione alla Camera dei deputati, hanno eletto come nuovo presidente della Camera Sergio Choque, il quale ha annunciato un progetto di legge per riportare l’esercito nelle caserme e lasciare alla polizia il compito dell’ordine pubblico. Confusione e provocazioni. La nuova ministra degli Esteri Karen Longaric, di legittimità dubbia, ha subito anticipato di voler sostituire gli ambasciatori fedeli a Morales con «persone migliori e più efficienti». Un compito forse non così compatibile con il «carattere strettamente provvisorio» che la presidente ad interim ha attribuito al suo governo, ribadendo la necessità di riconciliare il paese, restaurare la pace sociale e realizzare di libere elezioni.

Provocazioni burocratiche e rabbia vera

«Di pace sociale, al momento, neanche l’ombra». Dalla città di El Alto, roccaforte aymara di Evo Morales, migliaia di persone sono scese a La Paz per denunciare il colpo di stato e protestare contro l’autoproclamazione della senatrice Áñez, affrontando la repressione della polizia e dei militari. Lo stesso è avvenuto a Montero e a Yapacani, nel dipartimento di Santa Cruz, dove le forze di sicurezza hanno sparato contro i manifestanti facendo salire a 10 il bilancio attuale dei morti. Paese in bilico, sull’orlo della guerra civile. Ed è Morales  dal suo esilio in Messico a invocare un dialogo nazionale, chiedendo la mediazione dell’Onu, dei paesi europei e di papa Francesco.

L’analisi di Ramiro Saravia

In Bolivia «solo con un massacro potranno trionfare le destre», dichiara Ramiro Saravia a Andrea Cegna, Gianpaolo Contestabile. Lui coordina La Tinku, rete che si occupa di organizzare attività culturali e sociali delle comunità indigene. Della rete fa parte l’unico centro sociale occupato della Bolivia, La Tinkuna. «Non hanno mai digerito un presidente indio come Evo e ora si vendicano con i leader contadini. Ma gli indigeni sono come un formicaio, se li disturbi escono dalle loro comunità e bloccano tutto». «Questa settimana si definirà se la destra riuscirà a consolidare il golpe o se i movimenti sociali riusciranno a fermarlo, permettendo alla presidentessa del Senato Adriana Salvatierra di guidare il parlamento, dove il Mas ha ancora la maggioranza».

Destra e voglia di massacri

«Questa settimana si definirà se la destra riuscirà a consolidare il golpe o se i movimenti sociali riusciranno a fermarlo, permettendo alla presidentessa del Senato Adriana Salvatierra di guidare il parlamento, dove il Mas ha ancora la maggioranza». «Le organizzazioni contadine e sindacali sono sul piede di guerra e non si parlerà di elezioni finché i golpisti non se ne andranno. I bianchi delle zone urbane e ricche come Santa Cruz, non hanno mai mandato giù che fosse un indio come Evo a governare e ora stanno uscendo fuori per vendicarsi. Ma gli indigeni sono come un formicaio, se li disturbi escono dalle loro comunità e scendono a migliaia e bloccano tutti gli accessi alle città. Solo con un grande massacro la destra potrà trionfare. Per questo abbiamo bisogno dell’attenzione internazionale, perché le forze repressive hanno già iniziato a sparare contro i blocchi dei campesinos».

Jeanine Anez presidente di partito

La senatrice di opposizione Jeanine Anez del partito Unidad democratica, seconda vicepresidente del Senato, è stata dichiarata presidente ad interim della Bolivia dai parlamentari della sua formazione politica, contro la costituzione che impone il consenso di due terzi del parlamento. Il quotidiano El Deber, sottolinea che ciò è avvenuto nonostante le sedute di Camera e Senato non abbiano raggiunto il quorum costituzionale per l’assenza dei parlamentari del partito di maggioranza Movimento al socialismo, di Morales.

L’autonominata presidente, Bibbia in mano e Costituzione stracciata

Morales e l’autoproclamata

L’ex presidente esule in Messico, ha definito la nomina della senatrice Jeanine Anez una «autoproclamazione», a completamento del «golpe più subdolo e nefasto della storia». «Una senatrice di destra golpista che si autoproclama presidente del Senato e presidente ad interim della Repubblica senza quorum legislativo, circondata da un gruppo di complici e protetta da Forze armate e polizia». Il capo dello Stato dimissionario ha poi citato i molti articoli della Costituzione violati.

La presidente a metà Bolivia

Nel suo discorso dopo la nomina da parte del suo partito, Jeanine Anez, prima promette pacificazione, poi prova a colpevolizzare presidente e vice dimissionari, «abbandono delle loro funzioni», e i parlamentari della maggioranza assenti e non votati, con logica abbastanza audace. Resta il fatto che la Costituzione boliviana, sostengono i giuristi, prevede che affinché la rinuncia delle massime cariche dello Stato diventi effettiva le lettere di dimissioni debbano essere approvate dai due rami del Parlamento.

Ma la Bolivia trema e ribolle

I primi sette i morti negli scontri che stanno scuotendo il Paese da quando si è aperta la crisi costituzionale. Con i militari dalla parte dei golpisti la protesta nelle strade diventa «orda delinquenziale». E scatta la repressione con i primi accenni di ferocia che fanno temere il peggio. La gravità della situazione è stata sottolineata dall’ordine dell’amministrazione Trump, di far rientrare negli Stati Uniti i familiari dei dipendenti del governo americano che lavorano in Bolivia ed ha chiesto ai cittadini statunitensi di non recarsi nel Paese.

La trama, gli attori e le comparse

Il comandante generale delle Forze armate boliviane Williams Kaliman, lo stesso che ha ‘suggerito’ a Morales di rinunciare, era stato categorico: «Non ci scontreremo mai con il popolo». Quale parte di popolo? «L’ascesa politica di “Macho Camacho” (le formazioni catto-fasciste), che riporta la Bibbia o la resistenza dei “poncho rossi”?», la domanda retorica di Claudia Fanti. Esplicita da subito la ‘seconda vicepresidente del Senato Jeanine Áñez’ (pre autonomina a presidente), sollecitando i militari a fermare «le orde delinquenziali», vale a dire i militanti del  Movimiento al Socialismo di Evo Morales.

Evo Morales in Messico

Tra la quasi metà del paese che ha votato Morales, c’è anche chi è disposto a resistere, «come i migliaia di contadini dell’Altipiano tra cui i ponchos rojos, gruppi di combattenti aymara  che sono scesi in strada a El Alto al grido di ‘ahora sí, guerra civil’». E come la Confederación Sindical de Trabajadores Campesinos, che ha annunciato blocchi stradali in tutto il paese come forma di «resistenza generale al colpo di stato guidato da Carlos Mesa e soprattutto da Luis Fernando Camacho, leader del Comitato civico di Santa Cruz, da sempre bastione della ricca élite bianca di estrema destra».

Il ‘Bolsonaro boliviano’

Luis Fernando Camacho, imprenditore 40enne il cui nome compare nello scandalo dei Panama Papers, condivide politicamente molto il presidente brasiliano. Il soprannome di ‘Macho Camacho’, i costanti richiami a Dio, «con tanto di promessa, ripetuta per tre settimane, che la Bibbia sarebbe tornata al Palazzo di governo. Una promessa mantenuta pochi minuti prima della rinuncia di Morales, quando è entrato nell’antica sede del governo, il Palazzo Quemado, per depositarvi una bibbia insieme a una bandiera boliviana», mentre i suoi davano fuoco alla whipala, la bandiera dei popoli nativi.

Non solo destra fascista

Camacho e ogni altra espressione della destra, non esauriscono tuttavia l’elenco degli oppositori di Morales. Tra questi, anche gruppi di dissidenti del Mas, organizzazioni femministe e movimenti popolari che si sono opposti alla sua ricandidatura dopo il referendum perso nel 2016, una forzatura della Costituzione. Settori che dopo aver contribuito alla sua vittoria nel 2006, erano poi passati a denunciare il modello estrattivista nel Territorio Indigeno e nel Parco Nazionale Isiboro Sécure. Ora, di fronte al rischio di una guerra civile, l’allarme anche da queste forze è che la destra razzista, colonialista e patriarcale riesca a imporsi con un bagno di sangue.

Colpo di Stato senza carri armati

Bolivia, cacciato sul primo governo indigeno nella storia. Nella capitale La Paz, atti di vandalismo e scontri dei militanti di entrambe le fazioni in conflitto: edifici, macchine e bus incendiati, saccheggiati negozi e supermercati.

Caos istituzionale e vuoto di potere

Dopo la drammatica giornata che ha portato alle dimissioni del presidente Evo Morales, caos istituzionale e vuoto di potere mentre le squadracce della destra violenta imperversano per le strade. A livello internazionale si parla di ‘colpo di Stato’ e il Messico ha annunciato di aver concesso asilo politico al presidente dimissionario, che ha deciso di accettare l’offerta.

Evo Morales Ayma

@evoespueblo – Hermanas y hermanos, parto rumbo a México, agradecido por el desprendimiento del gobierno de ese pueblo hermano que nos brindó asilo para cuidar nuestra vida. Me duele abandonar el país por razones políticas, pero siempre estaré pendiente. Pronto volveré con más fuerza y energía.
«Parto per il Messico, fa male lasciare il Paese per motivi politici ma tornerò presto con più forza ed energia».
«La sua vita e la sua sicurezza sono in salvo» ha detto il ministro degli Esteri messicano dopo che l’ex presidente è salito sull’aereo che lo ha portato a Città del Messico.

Stato boliviano senza testa

Oltre Morales, si è dimesso il suo vice Alvaro Garcia Linera, i presidenti di Senato e Camera e anche il primo vicepresidente della Camera Alta. Tecnicamente le dimissioni del capo dello Stato saranno effettive solo quando ci sarà una loro approvazione da parte del Parlamento, la cui data della riunione non è stata stabilita. Questo fa sì che Morales resti per ora il presidente in carica e se il governativo Movimento al socialismo (Mas), non riuscirà raggiungere l’edificio del Parlamento senza subire attacchi e quindi a partecipare, non sarà mai possibile ottenere un quorum per procedere ad una transizione basata sulla Costituzione.

‘Cospiratori, razzisti e golpisti’

Morales, dopo aver scritto la lettera di dimissioni, aveva chiesto ai suoi oppositori, Carlos Mesa e Luis Fernando Camacho, di «assumersi la responsabilità di pacificare il Paese e garantire la stabilità politica e la convivenza pacifica del nostro popolo». Per poi definirli entrambi su Twitter «cospiratori, razzisti e golpisti».

@evoespueblo – Mesa y Camacho, discriminadores y conspiradores, pasarán a la historia como racistas y golpistas.

Appelli alla moderazione

Appelli alla moderazione e al rispetto della Costituzione arrivati da ogni parte: l’Onu, Osa, Unione europea (Ue) e la Cina. Russia, Messico, Uruguay, Venezuela, Cuba e vari organismi internazionali (Gruppo di Puebla e l’Alba, Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America) definiscono “colpo di Stato” l’obbligo di rinuncia imposto a Morales con il contributo decisivo dei militari. Stati Uniti insolitamente silenti ma non disattenti.

Golpe si-no, vescovi in imbarazzo

«Non è un colpo di Stato, ora transizione rispettosa della Costituzione», prova e metterci una pezza la conferenza episcopale boliviana, in imbarazzo di fronte a certe organizzazioni pseudo cattoliche violente in piazza. «Come Conferenza episcopale stiamo accompagnando questo processo di transizione chiedendo che esso avvenga in modo pienamente legale e rispettoso della Costituzione, e in modo pacifico». Esattamente tutto il contrario di ciò che sta accadendo.

L’odiato «presidente indio»

«Al di là della controversa candidatura di Morales e persino dei dubbi sulla trasparenza delle elezioni del 20 ottobre, è ormai chiaro che l’opposizione non avrebbe accettato altro risultato che la sconfitta dell’odiato ‘presidente indio’», annota dal sudamerica Claudia Fanti. A ufficializzare anche nella forma il golpe, il comandante generale delle forze armate Willimas Kaliman, che ha “suggerito” a Morales di dimettersi, «consentendo la pacificazione e il mantenimento della stabilità». Ma la violenza, Evo Morales cacciato, invece dilaga con le formazioni pseudo cattoliche della destra fascisteggiante, che bruciano le case degli avversari politici, scatenati contro numerosi dirigenti e militanti del Mas, compresi quegli «indios de mierda».

Ora l’esercito in piazza

Ora i vertici militari, cacciato via Morales, annunciano «operazioni militari aeree e terrestri» contro i gruppi armati che stiano «operando al di fuori della legge», quasi certamente quelli che, come nella città di El Alto, hanno cominciato a protestare contro il colpo di stato. Il Comitato politico del Mas, il partito di Mirales, annuncia «un lungo cammino di resistenza, per difendere i successi storici del primo governo indigeno». Il fatto che alcuni movimenti popolari vicini al governo, come la Federación Sindical de Trabajadores Mineros e persino la Central Obrera Boliviana, abbiano sollecitato Morales alle dimissioni «dovrebbe indurre la sinistra anche a una profonda autocritica», scrive il Manifesto.

Golpe pianificato pre elezioni

Carlos Aparicio Veda, ambasciatore boliviano in Italia. «È stato un colpo di stato. Ed è stato pianificato dai comitati civici di Santa Cruz de la Sierra guidati da Luís Camacho e dalla formazione Comunidad Ciudadana di Carlos Mesa. La loro strategia è cominciata prima delle elezioni; in un comizio Camacho disse che non avrebbe riconosciuto la vittoria di Evo Morales se fosse stata annunciata e già aveva chiesto allora disobbedienza civile. Lungo tutta la campagna il gruppo fascista Union Civil Cruceñista da cui Camacho proviene ha bruciato le case dei militanti del Mas e vandalizzato la loro campagna elettorale».

Mosca accusa gli americani

Reazioni dalla Russia. Il Cremlino potrebbe chiedere una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza dell’Onu . La diplomazia russa esprime «preoccupazione per il fatto che la volontà del governo boliviano di cercare soluzioni costruttive non abbia trovato risposta dall’opposizione, mentre gli eventi si sono svolti secondo i modelli di un colpo di stato organizzato». Il presidente della commissione per gli affari esteri della Duma Alexey Chepa: «Questo è un colpo di Stato che è stato organizzato in modo evidente dagli Usa. Sotto la pressione dell’esercito e della polizia, Morales ha deciso di dimettersi, al fine di evitare spargimenti di sangue».

Gli errori politici di Evo Morales

«L’errore di Morales è stato credere di essere indispensabile. Si è aggrappato al potere troppo a lungo, e adesso si è bruciato», la valutazione di Gwynne Dyer su Internazionale. «Evo Morales il buono, primo presidente indigeno del paese (è cresciuto parlando la lingua aymara, imparando lo spagnolo solo da giovane adulto)». «Carlos Mesa, invece, appartiene alla minoranza bianca privilegiata (il 15 per cento della popolazione), che ha sempre controllato sia la politica sia le ricchezze. Mesa, storico e giornalista televisivo, si è dimesso dalla presidenza nel 2005 dopo aver cercato, invano, di nazionalizzare l’industria del gas». «Evo Morales ha preso il suo posto, facendo meglio di lui. Ha nazionalizzato non solo petrolio e gas, ma anche le miniere di zinco e stagno, e altre importanti aziende di pubblica utilità». Morales vincente grazie al boom delle materie prime che ha triplicato il pil del paese in 15 anni. Ma il boom è finito.

«Un politico più astuto di Morales avrebbe potuto decidere di lasciar vincere queste ultime elezioni a Mesa. Poi, nel momento in cui le entrate del paese fossero calate, Mesa sarebbe stato incolpato per la riduzione dei servizi sociali costruiti da Morales, e quest’ultimo sarebbe potuto tornare trionfalmente al potere in cinque anni, sostenendo che Mesa aveva tradito i poveri».

AVEVAMO DETTO

Evo Morales dimissioni costrette

Dopo quasi 14 anni Evo Morales non è più il presidente della Bolivia. Morales, appartenente alla popolazione aymara, è stato il primo presidente indigeno della nazione sudamericana e per anni ha lottato per rendere più inclusiva la società boliviana, in particolare per i milioni di poveri del Paese. Lo scorso 10 novembre Morales aveva annunciato le proprie dimissioni, su esplicita richiesta delle forze armate, spiegando che rinunciava all’incarico per proteggere le famiglie degli alleati politici, vittime di attacchi, e ha esortato i manifestanti a “smettere di attaccare fratelli e sorelle”. Evo Morales ha negato i brogli elettorali e ha accusato l’opposizione di destra di aver ordito un colpo di stato ai suoi danni.

L’Unión juvenil cruceñista

Da settimane infatti il Paese era in subbuglio, sull’orlo di scontri di piazza, sconvolto dalle massicce proteste anti-governative provocate dalle notizie di brogli elettorali durante primo turno delle elezioni presidenziali dello scorso 20 ottobre. Il partito di Morales, il Movimento per il Socialismo (Mas), aveva vinto con il 47 per cento dei voti, ma il partito all’opposizione, Comunità Cittadina, aveva denunciato irregolarità. Sono seguiti numerosi atti di violenza, guidati perlopiù dall’Unión juvenil cruceñista, gruppo ultracattolico e neonazista definito dalla Federazione internazionale dei diritti umani come “un gruppo paramilitare”.

Catto-nazisti paramilitari

Le violenze sono state compiute soprattutto ai danni della popolazione indigena e rurale e degli esponenti dei sindacati e del Mas, il partito del presidente. Patricia Arce, sindaco del comune di Vinto, nel dipartimento di Cochabamba, è stata sequestrata da un gruppo di persone legate alla Comunità Cittadina. La donna è stata picchiata, rasata, coperta di vernice rossa e costretta a camminare a piedi nudi per sette chilometri. Durante gli scontri sono morte almeno tre persone e centinaia sono rimaste ferite, mentre in molte città, ufficiali di polizia in uniforme si sono uniti ai manifestanti e l’intero corpo di polizia si è ammutinato ed è passato all’opposizione.

Evo Morales Ayma

@evoespueblo – Denuncio ante el mundo y pueblo boliviano que un oficial de la policía anunció públicamente que tiene instrucción de ejecutar una orden de aprehensión ilegal en contra de mi persona; asimismo, grupos violentos asaltaron mi domicilio. Los golpistas destruyen el Estado de Derecho.

Le dimissioni di Morales

L’Organizzazione degli stati americani, che ha aperto un’inchiesta sull’esito del voto, ha effettivamente riscontrato delle anomalie e suggerito di tenere nuove elezioni. Morales ha acconsentito ma il capo dell’esercito, il generale Williams Kaliman, ha ‘invitato’ il presidente a dimettersi “per consentire il mantenimento della stabilità”. Morales ha dunque rinunciato alla propria carica, annunciando le dimissioni in una conferenza stampa. Morales ha affermato che si stava dimettendo per il bene del Paese, ma ha aggiunto di essere stato vittima di un colpo di stato e che “forze oscure hanno distrutto la democrazia”. Si sono dimessi anche il suo vice, la presidente e il vicepresidente del senato. 

Lula libero dal Brasile

@LulaOficial – Acabo de saber que houve um golpe de estado na Bolívia e que o companheiro @evoespueblo foi obrigado a renunciar. É lamentável que a América Latina tenha uma elite econômica que não saiba conviver com a democracia e com a inclusão social dos mais pobres.

Eroe del popolo o tiranno?

Per le strade della Bolivia molte persone festeggiano la caduta di Morales come la fine di una tirannia, la cronaca di ‘Lifegate’. I suoi sostenitori hanno però equiparato il processo che ha portato alle sue dimissioni a un colpo di stato. Tra questi anche esponenti di spicco della sinistra latinoamericana, come il presidente venezuelano Nicolas Maduro e il presidente eletto argentino Alberto Fernandez. «È stato un golpe contro un presidente che ha convocato un nuovo processo elettorale – ha scritto Fernandez su Twitter -. Come difensori della istituzionalità democratica condanniamo la violenza che ha impedito a Evo Morales di concludere il suo mandato e che ha alterato il corso di un processo elettorale».

Ordine di cattura per Morales?

Ai danni dell’ex presidente sarebbe perfino stato emesso un ordine di cattura, hanno diffuso diverse agenzia stampa. Il comandante della polizia, Yuri Calderón, ha negato, mentre Luis Fernando Camacho, leader del movimento dei comitati civici ( Comité pro Santa Cruz, croce brandita come clava), fotografato con una bibbia in mano dentro la casa saccheggiata e distrutta dell’ex presidente, ha confermato la notizia. «La polizia e i militari lo stanno cercando nel Chapare», ha scritto su Twitter. Morales ha però negato di voler lasciare il Paese, e che si trasferirà nel Cochabamba. «Non ho ragioni per scappare, dato che non ho rubato nulla. Il mio peccato è essere indigeno, antimperialista e di sinistra».

L’eredità di Morales

Nel corso dei suoi mandati Morales ha guidato la Bolivia verso una fase di grande sviluppo, è diventata la nazione con il più alto tasso di crescita in America Latina, riducendo notevolmente la povertà e con grandi progressi verso l’equità sociale, dando voce alle popolazioni indigene. L’ex presidente è stato invece criticato per l’eccessivo attaccamento al potere e per aver favorito il disboscamento aumentando la quantità di terreno che i contadini possono deforestare. Nel 2018 la Bolivia, secondo Global forest watch, è stata il quinto paese più disboscato al mondo.