mercoledì 14 novembre 2018

America latina

Presidente Bolsonaro
ma otto partiti dopo

Bolsonaro, il presidente che rimpiange i militari del golpe che ha segnato il Paese per 20 anni. Jair Bolsonaro, lontane origini italiane, i veneti Bolzonaro, risulta vincitore con il 55,7%, contro il 44,30% ottenuto da Fernando Haddad, il candidato democratico. Il primo messaggio dopo la vittoria Bolsonaro lo ha affidato a Facebook, come ha spesso fatto anche durante la campagna elettorale.
Un breve video, trasmesso sui social dal suo appartamento di Barra de Tijuca, quartiere residenziale dell’ovest di Rio de Janeiro. «Sono molto grato a tutti voi, per la vostra considerazione, le vostre preghiere e la vostra fiducia, ha detto l’ex militare, aggiungendo che adesso, tutti insieme, cambieremo il destino del Brasile: sapevamo dove stavamo andando, e ora sappiamo cosa dobbiamo fare».

Ordine e disciplina

«Il Brasile -ha sottolineato-,non poteva continuare a flirtare con il socialismo, il comunismo, il populismo e l’estremismo della sinistra e ora la verità comincerà a regnare in ogni casa del paese, cominciando dal suo punto più alto, che è la presidenza della Repubblica, perché il Brasile ha tutto quello che serve per essere una grande nazione».
Contrapposte preoccupazioni per quarta democrazia più grande del mondo che sarà governata da un ex ufficiale dei paracadutisti denunciato da molti come una “minaccia fascista”. Una vittoria salutata in Italia dal leader della Lega Matteo Salvini: «Anche in Brasile -ha twittato- i cittadini hanno mandato a casa la sinistra! Dopo anni di chiacchiere, chiederò che ci rimandino in Italia il terrorista rosso Battisti».

Fine della ‘marea rosa’

Intanto in Brasile, da Rio de Janeiro a San Paolo, sono scesi in piazza migliaia di simpatizzanti. Malgrado la rimonta registrata negli ultimi giorni da Haddad – l’erede politico scelto da Lula da Silva come candidato del Partito dei Lavoratori (Pt) – i risultati del ballottaggio hanno confermato le previsioni dei sondaggi, che davano Bolsonaro come favorito già dal primo turno, lo scorso 7 ottobre. La vittoria di Bolsonaro rappresenta una frattura storica per il Brasile, dopo una fase di quattro governi consecutivi del Pt, chiusasi nell’agosto del 2016 con l’impeachment di Dilma Rousseff, e il breve intermezzo dell’amministrazione di Michel Temer, che arriva alla fine del mandato battendo tutti i record di impopolarità.

Borsonaro trottola

Il risultato del voto in Brasile segna una nuova sconfitta per i partiti e i leader protagonisti della cosiddetta “marea rosa” progressista che investì l’America Latina all’inizio del secolo XXI, dopo le vittorie elettorali del centrodestra in Argentina, Cile, Perù e Colombia e le derive autoritarie in Venezuela e Nicaragua.
Bolsonaro, un deputato che è passato per otto partiti diversi in quasi due decenni di attività parlamentare -nota Ansa- e fino a poco fa era considerato un personaggio eccentrico, noto per le sue dichiarazioni polemiche a favore della dittatura militare e la tortura e contro le donne e le minoranze razziali, etniche e sessuali, è diventato in pochi mesi il leader che ha cavalcato il crescente malessere di grandi fasce della società brasiliana.

 

BOLSONARO, INDENTIKIT DEL
NEO PRESIDENTE DEL BRASILE
Le dieci frasi su tortura, regime militare, donne e tasse
diffuse dall’opposizione e mai smentite dal personaggio

1. “Pinochet avrebbe dovuto uccidere più persone.” Veja, 2 dicembre 1998
2. “Ho cinque figli. Quattro ragazzi, al quinto sono stato debole e ho avuto una femmina.” Discorso al Clube Hebraica, Rio de Janeiro, 3 aprile 2017
3. “Il mio consiglio e la mia condotta: evado quante più tasse è possibile. Se non ho bisogno di pagare qualcosa, non la pago.” Programa Câmera Aberta, Band RJ, 23 maggio 1999
4. “Sono favorevole alla tortura e voi lo sapete.” Programa Câmera Aberta, Band RJ, 23 maggio 1999
5. “Attraverso il voto non cambieremo mai niente in questo paese. Niente! Assolutamente niente! Sfortunatamente, cambieremo quando cominceremo una guerra civile. E a fare il lavoro che il Regime Militare non fece: ucciderne trentamila! […] Se qualche innocente morisse, capita; in ogni guerra muoiono innocenti. Io sarei felice di morire se altri trentamila morissero con me.” Programa Câmera Aberta, Band RJ, 23 maggio 1999
6. “La situazione del paese oggi sarebbe migliore se la dittatura avesse ucciso più persone.” Folha de São Paulo, 30 giugno 1999; “Il grande errore è stato torturare e non uccidere.” 7 agosto 2008
7. “Quale debito storico avremmo con i neri? Io non li ho mai schiavizzati. I Portoghesi non hanno mai messo piede in Africa. I neri sono stati portati qui da altri neri.” Programa Roda Viva, 30 luglio 2018
8. “Non ho mai picchiato la mia ex moglie. Ma ho pensato di spararle più volte.” Revista IstoÉ, 14 febbraio 2000
9. “Dio sopra ogni cosa. Non c’è una cosa chiamata Stato secolare. Lo Stato è cristiano e la minoranza dovrà cambiare, se possono. Le minoranza dovranno adattarsi alla posizione della maggioranza. Discorso all’Aeroporto João Suassuna, Campina Grande, 8 febbraio 2017
10. “Non ti stuprerei mai perché non te lo meriti.” alla Deputata Federale Maria do Rosário, novembre 2003
 

La ‘virada’, la svolta,
che sarebbe miracolo

Brasile, improbabile ‘virada’ tra le speranze dei sostenitori e l’improbabile miracolo. La svolta nelle intenzioni di voto è in corso, ma sono in pochi e credere che sarà sufficiente. Ultimi sondaggi, Bolsonaro ancora in vantaggio di 5-6 punti, ma a far sperare -più probabilmente a illudere- è il dato di São Paulo, dove Haddad, il candidato democratico, ha effettuato il sorpasso sull’avversario, 51% a 49%, e va detto che al primo turno era finita con il 44% dei voti a favore dell’ex capitano, contro appena il 19% del candidato del Partito dei ‘trabailadores’. Resta da vedere quanta paura fanno già da subito, un bel po’ di assaggi di fascismo come antipasto rispetto al piatto forte Bolsonaro in via di confezione, con vari cuochi e tanti promotori anche esterni.

Antipasti autoritari

Ad esempio la polizia federale e militare che il 25 e il 26 ottobre, sul semplice sospetto di alcuni tribunali regionali elettorali, hanno invaso una trentina di università del paese, con l’obiettivo di sequestrare presunti materiali di propaganda a favore di Haddad e di interrogare e intimidire professori e studenti, racconta Claudia Fanti sul Manifesto. Durissima la reazione dell’Ordine degli avvocati di Rio, che ha parlato di «un precedente preoccupante e pericoloso per la democrazia brasiliana», come pure di «un’indebita violazione dell’autonomia universitaria garantita dalla Carta costituzionale». Nel mirino della polizia, addirittura uno striscione in ricordo di Marielle Franco l’esponente politica di sinistra assassinata il marzo scorso.

Pinochet del Brasile

A definire il domani probabile, il ritrovamento di un corpo con segni di arma da fuoco all’interno di un’automobile parcheggiata di fronte alla Facoltà di Diritto dell’Università federale di Rio de Janeiro, proprio mentre si svolgeva una lezione sulla lotta contro la dittatura del passato. Bolsonaro, il «Pinochet del Brasile», lo chiama il leader dei senza terra João Pedro Stedile, promette di peggio. L’ex capitano ha avvisato che entrerà «con un lanciafiamme» nel Ministero dell’Educazione per cancellare ogni traccia del grande educatore Paulo Freire, pensiero liberale e nulla di marxista, mentre il suo consulente per l’educazione Stavros Xanthopoylos ha annunciato il taglio dei fondi per le facoltà di scienze umane, inutili per «sviluppo scientifico del paese».

Geometrica potenza

Più diretto il generale Aléssio Ribeiro Souto, indicato come probabile ministro dell’educazione, ha in testa una revisione dei programmi scolastici e delle bibliografie dei personaggi studiati, «per evitare che i bambini siano esposti a ideologie e contenuti inappropriati, invitando i professori a dire la «verità» sul «regime del 1964», per esempio dando conto delle morti da entrambi i lati». Stiamo parlando del regime militare che per venti anni, dopo il golpe militare del 1964, ha schiacciato ilo Brasila in una feroce repressione antidemocratica, meno nota nel mondo di quella cilena o argentina, ma non per questo meno crudele. Tra i personaggi noti, torturati allora, anche la ex presidente Dilma Rousseff.

Amazzonia addio

«Se in campo educativo la situazione si annuncia drammatica, sul fronte ambientale è notte fonda», denuncia Claudia Fanti. Obiettivi annunciati: uscita dagli accordi sul clima, sfruttamento senza limiti dell’Amazzonia e sostegno all’agribusiness. Il presidente dei latifondisti, Nabhan Garcia, in corsa per ministro dell’Agricoltura: «Se un qualunque produttore rurale vuole comprare mille ettari di terra, non può disboscare perché parlano di “deforestazione zero”? È un’assurdità». A farne le spese i popoli indigeni. «Nemmeno un centimetro quadrato in più agli indios», ha garantito Bolsonaro. Indios e Amazzonia, il cui destino, se la deforestazione oltrepasserà il 25% (oggi al 19%), sarà, secondo gli scienziati, di trasformarsi in una savana.

Messico, la faccia triste dell’America

Migranti d’America, sfida a quattro governi: la fida all’inverno che sta arrivando con le sue intemperie, la sfida alla fame, e soprattutto la sfida a ben quattro governi. 7.500 migranti centroamericani, per ora, visto che il serpentone cresce con lo scorrere dei giorni e dei chilometri. Erano partiti il 13 ottobre dell’Honduras, e da allora, attraversato il Guatemala, stanno marciando verso nord per raggiungere gli Stati uniti. Esodo verso il ‘sogno americano’ e fuga da realtà invivibili, versione latino americana delle sofferenze mediorientali e africane che stanno alle spalle degli altri migranti che ci arrivano in casa.
Ma rimaniamo in Messico, tra Ciudad Hidalgo e Tapachula, nel Chiapas, a 70 km dal confine, ma quello d’entrata, con altri 2mila chilometri per sperare di raggiungere il vero confine della sfida, quello con gli Stati Uniti. Messico, paese filtro migratorio degli Usa, luogo di abusi terribili e violenze contro le persone in transito da parte delle autorità migratorie e della criminalità organizzata. Simil Libia, per capirci.

Le prime vittime

Sono almeno tre le persone che hanno perso la vita, da quando la carovana di migranti centro americani è partita dall’Honduras. Circa mille honduregni sono stati convinti a salire su autobus che li ha portati in un vero e proprio centro di reclusione e Tapachula, 37 km a nord dell’ingresso di frontiera, privi di comunicazione con l’esterno e dovranno attendere da 45 a 90 giorni per sapere se verranno deportati o se otterranno l’asilo. Varie associazioni per la difesa dei migranti, come American Friends Service Committee e Servizi gesuiti ai rifugiati, hanno emesso un comunicato in cui denunciano questi arresti arbitrari e deportazioni di massa, il rifiuto di avviare speditamente le pratiche per l’asilo, l’insufficienza di aiuti umanitari e i respingimenti, anche violenti, alla frontiera.
Un fiume di persone che allarma Trump: nel pieno della campagna elettorale per le elezioni di midterm, il presidente Usa ha promesso di inviare alla frontiera tutti i militari necessari e ha minacciato di tagliare gli aiuti a Guatemala, Honduras e El Salvador per non avere fermato la carovana.

Quasi rotte dal Sahel

Il flusso di migranti diventa tema politico anche nel Messico di Lopez Obrador, primo presidente di centrosinistra del Paese. Un flusso di migranti dell’America centrale verso il Messico di mezzo milione di persone, uno dei più grandi al mondo. Fuga dall’Honduras, dal Guatemala, Salvador, e dallo stesso Messico verso il nord della speranza. Sale anche la preoccupazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l’Unhcr. “Una situazione in rapido sviluppo e con rischi per la sicurezza in generale e per “i possibili rapimenti nelle aree in cui la carovana potrebbe avventurarsi”.
Donald Trump, con la massa di disperati ad ancora 2 mila chilometri, si accontenta di minacce via Twitter, ma promette di mobilitare l’esercito  e scuote la base repubblicana in vista del voto di Midterm. Elezioni dove l’ultimo sondaggio Nbc-Wsj, a 15 giorni dal voto, dà in vantaggio i dem di 9 punti (50% a 41%) ma con un’impennata di Trump, salito di 3 punti (49%).

Il ricatto finanziario

Allertata la guardia di frontiera e l’esercito, Trump promette di «tagliare, o ridurre sostanzialmente, i massicci aiuti» dati a Guatemala, Honduras e El Salvador, i tre Paesi di provenienza dei migranti. Secondo l’agenzia per lo sviluppo internazionale i fondi Usa ammontano quest’anno a 53 milioni di dollari per il Guatemala, 20 per El Salvador e 15 per l’Honduras. Trump attacca i Paesi centro americani incapaci di trattenere i loro migranti, ma mette sotto accusa anche i democratici per non aver votato insieme ai repubblicani la modifica «delle nostre patetiche leggi sull’immigrazione».
Il suo partito, pur avendo la maggioranza, non è riuscito ad approvare un paio di leggi in materia per le sue divisioni interne. Per ora, inoltre, niente fondi per il muro col Messico, una delle prime e principali promesse del tycoon. Naturale quindi che Trump tenti di usare la carta della carovana per rilanciare la sua offensiva contro l’immigrazione illegale, ‘anche a costo di rispolverare la separazione dei bambini dai genitori come deterrente’, scrive il Messaggero.

 

DETTO IN TV

Bolsonaro vince ma non evita il ballottaggio

Brasil a destra. Jair Bolsonaro, l’uomo forte del paese, l’ex capitano dell’Esercito, esponente della destra estrema, ha vinto. Ma non ha superato la soglia del 50 per cento dei voti. E se la dovrà vedere al ballottaggio con il candidato del Partito dei lavoratori, Fernando Haddad, il leader che ha sostituito Lula nella corsa alla presidenza del Brasile e che adesso cercherà di raccogliere i voti sparsi dei progressisti, delle minoranze, dei moderati e dei delusi.
Bordonaro raggiunge comunque percentuali che nessuno si sarebbe aspettato solo qualche mese fa. Gli elettori lo hanno premiato con il 45 per cento dei voti, oltre 43 milioni. Il suo diretto avversario lo insegue a 17 punti percentuali di distanza, poco oltre il 28 per cento.
Ma, dato numerico altrettanto importante, dietro Bordonaro, col 29%, gli astenuti e le schede bianche e voti nulli, il bacino di scontento che il 28 ottobre deciderà se il più importante Stato latino americano scivolerà verso una destra estrema.

28 ottobre la vera conta

Sfida finale il prossimo 28 ottobre. Non sarà facile per Fernando Haddad, l’ex ministro dell’Educazione nei governi Lula e Rousseff e docente di Scienze Politiche all’università di San Paolo, ma nemmeno impossibile recuperare quel 20 per cento in meno. Il successo di Bolsonaro lo costringerà a nuove alleanze con gli altri candidati: Ciro Gomes, del PDT che ha raccolto 12,50 e Geraldo Ackmin, del PSDB, che si è fermato al 4,97. Adesso iniziano le trattative. Ci sono altri 10 milioni di voti in ballo.
Bolsonaro festeggia. Avrebbe voluto chiudere la partita subito. E lui vede, tra scaramanzia e propaganda, già il traguardo, anche se sa di avere già raccolto tutti i consensi possibili a destra. Se verrà eletto sarà il primo ex militare a tornare alla guida del Brasile 30 anni dopo la fine della dittatura. Ma anche il primo esponente di quella vastissima platea delle Chiese Evangeliche. Ma nonostante l’importante affermazione del candidato dell’ultra destra, i due candidati nel testa a testa potrebbero contare su un 40 per cento di consensi ognuno.

Per la prima volta dalla fine
della dittatura militare nel 1985

Brasile vota, primo turno delle elezioni presidenziali, Jair Bolsonaro rafforza la sua leadership nei sondaggi, il 36% delle intenzioni di voto, e lo spettro dell’estrema destra populista si avvicina sempre di più al centro del potere del gigante sudamericano, l’ottava economia del mondo.
Bolsonaro, ormai comodamente sopra la soglia del 30%, continua a crescere costantemente, mentre il suo principale avversario, Fernando Haddad – debole delfino politico di Lula da Silva – resta fermo a più di 10 punti di distanza, appena sopra il 20 per cento. Tutti gli altri candidati crollano al di sotto del 10%.
La polarizzazione dello scontro e l’ascesa di Bolsonaro rendono perfino tecnicamente possibile, anche se statisticamente improbabile, una vittoria del candidato di estrema destra al primo turno. Un’ipotesi considerata impossibile fino a due settimane fa e che adesso invece fa tremare molti democratici.

Crisi economica, corruzione, violenza

Gli analisti segnalano che in un’elezione dominata dal sentimento di frustrazione e impotenza dell’opinione pubblica – stretta fra la crisi economica, gli scandali di corruzione politica e l’aumento della violenza criminale – Bolsonaro è diventato la valvola di sfogo attraverso la quale i brasiliani esprimono la loro rabbia e il loro malcontento. Le critiche rivoltegli da ampi settori della stampa e della società civile, riprese ed amplificate all’estero, che lo denunciano come un pericolo per la democrazia, un difensore della dittatura militare noto per le sue dichiarazioni misogine, razziste e omofobe, non sembrano scalfire la popolarità di Bolsonaro.
Paradossalmente, anche il suo allontanamento forzato dalla campagna elettorale – da quando è stato accoltellato all’addome, e la sua assenza dai dibattiti in tv hanno favorito la sua crescita nei sondaggi.

A stare zitto ci guadagna

Durante l’ultima settimana, inoltre, Bolsonaro ha visto crescere i messaggi di appoggio di leader politici del centro e del centrodestra – in fuga dal crollo dei loro candidati nei sondaggi – di gruppi d’influenza importanti, come la lobby del settore agricolo e le chiese evangeliche, e di parte dei mercati, che hanno salutato la sua ascesa con impennate dell’indice della Borsa di San Paolo e un recupero sensibile del real sul dollaro. Il controverso ex militare ha beneficiato anche delle debolezze e degli errori dei suoi avversari. Primo tra tutti Haddad, ‘candidato impalpabile’ del Partito dei lavoratori, come lo definisce Javier Fernandez dell’Ansa, partito troppo tardi nella gara ed evidentemente incapace di recuperare il patrimonio elettorale di Lula, escluso dalla competizione per la condanna contestata e non ancora definitiva per corruzione.

Cosa sta accadendo
in America latina?

L’America Latina ha vissuto una stagione molto importante, che ha assunto forme diverse. In Brasile, dopo la dittatura militare, dal 1985, la storia della democrazia brasiliana parte con la presidenza di Fernando Enrique Cardoso, e poi, fase più recente, con la presidenza di Lula. Uno spostamento a sinistra molto chiaro. Il Pt, partito dei trabailladores, segnato dalla personalità del leader, Lula, un operaio metallurgico, diventato poi un capo sindacale, molto legato all’Italia. Pochi lo sanno ma il suo primo riferimento italiano è stata la Fim Cisl, Lula metalmeccanico cattolico, e solo dopo il legame con la sinistra italiana. Lula al congresso di Rimini quando il Pci divenne Partito democratico della sinistra, ricorda Massimo D’Alema in una intervista all’Huffington Post.

Rivincita di classe

Il ceto economico dominante, che era solidale con le dittature, che ha dovuto subire la democrazia, e che oggi pensa di poter tornare a comandare, attraverso il voto e dovendosi comunque misurare con la democrazia. E l’avvento alla Casa Bianca di Donald Trump. Quello che avviene in America Latina non è mai totalmente indipendente da quello che accade a Washington. Una rivincita dei ceti dominanti, prima ancora che della destra politica che di quei ceti e dei loro interessi è strumento. Paesi, come il Brasile, in cui le differenze sociali sono enormi. Una oligarchia che pensa a una possibile rivincita.

Venezuela al collasso. I cinesi umanitari

Venezuela al collasso. Il 30 settembre la nave ospedale cinese “Arca della pace”, la ‘He Ping Fang Zhou’, ha lasciato il porto venezuelano di la Guaira, nello stato del Vargas, dopo una settimana di interventi, missione umanitaria viste le condizioni dell’assistenza medica in Venezuela a fronte della gravissima crisi economica. Secondo la Federazione Farmaceutica nazionale e l’Osservatorio venezuelano della salute, l’85% delle medicine e il 79% del materiale medico-chirurgico è oggi introvabile, il sistema sanitario è dunque al collasso anche se le autorità di Caracas negano ormai l’evidenza.

Eppure è difficile poter occultare che la nave cinese e il suo personale hanno assistito ben 1.598 pazienti con malattie varie. I pazienti, secondo fonti russe, provenivano da diverse località del paese come Miranda, Aragua e Caracas. La nave, operativa dal 2008 dispone di 8 sale operatorie e conta su un personale di 400 persone di cui 120 sono medici e infermieri. E’ stata in quasi tutti i continenti esclusa l’Europa toccando ben 38 paesi. Dopo aver lasciato il Venezuela ha fatto rotta verso Grenada ed Ecuador.
Missione umanitaria dunque? Dal punto di vista pratico sicuramente ma dietro la sua opera si nasconde probabilmente altro.

Maduro sempre più isolato

Non è un caso che l’imbarcazione cinese sia giunta immediatamente dopo la visita a Pechino di Nicolas Maduro, ufficialmente nell’occasione sono stati siglati 28 accordi di cooperazione ma la posta in gioco probabilmente era più alta. Il Venezuela è, non solo preda di una crisi economica devastante con un’inflazione galoppante tanto da far inventare una nuova moneta, il “bolivar sovrano”, ma anche isolata nel contesto internazionale e abbandonata da un  tradizionale alleato come l’Ecuador. Il nuovo presidente, Lenin Moreno, succeduto a Rafael Correa, ha reso i rapporti con Maduro molto più sfumati.

In sede Onu è stato proprio l’Ecuador a chiedere a Maduro di prendere atto della crisi interna. Il riferimento neanche troppo velato è alle migliaia di cittadini venezuelani che stanno lasciando il paese gravando sui paesi confinanti. Inoltre, Argentina, Perù, Paraguay e Colombia, hanno presentato una denuncia alla Corte Internazionale dell’Aja accusando Maduro di crimini contro l’umanità. Si tratta di paesi storicamente avversi al Venezuela bolivariano, ma comunque iniziative che contribuiscono ad aumentarne l’isolamento politico.

Contromossa Usa

Anche gli Usa sono attori interessati, al di là delle minacce di Donald Trump su ipotetici “golpe” militari e azioni di intelligence, Washington è in realtà molto preoccupata proprio dell’”interventismo umanitario cinese”. Non è un caso che un’altra nave ospedale, la Confort, questa volta battente bandiera Usa, si sarebbe posizionata al largo delle coste colombiane per soccorrere i fuoriusciti dal Venezuela che, secondo le Nazioni Unite , hanno raggiunto la cifra di 2,3 milioni di persone.

Un debito che strangola

Ma forse Maduro, sebbene circondato da “nemici”, dovrebbe guardare molto a fondo negli aiuti cinesi. Caracas infatti ha disperatamente bisogno di liquidità ma i cordoni della borsa sono tenuti ben stretti da Pechino che negli ultimi 10 anni ha “prestato” quasi 50 milioni di dollari. Un debito difficile da onorare e che infatti manca ancora di 20 miliardi. I tentativi di rinegoziazione fino ad ora non sono andati a buon fine, e i cinesi sono entrati direttamente nella Pdvsa, la società petrolifera venezuelana con l’obiettivo di moltiplicare l’estrazione del greggio.

La mossa del Petro

A proposito di nuova valuta. Ora si tratta di capire quale sia l’effettiva portata dell’iniziativa di Maduro che il primo ottobre ha lanciato il ‘Petro’, la criptomoneta sostenuta dalle riserve petrolifere e minerarie nazionali, nuovo strumento delle attività commerciali venezuelane, nazionali ed internazionali. Inoltre dal 5 novembre ogni venezuelano potrà acquistare Petros con il Bolivar sovrano o in altre criptovalute, come Bitcoin, Ripple o Ethereum, Probabilmente un tentativo di sfuggire dalla morsa del debito cinese esplorando mercati diversi. Dal 21 agosto la Banca centrale di Caracas pubblica il valore del Petro rispetto alle principali valute estere: attualmente è di 60 dollari e 51,60 euro.

Elezioni Brasile e colpi di scena

Elezioni Brasile. A pochi giorni dalla data delle elezioni presidenziali in Brasile, che si svolgeranno il 7 ottobre, la campagna elettorale vive un altro momento importante anche se meno drammatico di quelli che lo hanno preceduto.

La stella nera di Bolsonaro

Escluso dalla competizione, per una controversa e quanto mai contestata decisione della Corte elettorale, il favoritissimo Luis Ignacio Lula da Silva, figura storica del movimento dei lavoratori brasiliani ed ex presidente, in testa ai sondaggi è rimasto solo Jair Bolsonero candidato della destra più estrema.
Ex parà che non ha mai nascosto le sue simpatie fasciste, durante le sue dichiarazioni non aveva esitato ad augurare/promettere la fucilazione per tutti quelli di sinistra. Un’affermazione shock per un paese segnato dalla dittatura militare negli anni ’70. Ma a fare le spese di una violenza urlata alla fine è stato proprio lui.

Attentato da chiarire

Durante una manifestazione elettorale nello stato di Minas Gerais il 6 settembre scorso, Bolsonaro è stato accoltellato all’addome e le sue condizioni sono apparse immediatamente gravi.  Autore dell’attentato sarebbe stato Adelio Bispo de Oliveira, un 40enne che si è dichiarato colpevole. L’aggressore aveva lanciato su internet  diversi messaggi politici confusi dichiarando simpatia per il presidente venezuelano Nicolas Maduro e il movimento comunista.

Qualcosa sta cambiando

Il profilo ideale per far schizzare il gradimento nei confronti di Bolsonaro, che conduce con il 28% dei consensi (a Rio de Janeiro arriva a punte del 70%), ma anche il segno che senza Lula la sinistra difficilmente avrà ciance di successo. Negli ultimi tempi però qualcosa sta cambiando ed ora la vittoria di Bolsonaro non è più così certa.
All’orizzonte infatti è apparsa la figura di Fernando Haddad, il candidato del Pt  (Partido de Trabahadores) sostituto di Lula, ma dotato di sufficiente personalità per presentarsi come volto nuovo della sinistra. Grazie ad una campagna efficace e alla scomparsa dall’avversario dalla campagna elettorale (per le sue condizioni di salute), Haddad ha recuperato incredibilmente terreno sul rivale e adesso gode di un 22% dei consensi nei sondaggi, un capitale tale da consentirgli di andare al ballottaggio.

“Si alla democrazia” si schiera il Brasile democratico

Al momento il pericolo rappresentato da Bolsonaro sembra aver risvegliato l’anima democratica e impegnata del Brasile. Paradossalmente l’uscita di scena di Lula potrebbe aver liberato energie nella società civile. Così stanno prendendo piede diverse iniziative portate avanti dalle donne brasiliane e da artisti come Caetano Veloso, Chico Buarque e Gilberto Gil.
I tre furono già protagonisti dell’opposizione al regime militare con la loro musica e i loro versi, ora hanno dato vita ad un manifesto dal titolo “Si alla democrazia”. Dal giorno della sua pubblicazione  il 24 ottobre, l’iniziativa ha raggiunto già 170mila adesioni.
Gli ideatori dell’iniziativa ricordano come «non è mai troppo tardi per ricordare come nel corso della storia e fino ad oggi i fascisti, i leader nazisti e molti altri regimi autocratici siano stati eletti per la prima volta con la promessa di salvare l’autostima e la credibilità delle loro nazioni, prima di sottoporli ai più svariati eccessi autoritari».

La campagna #NotHim

Parallelamente è partita la campagna social #EleNao o #NotHim (non lui). Un’iniziativa portata aventi da gruppi di donne brasiliane che sta diventando virale e che si propone di contrastare l’elezione di Bolsonaro sul suo terreno. Il candidato della destra estrema infatti conta su più di 10milioni di followers su Twitter. La scelta delle attiviste, attrici e giornaliste, è scaturita per le posizioni contro gay, neri e donne più volte espresse da Bolsonaro.

Istigazioni politiche alla violenza

Brasile ostaggio di diverse violenze. Il candidato presidenziale Jair Bolsonaro ricoverato per le pugnalate con cui è stato colpito a Juiz de Fora, giovedì 6 settembre. «Fuciliamo tutti quelli di sinistra», aveva detto in settimana lo stesso Bolsonaro, che adesso rischia la vita prima delle presidenza. Istigazione politica alla violenza del candidato presidente che fascista lo è e non lo nega. «Chi semina odio raccoglie tempesta», risponde Dilma Rousseff, ex presidente di sinistra e quindi, per Bolsonaro, ‘candidata alla fucilazione’, lei che aveva già assaggiato carcere a torture di precedenti fascismi militari.

Ecco a voi il Brasile elettorale 2018

Luiz Inácio Lula da Silva, ex presidente, bandiera della sinistra brasiliana, in carcere per corruzione in attesa di altri gradi di giudizio, impedito a candidarsi da presidente certamente vincente. Candidato del fronte opposto, destinato a sua volta a vincere per impedimento giudiziario del contendente, fermato a coltellate. Tanta, troppa violenza nel Brasile in crisi. Bolsonaro aveva proposto di «fucilare la petralhada», termine spregiativo con cui la destra chiama l’elettorato di sinistra. Ma c’è ben altro attorno.
Ogni giorno, in Brasile, si registrano 153 morti per omicidio. Nell’Atlante della Violenza 2018 di Ipea e del Fórum Brasileiro de Segurança Pública, il record di 62.517 morti nel 2016. Trenta volte superiore alla media europea. Le cose non migliorano quando si parla di armi. Secondo uno studio pubblicato dal Journal of the American Medical Association, nel 2016 il Brasile è stato responsabile del 25% delle morti causate da armi da fuoco.

Chi ci ha rubato il Brasile vincente?

Tra 2003 e 2011, mondo stupito del boum economico del Brasile, che in otto anni sembrava aver trovato la formula per coniugare le sue immense ricchezze territoriali e materiali con la crescita economica e con la redistribuzione della ricchezza. Gi anni del ‘lulismo’ che aveva spinto l’ondata della sinistra latinoamericana. Riduzione della povertà e delle disuguaglianze, crescita della classe media, il rispetto internazionale. Lula intoccabile, lasciò il Paese alla sua delfina, Dilma Rousseff, con un’approvazione dell’83% e un’eredità politica che si pensava infrangibile. Erano gli anni dei BRICS, le economie emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.
Poi, la crisi, proprio nell’anno del mondiale casalingo. La Cina frenava, il prezzo delle materie prime crolla e l’intero sistema latinoamericano basato sulle esportazioni implode. Il sistema Brasile, si mostra molto più fragile del previsto. Lula, Rousseff e i partiti che hanno sostenuto i loro governi non sono stati capaci di vedere oltre il periodo di prosperità.

Fine del ‘lulismo’ e del consenso

Il “consenso brasiliano”, compromesso sostenuto dalle parti sociali e politiche fino che l’economia cresceva, si è sfalda rapidamente. Con il rallentamento dell’economia vengono a mancare gli aiuti alla popolazione. Finiti i soldi, è finita la luna di miele tra il Partido dos Trabalhadores (PT) e il suo enorme bacino di voti. In questo clima bollente, il Brasile ha dovuto fare i conti con impensabili scandali di corruzione, e azioni giudiziarie in clima da stadio.
Cade Dilma Rousseff, galera preventiva per Lula, ma la corruzione accomuna tutti i settori di una società in cui il problema della disuguaglianza non è mai stato veramente risolto. Gli scandali hanno minato l’intera classe dirigente. Politici come Lula e Rousseff trasformati in criminali, i partiti in macchine per fare soldi facili sulle spalle dei cittadini, e vincono qualunquismo e populismo. Vince l’estremista Bolsonaro. Sino alle coltellate del 6 settembre. Su quale Brasile di prepara, nessuna risposta in vista.

Argentina di nuovo in crisi

L’Argentina potrebbe aver imboccato una strada che già negli anni ‘90  portò al collasso economico il Paese. Le proteste di piazza furono violente e costrinsero alla fuga l’allora presidente Carlos Saul Menem che aveva messo in piedi un sistema definito “mafiocrazia”, una rete di legami inconfessabili con potentati e multinazionali che consegnò l’Argentina agli interessi stranieri. Non si è arrivati ancora a questo punto ma l’ombra pesante di una nuova crisi, per il momento monetaria, è ripiombata sul paese sudamericano rischiando ancora una volta di far saltare il banco.

Politica di austerità

Dopo la fine della dinastia dei Kirchner, il presidente Mauricio Macrì si trova costretto ora a varare una politica di austerità dalle conseguenze sociali significative. Dallo scorso aprile infatti è iniziata una fase di forte svalutazione del peso (a metà aprile per 1 dollaro americano ci volevano 20 pesos, all’inizio di luglio 28). Una spirale dovuta alle uscite di ingenti capitali dal Paese. Gli effetti sul disavanzo pubblico e il tasso d’inflazione sono stati immediati.
Molto viene imputato al quadro internazionale non più favorevole alle economie emergenti, così come in altri paesi del continente latinoamericano, ma è chiaro che Macrì, presentatosi come un risanatore, ha sbagliato qualcosa. Inoltre l’Argentina continua a scontare le sue debolezze strutturali cosa che ha allontanato gli investitori stranieri

La richiesta al Fmi e la cura da cavallo

Per questo il governo si appresta a fare quello che somiglia molto ad un autocondanna. Chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale. Il 4 sttembre una delegazione argentina si è recata a Washington per proporre un’accelerazione del prestito di 50 miliardi già nel 2019 (la tranche di finanziamento doveva arrivare nel 2020 poi nel 2021).
Per accreditarsi presso l’Fmi, e anticipare gli eventuali piani di aggiustamento strutturale lacrime e sangue, il governo di Macrì ha annunciato una serie di misure come la soppressione di diversi ministeri e una maggiore tassazione delle esportazioni. Si mira a ridurre il deficit di bilancio ma le reazioni dei cittadini sono ancora tutte da scoprire. In questo senso vanno lette le parole di Macrì:  «affrontiamo le difficoltà nel modo migliore, supereremo la crisi prendendoci cura dei più bisognosi».

L’ombra dei militari

Intanto però arrivano segnali inquietanti che rimandano inevitabilmente alla feroce dittatura dei generali. Macrì ha proposto l’uso dei militari anche per questioni interne al Paese (narcotraffico e terrorismo) mentre al momento le Forse Armate possono intervenire solo in caso di minacce esterne. Un’eventualità che ha provocato la sollevazione delle opposizioni le quali temono l’uso dello strumento  militare per reprimere le manifestazioni di piazza causate dalla crisi.
Le Ong chiedono l’esclusione degli apparati militari anche per il supporto logistico. «Il proposito del governo è quello di aumentare il livello di repressione interna con la falsa scusa di proteggere obiettivi strategici» affermano le organizzazioni per i diritti umani. E già l’Assemblea per i diritti umani, di cui fanno parte anche le Abuelas del Plaza de Mayo e le Madres linea fundadora, ha fortemente protestato a partire dal luglio scorso davanti al Ministero della Difesa.
Probabilmente l’intento di Macrì è quello di dare riconoscimento ai militari e riabilitarne il ruolo sociale. Una sorta di saldo del debito dopo anni dalla fine della dittatura e del dramma dei desaparecidos. L’Argentina cerca una posizione meno defilata nel consesso internazionale a partire dalla possibilità di poter partecipare alle missioni internazionali.