domenica 25 Agosto 2019

America latina

Amazzonia dopo Siberia e Alaska

La più grande foresta pluviale del mondo, polmone del pianeta avvelenato dall’anidride carbonica dell’incoscienza umana. Il Brasile dell’ultra destra al potere che nega, come da ispiratore a nord, un riscaldamento artificiale del pianeta, oltre all’incontrollata deforestazione consentita, ora lascia la strada agli incendi, «mai così tanti e distruttivi», denuncia Claudia Fanti. E il governo lascia bruciare senza alcuni interventi aereo per cercare di limitare lo scempio.


Dati sconvolgenti. Secondo l’Istituto nazionale di ricerche spaziali, di cui Bolsonaro ha appena licenziato il direttore nel tentativo di nascondere agli occhi del mondo lo scempio ecologico forestale in corso, dall’inizio di gennaio al 19 agosto sarebbero 73.843 i roghi registrati, con un aumento addirittura dell’83% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un altro triste record segnato dal governo in carica.

Fuoco non solo per il gran caldo

Il fuoco divora parti di foresta in diverse regioni del Paese: Stati di Acre, Rondônia, Mato Grosso e Mato Grosso do Sul in Brasile, ma anche in Bolivia, in Paraguay e in Perù. «E avanza sulle terre indigene e sulle aree protette, in Amazzonia soprattutto, ma anche nel Cerrado e nella già devastata Mata Atlântica, distruggendo, tra molto altro, già più di 32 mila ettari del Parco nazionale di Ilha Grande in Paraná, e avanzando per 30 chilometri all’interno di un altro parco nazionale, quello di Chapada dos Guimarães, in Mato Grosso», precisa Claudia Fanti.

«Il fumo è così denso che può essere visto persino dallo spazio, come hanno indicato le foto scattate dalla Nasa. Talmente denso da oscurare in pieno giorno il cielo di São Paulo e di una parte del Mato Grosso do Sul e del nord del Paraná». Paura tra gli abitanti, con l’ineffabile il ministro all’Ambiente Ricardo Salles che prova e negare l’evidenza, e accusa di fake fews da ridicolo contaballe.

Nerone era almeno poeta

Bolsonaro nano. Mentre il fuoco divora gli ecosistemi del Brasile si limita all’auto ironia per negare i misfatti. Dal soprannome di «capitan motosega» a quello di Nerone. Modestino che si crede imperatore. «Ora vengo accusato di appiccare il fuoco all’Amazzonia. Nerone che brucia la foresta amazzonica!». Neanche a parlarne, poi, di inviare l’esercito nella regione per contrastare gli incendi: «Qualcuno conosce le dimensioni dell’Amazzonia?». Nulla di cui preoccuparsi, riporta il Manifesto: «Là questa è l’epoca dei roghi».

Ma come evidenzia l’Inpe, non c’è nulla di naturale in un aumento così vertiginoso degli incendi. «Se il caldo e la siccità ne favoriscono la diffusione, i roghi sono dovuti all’intervento umano casuale o molto più spesso deliberato, allo scopo di fare spazio all’allevamento del bestiame, alle piantagioni e ad altre attività produttive».

Fazendeiros e festa del fuoco

Sempre Claudia Fanti ci racconta che nel sudovest del Pará, i fazendeiros sono arrivati a celebrare una «giornata del fuoco», provocando roghi simultanei ai margini dell’autostrada a sostenere che «l’unico modo che esiste per lavorare è deforestando». Incendi spesso dolosi, causati dagli allevatori che vogliono avere più terra per i pascoli. Ma da quando Bolsonaro è stato eletto, lo scorso gennaio, la deforestazione in Amazzonia ha assunto ritmi impressionanti, sottolinea il Corriere della Sera

A luglio era cresciuta del 278% rispetto all’anno precedente per un totale di mille chilometri quadrati tanto che la Germania prima e la Norvegia poi hanno deciso di congelare i finanziamenti al Fondo Amazzonia (rispettivamente 31 e 27 milioni di euro) con cui i due Paesi hanno sostenuto negli ultimi 10 anni progetti mirati a promuovere la conservazione e l’uso sostenibile della più grande foresta pluviale del mondo.

AVEVAMO DETTO

Bolsonaro, la cultura è di sinistra

Brasile, proteste in 80 città contro Bolsonaro e contro i tagli all’istruzione. È la terza protesta nazionale contro la misura di bilancio annunciata dall’esecutivo di destra. Finora il ministro della Pubblica Istruzione, Abraham Weintraub, non ha commentato le mobilitazioni. A maggio, lo stesso Weintraub aveva promesso tagli a tre università accusate di aver ospitato dibattiti che includevano voci di sinistra. L’annuncio aveva generato un’ondata di critiche e il ministro aveva replicato col blocco di bilancio per tutte le università. Dall’arrivo di Bolsonaro, l’educazione è diventata terra di conquista per i settori più radicali del suo elettorato, determinato a rimuovere dalle aule qualsiasi traccia di ‘marxismo culturale’.

Venezuela, Trump-Bolton + sanzioni

Gli Stati Uniti cancellano il Venezuela da qualsiasi possibile rapporto, cercando di prenderlo per fame. «Golpe per fame» lo definiscono in molti. E Maduro replica facedo saltare un programmato incontro con l’opposizione di Guaidò a pilotaggio Usa. In forse l’intero sistema dei negoziati con le opposizioni che si svolgono a Barbados, promossi dalla Norvegia, che dovrebbero servire a trovare una soluzione politica alla crisi venezuelana

Usa vogliono un accordo interno?

Fino ad ora il dialogo tra governo e opposizioni non ha oggettivamente prodotto alcun risultato. Linea dura di Juan Guaidó, che chiedono le dimissioni di Maduro a prescindere da elezioni e e consenso popolare. Ma la situazione di stallo indebolisce le opposizioni e rafforza invece Maduro, che guadagna tempo e punta a ‘stancare’ gli Stati Uniti. Donald Trump a ‘fretta elettorale’, tentato dal cosiddetto «Golpe delle fame» suggerito da Bolton.

Embargo totale, ma Russia e Cina

Embargo totale verso il Venezuela, congelando le proprietà del governo venezuelano negli Stati Uniti e vietando ogni transazione economica, ma è più scena che sostanza. Washington ha già applicato pesanti sanzioni verso Caracas, colpendone ad esempio il fondamentale settore petrolifero. Inoltre i due principali alleati di Maduro, la Cina e la Russia, sono rivali degli Stati Uniti e non aderiranno all’embargo, ma continueranno anzi a sostenere il Venezuela.

‘Il golpe per fame’ di Bolton

«Diretto e brutale come al suo solito, il superfalco John Bolton, il responsabile della sicurezza nazionale Usa ha assicurato agli alleati latinoamericani ed europei, riuniti martedì nella capitale peruviana nel cosiddetto «Gruppo di Lima», che le ultime misure decretate dal presidente Trump «funzioneranno oggi per Venezuela e Cuba come hanno funzionato (nel passato) per Nicaragua e Panama», annota Roberto Livi da l’Avana. Sì, Cuba, perché la guerra Usa non è solo a Maduro.

«È il momento dell’azione»

Abbattere il discusso presidente Maduro, «illegittimo» per gli Usa e molti alleati, e sostituirlo con Juan Guaidó, «legittimo» perché designato direttamente da Washington. Memoria storica di Livi: come i marines fecero a Panama nel 1989, o i mercenari contras per attaccare il governo sandinista, sempre negli anni Ottanta. Altro precedente storico di guerra ‘solo’ commerciale, il blocco totale imposto da più di 50 anni a Cuba. ‘Tanti nemici tanto’ onore, le spinte rischiose di Bolton su Trump. Contro Russia e Cina, ma anche Turchia, India e Iran. Col rischio che a forza di minacciarla, qualche guerra diventi vera.

E i venezuelani pagano pegno

Il Venezuela scelto come obiettivo simbolo per rimettere in riga tutta l’America latina, secondo i dettami della ripristinata teoria Monroe, è la lettura politica che viene da Cuba, ma non soltanto. «Una sorta di reconquista del subcontinente latinoamericano, secondo il parere del professor Esteban Morales, esperto nelle relazioni Cuba-Usa. Una strategia che non cerca di nascondere la possibilità di una «scommessa militare», viste le recenti dichiarazioni di Trump rispetto a un eventuale blocco navale del Venezuela», avverte Roberto Livi sul Manifesto.

‘Riconciliazione nazionale’ vietata

Guerrafondai sulla pelle di chi? Il giornale d’opposizione El Universal: «Soluzione negoziata che è appoggiata dalla maggioranza (il 68%) dei venezuelani. Ma è decisamente osteggiata da Voluntad popular, la formazione politica di ultradestra di Guaidó, che non nasconde una posizione settaria per impossessarsi dell’eventuale transizione». «Basta trattative e strangolamento letale dell’economia venezuelana», è invece il diktat di Bolton, rispetto a un popolazione che già soffre una crisi drammatica, senza paragoni neppure in America latina. Il ‘pensiero strategico’, affamare la popolazione perché si ribelli contro che hai definito nemico. La popolazione ringrazia.

Macrì, ‘Ora andate a dormire’

«Abbiamo avuto un’elezione negativa. Ora andate a dormire». Così il presidente dell’Argentina dal palco dove la sua lista, a conteggio ancora in corso, aspettava i risultati delle primarie presidenziali. ‘Elezione negativa’, l’annuncio, ma certo non la botta che in realtà è arrivata. La coppia Alberto Fernández e Cristina Fernández de Kirchner è riuscita ad imporsi col 47,65% dei voti sulla coppia Mauricio Macri con Miguel Ángel Pichetto, che ha ottenuto il 32,08%.

Alberto Fernández festeggia la vittoria

Peronisti tornano

Alberto Fernández ha vinto in 22 dei 24 distretti elettorali. Domenica si era votato anche per la candidatura a governatore in quattro provincie. Le più importanti, come la provincia e la città di Buenos Aires. La enorme provincia governata da María Eugenia Vidal, stella del «macrismo», si è fermataal 32,57% dei voti, quasi 17 punti sotto Axel Kicillof, ex ministro dell’Economia di Cristina Kirchner, che ha raggiunto il 49,34%.

«Paso» primarie obbligatorie

«Paso», primarie aperte, simultanee e obbligatorie, che rappresentano la massima polarizzazione del voto, senza reali opzioni per scegliere candidati alternativi ai due principali blocchi contrapposti. Scelti i candidati in corsa, il 27 ottobre le elezioni presidenziali con scarse possibilità di sorprese. Meccanismo complesso. Vittoria al primo turno se ottieni il 45% dei voti validi, o ballottaggio il 24 novembre. Qualche chance per Macrì proprio dalla reazione delle borse.

I Mercati della paura

«La parziale sconfitta del candidato dell’establishment si è espresso nel valore del dollaro, schizzato del 30% in poche ore. Ciò ha un impatto molto forte nell’economia argentina a causa del livello di indebitamento in dollari con organismi internazionali di credito, per l’incremento dei prezzi interni e perché potrebbe provocare un livello d’incertezza tale da indurre gli investitori stranieri a ritirarsi, in cerca di orizzonti più stabili», spiega Ariadna Dacil Lanza sul Manifesto.

Michele Marsonet quando spiegò Macrì e il peronismo di destra e di sinistra

Oltre metà della popolazione argentina è fatta da discendenti di italiani emigrati. Come papa Bergoglio. Dei candidati alle elezioni presidenziali, il vincitore, Mauricio Macrì, è di origini calabresi. Il perdente, Daniel Scioli, di ascendenze abruzzesi

Gli europei hanno sempre fatto fatica a comprendere il panorama politico dell’America Latina, e quello dell’Argentina in particolare. In quest’ultimo caso la fatica riguarda soprattutto gli italiani, poiché oltre la metà della popolazione è composta da discendenti di connazionali emigrati laggiù, ed è ovvio l’interesse del nostro Paese per una nazione in cui l’impronta italiana risulta così evidente.

Non è certo un caso, dunque, che entrambi i candidati in lizza alle ultime elezioni presidenziali portino cognomi italianissimi. Il vincitore, Mauricio Macri (o Macrì), è di origini calabresi. Il perdente, Daniel Scioli, di ascendenze abruzzesi. Del resto, chi ha avuto occasione di visitare Buenos Aires sa bene che percorrendo le sue strade si ha spesso l’impressione di trovarsi “a casa”. Le comunità provenienti dalle varie regioni italiane tengono molto a preservare la loro identità. Per quanto mi riguarda, vivendo a Genova, ho notato soprattutto una presenza costante di riferimenti alla Liguria.

Il “mistero” principale della politica argentina è comunque costituito dal peronismo. Si tratta di un movimento politico fondato negli anni ’40 del secolo scorso dal generale Juan Domingo Peron, e che da allora ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella vita politica locale.

Definire con esattezza il peronismo, detto anche “giustizialismo”, è molto difficile. E’ un curioso impasto di populismo, socialismo patriottico e assistenzialismo economico. Notevole anche, almeno alle origini del movimento, l’influenza del corporativismo fascista, con l’idea che le classi sociali debbano cooperare tra loro in armonia piuttosto che combattersi. Celebri i “descamisados”, i militanti del partito che tributavano al generale e alla sua prima moglie Evita – protagonista in seguito di un altrettanto celebre musical – una vera e propria idolatria.

Il fatto è che l’influenza del peronismo nella vita politica e sociale argentina non è mai venuta meno, anche a tanti anni di distanza dalla morte del fondatore. Tale influenza attraversa in pratica tutte le classi sociali, pur essendo più forte in quelle popolari. Anche il primo Papa argentino della storia, Jorge Mario Bergoglio (di origini piemontesi), fu peronista in gioventù, e non sono pochi gli osservatori che colgono spesso nei suoi discorsi echi della “filosofia” del movimento.

Il testo completo https://www.remocontro.it/2015/12/01/argentina-peronismo-destra-sinistra/

alt}"Il Brasile in crisi economica si mangia l'Amazzonia"

Brasile e Bolsonaro in crisi

Il Brasile in crisi economica si mangia l’Amazzonia. Promesse elettorali dell’ultra destra di Bolsonaro con riscatto nazionale e ritorno alle glorie del ‘Bric’, i nuovi Stati emergenti del pianeta da cui ora rischia l’espulsione. Crisi generale e peccati con tanti padri da scontare in casa. Stime recenti della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi, CEPAL, prevede uno sviluppo dell’intera area nell’anno in corso di uno striminzito 0,5%. Siamo quasi al nulla italiano, che correttamente di dovrebbe chiamare recessione. Ma restiamo in Brasile. Una percentuale molto più bassa di quanto in precedenza la Commissione aveva rilevato, che per il Brasile prevede un incremento del prodotto interno lordo solo dello 0,8% (noi ci leccheremmo i baffi), mentre vengono date in peggioramento le tendenze economiche di quindici dei venti paesi della regione. Quindi, dopo tante esagerate promesse, prospettive di guai politico economici a breve

Corsa all’oro ammazza Amazzonia

E come nelle favole o nelle bugie hollywoodiane del Far West, su a nord, missione avventura e corsa all’oro. In terra altrui. Dai pellerossa nord americani, ai nativi della foresta amazzonica nel continente latino. Sviluppo a tutti o costi, anche a spese dell’immensa regione amazzonica, denuncia Claudio Madricardo, analista di America Latina e Spagna sull’UffPost. Modello Trump, «meno ‘balle’ sul clima, e meno vincoli da parte degli organi statali sulla conservazione del polmone verde del pianeta, e consentendo agli allevatori e ai ricercatori di minerali di procedere con i disboscamenti in una zona del mondo considerata fondamentale per la lotta al cambiamento climatico, grazie alle enormi quantità di diossido di carbonio che assorbe trasformandolo in ossigeno».

Investigaciones Espaciales de Brasil

«I dati satellitari raccolti dall’Instituto Nacional de Investigaciones Espaciales de Brasil, l’INPE, ci dicono di oltre 2.255 chilometri quadrati di foresta tagliati il mese scorso, giusto il triplo di quanto era stato disboscato nel luglio di un anno fa. Il fenomeno della deforestazione è aumentato del 67% nei primi sette mesi del 2019, comportando la sparizione di 4.699 chilometri quadrati di selva amazzonica dall’inizio del governo di Bolsonaro, mentre nell’anno precedente i chilometri tagliati sono stati “soltanto” 2.818». Bolsonaro, sulla scia del suo mentore nord americano, ama la bugia accusando gli altri di mentire. Il governo contesta la veridicità dei dati e lancia accuse ai ricercatori di voler diffondere nella popolazione una falsa verità, danneggiando gli interessi economici del Paese.

Bolsonaro e i conti con l’Ue

Jair Bolsonaro, in una conferenza stampa a Brasilia ha definito “balle” i dati diffusi dall’INPE, e ha licenziato il suo direttore Ricardo Galvão, secondo lui colpevole di aver danneggiato i negoziati commerciali che il Brasile sta conducendo con l’Unione Europea, i cui rappresentanti avevano sollevato il problema del rispetto ambientale come precondizione di un accordo. «Nella logica del presidente brasiliano poco importa che i dati diffusi dall’INPE siano stati confermati da ricercatori indipendenti e da ambientalisti. Qualcosa di più gli importa che l’aumento della deforestazione sia una realtà che ha messo in allarme anche l’Europa, che può esercitare un suo peso e far sentire la sua voce quando in ballo ci sono rapporti economici col gigante sudamericano». Una realtà scomoda che nei consessi internazionali Bolsonaro però non può tacitare, com’è accaduto con l’INPE, o negare. Conti e problemi aperti.

AVEVAMO DETTO

alt="Stati Uniti e Brasile, destra politica, armi e affari di famiglia"

Uno conseguenza dell’altro

Stati Uniti e Brasile, destra politica, armi e affari di famiglia. Gli Stati Uniti hanno conferito al Brasile lo status di «Major non-Nato ally», ovvero di ‘Alleato principale esterno all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord’, la Nato, ci informa Marco Dell’Aguzzo, su EastWest. Il titolo, concesso in passato a pochi, vedi Giappone, Israele e Corea del sud- garantirà a Brasilia un canale agevolato per l’acquisto di armi americane e permetterà una maggiore collaborazione militare con Washington. In arrivo, probabilmente, anche un accordo di libero scambio in corso di negoziato.

I due, troppo simili, si amano

Il recente avvicinamento tra Washington e Brasilia è frutto del comune sentire politico a destra, di una vicina visione in politica estera e latino americana in particolare. Bolsonaro vorrebbe fare del Brasile il principale partner regionale degli Stati Uniti, Un ritorno al ‘giardino di casa’ statunitense di tante guerre. Il rovesciamento della politica estera del ‘Partito dei Lavoratori’, definita dall’ex-presidente Lula da Silva, che invece aveva allontanato il paese dalla dipendenza politico economica Usa per privilegiare i rapporti politico commerciali con il resto del Sudamerica.

Ma anche in Brasile prima la Cina

Stati Uniti e Brasile puntando sulle affinità ideologiche, Trump mercante, cerca in Bolsonaro un alleato per frenare l’avanzata della Cina in America latina. Ma è un obiettivo complicato, perché la Cina è il primo partner economico del Brasile e il suo maggiore investitore. Bolsonaro, che adesso cerca di imporre il figlio come ambasciatore e Washington (affari di famiglia), ha più volte descritto Pechino come ‘potenza predatoria’. Le aziende Usa sono invece dedite alla beneficenza. Il mercato cinese, tuttavia, è fondamentale per il Brasile. Quindi con Trump, solo amore platonico.

Memoria di una tragica illusione

Nicaragua, da Sandino all’altro Gelli, la parabola di Ortega
Gianni Beretta è severo persino con le proprie illusioni giovanili, condivise con molti. «Quarant’anni fa, il 19 luglio 1979 in Nicaragua, la guerriglia del Frente Sandinista (Fsln) entrava trionfante nella capitale Managua mettendo fine alla dinastia dei Somoza». Da allora, il maggiore ma sempre piccolo Stato centroamericano si conquistò le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Prima la rivoluzione in casa, poi la guerra civile in El Salvador che ne seguì, e la lotta di liberazione della Unidad Revolucionaria Nacional in Guatemala. «I peones delle piantagioni di caffè, cotone e canna da zucchero che si ribellavano dopo cinque secoli di sottomissione alle oligarchie della colonia spagnola, ci ricorda il Manifesto. Con l’aggiunta (dalla fine dell’800) delle banane, merce che originò di fatto le prime multinazionali (statunitensi) della storia». Oggi lo sconvolgente titolo, ‘Da Sandino a Maurizio Gelli, la parabola di Ortega è servita’.

Ortega nombra a Maurizio Gelli (a destra) como embajador en Canadá

Revolución Popular Sandinista

Il decennio della Revolución Popular Sandinista, una rivoluzione dall’incerto profilo socialista basata sui principi di pluralismo politico, economia mista e non allineamento, e con «ben quattro sacerdoti cattolici erano ministri di governo». Gli Stati uniti tra la tentazione della classica invasione di un tempo. Boicottaggio economico contro il Nicaragua, e il confinante Honduras «propria portaerei dove erano basati i contras antisandinisti». Piena guerra fredda e molti dei vari leader guerriglieri, con una formazione marxista. Ma oltre i ricordi personali, Beretta propone l’analisi. «Non è stata l’ideologia a dare il via ai fermenti rivoluzionari bensì la non più rinviabile necessità di una riforma agraria». Il problema atavico nel Centro e Sud America, la proprietà della terra tra vecchi e nuovi ‘conquistadores’. Interessanti precisazioni storiche sui primati contadini su quelli ideologici. Per approfondimenti, rinvio alla lettura dell’originale. (https://ilmanifesto.it/da-sandino-a-maurizio-gelli-la-parabola-di-ortega-e-servita/)

Inciampo sandinista, golpismo Usa

Nel 1986, condanna agli Stati Uniti dalla Corte internazionale dell’Aja per «terrorismo di stato». La direzione del Frente, costretta a una conduzione autoritaria del paese. Saltando qualche travagliato decennio bene illustrato da Beretta, l’attualità Ortega, da rivoluzionario a despota. Il ‘fu’ comandante Daniel Ortega, dal suo ritorno al governo nel 2007 ha esercitato un controllo assoluto degli apparati dello stato, alleanza con l’oligarchia in cambio di esenzioni fiscali e i salari più bassi della regione. Alla base sociale, briciole di assistenzialismo. «Fino a prefigurare, in un delirio messianico, una nuova dinastia: con sua moglie vicepresidente e i figli piazzati in posti nevralgici del regime». Dollari e petrolio fin che il Venezuela ha potuto, e neo neoliberista con amicizie Usa. «Fino a che non è scoppiata a sorpresa l’inerme rivolta dei coraggiosi ‘millennials nicas’ ‘ dell’aprile dello scorso anno, ferocemente repressa nel sangue da Ortega con centinaia di morti nelle piazze».

Dittatore Orteca e fuga dal sud

Il Nicaragua di oggi è uno stato di polizia, con oltre 60mila nicaraguensi fuggititi in Costa Rica. Fuga dalla violenza e dalla povertà verso nord. Guatemala e Honduras di fatto narco-stati. Nel Salvador gli errori dell’ex guerriglia del Fmln, culminata con l’espulsione del sindaco di San Salvador, Nayib Bukele, dal primo giugno e a 37 anni, il più giovane presidente della repubblica nell’America Latina. «Ma la triste verità è che Ortega ha tradito la sua rivoluzione; come nel 1934 Sandino fu trucidato da Anastasio Somoza senior (allora capo della Guardia Nacional) subito dopo aver deposto le armi e sottoscritto la pace col presidente Sacasa». Infine la misteriosa nomina da parte di Ortega dell’italiano Maurizio Gelli (figlio del P2 Licio) come ambasciatore prima in Uruguay e ora in Canada.

Cronisti d’assalto, Licio Gelli e la P2

Maurizio Gelli e Remocontro

Gienni Beretta cita Gelli, evoca la loggia segreta P2, ed eleva sospetti sul personaggio Maurizio. «Ambasciatore, conferendogli la preziosa immunità diplomatica». In cambio di che? È la domanda con malizia. Puzza di P2 rediviva, sotto chi dsa quale altra forma e sigla. «Allo stesso modo di quando Anastasio Somoza jr, nella seconda metà degli anni ’70 estese il passaporto nicaraguense a Roberto Calvi quando aprì a Managua l’Ambrosiano Group Banco Comercial». Remocontro attraverso un suo vecchio reporter, ha memorie personali da proporre. Maurizio, figlio minore dell’allora imperante Licio, il tramite più moderato a intelligente per tentare di arrivare all’irraggiungibile padre inquisito. Cronisti d’assalto a caccia di scoop. Chi scommetteva sul figlio Raffaello, chi sull’avvocato Dean, chi appunto su Maurizio. L’allora allampanato giovanotto, la bella moglie -Serena mi pare di ricordare- e il figlio ‘Licino’, oggi un altro Licio Gelli adulto, immaginiamo. Strani ritorni nella vita.

AVEVAMO DETTO

Cade la culla del sandinismo nel Nicaragua degli Ortega

Ex giudice premiato ministro
gravi complicità accusatorie

Brasile, guai per i giudici anti Lula e per il ministro Moro
Di rivelazione in rivelazione, l’inchiesta ‘Lava Jato’ -la tangentopoli brasiliana- e il suo giudice simbolo, l’attuale ministro della Giustizia Sergio Moro, rovescia i colpevoli e getta discredito sulla magistratura brasiliana che si dichiarava a caccia di corrotti, svelandosi parte di una forzatura tutta politica in contro terzi. E diventa sempre più indifendibile la strategia accusatoria dei procuratori della task force, a partire dal coordinatore Deltan Dallagnol, e soprattutto, dal per ora ministro, finto giudice terzo.
Saltato il tentativo di mettere in dubbio l’autenticità dei messaggi divulgati -definiti frutto di una azione criminale da parte di hacker-, e, al tempo stesso, il tentativo di ridimensionarne la gravità, annota Claudia Fanti. Le chat rese pubbliche da Intercept sono autentiche e non manipolate, garantiscono due autorevoli organi di stampa, la Folha de São Paulo che la rivista Veja, ambedue sino a ieri sostenitori dell’ex giudice castigamatti, premiato a ministro. Il materiale esaminato e divulgato in collaborazione con Glenn Greenwald e il suo team è originale e senza tracce di contraffazione.

Dal Brasil all’Espana

Stessa garanzia è offerta ora, oltre i confini brasiliani, anche da El País, prestigioso quotidiano madrileno, che, dopo aver avuto accesso a una parte dell’archivio su una delle chat menzionate nei reportage e, «con l’ausilio di una fonte esterna a Intercept», lo ha confrontato con il materiale pubblicato dal portale investigativo, trovando il contenuto «identico». Pessima aria per gli inquirenti ammaestrati, la nuove fonti e la possibilità di incrociarne i dati a garanzia di autenticità.
Impossibile, del resto, negare l’autenticità del primo audio, il primo di una lunga serie, in cui l’inquirente capo, Dallagnol festeggia la decisione del ministro Luiz Fux, che ancora non era stata resa pubblica, di impedire a Lula, prima delle elezioni del 2018, di rilasciare l’intervista già autorizzata dalla Corte suprema. «Sarà che Dallagnol negherà che questa è la sua voce?», ha non a caso ironizzato Greenwald e riporta il Manifesto.

Magistrato a caccia di soldi

Guai grossi, ben oltre le vergogna, per il coordinatore del pool della Lava Jato sulla base di nuove ‘devastanti rivelazioni’ de la Folha de São Paulo che documenta il procuratore impegnato a sfruttare la fama ottenuta grazie alle condanne -soprattutto quella di Lula- per accumulare grandi quantità di denaro attraverso corsi e conferenze a gettone elevatissimo. E addirittura progettasse di avviare un’impresa di organizzazione di eventi e intestarla -aggirando così la legge- a sua moglie e a quella di un altro procuratore del pool, Robinson Pozzobon, anche lui entusiasta dell’idea e dei potenziali profitti.
«Organizziamo congressi ed eventi e ci guadagniamo, ok? È un buon modo di sfruttare i nostri contatti e la nostra visibilità», spiegava Dallagnol alla moglie. Ben strani protagonisti della lotta alla corruzione altrui.

L’apparato giudiziario coinvolto

L’ultimo scambio di messaggi divulgati dal giornalista Reinaldo Azevedo, sempre in collaborazione con Intercept. Qui Dallagnol si spinge addirittura a interrogare Sergio Moro -l’allora giudice sul caso Lula- sulla possibilità di usare il denaro pubblico del 13° Tribunale penale federale di Curitiba, da lui presieduto, per finanziare un video pubblicitario a favore della Lava Jato veicolato dalla Globo, per un valore di 38mila reais. Con Moro che gli risponde: «Credo che sia possibile. Lasciami controllare e ti dico». Promotori di loro stessi con danaro pubblico, i cacciatori di corrotti. «Ed emerge una trama di complicità ramificata in tutte le istanze del potere giudiziario, dalla Procura generale della Repubblica alla polizia federale, dai tribunali di secondo grado alla Corte Suprema», rileva Claudia Fanti. E nello scandalo ora anche João Gebran Neto, Tribunale d’appello di Porto Alegre che, nel 2018, ha addirittura aumentato la condanna di Lula a 12 anni e 1 mese, documenta la rivista Veja.

Guaidò e sponsor internazionali
fallito golpe e rischio negoziato

Venezuela negoziati elezioni pulite, ma se le rivincesse Maduro?
Negoziato ad oltranza e ‘un tavolo permanente di dialogo’, che, ha annunciato il ministero degli Esteri della Norvegia, «lavorerà in modo continuo e veloce». La decisione al terzo giro di incontri alle Barbados, concluso il 10 luglio. Non ancora decisa la data dei prossimi colloqui, ma sono previste «consultazioni tra le parti per procedere sulla via del negoziato». Insomma, parlare per poi trattare.
Possibile superamento della crisi che sta massacrando la popolazione venezuelana? Nulla di vicino e poche illusioni, la valutazione prudente di Claudia Fanti. «Tra mille incognite e altrettanti interrogativi, il governo Maduro e l’opposizione guidata da Juan Guaidó hanno deciso che ‘il negoziato continuerà’, per una soluzione concordata nelle possibilità offerte dalla Costituzione».

Riconoscimento tra le parti

Si sa che i temi in agenda sono sei e che, al di là del ‘clima costruttivo’, le posizioni restano distanti. «Non sarà semplice», ammette il governatore dello stato di Miranda e membro della delegazione governativa Héctor Rodríguez. «Ma ho la sensazione che si possa giungere a un accordo di governabilità in cui le parti si riconoscano mutuamente». Controparte ferma alle dichiarazioni politiche. Stalin Gonzáles, secondo vicepresidente dell’Assemblea nazionale: «I venezuelani hanno bisogno di risposte e di risultati».
Quesito chiave, cosa ne pensa e ‘suggerisce’ Washington a Guaidó? Aspre critiche di consistenti parti dell’opposizione, personali e politiche. Con l’accesa contrarietà del segretario generale dell’Oea Luis Almagro, convinto che il dialogo rafforzi Maduro e indebolisca l’autoproclamato presidente ad interim.

Qual’è ora il gioco Usa?

«La domanda che sorge spontanea è a che gioco stiano giocando gli Stati uniti», rileva opportunamente Claudia Fanti. Sapendo che l’obiettivo primario dell’amministrazione Trump rispetto al Venezuela, cioè rovesciare Maduro. Ma che ciò possa avvenire per via negoziale, come prova a chiedere l’opposizione, appare inverosimiole, come nuove elezioni presidenziali senza la partecipazione del presidente bolivariano.
Inaccettabile per gli Stati uniti, il rischio che il presidente bolivariano, pur con una massiccia presenza di osservatori internazionali, possa risultare di nuovo vincitore. Memoria del negoziato 2018 nella Repubblica Dominicana, quando la destra mandò all’aria all’ultimo minuto l’accordo raggiunto col governo, «Complice una tempestiva telefonata dalla Colombia dove si trovava in visita l’allora segretario di Stato Usa Rex Tillerson», annota il Manifesto.

La via d’uscita? Giganti e Nani

Sul New York Times, mesi fa, l’economista americano Jeffrey Sachs era arrivato a suggerire una temporanea condivisione di poteri, simile a quella con successo sperimentata dalla Polonia del 1989, quando, sullo sfondo della perestroika gorbacioviana, il governo generale Jaruzelski e la Solidarnosc di Lech Walesa sottoscrissero un accordo che portò ad un graduale e pacifico cammino verso la democrazia.
Si potrà ripetere la storia in Venezuela? Maduro può vantare forse qualche somiglianza con Jaruzelski della legge marziale e della repressione del 1981 -annota Massino Cavallini su Americhe.com- ma in nulla quello della soluzione pacifica 1989. ‘Juan Guaidò ha in comune con Lech Walesa solo il fatto che sono entrambi di sesso maschile’, è l’ironia. «E Donald Trump – il gran ciarlatano oggi circondato dai vecchi arnesi della “diplomazia delle cannoniere” – è per molti versi l’esatto opposto di Michail Gorbaciov».

Papa, presto ad un accordo

Come ha già fatto diverse volte, domenica il Papa ha lanciato un nuovo appello per il Paese latinoamericano. Un accordo immediato per superare la crisi politica tra il governo del presidente Maduro e le opposizioni guidate dal presidente dell’Assemblea nazionale Juan Guaidò. I vescovi venezuelani proprio ieri avevano chiesto un ‘ritorno alla Costituzione’ e nuove elezioni supervisionate da organizzazioni internazionali, di fronte alla enormità delle sofferenze della popolazione.
Ieri, migliaia di sostenitori di Maduro hanno sfilato per le vie di Caracas per protestare contro un rapporto Onu di Michelle Bachelet, che accusa Maduro di violare i diritti umani. Tra gli slogan gridati dalla folla, “Il Venezuela si rispetta”. Mentre sono stati innalzati cartelli con scritto: “Bachelet, qui è il popolo che tu non vedi”.

Governo Bolsonaro, quasi crisi
per il giudice anti Lula fatto ministro

Brasile, caso Moro: l’ex giudice anti Lula in ‘vacanza’ da ministro
Il governo Bolsonaro perde un altro ministro, e non è il primo, ma è certamente il più popolare, anche se attualmente in forte crisi di credibilità personale. Sergio Moro, il quasi italiano eroe della ‘Lava Jato’, la tangentopoli brasiliana, il giudice che la sua discussa condanna all’ex presidente Lula, ora in carcere, ha aperto la strada all’ultradestra di Bolsonaro alla presidenza. Ora Sergio Moro, fatto ministro della Giustizia come premio, ha deciso di prendersi un breve ma strano congedo. Per cinque giorni, dal 15 al 19 luglio, «si asterrà dalle sue funzioni istituzionali per risolvere delle questioni personali», recita un comunicato della presidenza. Che vuol dire? Per cinque giorni non è più ministro? Mai sentita al mondo. Arzigogolo politico per cercare di celare una crisi che ormai sta per travolgere l’ex supermagistrato ‘cacciatore di corrotti’, ma solo i corrotti nemici, è la scoperta ultima.

The Intercept

«L’eroe della tangentopoli brasiliana, il simbolo della lotta alla corruzione, il magistrato che ha fatto condannare e sbattere in carcere il padre della sinistra latino americana, Lula, ha perso legittimità», scrive dal sudamerica Daniele Mastrogiacomo su Repubblica. Nelle indagini sul mega scandalo che ha sconvolto il Brasile e coinvolto altri 11 paesi del continente, il magistrato che si dichiarava ammiratore della nostra Tangentopoli, non è stato ‘giudice terzo’, ma, come hanno svelato telefonate e messaggi, ha di fatto diretto l’azione investigativa dell’accusa. Documenti pesanti: una serie di chat segrete scambiate su Telegram tra Moro e il capo del pool di pm, Deltan Dallagnol. «Dialoghi continui tra giudice e pubblici ministeri nei quali l’attuale ministro della Giustizia suggeriva le piste investigative da seguire, le prove da trovare, le notizie da filtrare alla stampa per sondare le reazioni, fino all’insistenza nel trovare altri testimoni e ulteriori riscontri a sostegno delle accuse nei confronti di Lula».

Moro screditato e governo in crisi

Moro screditato, e lo stesso esecutivo della destra estrema, votato quasi a furor di popolo che a soli sei mesi da suo insediamento ha problemi di tenuta interna e forse anche di consensi. Sergio Moro ha attaccato le rivelazioni di Intercept, “frasi estrapolate frutto di un hackeraggio criminale”. ‘Materiale originale, senza alcuna contraffazione’, ribattono le pubblicazioni che hanno avuto accesso al materiale. Ed ecco che l’ex giudice di Lava Jato ha deciso di prendersi la ben strana ‘pausa di riflessione’. Una scelta che sembra sia stata sollecitata dallo stesso Bolsonaro che si è visto dimezzare l’indice di consenso, 33 per cento di gradimento, secondo l’ultimo sondaggio di Datafolha, la percentuale più bassa per un presidente, dopo sei mesi dal suo insediamento, dal 1999. Prova popolarità del presidente Bolsonaro e populismo al potere, la scorsa settimana con Sergio Moro accanto sulle gradinate del Maracaná in occasione della finale tra Brasile e Perú della Copa America. “Parlerà il popolo”, aveva detto Bolsonaro. E il popolo si è espresso: quando le telecamere hanno inquadrato il presidente assieme a Moro lo stadio è rimbombato di fischi e urla, mentre un piccolo settore rispondeva con applausi.

Gli amici degli amici

A colpi di rivelazione, The Intercept, continua. A TROPA DE CHOQUE DE SERGIO MORO NO CONGRESSO É UM DESFILE DE HOMENS COM PROBLEMAS COM A LEI. Portoghese difficile, ma in sintesi, ‘le truppe di Sergio Moro al Congresso una sfilata di uomini con problemi di legge’. Nuove accuse politicamente pesantissime per il ministro chiamato a fare piazza pulita della corruzione endemica nel Paese. La pubblicazione continuerà probabilmente per mesi. Il materiale finora reso pubblico è solo una piccola parte delle decine di migliaia di chat che una fonte anonima ha fatto recapitare a The Intercept. E il fatto che ad affiancare il quotidiano on line di Greenwald sia una rivista come Veja, da sempre grande sostenitrice di Moro, dimostra che l’intero atteggiamento di Moro durante i sei anni di indagini è messo in discussione. Molto probabile che lo scandalo, data la situazione politica attuale del Brasile, non abbia conseguenze sulla situazione giudiziaria di Lula. Tutta da da verificare la tesi della difesa che la condanna del due volte presidente del Brasile sia stata frutto di un accanimento che traspare dalle conversazioni tra giudice e pm. Ad agosto prima verifica di atteggiamenti giudiziari al Tribunale Superiore Federale chiamato a pronunciarsi su una richiesta di libertà provvisoria.