domenica 23 settembre 2018

America latina

Istigazioni politiche alla violenza

Brasile ostaggio di diverse violenze. Il candidato presidenziale Jair Bolsonaro ricoverato per le pugnalate con cui è stato colpito a Juiz de Fora, giovedì 6 settembre. «Fuciliamo tutti quelli di sinistra», aveva detto in settimana lo stesso Bolsonaro, che adesso rischia la vita prima delle presidenza. Istigazione politica alla violenza del candidato presidente che fascista lo è e non lo nega. «Chi semina odio raccoglie tempesta», risponde Dilma Rousseff, ex presidente di sinistra e quindi, per Bolsonaro, ‘candidata alla fucilazione’, lei che aveva già assaggiato carcere a torture di precedenti fascismi militari.

Ecco a voi il Brasile elettorale 2018

Luiz Inácio Lula da Silva, ex presidente, bandiera della sinistra brasiliana, in carcere per corruzione in attesa di altri gradi di giudizio, impedito a candidarsi da presidente certamente vincente. Candidato del fronte opposto, destinato a sua volta a vincere per impedimento giudiziario del contendente, fermato a coltellate. Tanta, troppa violenza nel Brasile in crisi. Bolsonaro aveva proposto di «fucilare la petralhada», termine spregiativo con cui la destra chiama l’elettorato di sinistra. Ma c’è ben altro attorno.
Ogni giorno, in Brasile, si registrano 153 morti per omicidio. Nell’Atlante della Violenza 2018 di Ipea e del Fórum Brasileiro de Segurança Pública, il record di 62.517 morti nel 2016. Trenta volte superiore alla media europea. Le cose non migliorano quando si parla di armi. Secondo uno studio pubblicato dal Journal of the American Medical Association, nel 2016 il Brasile è stato responsabile del 25% delle morti causate da armi da fuoco.

Chi ci ha rubato il Brasile vincente?

Tra 2003 e 2011, mondo stupito del boum economico del Brasile, che in otto anni sembrava aver trovato la formula per coniugare le sue immense ricchezze territoriali e materiali con la crescita economica e con la redistribuzione della ricchezza. Gi anni del ‘lulismo’ che aveva spinto l’ondata della sinistra latinoamericana. Riduzione della povertà e delle disuguaglianze, crescita della classe media, il rispetto internazionale. Lula intoccabile, lasciò il Paese alla sua delfina, Dilma Rousseff, con un’approvazione dell’83% e un’eredità politica che si pensava infrangibile. Erano gli anni dei BRICS, le economie emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.
Poi, la crisi, proprio nell’anno del mondiale casalingo. La Cina frenava, il prezzo delle materie prime crolla e l’intero sistema latinoamericano basato sulle esportazioni implode. Il sistema Brasile, si mostra molto più fragile del previsto. Lula, Rousseff e i partiti che hanno sostenuto i loro governi non sono stati capaci di vedere oltre il periodo di prosperità.

Fine del ‘lulismo’ e del consenso

Il “consenso brasiliano”, compromesso sostenuto dalle parti sociali e politiche fino che l’economia cresceva, si è sfalda rapidamente. Con il rallentamento dell’economia vengono a mancare gli aiuti alla popolazione. Finiti i soldi, è finita la luna di miele tra il Partido dos Trabalhadores (PT) e il suo enorme bacino di voti. In questo clima bollente, il Brasile ha dovuto fare i conti con impensabili scandali di corruzione, e azioni giudiziarie in clima da stadio.
Cade Dilma Rousseff, galera preventiva per Lula, ma la corruzione accomuna tutti i settori di una società in cui il problema della disuguaglianza non è mai stato veramente risolto. Gli scandali hanno minato l’intera classe dirigente. Politici come Lula e Rousseff trasformati in criminali, i partiti in macchine per fare soldi facili sulle spalle dei cittadini, e vincono qualunquismo e populismo. Vince l’estremista Bolsonaro. Sino alle coltellate del 6 settembre. Su quale Brasile di prepara, nessuna risposta in vista.

Argentina di nuovo in crisi

L’Argentina potrebbe aver imboccato una strada che già negli anni ‘90  portò al collasso economico il Paese. Le proteste di piazza furono violente e costrinsero alla fuga l’allora presidente Carlos Saul Menem che aveva messo in piedi un sistema definito “mafiocrazia”, una rete di legami inconfessabili con potentati e multinazionali che consegnò l’Argentina agli interessi stranieri. Non si è arrivati ancora a questo punto ma l’ombra pesante di una nuova crisi, per il momento monetaria, è ripiombata sul paese sudamericano rischiando ancora una volta di far saltare il banco.

Politica di austerità

Dopo la fine della dinastia dei Kirchner, il presidente Mauricio Macrì si trova costretto ora a varare una politica di austerità dalle conseguenze sociali significative. Dallo scorso aprile infatti è iniziata una fase di forte svalutazione del peso (a metà aprile per 1 dollaro americano ci volevano 20 pesos, all’inizio di luglio 28). Una spirale dovuta alle uscite di ingenti capitali dal Paese. Gli effetti sul disavanzo pubblico e il tasso d’inflazione sono stati immediati.
Molto viene imputato al quadro internazionale non più favorevole alle economie emergenti, così come in altri paesi del continente latinoamericano, ma è chiaro che Macrì, presentatosi come un risanatore, ha sbagliato qualcosa. Inoltre l’Argentina continua a scontare le sue debolezze strutturali cosa che ha allontanato gli investitori stranieri

La richiesta al Fmi e la cura da cavallo

Per questo il governo si appresta a fare quello che somiglia molto ad un autocondanna. Chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale. Il 4 sttembre una delegazione argentina si è recata a Washington per proporre un’accelerazione del prestito di 50 miliardi già nel 2019 (la tranche di finanziamento doveva arrivare nel 2020 poi nel 2021).
Per accreditarsi presso l’Fmi, e anticipare gli eventuali piani di aggiustamento strutturale lacrime e sangue, il governo di Macrì ha annunciato una serie di misure come la soppressione di diversi ministeri e una maggiore tassazione delle esportazioni. Si mira a ridurre il deficit di bilancio ma le reazioni dei cittadini sono ancora tutte da scoprire. In questo senso vanno lette le parole di Macrì:  «affrontiamo le difficoltà nel modo migliore, supereremo la crisi prendendoci cura dei più bisognosi».

L’ombra dei militari

Intanto però arrivano segnali inquietanti che rimandano inevitabilmente alla feroce dittatura dei generali. Macrì ha proposto l’uso dei militari anche per questioni interne al Paese (narcotraffico e terrorismo) mentre al momento le Forse Armate possono intervenire solo in caso di minacce esterne. Un’eventualità che ha provocato la sollevazione delle opposizioni le quali temono l’uso dello strumento  militare per reprimere le manifestazioni di piazza causate dalla crisi.
Le Ong chiedono l’esclusione degli apparati militari anche per il supporto logistico. «Il proposito del governo è quello di aumentare il livello di repressione interna con la falsa scusa di proteggere obiettivi strategici» affermano le organizzazioni per i diritti umani. E già l’Assemblea per i diritti umani, di cui fanno parte anche le Abuelas del Plaza de Mayo e le Madres linea fundadora, ha fortemente protestato a partire dal luglio scorso davanti al Ministero della Difesa.
Probabilmente l’intento di Macrì è quello di dare riconoscimento ai militari e riabilitarne il ruolo sociale. Una sorta di saldo del debito dopo anni dalla fine della dittatura e del dramma dei desaparecidos. L’Argentina cerca una posizione meno defilata nel consesso internazionale a partire dalla possibilità di poter partecipare alle missioni internazionali.

Lula, idolo vietato

Lula presidente vietato in Brasile. Nella foto di copertina i sostenitori di Luiz Inácio Lula Da Silva mentre protestano fuori dal carcere di Curitiba, nel sud del Brasile, dove è detenuto, Perché Lula, così lo chiama semplicemente il popolo brasiliano chein gran parte lo ama, e lui candidato, sarebbe presidente certo. Ma, interpretazione di legge o forse altro, dicono no al Lula vincente.
Venerdì sera il Tribunal Superior Eleitoral, la più alta corte brasiliana che si occupa di questioni elettorali, ha deciso che l’ex presidente Luiz Inácio Lula Da Silva non potrà essere uno dei candidati alle elezioni presidenziali del prossimo 7 ottobre, per via della sua condanna a dodici anni per corruzione e riciclaggio di denaro, per cui si trova attualmente in carcere.

Lotte e pasticci

Lula ha 72 anni ed è stato presidente del Brasile dal 2003 al 2011. Era stato condannato per aver ricevuto un appartamento come tangente in circostanze legate allo scandalo che negli ultimi anni ha coinvolto Petrobras, la grande azienda petrolifera pubblica del Brasile.
La condanna si era in parte basata sulle parole di un dirigente che aveva accettato di testimoniare contro Lula per ottenere una riduzione della propria pena. Lula ha sempre detto di essere innocente, sostenendo di essere stato incastrato per evitare un suo ritorno al potere, come infatti è accaduto. A gennaio è stato condannato in appello, ma ci sono ancora due gradi di giudizio prima che la sentenza nei suoi confronti diventi definitiva.

Legittimi sospetti

Nonostante le interpretazioni giuridiche contrastanti della legge sulla candidature di inquisiti, il Partito dei Lavoratori aveva comunque scelto Lula, che ha un consenso altissimo tra i brasiliani , come proprio candidato. Un giudice del Tribunal Superior Eleitoral, ha motivato la decisione per «l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e alla Costituzione». Gli avvocati dell’ex presidente hanno annunciato un nuovo ricorso. Secondo i sondaggi sulle elezioni presidenziali, Lula ha la percentuale più alta di consenso, un terzo degli aventi diritto di voto, rispetto all’ex militare e ultra destro Jair Bolsonaro, che gode però di altri ‘autorevoli’ sostegni.

Los trabalhadores

Se, nonostante il ricorso dei suoi avvocati, a Lula sarà definitivamente impedito di essere il candidato del Partito dei Lavoratori alle elezioni di ottobre, è probabile che il suo posto sarà preso dal suo candidato vicepresidente Fernando Haddad, un ex sindaco di San Paolo. Difficile però che su di lui possano convergere tutti i consenso legati al carisma popolare del personaggio Lula, ex sindacalista e uomo del popolo. Il Partido dos Trabalhadores è stato fondato nel 1980, tra gli altri anche da Luiz Inácio Lula da Silva. Il PT è un partito di sinistra, che raccoglie diverse sensibilità culturali, dai cristiani socialisti ai marxisti, passando per i socialdemocratici, e i comunisti.

Donde està Santiago Maldonado?

Patagonia argentina. Donde està Santiago Maldonado? A questo interrogativo la risposta è arrivata il 17 ottobre del 2017 quando nel letto del fiume Chubut, Patagonia argentina, è stato ritrovato il corpo di un ragazzo ventottenne scomparso 78 giorni prima. Ma chi era Santiago Maldonado? Un’altra domanda da esaudire e per la quale bisogna parlare di una lotta ancestrale, quella degli indigeni Mapuche,  del governo di Buenos Aires, della famiglia Benetton, e di sfruttamento selvaggio del territorio.

Popolo Mapuche, Patagonia, Argentina

L’impero dei Benetton

Non solo autostrade per i Benetton dunque, ma soprattutto un impero tessile che parte da Treviso e arriva in Argentina.  Qui nel 1991 la dinastia trevigiana, attraverso la holding Edizione Real Estate, compra, per 50 milioni di dollari, la Tierras De Sur Argentino (CTSA), la principale proprietaria di terre nella Patagonia argentina. L’enormità di 900 mila ettari di terre.
Un territorio immenso sul quale vengono allevati 260 mila capi di bestiame, tra pecore (circa 100 mila) e montoni. La produzione di lana arriva a 1 milione 300 mila chili di lana all’anno (il 10% del totale della multinazionale), interamente esportati in Europa. E’ la materia prima per la maglieria di lusso che viene esposta nei negozi buoni delle grandi città occidentali ricche. Nello stesso territorio sono allevati anche 16 mila bovini destinati al macello.
Ma c’è di più. L’impresa italiana spende 80 milioni di dollari per altre e ben diverse attività. I Benetton finanziano la costruzione di commissariati per il controllo della zona, la realizzazione di una stazione turistica e l’apertura del Museo Leleque. Filantropia. Benetton in cambio riceve anche sussidi da parte del governo argentino per progetti di riforestazione, soprattutto di pini (circa 400 ettari all’anno). La multinazionale è descritta da molti come uno stato nello Stato.

La lotta dei Mapuche

Però c’è un problema , le terre sul quale si estende l’attività economica della famiglia veneta sono le stesse sulle quali da sempre vivono gli indigeni argentini Mapuche. Una popolazione che  tra il 1600 e la fine dell’800 dominava la Patagonia prima di essere spazzata via dagli immigrati europei divenuti argentini. La loro terra era una fascia ininterrotta che si estendeva dalla costa atlantica a quella pacifica. Dall’Argentina al Cile.

L’arrivo dei Benetton provocò una reazione durissima. La popolazione indigena venne sfrattata da territori ancestrali ma non cedette mai definitivamente e anzi iniziò il recupero delle terre. Troppi i danni ambientali dovuti allo sfruttamento intensivo dei terreni, insieme ad un tendenziale aumento dei prezzi e la progressiva privatizzazione dei servizi pubblici, il logoramento dei diritti del lavoro, numerose e ripetute persecuzioni ai danni delle organizzazioni sociali e dei sindacati. Una generalizzata violazione dei diritti umani.

La morte di Santiago Maldonado

Alla lotta partecipa anche un artigiano argentino, Santiago Maldonado. Non è un Mapuche ma si impegna per la riaffermazione di un diritto alla terra riconosciuto dalla stessa Costituzione argentina diretta a preservare, a parole, i diritti delle popolazioni indigene. Mai il 1 agosto dello scorso anno Maldonado sparisce mentre è in custodia della gendarmeria, detenuto ‘desaparecido’. Non se ne sa più niente fino al successivo ottobre quando viene ritrovato quello che la Procura afferma essere il suo corpo.
Il caso Maldonado, mobilità una forte campagna internazionale per scoprire la verità, e denuncia la feroce la repressione da parte dalla Gendarmeria Nazionale. La domanda oggi come allora, resta, “cosa è successo a Santiago? Dai testimoni si sa che i soldati accusati di quelle violenze alloggiano in quella che viene chiamata ‘Repubblica Benetton’, sono nutriti con catering pare a spese della stessa azienda.

Nessuna risposta

A quale autorità rispondono quegli sgherri allora? Menzogne a danno di imprenditori puliti? A questo interrogativo potrebbe rispondere Carlo Benetton, il fratello minore della dinastia di Treviso che si occupa del settore in questione. Carlo ama la Patagonia, gira con il suo fuoristrada in lungo e in largo. E’ lui il capo azienda in Argentina. Oppure maggiori delucidazioni potrebbe darle lo scozzese Ronald McDonald. Un allevatore con antenati emigrati in Argentina, ma anche il direttore generale dell’azienda Benetton in Patagonia. Conosce la situazione e ha modi definiti da più parti ‘molto rudi’. Al momento però nessuno dei due ha parlato per fare chiarezza.

Il caso Huala

Nonostante tutto però la lotta Mapuche non è diminuita ed anzi, e ha cominciato a dotarsi di strutture permanenti di autodifesa concretizzati in violentissimi scontri. Le autorità hanno parlato di uso di armi da fuoco e azioni di sabotaggio. Una circostanza che per le autorità argentine si configura come terrorismo. Per questa accusa, lo scorso marzo, è stata accolta la domanda di estradizione del Cile per Facundo Jones Huala, leader dell’organizzazione di resistenza Pu Lof nella regione del Chubut.
Ma esistono forti dubbi sul castello accusatorio, confermato anche dal fatto che una prima richiesta di estradizione venne rigettata dopo l’accertamento delle torture subite da un testimone chiave contro il leader mapuche. Anche una delle più note esponenti delle Madri di Palza de Mayo, Nora Cortinas ha definito vergognoso l’esito dell’udienza. Il pericolo è che Huala venga considerato terrorista dal Cile a causa di un lascito legislativo risalente al regime di Pinochet.

Sospetto golpe in toga

Brasile, ‘senza Lula elezioni frode’. Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni unite che ha sollecitato ufficialmente le autorità brasiliane ad ammettere la candidatura di Lula alla presidenza del Paese. Regole universali di presunta innocenza sino a sentenza definitiva. Ma il Brasile -colpo di mano o colpo di Stato e scelta di chi legge i fatti- aveva deciso per Lula la scorciatoia della sentenza d’appello. L’organismo Onu chiede adesso al governo di non impedire che l’ex presidente concorra alle elezioni «fino a quando tutti i ricorsi contro la sua condanna non siano esauriti», e di garantire, dalla prigione, l’esercizio dei suoi diritti politici, autorizzando «un accesso appropriato ai media e ai membri del suo partito».
Silenziatore governativo e stampa arruolata, ma altro grosso problema per chi dovrà decidere entro il 17 settembre sull’ammissibilità e meno della candidatura di Lula. Ma non solo. Da un sondaggio divulgato nei giorno scorsi dall’istituto Mda, a Lula andrebbe addirittura il 37,3% delle intenzioni di voto. Una percentuale che, superando quella di tutti gli altri candidati messi insieme, gli assicurerebbe la vittoria al primo turno, spiegano i tecnici.

Ministro ‘salvinista’

Punto di forza della destra, il ministro Luis Roberto Barroso, relatore del caso Lula al Tribunale Superiore Elettorale, chiamato a sciogliere il dilemma tra gli interessi di chi vuole l’esclusione di Lula e il rispetto della giurisdizione internazionale dall’altro. Un dilemma particolarmente spinoso, considerando che, in un articolo del 2010 sulla «dignità della persona nel diritto costituzionale contemporaneo», era lo stesso Barroso a definire i trattati internazionali sui diritti umani «indiscutibilmente vincolanti dal punto di vista giuridico». Nel 2009 il Brasile ha firmato un protocollo che riconosce la giurisdizione dell’organismo Onu e l’obbligatorietà delle sue decisioni. Così vorrebbe la legge, ma c’è sempre il possibile inganno.
Possibile, se non probabile, che la decisione dell’Onu venga comunque ignorata, è evidente che a quel punto la legittimità delle elezioni verrebbe messa in discussione a livello internazionale. Con ricadute di politica internazionale che già si fanno sentire. Non casuale, molto probabilmente la visita del ministro della difesa Usa, Mattis, un questa lunga e delicata vigilia elettorale.

Ancora Dottrina Monroe

Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, James Mattis, in un tour latinoamericano, memoria anche di pessime attenzioni Usa di un passato non troppo lontano. Brasile, Argentina, Cile e Colombia, a rafforzare una alleanza militare definita da Washington, ‘strategica’. Guardino di casa. Prima tappa per Mattis alla Escola Superior de Guerra, riferimento meno pericoloso alla seconda guerra mondiale e ai 25mila soldati brasiliani incorporati nella V Armata agli ordini del generale Clark. Per curare interessi un po’ più vicini, a giugno, Comando Sud Usa, manovra con i paesi dei Caraibi, in particolare la Guyana, Grenada e Trinidad e Tobago per la sua vicinanza al Venezuela. In agosto, esercizio di “assistenza umanitaria” tra El Salvador e Panama. E da subito, c’è chi ha parlato di ritorno della ‘Monroe Doctrine’.
La dottrina Monroe, elaborata da John Quincy Adams e pronunciata da James Monroe al Congresso il 2 dicembre 1823. L’idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano. Da allora, quasi 200 anni dopo, nulla sembra cambiato, salvo i modi per imporre questa supremazia.

 

AVEVAMO DETTO

Brasile, Lula candidato fa paura alle destre anche dalla prigione

Partido dos Trabalhadores

Brasile e Lula e il Partito dei lavoratori. In onore di Genova ferita, ricordo che lavoro, in genovese si dice, ‘travaggiu’, quello che la città strangolata rischia di perdere. Decine di migliaia di trabalhadores brasiliani alla registrazione del candidato alla presidenza. Forse non era mai accaduto prima e in nessun altro Paese al mondo. Iscrizione formale della candidatura di Lula al Tribunale Supremo elettorale alle 17.21 del 15 agosto, ferragosto per noi latini. «Atto di sovranità popolare. Atto di obbedienza alla volontà del popolo e alla Costituzione federale», secondo i vertici del Pt, che candida la deputata del Partido comunista do Brasil Manuela D’Avila, alla vicepresidenza.

Lula, il nemico da battere a qualsiasi costo, da parte dei poteri forti brasiliani che già pregustavano una facile vittoria elettorale. E quindi, scontro senza esclusione di colpi, e a tutta velocità. Mossa della candidatura comunque, nonostante il carcere, e la replica immediata via magistratura in conto terzi. Lo stesso 15 agosto, la sua candidatura è stata impugnata dalla procuratrice generale della Repubblica Raquel Dodge, da sempre in prima fila nell’azione giudiziaria contro l’ex presidente. Una rapidità su cui Glesi Hoffmann -segretario Pt- ha ironizzato: «Se per fermare Lula avesse dovuto correre i 100 metri, Raquel Dodge avrebbe frantumato il record di Usain Bolt».

Peggio: l’incarico di analizzare il caso della candidatura di Lula è stato assegnato al ministro Luis Roberto Barroso, noto come sostenitore entusiasta della legge Ficha Limpa, che proibisce ai condannati in secondo grado di presentarsi alle elezioni -niente sentenza definitiva- ma è anche considerato dal Pt il giudice più vicino alla Rede Globo, la potentissima catena televisiva che sostiene la destra. Subito contestare l’assegnazione, chiedendo che ad occuparsi del caso sia qualche altro ministro meno schierato. Precedenti richieste di impugnazione contro Lula da parte Kim Kataguiri, leader del gruppo di estrema destra Movimento Brasil libre, e dall’attore Alexandre Frota, del Partido social liberal.

Lula cosa chiede? «Chiede anche per se i diritti riconosciuti da anni dai tribunali a centinaia di altri candidati». E cioè il diritto di ottenere la sospensione dell’ineleggibilità finché non siano esauriti tutti i ricorsi, e di poter godere nel frattempo di tutte le prerogative garantite agli altri candidati presidenziali, compresi i dibattiti televisivi. Difficile, e Lula ai suoi, «Ciascuno di voi sarà le mie gambe e la mia voce. Rilanceremo la speranza, la sovranità e l’allegria di questo nostro grande Paese». Se anche Lula non potesse candidarsi, le destre hanno di che preoccuparsi. Secondo il sociologo Marcos Coimbra dell’istituto di sondaggi Vox populi, la sa vice al posto di Lula arriverebbe certamente al ballottaggio.

Argentina, niente sarà come prima

Argentina in cambiamento. “Nada puede parar el viento”, niente può fermare il vento titola, nella sua versione on line il quotidiano argentino Pagina12. Il riferimento è alla bocciatura in Senato, nella notte tra l’8 e il 9 agosto, della legge sull’aborto, nel paese di papa Francesco.

La bocciatura della legge

I senatori infatti hanno respinto la proposta  sulla legalizzazione dell’interruzione di gravidanza con 38 voti contrari contro 31 che invece si sono espressi a favore. Una questione centrale in Argentina che ha assunto i toni di una resa di conti e che, come ha messo in luce il quotidiano, ha scatenato un dibattito e una mobilitazione di milioni di persone nel paese. Un cambiamento culturale che segna profondamente la società argentina.

Scontro sociale

Il segnale di tutto ciò sta nelle proteste che si sono verificate immediatamente dopo la bocciatura. Molta gente è scesa in strada e si è scontrata con la polizia che è ricorsa all’uso di gas lacrimogeni per disperdere gli assembramenti. Dall’altro lato delle “barricate”gli attivisti anti abortisti che festeggiavano lo scampato pericolo.
Il voto contrario era comunque stato previsto ampiamente dei media sebbene in giugno la Camera si fosse invece espressa favorevolmente rispetto al provvedimento. Eppure in Senato il dibattito è stato serrato. 16 ore di interventi, opinioni diametralmente contrapposte che hanno mostrato un paese spaccato anche dal punto di vista geografico. Contrari i rappresentati delle provincie del nord, a favore quelli del centro e del sud.

Cosa prevedeva la legge

La proposta di legge prevedeva  la possibilità per le donne di abortire entro la quattordicesima settimana dal concepimento. Sarebbe stato un salto a piè pari del codice penale del 1921 che consente l’interruzione di gravidanza solo in caso di violenza sessuale o quando la madre si trovi in pericolo di vita.
Qualora fosse passata la legge in Senato le donne avrebbero potuto ricorrere all’interruzione di gravidanza in qualsiasi ospedale pubblico o privato in maniera gratuita e senza costi per le medicine o eventuali terapie. Ed è stato proprio questo uno degli argomenti usati da chi ha avversato la proposta. I costi per le casse dello Stato sarebbero stati troppo elevati.

Il pressing della Chiesa

Ma sulla decisione ha pesato anche la campagna dei settori conservatori dell’Argentina e di quelli religiosi. La difesa della vita, patrimonio della chiesa cattolica, è stato uno dei leit motiv più frequenti ma al di là dei legittimi convincimenti, il dibattito ha anche toccato il tema dell’influenza delle istituzioni ecclesiastiche sulle leggi dello Stato.
Il capo del partito Giustizialista, Pichetto, ha motivato il suo voto favorevole proprio invocando la separazione tra la Chiesa e lo Stato. «Il XXI secolo è il secolo delle donne – ha affermato Pichetto – Ciò non comprende che la religione possa imporsi su l’intero paese e le norme che sono naturali in uno stato laico».

Prospettive incerte

Ora prima di un anno non sarà possibile ripresentare una proposta di legge sulla stessa questione, ma secondo diversi commentatori il 2019 è un anno elettorale che sconsiglierebbe la presa in esame di temi così divisivi che potrebbero innescare tensioni sociali. Rimane il fatto che la società argentina ha mostrato comunque una forte vitalità e un protagonismo delle donne che ha già segnato profondi cambiamenti.
Nonostante la bocciatura della legge, rimangono sul tavolo problemi drammatici come quello degli aborti clandestini, la Chiesa stessa non nasconde il problema e sebbene si rallegri per l’esito del dibattito parla di aiutare i più deboli. E’ stato lo stesso monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita ad affermare come l’aborto clandestino sia una piaga enorme che va assolutamente combattuta: non basta la legge, «c’è bisogno di uno scatto di coscienza e di solidarietà».

L’ex presidente Lula
candidato in carcere

Lula candidato presidente in carcere, Brasile lacerato. In Brasile il Partito dei Lavoratori ha scelto come proprio candidato alle elezioni presidenziali del prossimo ottobre l’ex presidente Luiz Inácio Lula Da Silva, nonostante sia in carcere con una condanna a dodici anni per corruzione. Lula ha sempre detto di essere innocente sostenendo di essere stato incastrato per evitare un suo ritorno al potere. A gennaio ha perso il primo appello contro la sentenza per corruzione e sta ancora aspettando di sapere ufficialmente da un tribunale se potrà candidarsi alle elezioni o no.
Anche se è in prigione, Lula è il candidato favorito secondo i sondaggi. Il Partito dei Lavoratori non ha ancora scelto il proprio candidato vicepresidente, e dovrebbe farlo lunedì: sarà una scelta importante, dato che nel caso a Lula venisse impedito di partecipare alle elezioni, il candidato a vice diverrebbe automaticamente candidato a presidente.

Mani pulite alla brasiliana
con polemiche all’italiana

La figura leggendaria di Lula, ex operaio metallurgico diventato presidente alla guida del suo Partito dei lavoratori. Le moltissime famiglie povere che ha contribuito a tirare fuori dalla miseria assoluta. L’odio profondo che continua a suscitare nel mondo dei ricchi. La corruzione che lo attraversa con la complicità della politica. Conquistare voti costa caro, e quando la vita politica non è finanziata dal denaro pubblico viene mantenuta con manovre che la legge considera corruzione.
Il partito di Lula non è sfuggito a questa regola -rileva Bernard Guetta, France Inter- e lo stesso Lula a margine di queste pratiche, si è ritrovato proprietario di un appartamento con vista sul mare. «L’accusa sembrava fragile, ma è bastata a condannarlo a 12 anni di prigione e ha spinto la corte suprema a impedirgli di restare in libertà fino alla fine del processo». Per questo quasi certamente Lula sarà escluso dalle presidenziali del prossimo autunno in cui i sondaggi gli concedono 20 punti di vantaggio. È per questo che la società brasiliana si sta spaccando in uno scenario politico devastato.

La sinistra sudamericana
a favore dell’ex presidente

Non solo questione brasiliana, l’accesso a meno alla politica per Lula Da Silva. All’inizio di marzo una grande manifestazione di solidarietà a Lula da parte di alcuni esponenti della sinistra latino americana. Dilma Rousseff, presidente del Brasile deposta nel 2016, l’ex presidente ecuadoriano Rafael Correa, e l’ex presidente dell’Uruguay José Mujica. L’anziano leader uruguayano è famoso per aver vissuto durante il suo mandato nella sua casa ai margini di Montevideo, muovendosi sul suo vecchio maggiolino Volkswagen rifiutando l’auto presidenziale.
Il manifesto di Lula allora: mai prima dei 14 anni d’inizio del XXI secolo è esistita tanta politica sociale in America Latina. Altra novità del XXI secolo «i colpi di stato di nuovo tipo che si sviluppano attraverso un’azione giudiziale, criminalizzano le persone, trasformano le verità in bugie con l’appoggio dei mass media e distruggono il Potere Legislativo deponendo, senza ragione, presidenti legittimamente eletti».
Lula è stato condannato per corruzione e riciclaggio di denaro nell’operazione ‘Lava Jato’, la mani pulite brasiliana che ha svelato l’enorme trama di tangenti dell’azienda petrolifera di stato Petrobras e della multinazionale Odebrecht, in cui è coinvolta l’intera classe politica del paese e numerosi governi di altri paesi latinoamericani.

Messico più pericoloso della Siria

Messico, cimitero di giornalisti. Reporter di guerra oltre ciò che appare. Dalle trincee di Heminguay alle ‘guerre liquide’ di oggi, dove non sai che e dove potrebbero spararti. Terza fase, la peggiore possibile, la guerra modello mafioso, colpire ovunque chi rompe le scatole al potere, qualunque esso sia.
Cronaca di Pablo Sánchez Olmos su El Mundo, dal Messico. Playa del Carmen, Caraibi messicani. Questa volta tocca a Pat Ruben, direttore del giornale digitale ‘Playa News’, di morire assassinato. Il killer, una pistola, l’auto coi complici pronta per la fuga. Come da film e da manuale mafioso scritto in spagnolo. Rubén Pat aveva già denunciato di aver ricevuto minacce dopo aver scritto sui legami tra i funzionari locali e la criminalità organizzata. Nel giugno 2017 Rubén Patera stato arrestato e pestato dalla polizia locale. Guardie e ladri, stesso ruolo in commedia. Il giornalista di era allora rivolto alla struttura del Ministero degli interni creata per per proteggere i giornalisti e gli attivisti dei diritti umani sotto tiro, ma la vigilanza ha avuto il finale raccontato.

Centinaia di reporter e di difensori dei diritti umani costretti a richiedere la protezione di questo programma. Tuttavia, tra il 2014 e il 2018, il budget per farlo funqionare è stato ridotto di oltre il 50%. Più delitti meno soldi e poliziotti (soldi dello Stato, quelli criminali invece..). Prima di Pat Rubens, 26 giorni prima e sempre del “Playa News”, l’omicidio del suo direttore, una delle stelle del giornalismo messicano, Jose Guadalupe Chan, ucciso in circostanze identiche, di notte e fuori da un bar. La sua ultima copertina per “Playa News”, l’omicidio di un funzionario Daniel Dzib, nel piamo di una feroce campagna elettorale per le presidenziali.

Campagna elettorale, fronte di guerra, con oltre 130 politici assassinati. E giornalisti, testimoni da far fuori. Una professione ad alto rischio in Massico, soprattutto in quegli stati come Tamaulipas e Veracruz, popolarmente conosciuti come “zone di silenzio”, dove nessun giornalista osa lavorare. «Le zone di silenzio esistono a causa della paura del crimine organizzato o della paura dei poteri oscuri che ti fanno sparire, e il terrore è il meccanismo di censura più efficace ed economico», denuncia Diego Durán, rappresentante dei sopravvissuti. L’assenza di uno stato di diritto in certe aree, se denunciata, provocherà la violenza degli stessi funzionari pubblici per coprire le loro inefficienze, o più spesso le loro complicità corrotte.

Il 2017 è stato l’anno più violento contro la stampa in tutta la storia del Paese, con 13 giornalisti uccisi. Ora, 2018, in soli sette mesi, già otto giornalisti sono stati uccisi. «..ocho periodistas han sido asesinados marcando una peligrosa pauta que socava el delicado estado de salud de la libertad de expresión en México». E la futura amministrazione di López Obrador (il presidente neoeletto) ha parlato poco di questo dramma. Causa principale di queste aggressioni è l’impunità: “Le autorità non indagano e, in molti casi, coprono i responsabili”. «Y mientras no pase nada, cada día México estará un poco más lejos de ser una sociedad libre y bien informada». E finchè non succede nulla, ogni giorno il Messico sarà un po ‘più lontano dall’essere una società libera e ben informata.