domenica 24 marzo 2019

America latina

Gli Usa ritirano il restante personale diplomatico
Il governo denuncia “cinque attacchi criminali contro il nostro sistema elettrico nazionale” da giovedì scorso, senza fornire dettagli sulla loro natura.

 Venezuela, la battaglia della luce tra bugie e inganni

Ci vorrà ancora del tempo prima che l’elettricità torni regolare in Venezuela. Al primo black-out, nel pomeriggio del 7 marzo, ne era seguito un altro sabato, proprio quando la situazione sembrava normalizzata, precipitando nel buio l’intero paese. Edomenica notte l’esplosione di un trasformatore elettrico a Baruta, nella periferia di Caracas. Scenari da guerra, col governo costretto a sospendere lavoro e scuola e servizi, denunciando «il brutale attacco terroristico contro il popolo» attraverso il ministro dell’informazione Jorge Rodríguez. Solita scusa alla Maduro per scaricare su altri le proprie inefficienze?

Rubio io so tutto

Stati uniti, gli ‘imputati naturali’ di parte chavista, hanno risposto con sfottò di vario tipo, in cui si è ‘particolarmente distinto’ -rileva Marina Fanti- il senatore repubblicano (Usa) Marco Rubio. Il quale, a voler fare i maliziosi, poche ore prima del black-out, annunciato che i venezuelani avrebbero vissuto una gravissima «mancanza di alimenti e benzina», ciò che è realmente accaduto. Cattiveria politica divenuta casualmente preveggenza, o altro? Certo che è molto bene informato quel senatore amico di Trump che, poco dopo il fatto già denuncia pubblicamente che i generatori di supporto non avevano funzionato. Lui prima e meglio degli ingegneri venezuelani, come se sapesse.

Ridicolizzare per coprire

Poi Rubio sfotte e pubblica sui social un’immagine di Godzilla che sputa fuoco dalle fauci, ‘il colpevole del black-out nazionale’. Ridicolizzare la tesi del cyber attacco, ma qualcuno ricorda strani precedenti. Esempio quanto l’amministrazione Obama aveva attribuito la responsabilità del black-out sofferto dall’Ucraina il 23 dicembre del 2015 alla Russia. Allora a buttarla in caciara fu Mosca. Eppure gli Stati uniti, dell’utilizzino tale arma ne sanno molto. Nel 2016, fu il New York Times a rivelare l’esistenza di un piano elaborato dagli Usa per lanciare attacchi cibernetici contro le centrali nucleari dell’Iran, noto come Nitro Zeus. Un micidiale malware, denominato Stuxnet, che bloccò le centrifughe della centrale atomica di Natanz.

Forbes che non è comunista

A non trovare ridicole le accuse del governo Maduro è anche la rivista Forbes (che non è il Manifesto), che, in un articolo a firma di Kalev Leetaru (che non è Claudia Fanti), definisce «senz’altro realistica» l’idea «che un governo come quello statunitense intervenga a distanza contro la rete elettrica». Il problema è anche che il Venezuela alla sfascio è bersaglio facile da colpire e, con certo Iternet obsoleto, diventa assolutamente facile occultare qualsiasi attacco esterno. Colpevoli certi, comunque, a mancanza di investimenti e la carenza di manutenzione nel settore elettrico. Tesi del sabotaggio e decessi negli ospedali, per Rubio sempre straripante, “un’ottantina di neonati morti a causa del black-out”. Massacro.

Fake news e contaballe

Per il deputato di opposizione e medico, José Manuel Olivares, si scende a 21 vittime. Il ministro della Sanità Alvarado esagera a zero morti: «15 o 17 pazienti che sono stati spostati verso altre strutture a causa di problemi, ma senza nessuna conseguenza grave». Fake news contrapposte e a raffica sulle reti sociali. Il caso dei camion di aiuti alla frontiera con la Colombia il cui incendio è stato imputato alla Guardia nazionale bolivariana. Episodio esecrato dal vice Trump, l’ultrà Pence, e denunciata all’Onu. Smentisce il New York Times con sue immagini dove si vede che a innescare l’incendio è stata «una bomba fatta in casa con una bottiglia», una molotov, lanciata da un manifestante anti-governativo.
Dopo di che, se qualcuno prova a dirvi che Maduro è un angioletto innocente di tutto, è un’altra fake-news.

Dopo la ‘Valanga umanitaria’ cosa?
Sull’orlo del baratro guerra

Guaidò da Pence, armi dall’Ucraina, chi spinge il Venezuela alla guerra?
Escalation e verso il peggio. La “valanga umanitaria” di aiuti, annunciata dal leader dell’opposizione Juan Guaidò è stata bloccata con la forza alle frontiere da Nicolas Maduro. Niente aiuti americani ma solo Onu. Non c’è stata neppure la diserzione di massa di guardie di frontiera sollecitata dall’autoproclamato presidente che ora conta solo qualche morto di piazza in più da addebitare a Maduro. Poi di corsa a Bogotà dal vice Usa, Pence, persino più integralista del laico Trump. E Juan Guaidò anticipa che chiederà ‘alla comunità internazionale’, agli Usa la traduzione, di mantenere “tutte le opzioni aperte” nella lotta per cacciare il presidente Nicolas Maduro.
Insomma, richiesta neppure troppo velata di azione armata. Intervento di decisione Usa con ‘targa’ di coalizione, motivazione alta da decidere. L’Unione europea dice no a ogni intervento esterno, anche se lo mira alle forze pro Maduro, per non sbilanciarsi troppo. Gesti politici e tensioni sociali interne a crescere, formalmente per arrivare a nuove elezioni con garanzie democratiche, ma troppi comportamenti fanno sospettare che la scelta di qualcuno sia ormai la strada delle scontro armato.

Armi ucraine attraverso la Colombia

Tra i segnali di allarme, anche le gravi accuse da Mosca: «Vi sono prove che aziende statunitensi e i loro alleati della Nato stiano acquisendo una grande quantità di armi e munizioni in uno dei paesi dell’Europa orientale per il loro successivo trasferimento alle forze di opposizione venezuelane», denuncia Marya Zakharova, portavoce del Ministero degli esteri russo. La Colombia, ricorda la portavoce russa, Paese diventato «incredibilmente» partner dell’Alleanza Atlantica nel giugno del 2018. E secondo la diplomatica russa la situazione ha raggiunto un punto critico. In assenza di ‘voci terze’ credibili, l’accusa del Cremlino non sarà la più garantita, ma non è neppure da trascurare.
Secondo Mosca, consegna di un primo carico di armi in Venezuela per l’inizio di marzo attraverso ‘un paese limitrofo’. «Mitragliatrici di grosso calibro, lanciagranate, sistemi di difesa antiaerea portatili, munizioni per armi di piccolo calibro. Nella triangolazione sarebbe coinvolta come base di spedizione la Romania ma soprattutto l’Ucraina». Ucraina auto candidata Nato e dettagli: «I servizi di sicurezza russi, in particolare, avrebbero individuato nell’azienda di Stato ucraina produttrice di aeroplani Antonov il punto di snodo dell’operazione».

L’America dei ‘falsi positivi’

Venezuela di frontiera, ponti chiusi agli aiuti Usa ma aperti a quelli Onu, il rilancio politico di Maduro, dopo aver vinto la prova di forza sulla ‘valanga degli aiuti’. Niente UsAid e poi vedremo, se dai confini della Colombia (Paese Nato), non arriva qualcosa d’altro. Difficile situazione e difficile persino conoscere la verità dei fatti. La minaccia dei «falsi positivi», su cui la Colombia ha un triste passato. Esempio, l’assassinio, da parte dell’esercito, di civili innocenti fatti passare per guerriglieri delle Farc uccisi in combattimento, per esaltare l’efficienza repressiva delle forze armate
Timore «Per incidenti creati ad arte alla frontiera per poi addossarne la responsabilità alla ‘dittatura brutale di Maduro’» (Claudia Fanti, il manifesto), che di suo, come brutalità, già ci mette molto. «Falso positivo», denuncia alle Nazioni unite il ministro degli Esteri Jorge Arreaza, il presunto scontro tra membri della Guardia nacional bolivariana e la comunità indigena ‘pemon’ alla frontiera con il Brasile, dove, secondo deputati dell’opposizione, i militari avrebbero aperto il fuoco contro un posto di blocco degli indigeni, uccidendo una donna, raggiunta da una pallottola vagante. Ma i proiettili sparati non sono quelli in dotazione della Gnb, e uno dei feriti risulta colpito da una freccia.

 

AVEVAMO DETTO

Venezuela Nicaragua e Cuba nuovo ‘Asse del male’ per Trump

 

Nuovo ‘Asse del male’ per Trump
Cuba, Nicaragua e Venezuela

Venezuela Nicaragua e Cuba il nuovo ‘Asse del male’ per Trump
Lunedì scorso Donald Trump all’Università di Florida: «I giorni del socialismo e del comunismo sono contati, non solo in Venezuela ma anche a Cuba e in Nicaragua». Lo scopriamo solo grazie a Roberto Livi, su il manifesto, ed è ben strana stampa quella italiana. Torna il ‘diavolo Cuba’ e lo stesso super cattivo dell’attualità, il presidente venezuelano Maduro, diventa «una marionetta di Cuba» dice Trump, e i “pretoriani del socialismo bolivariano” sono in realtà «24mila agenti cubani che controllano i servizi segreti e i vertici militari del Venezuela», sostiene il senatore ameri-cubano Marco Rubio.
Il consigliere per la sicurezza nazionale John R. Bolton, parla invece di «Troika dei tiranni» (Raúl Castro con l’attuale presidente Díaz-Canel, Maduro, e Daniel Ortega in Nicaragua), responsabili della «sofferenza» dell’America latina. L’amministrazione Trump non solo riscopre la datata ‘dottrina Monroe’, «l’America (continente) agli americani», ma sembra decisa a resuscitare anche «Impero del male», ‘The Devil Empire’ evocato nel 1983 dall’allora presidente Ronald Reagan, che però aveva di fronte l’Unione sovietica e non il Maduro di Trump.

Una «valanga umanitaria» sul Venezuela

Gli aiuti umanitari denunciati da molti come il ‘cavallo di Troia’ per destabilizzare dall’interno il Venezuela bolivariano e l’autoproclazione di Guaidó come presidente bis, l’avvio ufficiale verso lo scontro finale, con scenari da brivido. Dunque, la guerra degli «aiuti». Interessante cosa racconta, sugli aiuti Roberto Zanini. Cargo C-17 partiti dalla base della Us Air Force di Homestead, in Florida, che atterrano a Cúcuta, in Colombia, e scaricano tonnellate di cibo, medicinali, latte. Accade lo stesso -sempre Zanini- a Pacaraima in Brasile, e a Curaçao nelle Antille olandesi.
Su ogni cassa la scritta UsAid. «Del pueblo de los Estados Unidos de America». ‘Dollari umanitari’ li chiama Zunino, ed è storia antica.
United nation agency for international development, UsAid, la più grande agenzia di aiuti al mondo. 10mila dipendenti, due terzi all’estero, e un budget di 27 miliardi di dollari, e missioni in oltre 100 paesi. UsAid e sigle governative Usa associate, distribuiscono denaro e know, finanziano partiti e singoli politici, pagano segretamente sindacati e giornalisti. Nel 2008 fu Transparency international a dichiarare la compagnia petrolifera venezuelana Pdvsa la peggiore azienda pubblica del mondo, scatenando una crisi che con aggiunta di scioperi devastò il Venezuela petrolio-dipendente. A capo di Trasparency allora, Pedro Carmona, l’uomo che guidò il golpe del 2002 contro Chávez.

Guaidó alla battaglia di Cúcuta

Juan Guaidó, autoproclamato presidente, è a Cúcuta -frontiera con la Colombia- da ieri, e chiede che oggi centinaia di migliaia di volontari attraversino il ponte sul confine per tornare con gli aiuti umanitari americani. Guaidó vuole anche che i militari disobbediscano a Madero lasciando libero passaggio, e promette amnistie per il dopo. Sparando, come alternativa (forse non lui ma qualcun’altro certamente), che qualche reparto militare spari provocando la strage che possa giustificare un intervento con i marines al posto dei pacchi UsAid.
La situazione è oggettivamente di estrema tensione. Sulla strada verso il Brasile si è già cominciato a sparare. Secondo gli uomini di Guaidó i militari avrebbero aperto il fuoco contro civili che cercavano di fermare i soldati, uccidendo un manifestante. Centinaia di uomini in divisa sono stati schierati dalla Colombia e dal Brasile. Valutazione politica di molti analisti internazionali, stiamo assistendo alla prova di forza decisiva, l’inizio delle fine per Maduro, se i militari disobbedissero, o al contrario, il logoramento della credibilità l’autoproclamato Guaidó.

Con Guaidó anche il generale «spia»

Juan Guaidó dunque alla carica, sulle Forze armate bolivariane, bersaglio politico primario, e lancia una nuova promessa di amnistia: «Lancio un appello alla Fanb a compiere un passo come il generale Hugo Carvajal». Il generale citato è l’ex capo del controspionaggio militare, che si è messo al servizio di Guaidó per poi fornire informazioni sullo stato dell’esercito venezuelano (secondo lui non in grado di fronteggiare un intervento esterno). Carvajal, già amico di Chavez, si era allontanato dal suo successore dopo la nomina dell’Assemblea costituente. Fino a due anni fa accusava gli Usa, di essere interessati solo ‘alle nostre risorse energetiche’.
Nelle settimane scorse anche un generale dell’aeronautica si era schierato apertamente a favore del presidente autoproclamato e contro il governo Maduro. Francisco Esteban Yanez, il generale, che in un videomessaggio sui social aveva dichiarato: “Riconosco il deputato Guaidó come presidente incaricato della Repubblica bolivariana del Venezuela”, aggiungendo “il novanta per cento delle forze armate non sta con il dittatore ma con il popolo del Venezuela”. Verifica in corso sperando non costi troppe vite.

Gli aiuti a favore
e gli aiuti contro

Venezuela, «invasione umanitaria»: perché la ‘guerra degli aiuti’
‘Aiuti umanitari’ per una parte della popolazione venezuelana, forse, ma certamente ‘aiuti contro’ il governo Maduro, che non riesce ad alleviare le pessimo condizioni di vita in cui la crisi economica ha gettato gran parte della popolazione. Aiuti politicamente interessati di parte americana, e uso politico interno altrettanto mirato fa parte dell’auto nominato presidente alternativo, Guaidó. Il leader della destra -dicono gli osservatori sul campo- con la ‘guerra degli aiuti umanitari’ si gioca molta parte della sua credibilità nella parte della popolazione che si oppone al governo Maduro, una opposizione tutt’altro che politicamente compatta.

Caracas, no ‘aiuti invasione’

Maduro respinge l’assistenza internazionale perché nega l’esistenza di una crisi umanitaria e sostiene che la richiesta di aiuti da parte di Guaidò è in realtà uno “show mediatico” per giustificare un intervento militare statunitense. Guaidò, non ha precisato come organizzerà le ‘decine di migliaia di volontari’ che dice di aver raccolto per portare gli aiuti dall’altra parte della frontiera. Improbabile che accada, ma le forzature propagandistiche contrapposte, montano di dimensione e di numero in questa vigilia di sfida. Ora la sfida degli aiuti umanitari, più simbolica che di reale efficacia, col timore che oltre possa esserci la guerra civile.

Chi aiuta chi?

Occhi puntati sulle frontiere interessate dall’operazione ancora di “assistenza umanitaria”, verso il Brasile e la Colombia. Il governo ha sospeso i collegamenti aerei e marittimi con le Antille Olandesi, dove, a Curaçao, è stato allestito un altro centro per la raccolta di medicine e alimenti. Secondo testimoni, vi sarebbero blindati venezuelani al confine con il Brasile, per bloccare l’ingresso delle casse di aiuti da Pacaraima, in Roraima. Contro questi ‘auti interessati’, ‘aiuti contro’, la mobilitazione popolare sul ponte Angostura, nello stato di Bolívar al confine con il Brasile, in appoggio alla rivoluzione bolivariana, a Maduro.

Chi aiuta perché?

Ma fa sfida vera sarà alla frontiera con la Colombia, dove si sta già dirigendo Guaidó alla guida di una carovana di deputati e dirigenti della destra e dove sono già a schierati i sostenitori di Maduro. Tifoserie contrapposte a sfidarsi, per ora, a colpi di concerto. «Da una parte il Venezuela Aid Live organizzato dal miliardario britannico Richard Branson, con circa trenta nomi della musica latina come gli spagnoli Alejandro Sanz e Miguel Bosé, il dominicano Juan Luis Guerra, il portoricano Luis Fonsi, la band messicana Maná», precisa Claudia Fanti su il manifesto. Dall’altra il concerto di circa 150 artisti venezuelani, a sostegno del governo Maduro.

Ex Pink Floyd anti interferenze Usa

Roger Waters, l’ex bassista dei Pink Floyd, si è schierato contro la strumentalizzazione degli aiuti, ricordando come tanto la Croce Rossa quanto le Nazioni unite abbiano esortato a non politicizzare la cooperazione. Waters ha duramente criticato l’iniziativa di Branson, il miliardario britannico di Venezuela Aid Live, accusandolo di essersi fatto «convincere» che gli Stati uniti possano risolvere le cose in Venezuela. «Questo concerto – ha dichiarato in un video messaggio – non ha niente a che vedere con gli aiuti umanitari. Vogliamo davvero che il Venezuela diventi un altro Iraq, un’altra Siria o Libia?».

Aiuti interessati e di parte?

Dunque, i paesi che hanno riconosciuto Guaidó come presidente ad interim hanno deciso la mossa politica dell’invio di aiuti in Venezuela. Anche se poi accadono fatti davvero strani e singolari. La Spagna -sempre Claudia Fanti-, ha impedito l’ingresso nel paese di 590 chili di medicine per malattie croniche acquistate in Iran e dirette a Caracas su un volo Iberia. Bloccare l’arrivo di medicine e offrire al tempo stesso aiuti umanitari è una forzatura politica evidente. «Il colmo dell’ipocrisia», denuncia l’opposizione in Spagna. In casa venezuelana il conto in tonnellate tra gli aiuti governativi e quelli a sostegno di Guaidó, di sostanziale apparenza.

Guaidò ‘ordina’ l’apertura della frontiera

Intanto Juan Guaidò, aumenta la sfida. Emette un ‘decreto’ in cui autorizza l’ingresso degli aiuti umanitari nel paese e ordina l’apertura delle frontiere. Ignota forma giuridica dell’atto e improbabile obbedienza delle Forze Armate a cui, ancora una volta viene promessa amnistia se si convertiranno contro Maduro. Ieri Amnesty International ha accusato le forze di sicurezza venezuelane di “esecuzioni extra giudiziarie, arresti arbitrari e uso eccessivo della forza in una escalation della sua politica di repressione”. Gennaio, in soli 5 giorni di proteste sono state uccise 41 persone ed effettuati oltre 900 fermi.

Maduro che nonostante tutto regge
Guaidó a cui manca la piazza
e allora la tentazione dei militari

Venezuela verso il golpe? Guaidó, i militari e le tentazioni Usa
Sul ruolo chiave dei militari nella crisi venezuelana ormai sono consapevoli tutti, Maduro che ne fa da sempre un suo punto di forza, e l’opposizione che con i riconoscimenti internazionali non fa la piazza delle proteste in grado di rovesciare il despota. Alcune defezioni, poca cosa, ma la forza armata bolivariana, le Fanb, restano fedeli a Maduro, ma l’autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidó prova di tutto per creare crepe tra i militari. La strada della democrazia in tuta mimetica vizio latino americano.

Ora la polemica politica, narrano le cronache dal campo, si innesca sugli aiuti umanitari. L’accusa al governo di impedire il trasferimento nel paese di medicine, cibo e generi di prima necessità destinati ai «bambini denutriti», e l’appello a militari a impedire ‘l’ultimo scempio’. Negazione totale, bugie, propaganda di marca occidentale e dollaro Usa, la contro accusa di ritorno. Sempre Guaidó insiste coi militari promettendo redenzione: «tutti coloro che decideranno di appoggiarlo godranno di garanzie speciali».

«Show degli aiuti umanitari» per il governo: il blocco di 1,2 miliardi di dollari in obbligazioni per il pagamento di medicinali e cibo deciso già nel 2017 dalla società finanziaria Euroclear. Anche così, ha evidenziato Maduro, il governo consegna ogni mese, attraverso i Comitati locali, 6 milioni di casse di alimenti ad altrettante famiglie. In confronto, i 20 milioni di dollari in aiuti dell’Usaid, l’equivalente di 1 milione e mezzo di casse Clap, e per di più a base di cibo disidratato, un’umiliante elemosina e un atto di propaganda.

La disponibilità dell’autoproclamato presidente ad autorizzare un intervento militare anche esterno, ai voglia a dire No alla ‘guerra civile’ -quando inizia mica sai come fa a finire- ha suscitato però diverse perplessità. Esempio, quella del congressista Usa Ro Khanna, che, su Twitter, ha ricordato al presidente dell’Assemblea nazionale che non è a lui che spetta decidere sull’intervento statunitense: «Può proclamarsi leader del Venezuela, ma non può chiedere interventi militari degli Usa. Solo il Congresso ha il potere di farlo».

Partita politica aperta, ovviamente, negli Stati Uniti. Non posizioni non omogenee rispetto ai partiti tradizionali. Democratici più disposti a mettere in discussione il modello interventista negli affari dei governi stranieri. E sopratutto nessuno dei candidati o aspiranti candidati alle presidenziali del 2020 sostiene l’opinione del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e del segretario di Stato, per cui «tutte le opzioni sono sul tavolo»: tutti hanno respinto il possibile ricorso alla forza militare per rimuovere Maduro.

Crack Venezuela, chi ci guadagna: prestiti russi e strani intrallazzi
Sulla sorte del Venezuela e sulla pelle dei venezuelani, chi cerca di mettere assieme il pranzo con la cena, chi di trovare i medicinali per non morire, chi si difende il potere che ha e chi cerca di prenderlo per se, chi vuole liberare il Paese per sperare in una vita migliore, chi lo vuole vuole per interessi strategici suoi e chi per le stesse ragioni vuole il contrario. Chi ruba e basta e chi è interessato soltanto al petrolio. Papa Francesco al momento non è stato invitato.

‘The Economist’, Regno Unito
Russia, affari in corso con Maduro

Scambio di favori dal lontano 2009, dai tempi di Hugo Chávez in visita a Mosca. Il Venezuela che riconosce i territori separatisti dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia a scapito della Georgia, ad esempio, e il Cremlino che concede un prestito da 2,2 miliardi di dollari per comprare armi russe. Dal 2006 -fonte Economist- la Russia ha prestato al Venezuela almeno 17 miliardi di dollari. Parte di questo debito è stato ristrutturato ma il Venezuela deve ancora alla Russia sei miliardi di dollari, metà dei quali a Rosneft. Maduro ha restituito il favore riconoscendo l’annessione della Crimea e garantendo ulteriori licenze a Rosneft.

Sečin, Rosneft, l’uomo nero

Maduro a Mosca nel dicembre del 2018. Sečin, il capo di Rosneft, viene raccontato come “l’uomo nero” della situazione, l’intermediario per la vendita del petrolio venezuelano in tutto il mondo. Petrolio finisce nelle raffinerie degli Stati Uniti, perché nessuno è vergine. Altro personaggio del Cremlino apparentemente coinvolto nella faccenda è Evgenij Prigožin, da ristoratore a capo della ‘fabbrica di troll’, di manipolazioni socielevia Internet che avrebbero manomesso le elezioni statunitensi del 2016.

Mercenari Wagner

A questo punto la dietrologia si fa inarrestabile. Prigožin principale proprietario di Wagner, azienda di mercenari tra Siria, Ucraina e Africa, ora anche in Venezuela. Nel frattempo i canali televisivi statali russi attribuiscono i disordini in Venezuela, all’interferenza degli Stati Uniti. Vladimir Frolov, un analista delle relazioni internazionali, ha sostenuto in un recente articolo che il sostegno al cambiamento di regime da parte degli Stati Uniti in Venezuela mette alla prova un punto fermo di Putin, la sua fiducia nella “sovranità illimitata” e nel diritto dei governanti di usare la forza per restare al potere.

Il Carnegie Endowment

Più per politica che per soldi, il sostegno russo a Maduro. Mentre l’occidente sta cercando di tagliare le fonti di finanziamento di Maduro, secondo Novaya Gazeta, giornale indipendente russo, Mosca gli sta fornendo denaro, vendendo l’oro che il Venezuela ha depositato nella banca centrale russa per sicurezza, e inviando vari aerei pieni di dollari a Caracas. Sul lungo periodo, sostiene Alexander Gabuev del Carnegie Endowment, Mosca potrebbe cercare di creare, insieme a Cuba e alla Cina, una coalizione in grado di tenere a galla Maduro.

Sul finale, giallo all’americana

Chi ha mandato in rovina il Venezuela? chiedeva tempo fa Héctor Abad Faciolince su Internazionale. E tirava fuori una storia affascintante, quasi un giallo. Danilo Diazgranados Manglano, uomo d’affari di New York cresciuto in Venezuela, amico dell’ex presidente Hugo Chávez e al governo di Caracas. Diazgranados Manglano a capo, ufficialmente, della Ron, un’azienda con sede legale sull’isola di Jersey, nel Regno Unito. E quei scatta l’intrigo. La Ron compra buona parte della società d’investimenti di Anthony Scaramucci, la SkyBridge, che è stata venduta per la somma non irrisoria di 180 milioni di dollari.

Il più veloce licenziato del west

Qualcuno ricorda l’italo americano Scaramucci? Antony ha dovuto vendere la sua azienda per evitare conflitti di interesse e poter accettare il posto di capo della comunicazione che gli aveva offerto Donald Trump. Peccato che la sua esuberanza latina e l’incontinenza verbale lo abbiano portato al licenziamento più veloce nella storia della Casa Bianca da George Washington ad oggi. Il suo incarico durò appena sette giorni lavorativi, ma la sua azienda era già stata venduta, in parte, ai venezuelani. Chi sono gli investitori dietro alla Ron e a Diazgranados (e a Scaramucci)? Prestanome e corrotti quasi certamente, che si sono riempiti le tasche mandando in rovina il Venezuela, ma non solo venezuelani, certamente.

Papa Francesco mediazione forse

Venezuela, fazioni contro, si potrà evitare il bagno di sangue?
Papa Francesco sul volo di ritorno dal difficile viaggio ad Abu Dhabi, e l’altra grana: «Venezuela, mediazione della Santa Sede? La gente va dal parroco per problemi tra marito e moglie se c’è la volontà di entrambi. Mediazione soltanto se ambedue le parti la chiedono. Questa è la condizione necessaria». Le parole di papa Francesco che insistono sul dialogo pacifico non devono sorprendere: secondo il pontefice ogni aumento della tensione può spingere alla catastrofe della guerra civile. Per questo lo schierarsi progressivo della comunità internazionale risulta per molti, decisamente imprudente, con la comunità internazionale divisa che non sa cosa augurarsi, quelli in buona fede ovviamente.

Gran pasticcio non solo italiano

Le posizioni geopolitiche di Russia e Cina, le sole facili. Già l’invenzione Usa di un autoproclamato presidente alternativo a Maduro, viene cavalcata dall’Europa tra esitazioni e perplessità. Bernie Sanders, candidato ma alle prossime primarie democratiche, sposa l’affondo di Donald Trump ma chiede di non intervenire militarmente. Nelle sinistre europee c’è confusione. In Italia troviamo Pd da una parte e Cgil dall’altra, e il Movimento 5 stelle che litiga con la Lega come se fosse Tav. Dicotomia che si ripete quasi ovunque. Con dettaglio da non trascurare, rileva Mario Giro: «I sostenitori di Maduro sono stati a lungo ben attenti a non travalicare totalmente la Costituzione e a dare una parvenza di legalità alle loro mosse».

Costituzione tagliata su misura

Rimaneggiata più volte a colpi di referendum, la carta fondamentale resta comunque un riferimento. «Tradizione comunista, i dirigenti Psuv si vogliono legalisti: l’hanno stiracchiata senza mai romperla del tutto. De facto hanno esautorato il parlamento a loro avverso, creando una Costituente parallela che mai nessuno ha davvero avvallato a livello internazionale». Oltre a processi contro gli oppositori più in vista. Di fatto, «anche se legalisti”, hanno contravvenuto ai contenuti fondamentali di una democrazia liberale, schierando il paese nel campo delle democrature, ancorché di sinistra. Ecco spiegata la simpatia di Turchia, Russia, Cina ma anche Teheran», ancora da Limes.

Venezuela vita comune

Il petrolio è tutto per il Venezuela, che importa il 97% dei beni di consumo. A Caracas non si produce niente (‘anche la carta igienica è importata’, è la battuta reale). Le merci vengono dall’estero e l’economia è basata sull’esportazione di greggio. Col prezzo del petrolio alto, Chávez finanziava i programmi sociali e di sussidio non solo ai venezuelani poveri ma anche ai paesi vicini attraverso ‘Petrocaribe’, regalando petrolio a Stati economicamente fragili come Cuba, Suriname, Bahamas, Nicaragua, Antigua, Giamaica e così via. E controllava le importazioni di beni di consumo, «cercando di riequilibrare in maniera autoritaria ma popolare la diseguaglianza tra ricchi e poveri, una delle più forti di tutta l’America Latina».

Quando Maduro era leader popolare

Un attore della sinistra mondiale, il primo Maduro. Simpatie europee da Podemos spagnola a M5s italiana, ‘sovranismo terzomondista’ e ‘populismi di sinistra’. «L’alternativa dell’iper liberismo autoritario, dottrina militare storicamente propugnata dalle destre latine è ancor peggiore», la valutazione di Limes su cui non c’è dubbio. Con gli Stati Uniti sospettabili avendo spesso sostenuto questi regimi nel passato. Ed ecco Chávez amico di Putin e della Cina, di Saddam ma anche degli ayatollah, di Cuba e dei palestinesi, quasi ‘amicizie costrette’ per scelta altrui. Salvo mantenere sempre aperto il fronte petrolifero con Washington, ed ecco che la nazionalizzare totale del settore petrolifero si è sempre fermata alla propaganda.

Solo petrolio, l’errore storico

La quasi totalità dei 30 milioni di popolazione vive ammassata nelle città costiere, mentre il resto dell’immenso paese, tre volte l’Italia, è vuoto e abbandonato, in assenza di attività produttive. Stato in mano a mercanti del capitalismo petrolifero e finanziario, ed ecco il Venezuela di Chávez diventare il Paese degli assistiti e della corruzione ad esso legata. «Venezuela da paese ricco (ma profondamente diseguale) a paese fallito. Col prezzo del greggio crollato e senza più fondi per questa dispendiosa politica di sussidi, Maduro è andato picco. Una economia in rovina e cittadini in fuga verso la Colombi. Infine la passione ideologica che ha spaccato il Paese il due, in una situazione esplosiva.

Mediazioni prima dell’elefante Trump

Decine di tentativi di mediazione. Presidenti latinoamericani, paesi europei e alla fine direttamente il Vaticano. Nunzio apostolico a un pelo dall’accordo poi fatto saltare dall’opposizione a sua volta divisa. Mentre l’Europa, più o meno unita nel giudizio negativo su Maduro -Italia in bilico-, resta divisa sul cosa fare. E tutti, zitti zitti, guardano ai militari, la sola forza organizzata rimasta nel paese. Un intervento militare la soluzione più facile, ma dai molti lati oscuri. Tra i sostenitori nel colpo di mano, dicono fonti Usa, il famigerato Bannon, ‘prima che il prezzo del petrolio possa aiutare Maduro’. Casa Bianca tra l’inventato Guaidòn e il sostegno a militari venezuelani amici. Russia e Cina, molti soldi in ballo, e una bella spina nei fianchi Usa.

Prima guerra civile internazionale

Troppe tifoserie anche giornalistiche attorno alla crisi venezuelana, da cui è difficile salvarsi in un minimo di oggettività. Maduro despota persino troppo facile con forzature quasi caricaturali, e contro, la guida politica della crisi del doppio presidente di espressione Usa segnata dalla grossolanità di Trump. Opposizione interna inconsistente e ora l’improvviso autoproclamato presidente alternativo, colpo di teatro con troppi pupi e pochi protagonisti credibili. Quindi ricerca di spunti, spesso frammenti tra tante verità possibili. Tipo l’allarme -questo molto più serio e temibile- per quella che sta configurandosi e potrebbe diventare «guerra civile internazionale»

Il sociologo e la situazione oggi

I fatti, letti dal sociologo dell’Università centrale del Venezuela Emiliano Teran Mantovani, sentito da Andrea Cegnas, del Manifesto a Barcellona. «Il livello di malcontento è il più alto mai raggiunto nei 20 anni di rivoluzione bolivariana, tanto che le proteste riguardano anche i quartieri popolari. Questo ne cambia il colore, perché, fino ad ora, le proteste avvenivano solo nei quartieri benestanti. Inoltre ora vi partecipano anche bande criminali, e ciò riflette la complessità della situazione». Sintesi massima: gigantesco malcontento sociale contro il governo Maduro; una repressione vista solo ai tempi della dittatura; una profonda crisi economica, forse senza precedenti in tutto il Latinoamerica; un’opposizione screditata e divisa guidata da gruppi di destra radicale, collegata al governo americano e ai peggiori governi continentali della destra.

Rischio ‘Stato parallelo’

«Si rischia la creazione di uno stato parallelo, accompagnato dal frazionamento delle forze armate, o dall’intervento militare straniero. Una sorta di guerra civile internazionale. Le conseguenze sarebbero irreparabili non solo per il Venezuela, ma per tutto il continente. Maduro pare non voglia cedere, potrebbe quindi esplodere la violenza e potrebbe essere deposto. Se questo dovesse accadere, andrebbe contro l’interesse del popolo e attraverso un processo di ristrutturazione economica neo-liberista e con un governo repressivo. Un dialogo potrebbe evitare il conflitto armato, ma dipende da quali settori si rendono disponibili per la trattativa».

Chi nelle piazze?

«Chi è per le strade oggi segue le convocazioni dei partiti politici. La maggioranza sta con le opposizioni, ma questo non significa che non vi siano rivendicazioni altre e che non ci sia distacco dai partiti. Prima del 21 gennaio, tante e frammentate proteste per chiedere servizi, accesso all’acqua, trasporti, sicurezza, diritti sul lavoro, terre e rispetto delle territorialità indigene. Questo il vero cuore sociale della protesta.
Le mobilitazioni governative sono state più discrete, e rappresentano una comunità politica molto fedele e unita. Il livello di malcontento è il più alto mai raggiunto nei 20 anni di rivoluzione bolivariana, tanto che le proteste riguardano anche i quartieri popolari. Questo ne cambia il colore, perché, fino ad ora, le proteste avvenivano solo nei quartieri benestanti. Inoltre ora vi partecipano anche bande criminali, e ciò riflette la complessità della situazione».

Come questa crisi economica?

Malattia antica, denuncia il docente, con tutte le infrastrutture del capitalismo venezuelano in frantumi, il crollo dell’industria petrolifera che si sommano «al collasso politico-istituzionale del paese, alla corruzione, al vandalismo e ad altri fattori. A questo occorre aggiungere che la corruzione, in tutte le sfere del paese, ha fatto sì che l’economia informale illegale fosse dominante nel paese. Le rivolte di estrema destra hanno accresciuto l’instabilità politica e commerciale del Venezuela. Gli Usa hanno attaccato il paese con sanzioni economiche che, almeno dal 2017, hanno indebolito la capacità venezuelana di acquisire nuova liquidità e crediti. L’embargo su 7000 milioni di dollari è una sentenza di morte per milioni di venezuelani. La Cina, e in maniera minore la Russia, hanno costretto il Venezuela alla dipendenza. Anche ci fosse un cambio di governo, ci saranno anni di conflitti prima della ricomposizione dei cocci della crisi».

Domanda finale, come se ne esce?

Prima della risposta certamente saggia dello studioso, la fotografia cinica del reale che si sta imponendo guidato passo passo dagli Stati uniti. «Si può negoziare solo l’uscita dalla dittatura, affinché avvenga in maniera democratica e ordinata», ha dichiarato Carlos Vecchio, l’incaricato d’affari nominato a Washington da Juan Guaidó. Rilancio di Emiliano Teran Mantovani: «Un referendum consultivo per rinnovare tutti i vari poteri politici. Il dialogo per evitare la guerra deve essere vigilato dall’Uruguay, dal Messico o dall’Onu, cioè da chi si è reso disponibile. Ciò che pare certo all’orizzonte è l’instaurazione di una governance repressiva neoliberista. A questo dovremmo pensare dopodomani, per capire come promuovere forme più solide di organizzazione popolare dove costruire autonomie e potere dal basso».

Guaidò a guida Usa sul NYT

«Tutti i venezuelani devono restare uniti e premere, fino alla rottura finale del regime», ha scritto Guaidó sul New York Times. Campagna promozionale. Più seria la convocazione da parte del Messico e dell’Uruguay di una conferenza internazionale a Montevideo, il 7 febbraio. «Più di dieci paesi e organismi internazionali schierati su una posizione di non intervento». In controtendenza il parlamento europeo che approva una risoluzione non vincolante che riconosce Juan Guaidó come presidente legittimo ad interim del Venezuela. Una misura contestata da più parti, soprattutto in Francia e in Italia. Qualche problema in casa per l’autoproclamato presidente Guaidò che ha visto una partecipazione decisamente ridotta alla manifestazione di mercoledì che avrebbe dovuto paralizzare Caracas. Ed ecco che torna il timore espresso dal sociologo Teran Mantovani di ‘analisi’ esterne irreali, col rischio di trascinare il Venezuela nel dramma di una «guerra civile internazionale».

Londra prende in ostaggio
le riserve auree di Caracas

Maduro, attacco sui soldi. Il colpo a sorpresa, da mandare per aria tutte le regole finanziarie internazionali in una volta sola, arriva da Londra. Con un governo ormai fuori di Brexit, la Gran Bretagna tiene bloccate, su indicazione statunitense, riserve auree di proprietà venezuelana per 1,2 miliardi di dollari. E ieri il ministro degli Esteri britannico Alan Duncan ha suggerito alla Banca centrale inglese di girare quel denaro a Guaidó. Maduro, che evidentemente sentiva puzza di bruciato, con una lettera alla premier Theresa May ha chiesto che le riserve gli siano inviate al più presto. Scelta azzardata di Londra, a giudizio della City, da far riflettere molti Paese nel mondo sull’affidare parte delle proprie riserve auree alla già abbastanza disastrata banca nazionale britannica.

Washington paga Guaidò

Dunque, i colpi all’economia molto prima che uscisse fuori, quasi gioco di prestigio il neo presidente bis Guaidó. Dagli Usa nuove sanzioni al Venezuela per soffocare il regime di Maduro, che annuncia ricorso contro le sanzioni Usa alla compagnia petrolifera di Stato, la Pdsva, e accusa gli Stati Uniti di ‘rubare’. Washington ha annunciato che da ora in poi tutti i ricavi della compagnia Petroleos de Venezuela, e quelli della sua sussidiaria americana Citgo, dovranno essere versati su un conto nella sola disponibilità del presidente ad interim Juan Guaidò. Questa mossa bloccherà 7 miliardi di dollari in beni già esistenti, e costerà all’esecutivo chavista 11 miliardi in esportazioni perse durante il prossimo anno.

Ora Cina e Russia, forse

L’iniziativa di Washington si somma a quella di Londra, che -come visto- ha negato almeno per ora a Maduro accesso alle riserve auree del suo Opaese. Ieri il governo di Caracas ha svalutato la moneta nazionale, il bolivar, di quasi il 35%, portandone il valore di scambio con il dollaro in linea con quello del mercato nero, 3.200 bolivar per dollaro. Il governo chavista ora potrebbe cercare di rivolgersi ad alleati come Russia e Cina per aumentare le sue esportazioni verso i loro mercati, e recuperare almeno in parte il contante perso negli Usa, che sono ancora il principale importatore del petrolio venezuelano con 500.000 barili al giorno. Ma al momento il greggio inviato a Mosca e a Pechino serve quasi esclusivamente per pagare debiti e arretrati, e non per nuovi ricavi.

 

VENEZUELA, L’ APPUNTO DI BOLTON:
‘CINQUEMILA SOLDATI IN COLOMBIA’

Il consigliere per la sicurezza nazionale si fa fotografare con un bloc notes che reca ben visibile una frase a penna, apparentemente riferita alla crisi in Venezuela. Intenzione di spostare militari dalla Colombia al Venezuela? “Il presidente lo ha detto chiaramente, tutte le opzioni sono sul tavolo”.

National security adviser John Bolton holds his notes during a press briefing at the White House, Monday, Jan. 28, 2019, in Washington. 

L’uomo di Trump in Venezuela
falco anticomunista di Reagan

Paolo Marzo su ‘il Giornale’, che non è stampa di sinistra.
«Per chi vuole che la tragedia venezuelana finisca in tempi brevi e a Caracas torni la democrazia, la scelta di Elliot Abrams come rappresentante speciale per il Venezuela del governo Trump è una splendida notizia». Così Jaimes Bayly, saggista e analista che ogni sera conduce un programma tv sul canale di Miami MegaTV, seguitissimo dai venezuelani in fuga dalla dittatura. Applausi a destra, con qualche preoccupazione.

Dal 1981 sotto la presidenza di Ronald Reagan fu infatti proprio Abrams a occuparsi di contenere l’espansione del comunismo in Centroamerica. Era un altro mondo, diviso da una Guerra Fredda che si giocava su scala mondiale ed era proprio lui il diplomatico decisivo al Dipartimento di Stato per organizzare l’esercito dei Contras (contro-rivoluzionari) al fine di limitare l’espansione dei sandinisti nicaraguensi nella regione. Quando venne fuori lo scandalo Iran Contras, fu condannato per avere nascosto informazioni al Congresso degli Stati Uniti che lo aveva convocato, ma Bush padre lo graziò e lui torno ad occuparsi della sicurezza nazionale sotto la presidenza di Bush figlio.

Il curriculum dell’inviato USA in Venezuela: Golpe contro Chavez nel 2002, guerra all’Iraq 2003, scandalo Iran-Contra, appoggio ai dittatori di Hounduras, Salvador, GuatemalaIl curriculum dell’inviato USA in Venezuela: Golpe contro Chavez nel 2002, guerra all’Iraq 2003, scandalo Iran-Contra, appoggio ai dittatori di Hounduras, Salvador, Guatemala. La nomina di Elliott Abrams come inviato per il Venezuela ha scandalizzato vari giornalisti statunitensi, anche quelli più ostili a Maduro, dato il passato e gli scandali che lo hanno coinvolto, dall’Iran-Contra, all’appoggio ai dittatori di Honduras, El Salvador e Guatemala negli anni ’80.

Qualche dettaglio in più di Wikipedia e dall’Antidiplomatico. Ed Elliott Abrams diventa ‘una lugubre esperienza in America Latina e Medio Oriente’. Bella nomea vero? Nuova missione per il vecchio diplomatico, sostituire il presidente Nicolas Maduro con l’autoproclamato presidente Juan Guaido, riconosciuto dagli Stati Uniti. La nomina è un tentativo da parte degli Stati Uniti di introdurre un controllo diretto del Venezuela come “futuro vassallo regionale”, ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.