sabato 25 maggio 2019

America latina

«Senza soldi e senza rancore»

L’ambasciatore del Venezuela in Italia, Isaías Rodríguez, si è dimesso dal suo incarico ribadendo di «condividere la causa» del presidente Nicolás Maduro, ma di non poter più proseguire nella sua missione per le troppe difficoltà, soprattutto finanziarie, dovute alle sanzioni Usa sostenute dal sistema bancario italiano, che hanno reso il suo lavoro quotidiano impossibile. Un passo indietro determinato dalla stanchezza di chi non riesce più a pagare i dipendenti e l’affitto della sede. Se ne va «senza rancore», ma certamente non senza polemiche. Comunicando a Maduro la sua rinuncia alla carica di ambasciatore del Venezuela in Italia, Isaías Rodríguez riafferma la propria lealtà al presidente, ma non risparmia critiche al suo entourage.

L’ormai ex ambasciatore, già membro dell’Assemblea costituente nel 1999, e già vicepresidente del Venezuela e procuratore generale della Repubblica, si rivolge a Maduro senza giri di parole, fedele sì. Ma decisamente critico. «Molti dei suoi discepoli hanno ben poco degli apostoli», scrive, aggiungendo di aver «visto molto marketing» nella cerchia di Maduro come, precedentemente, in quella di Chávez e di rinunciare con sollievo alle sue «dosi di insonnia, stress, afflizione e alle vipere che da molto tempo accompagnano il presidente».

È l’ora di fare il nonno

Giorni fa, secondo i media internazionali, il diplomatico aveva denunciato che l’ambasciata in Italia non aveva più fondi per pagare i salari dei dipendenti, né per l’affitto della sede a Roma. «Me ne vado senza rancore e senza denaro. Mia moglie ha appena venduto gli abiti regalatile dall’ex marito, per poterci mantenere a fronte del blocco americano. Sto tentando di vendere l’auto che comprai arrivando all’ambasciata e, come lei sa, non ho un conto bancario perché i ’gringo’ mi hanno sanzionato e la banca italiana mi ha cacciato».

Il 7 maggio, il diplomatico aveva raccontato che mancavano i soldi per tre mesi d’affitto, con conseguente avviso di sfratto, mentre anche pagare i salari era diventato impossibile. Undici persone sono rimaste senza stipendio per quattro mesi, due delle quali sono rimaste per solidarietà, aveva aggiunto, sperando la situazione si risolvesse. Il debito pendente, secondo Rodriguez, ammonterebbe a “quasi 9 milioni di euro”. Rivolto a Maduro ha aggiunto, dicendosi “orgoglioso” di esser stato ambasciatore: “Lei non deve accettare o rifiutare questo testo, lo rendo pubblico perché è definitivo”.

Le ‘vipere’ attorno a Maduro

Non solo difficoltà economiche dietro a questo passo. Il portale La iguana Tv accenna a «discrepanze con vari ministri», -informa Claudia Fanti da Carascas- l’ultima delle quali legata alla presenza venezuelana alla biennale di Venezia. L’ambasciatore, aveva contestato l’opportunità di prendere parte al costoso evento, considerando le difficoltà finanziarie dell’ambasciata, già in ritardo di tre mesi nel pagamento dell’affitto e di quattro mesi nella retribuzione degli impiegati, tutto, naturalmente, per effetto delle sanzioni contro il governo Maduro.

Sanzioni che ora e in Italia, stanno mettendo a rischio anche l’accordo di assistenza medica sottoscritto 9 anni fa dal governo con l’Associazione per il trapianto del midollo osseo, grazie a cui oggi 25 pazienti venezuelani, soprattutto bambini, si trovano in cura negli ospedali italiani. Se anche gli attuali pazienti riuscissero a completare le cure, aveva spiegato Isaías Rodríguez, l’accordo con l’Atmo, nel caso in cui l’embargo andasse avanti, verrebbe necessariamente sospeso.

La polizia Usa invade
l’ambasciata venezualana

Il Venezuela in casa Usa, polizia in ambasciata a sostegno di Guaidó
L’ambasciata venezuelana a Washington dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra Usa e Venezuela sempre territorio non statunitense. Via i diplomatici accreditati, con l’autorizzazione del governo di Caracas un presidio interno di attivisti statunitensi contro il tentativo del rappresentante di Juan Guaidó, tale Carlos Vecchio, nominato ambasciatore dall’autonominatro presidente, con l’ordine di insediamento, golpe questa volta diplomatico’. Prima il taglio di elettricità e acqua, poi l’assedio e il blocco dei rifornimenti di cibo. Ora l’invazione della polizia.

Colpo di mano lunedì, quando la polizia metropolitana di Washington ha fatto irruzione nella sede diplomatica, minacciando di sfrattare gli attivisti. A confermarlo è stato su Twitter proprio Carlos Vecchio, nominato da Guaidó ambasciatore del Venezuela e riconosciuto subito dagli Stati Uniti, lui che ha chiesto l’irruzione, l’arresto e l’imputazione degli attivisti. Il governo venezuelano da Caracas e mezzo mondo ‘sconsigliano’ la forzatura, ma l’idea di potersi scegliere, oltre al Presidente su misura, anche il nuovo ambasciatoro in casa, alla Casa Bianca vince.

Solo quattro i resistenti rimasti all’interno dell’ambasciata, che non hanno alcuna intenzione di andarsene, almeno finché la custodia della sede diplomatica non sarà trasferita a uno Stato neutrale come la Svizzera. Accuse imbarazzanti a governo Usa e polizia, che aveva l’obbligo (Convenzione Vienna), «di salvaguardare la sede diplomatica anche con rapporti diplomatici interrotti». Ora esce che lo pseudo ambasciatore sollecita il Comando Sud Usa ad invadere il suo paese. Presunto ambasciatore che organizza l’invasione, ‘liberatrice quanto vuoi’, del suo Paese?

L’Invasione invocata
e ‘glifosato’ Monsanto

Juan Guaidó e il suo ambasciatore personale a trattere di invasione. Annuncio pubblico l’11 maggio, su istruzioni date a Carlos Vecchio per accordi col Comando sud degli Stati uniti e col presidente della Colombia Iván Duque per una «cooperazione militare internazionale». Scusa, la «penetrazione dell’Esercito di liberazione nazionale colombiano e dei militari cubani». E il capo del Comando sud degli Usa Craig Faller dichiara di essere «disposto a discutere il modo in cui appoggiare il ruolo dei leader delle forze armate decisi a restaurare l’ordine costizuonale». Quale?

L’ordine constituzionale definito da chi? Juan Guaidó in gravi difficoltà di leadership, riferiscono Associated Press, Deutsche Welle e France Press, dopo il nuovo fallimento della manifestazione di sabato scorso. Peggio, il nome di Guaidó viene ora associato anche a quello della Bayer, colosso tedesco che con l’acquisizione della Monsanto, ne ha ereditato anche le cause -due quelle già perse, in arrivo altre 13mila- intentate dalle vittime del glifosato, principio attivo del diserbante Roundup dai «probabili» effetti cancerogeni (Organizzazione mondiale della sanità).

Bayer-Monsanto ruolo chiave della strategia Usa per un cambio di regime in Venezuela, ricorda Claudia Fanti sul Manifesto, dove vale finora la «Legge sulle sementi del popolo», 2015, che blocca il mercato venezuelano al glifosato e organismi geneticamente nodificati. Inserto Affari&Finanza, Repubblica di lunedì, Tonia Mastrobuoni, ricordava come Chávez già nel 2004 aveva impedito alla Monsanto di piantare 500mila acri di soia geneticamente modificata, riportando le accuse rivolte all’impresa di sostenere Guaidó «per impadronirsi delle piantagioni».

Qualcosa di nuovo…
anzi, d’antico

Guerra fredda alla venezuelana e Mosca Usa come ai vecchi tempi
Un golpe già bello e organizzato con sollevamento militare d’ordinanza e finale lieto per quasi tutti: vita salva e fuga per il despota, e nuovo ‘presidente’ al potere, per sovranità concessa dal tutore nord americano. Ma il sollevamento militare non c’è, il golpe supplì si ammoscia, Guaidò inciampa un’altra volta, forse l’ultima. Non soltanto. Loro, quelli del golpe, e noi osservatori attenti che cerchiamo di capire cosa sta accadendo, tutti assieme scopriamo che Mosca non è d’accordo, anzi, che è abbastanza arrabbiata.
Ma siamo matti? Due dubbi subito, tanto per cominciare: uno, ma chi organizza un golpe serio non mette in conto la reazione e le eventuali opposizioni internazionali? Non solo Russia ma la Cina? Problemi a Washington. Due: Casa Bianca e Cia e chi altro volete aggiungere, chiamateli Pompeo o Bolton o Topolino, davvero pensavano di poter fare tutto ‘contro’ Mosca che tanto ha investito in aiuti e interessate condivisioni petrolifere in Venezuela? Troppo stupido per essere vero e l’errore è certamente solo di Topolino.

Incapaci a Caracas
intervento militare esterno?

Due giorni fa il segretario di Stato Pompeo accusava Putin di trattenere con la forza Maduro a Caracas mentre lui voleva scapparsene a Mosca. Pompeo, taglia XXL, le spara grosse. ‘Mica tanto da ridere’, replica la portavoce del ministero degli esteri russo Marya Zacharova. Una frottola mirata a demoralizzare esercito e sostenitori di Maduro. «Ricorda molto gli scoop di quando nella fase più difficile del conflitto in Siria, si dava Assad in fuga un giorno sì e l’altro anche». C’è anche la Cina in mezzo, più silente, ma molto interessata. 50 miliardi di dollari di prestiti e quasi altri 21 miliardi in investimenti, 790 i miliardi di dollari della Cina in progetti comuni.
Pompeo spara balle e il collega russo Lavrov si arrabbia. Amministrazione Trump accusata di voler tornare ‘alla Dottrina Monroe’, «mancanza di rispetto non solo al popolo venezuelano ma in generale ai popoli dell’America Latina». Manine russe e cinesi e manone altre. Il segretario di Stato americano Mike Pompeo, tanto per vivacizzare un po’ la situazione, «Un intervento militare è possibile, se necessario».

Maduro Guaidò pedine
di un gioco più grande

Maduro e Guaidò che diventano pedine di un gioco più grande che investe l’intera America latina nello scontro globale tra Mosca e Washington, osserva De Giovannangeli sull’Huffington Post. Trump che rispolvera la dottrina Monroe, l’altra America “cortile di casa” Usa, e la sua missione di ‘abbattere il socialismo’ in Venezuela, a Cuba e in Nicaragua. Sul fronte opposto, Putin che decide di entrare da protagonista nella crisi in Venezuela, come ha già fatto con successo, in Siria e di recente in Libia. Più di guerra dei prezzi del petrolio del Brent e Wti, che di ideologie e democrazia.
Indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal. Incontri tra membri di alto rango del regime e oppositori per rovesciare Maduro. Ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopez,  capo della Corte suprema, Maikel Moreno,capo delle spie generale Iván Rafael Hernández. Se era verità, Maduro fritto, se è frottola è veleno del sospetto gettato in casa governativa. Nomi che sono stati citati anche da Bolton, e questo aumenta il sospetto. Il negoziato è stato confermato dal giornale spagnolo El Confidencial, che l’ha definita un’operazione da ‘dilettanti’, che ha finito per suscitare anche l’ira dell’Amministrazione Trump.

Liberazione o golpe che sia
ultima occasione per Guaidó

Venezuela, tra liberazione o golpe chi cerca la guerra civile
Difficile capire persino cosa stia realmente accadendo. Le parole giornalistiche nei Tg usate troppo spesso come striscioni allo stadio, da tifoserie ultras. Proviamo a riassumere centellinando anche le parole. Ricompare Guaidó, autoproclamato presidente alternativo a Maduro, e chiama il popolo a sostenere una presunta rivolta militare. Per Maduro, «Stiamo sventando un golpe di un piccolo gruppo d’estrema destra e di ex militari». C’è o non c’è il sollevamento militare? Da quanto leggiamo sulle principali agenzia internazionali scritte tutte in anglo-americano, l’esercito ribelle che altre circostanza di chiama colpo di stato, non si vede. Le piazze organizzate delle tifoserie pro o contro Maduro si fronteggiano, la polizia in qualche caso picchia un po’ duro, ma evita il massacro temuto. Più duri, spesso cattivi, i ‘tifosi’ esteri che dichiarano, mentre alcuni giocano platealmente sporco.

‘Pronunciamento militare’
od operazione mediatica?

Sappiamo che l’azione (senza nome) iniziata ieri mattina, quando Guiadó è apparso in un video diffuso via Social, circondato da militari armati, per incitare alla rivolta militare. Accanto a lui il leader dell’opposizione Leopoldo López, sfuggito agli arresti domiciliari. La rivolta (questa ci appare per ora la definizione più neutrale), a cui ha preso parte un numero limitato ma ancora indefinito di militari, è andata in scena al distributore Altamira, uno svincolo di accesso alla città vicino alla base La Carlota, che un gruppo di oppositori ha cercato invano di occupare.
Ma a quanto sembra, i comandanti di tutte le aree territoriali del Paese «hanno espresso la loro totale lealtà nei confronti del popolo, della Costituzione e della patria», ha subito assicurato il presidente Maduro. ‘Bugia compro bugia vendo’, ma anche la stampa più tifosa per Guaidó, i militari liberatori li sta ancora aspettando.

«Operazione libertà»
«Operazione anestesia»

Il ministro della Difesa e comandante in capo della ‘Forza armata nazionale bolivariana’, Vladimir Padrino López (già schierato nel nome) dichiara che «tutte le unità militari dispiegate nelle otto regioni strategiche del paese riportano una situazione di normalità nelle basi militari e nelle caserme, sotto la guida dei rispettivi comandanti naturali». Difficile oggettivamente credere che un’azione così circoscritta potesse davvero mirare al rovesciamento di Maduro. Pensieri malvagio, salvo sperare in qualche reazione esagerata da parte del governo, tale da giustificare un intervento militare straniero. Altra ipotesi, questa più politica, che a tre mesi dall’autoproclamazione a presidente, Guaidó e creatori attorno, abbiano ritenuto di dover dare un segnale di attivismo politico. A conferma della ipotesi, la stessa dichiarazione dell’accanito tifoso Usa, il senatore Marco Rubio, che ha esortato la popolazione alla rivolta: «Non lasciartela scappare. Potrebbe non essercene un’altra».

Maduro: ‘scaramuccia golpista’
Guaidò: ‘nuovo giorno di protesta’

Juan Guaidò, notizia Ansa di stamane, riprende Rubio e insiste, «fase definitiva della Operazione libertà». In un video attraverso Youtube, Guaidò si giustifica: «Sapevamo che l’inizio non sarebbe stato facile, ma abbiamo dimostrato che ci sono soldati disposti a difendere la Costituzione». Tutto da verificare. Ancora, «Avevamo informazioni certe, ha aggiunto, che ‘l’Usurpatore’ aveva tutto pronto per andarsene, e che sono state forze straniere che lo hanno obbligato a restare. Oggi non ha fatto altro che nascondersi». Versione Maduro, che parla di ‘scaramuccia golpista’: «Voglio congratularmi con voi Forze armate per l’atteggiamento fermo, leale, valoroso e di enorme saggezza con cui avete condotto alla soluzione e alla sconfitta del piccolo gruppo che pretendeva di riempire il Paese di violenza con una scaramuccia golpista». Anche Maduro in video, ma con i vertici militari da tutti corteggiati e contesi.

E se il sostegno militare
a Guaidò fosse esterno?

Agenzia di stampa ‘Reuters’, articolo firmato da Aram Roston e Matt Spetalnick, lancia la minaccia Erik Prince, il fondatore della controversa compagnia di sicurezza privata di mercenari. Secondo la stampa la società Blackwater (ora Academi) starebbe lavorando a un piano per schierare un esercito privato in Venezuela in supporto dell’autoproclamato presidente Guaidò. Gli informatori avrebbero riferito che negli ultimi mesi Prince avrebbe cercato investimenti e supporto politico per questa operazione in sudamerica. E l’idea avrebbe importanti sponsor, tra cui molti sostenitori del presidente Trump ed influenti venezuelani in esilio. La cifra necessaria per il blitz, 40 milioni di dollari, e militarmente un contingente di 5mila mercenari. L’esercito della Blackwater verrebbe reclutato tra contractor peruviani, ecuadoriani, boliviani e spagnoli. Ma, necessario, secondo Prince «creare un evento dinamico per rompere le stallo politico nel Paese».

«Evento dinamico»
o vecchia guerra civile?

Non golpe ma spinta all’insurrezione, commenta Alberto Negri sul Manifesto, col Venezuela sull’orlo della guerra civile dentro a una società che «nella narrativa corrente si vuole compatta dietro l’opposizione e contro il presidente Maduro ma che in realtà è assai più frammentata e complessa». Altro equivoco informativo e storico: «Il Venezuela non è fallito con Maduro e tanto meno con Chavez, ma molto prima, quando ancora sembrava lo stato più ricco e promettente dell’America Latina». Venezuela con le maggiori riserve petrolifere del mondo, un governo incapace ma strangolato dalle sanzioni Usa, passato da una produzione di oltre tre milioni di barili nel 2012 a poco più di un milione con le quotazioni del greggio precipitate. «Il petrolio in Venezuela ha alimentato la visione di uno “Stato Magico”, dove bastava mettere le mani sulla rendita per cambiare le cose».

 

AVEVAMO DETTO

Venezuela, Guaidò tenta la rivolta, Maduro, «È un golpe»

Rivolta militare o golpe che sia
sta succedendo qualcosa di grosso

Venezuela, Guaidò tenta la rivolta, Maduro, «È un golpe»

Agenzia Ansa

  • «Il leader dell’opposizione Juan Guaidó ha lanciato un appello ad una rivolta militare in Venezuela in un breve video nel quale appare in una base aerea a Caracas circondato da soldati pesantemente armati. Al suo fianco l’attivista Leopoldo Lopez, già agli arresti domiciliari, che ha annunciato di essere stato liberato dalle forze armate».
  • «Informiamo il popolo del Venezuela che in questo momento stiamo affrontando e neutralizzando un ridotto gruppo di militari traditori che hanno occupato il Distributore Altamira, per promuovere un colpo di Stato contro la Costituzione e la pace della Repubblica», ha scritto su twitter il ministero dell’Informazione di Nicolas Maduro.

Distributore Altamira

  • Il centro della rivolta guidata da Guaidò e da Lopez, è il distributore Altamira, uno svincolo di accesso alla città che si trova vicino alla base militare di La Carlota. Alcuni manifestanti si sono impadroniti di due autoblindo che hanno messo di traverso sulla strada. Secondo i media ufficiali, un gruppo ha cercato di penetrare nella base militare, ma l’operazione non avrebbe avuto successo.
  • Il vicepresidente del Partito socialista unito del Venezuela, Diosdado Cabello ha invitato tutti i chavisti a recarsi al Palazzo presidenziale di Miraflores per difendere la Costituzione ed il presidente Nicolas Maduro. «Stiamo sventando un tentativo di golpe di un piccolo gruppo dell’ultradestra appoggiato da ex militari, da pochi elementi dei servizi di intelligence Sebin e dell’esercito bolivariano».

Prova di forza di Guaidò
ma l’esercito con chi sta?

  • La notizia ha raggiunto subito le cancellerie di tutto il mondo. Gli Stati Uniti sostengono la mossa di Guaido. «La Fuerza Armada Nacional Bolivariana deve proteggere la Costituzione e il popolo venezuelano», ha twittato il Consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, litigando tra golpe e liberazione, a seconda di convenienza.
  • Il presidente russo Vladimir Putin ha riunito il consiglio di sicurezza russo. – L’Unione europea è tornata a chiedere una soluzione pacifica. – Il presidente della Bolivia, Evo Morales, ha condannato il tentativo di Guaidò. – La Colombia ha chiesto una riunione di emergenza del Gruppo di Lima, organizzazione di 12 paesi nata per reagire alla crisi in Venezuela.

@leopoldolopez

Venezuela: ha iniciado la fase definitiva para el cese de la usurpación, la Operación Libertad. He sido liberado por militares a la orden de la Constitución y del Presidente Guaidó. Estoy en la Base La Carlota. Todos a movilizarnos. Es hora de conquistar la Libertad. Fuerza y Fe

@NicolasMaduro

¡Nervios de Acero! He conversado con los Comandantes de todas las REDI y ZODI del País, quienes me han manifestado su total lealtad al Pueblo, a la Constitución y a la Patria. Llamo a la máxima movilización popular para asegurar la victoria de la Paz. ¡Venceremos!

Far-west 2.0 e nuove Giacche blu

Bolsonaro-Custer anti ‘pellerossa’, Brasile e «questione indigena»
Gli indigeni brasiliani come i loro antichi vicini su al nord, i fratelli ‘pellerossa’ ormai praticamente scomparsi. Memoria del nostro Far-west dell’infanzia: Sioux, Apache, Cherokee, Cheyenne, Navajo, per citare alcune delle tribù ‘indiane’ del nord America. Oggi, i sopravvissuti allo sterminio, si chiamano ‘nativi’, che è ipocrisia lessicale rispetto ad un razzismo che che resta nei secoli. Gli indigeni dei molti popoli originari brasiliani, visti come “corpo estraneo” una delle conseguenze più drammatiche del nuovo ciclo politico brasiliano. Cronaca, con un aumento delle violenze e continue invasioni di territori indigeni. Nel 2018 si sono registrati in Brasile 110 assassini di indigeni. Per la storia, dall’inizio del 2019 le invasioni hanno subito una intensificazione e sono almeno 8 le realtà territoriali interessate, nel Parà, Maranhao, Rondonia, Espirito Santo, Rio Grande do Sul.

Il neo Custer Bolsonaro-Custer

«Nel paese si percepisce un clima di ostilità nei confronti degli indigeni», denuncia Francesco Bilotta sul Manifesto. Mesi di forsennata campagna anti-indigena. Gli slogan lanciati da Bolsonaro e che prendono di mira i popoli originari hanno trovato terreno fertile in ampi settori sociali. «Il Brasile ai brasiliani», «Gli indigeni non possono ostacolare lo sviluppo del Brasile», «Non concederemo un centimetro di terra», sono espressioni che continuano a risuonare nei dibattiti televisivi e sui social. Progetto politico, far passare l’idea che la tutela dei territori indigeni rappresenti un ostacolo allo sviluppo economico del Brasile in fase di crisi economica. «Gli interessi e il benessere di 200 milioni di brasiliani vengono prima di quelli di 800 mila indigeni», propagandano i rappresentanti dell’agrobusiness e delle attività minerarie.

Contraddizioni interne

Nel Parlamento più conservatore e reazionario degli ultimi 30 anni, una deputata indigena, Joenia Wapichana, presiede il Coordinamento delle 180 comunità tradizionali di 9 Stati. «Le politiche anti-indigene del governo Bolsonaro, il suo progetto di liberalizzazione dell’attività mineraria, il prolungamento della strada BR 163, la costruzione della centrale elettrica di Cachoeira Porteira, nel Parà». Battaglia minoritaria, con Bolsonaro, che dal primo giorno del suo insediamento, ha iniziato a smantellare strutture e organismi che garantiscono i diritti sanciti dalla Costituzione del 1988. La Fondazione nazionale dell’indio, esempio, col nuovo presidente il generale Ribeiro de Freitas, ex società mineraria canadese Belo Sun Ming. O le attività di demarcazione delle terre trasferite al ministero dell’Agricoltura guidato dalla ruralista Tereza Cristina che esprime gli interessi avversi.

 

Dracula presidente Avis

Enorme e vergognoso conflitto di interessi. Togli i territori, togli le risorse, e infine la salute. La Segreteria speciale di salute indigena, 34 distretti sanitari, che si occupava della salute delle popolazioni, che sono esposte a numerose malattie e che abitano in zone remote e di difficile accesso. «Ma in questi giorni il ministro della Salute Luiz Henrique Mandetta, legato alla lobby ruralista e un passato di opposizione ai diritti umani, ha comunicato lo smantellamento di questo sistema di assistenza e il passaggio delle competenze ai singoli municipi», ancora Francesco Bilotta. Sonia Guajajara, Apib (Articolazione dei popoli indigeni): «Visione razzista del governo. Si mira all’integrazione e all’assimilazione culturale dei popoli indigeni, ma la municipalizzazione della salute significa il genocidio, perché i municipi non sono in grado di gestire le problematiche relative alla nostra salute».

AVEVAMO DETTO

Orfani della dittatura in Brasile, Bolsonaro celebra il golpe

Minga degli ‘Indiani’ del sud,
sterminio dei ‘pellerossa’ oggi

Colombia come i Sioux pellerossa, sterminio oggi
La Minga non è in popolo ma una cultura che lo rappresenta e lo fa popolo. È una pratica ancestrale dei popoli delle Ande, che si convoca nelle occasioni che richiedono uno sforzo comunitario per risolvere problemi di tutti. Ad esempio la difesa del territorio e della dignità dei popoli, che riguarda tutti e di cui nessuno può appropriarsi. Nelle lingue indigene, Minga significa «camminare le parole», arrivare ad accordi attraverso il dialogo, usare la parola per riconoscere l’altro e le sue verità, senza dare molto importanza a un qualsiasi documento scritto.
E la Guardia Indigena, in Colombia, ha il riconoscimento costituzionale della autodeterminazione dei popoli indigeni. Il suo compito è quello di difendere i diritti dei popoli, senza armi. Loro con ‘la Minga’ senza armi. Contro di loro, a repressione statale e para-statale, molto bene armata, che ha assassinato ad oggi circa 1600 indios. Esattamente come un vecchio film sul Far West americano dove i coloni bianchi, per prendersi le terre dei pellerossa, li massacrano con l’aiuto di un po’ di ‘giacche blu’.

Assassini terrieri
governo complice

Giovedì 22 marzo nella Dagua, costa sud ovest del paese, durante una riunione in cui Guardia Indígena stava organizzando la Minga locale, una granata esplosiva ha ucciso 9 persone. Tra le vittime c’era anche un giovane studente dell’Universidad del Valle, Jonatan Landines. Da allora, ‘la Minga’ per la difesa della Vita, del Territorio, della Democrazia, della Giustizia e della Pace. Da allora la mobilitazione investa almeno sei Dipartimenti del Paese. Col governo che ha risposto aumentando la repressione verso le comunità solidali. Armi bastarde, tipo cartucce di lacrimogeni piene di detriti e pallini di piombo. Feriti anche gravi ormai più di 50 in attesa di altri morti.
Ma i ‘pellerossa’ andini insistono chiedono a chiedere la cura, la protezione e la difesa della “nostra Madre Tierra”, vogliono garanzie per la vita e per il rispetto dei diritti umani, lo smantellamento dell’apparto paramilitare come negli gli accordi firmati con le FARC, le formazioni rivoluzionarie Colombiane, e riconoscere i collettivi contadini come soggetto di diritto, queste sono alcune delle principali rivendicazioni delle comunità.

Rivolta ancestrale
e prepotere bianco

Il governo del presidente Ivan Duque invece mostra i muscoli e risponde con la forza alle istanze di una straordinaria protesta indigena. «Lo Stato colombiano non riconosce la nostra relazione con la terra, che è contraria alla politica economica imperante; non difende i leader sociali, che ogni giorno vengono ammazzati e minacciati. Per questo siamo ‘in minga’», spiega uno dei leader. In ballo, tra le molte cose, il riconoscimento e alla sanzione dei crimini di guerra e alla ricostruzione della memoria storica di un Paese che in mezzo secolo di conflitto conta 280 mila morti e milioni di vittime della violenza. Poi, come nel West nord americano fui l’oro, qui la ricerca del petrolio e la concessione di ampie porzioni di territorio alle multinazionali.
Scelta del governo di ultradestra dell’ ex presidente Alvaro Uribe, da sempre contro gli accordi di pace, col rischio -forse voluto- che ora riesploda tutto. Intanto ‘la minga’, la protesta nel Pacifico colombiano muove più di 15 mila indigeni marciano e bloccano le maggiori arterie stradali del Sud Ovest, loro, i rappresentanti dei 104 popoli ancestrali indigeni in Colombia. I pellerossa di Colombia, prima che l’uomo bianco li stermini.

Dittatura per 25 anni

Dittatura per 25 anni. Solo pochi giorni fa in America Latina la celebrazione del “Giorno della memoria per la verità e la giustizia”, giornata dedicata alle vittime della ‘Guerra Sporca’. Circa 80mila persone, oppositori politici, che  furono imprigionati, uccisi, torturati dalle dittature del Continente. Di questi almeno 30mila sparirono in lager e centri di detenzione illegali in un periodo che va dal 1964 al 1990, vittime dei regimi golpisti e fascisti militari dal Brasile brasiliano al Cile di Pinochet.

 

Bolsonaro ordina: celebrate il golpe

Ora proprio dal Brasile arriva un pessimo segnale di significato opposto. Il neo eletto presidente Bolsonaro ha ordinato al ministro della Difesa di organizzare per il 31 marzo la celebrazione, il ricordo dell’inizio della dittatura militare che rovesciò il governo eletto di Joao Goulart, detto “Jango”, dittatura militare durata 21 anni. L’annuncio è stato fatto dal portavoce del governo Otavio Rego Barros il quale ha aggiunto come Bolsonaro «non ritiene quello del 1964 un golpe, e che se non ci fosse stato oggi avremmo un governo che non sarebbe buono per nessuno».

La rivincita dei militari

La conferma di tutto ciò che Bolsonaro aveva dichiarato durante la campagna militare. Lui stesso è un ex militare, capitano dell’esercito, schierato all’estrema destra, il suo governo è caratterizzato dalla presenza di molti uomini in uniforme. Oltre le sue posizioni contro gay, donne e neri, non ha mai nascosto le sue simpatie per il periodo più duro del Brasile in cui l’opposizione politico-sindacale venne pesantemente colpita.

In realtà la commemorazione del golpe si è svolta in maniera non ufficiale fino al 2011, quando venne istituita una commissione per indagare sui crimini commessi dai militari. Quest’ultimi furono quindi invitati a sospendere qualsiasi tipo di ricordo pubblico. A promuovere l’iniziativa, l’allora presidente Dilma Rousseff, anche lei vittima di tortura. La stessa Rousseff nel 2016 venne sottoposta ad impeachment. In quell’occasione Bolsonaro dedicò per spregio il suo voto in parlamento a un colonnello che guidava un gruppo di torturatori.

 

Le reazioni

Le reazioni dell’opinione pubblica brasiliana, di fronte a questa deriva revisionista, sono state da subito molto forti a cominciare dal dibattito sviluppato nel web. L’argomento è diventato in poche ore il più affrontato su twitter, due gli hastag che si sono confrontati, #DitaduraNuncaMais («Mai più dittatura») si è imposto sul suo rivale, #ComunismoNuncaMais («Mai più comunismo).

Anche la stampa è stata attraversata da numerosissimi commenti come quelli del giornalista Kenny Alencar il quale ha messo in evidenza che «commemorare il golpe militare del 1964 è un attentato contro la memoria del Brasile», mentre Taliria Petrone, deputata di sinistra, rivolgendosi a Bolsonaro, ha detto che «non c’è niente da celebrare, presidente: la dittatura ha censurato, torturato, perseguitato ed ucciso. Dobbiamo ricordarlo, sì, ma per non dimenticare, perché non succeda mai più».

Per Helio Gourovitz, della Globo, Bolsonaro «può avere ragione quando dice che la lettura ufficiale della sinistra di ciò che avvenne allora è sbagliata, ma è un errore ancor più grande minimizzare l’arbitrarietà del regime. Non ci sono dubbi sui fatti: è stato un golpe, c’è stata censura, tortura, almeno 434 persone sono morte o sparite, il Parlamento è stato chiuso e i diritti politici sono stati negati. È stata una dittatura».

 

 

Gli Usa ritirano il restante personale diplomatico
Il governo denuncia “cinque attacchi criminali contro il nostro sistema elettrico nazionale” da giovedì scorso, senza fornire dettagli sulla loro natura.

 Venezuela, la battaglia della luce tra bugie e inganni

Ci vorrà ancora del tempo prima che l’elettricità torni regolare in Venezuela. Al primo black-out, nel pomeriggio del 7 marzo, ne era seguito un altro sabato, proprio quando la situazione sembrava normalizzata, precipitando nel buio l’intero paese. Edomenica notte l’esplosione di un trasformatore elettrico a Baruta, nella periferia di Caracas. Scenari da guerra, col governo costretto a sospendere lavoro e scuola e servizi, denunciando «il brutale attacco terroristico contro il popolo» attraverso il ministro dell’informazione Jorge Rodríguez. Solita scusa alla Maduro per scaricare su altri le proprie inefficienze?

Rubio io so tutto

Stati uniti, gli ‘imputati naturali’ di parte chavista, hanno risposto con sfottò di vario tipo, in cui si è ‘particolarmente distinto’ -rileva Marina Fanti- il senatore repubblicano (Usa) Marco Rubio. Il quale, a voler fare i maliziosi, poche ore prima del black-out, annunciato che i venezuelani avrebbero vissuto una gravissima «mancanza di alimenti e benzina», ciò che è realmente accaduto. Cattiveria politica divenuta casualmente preveggenza, o altro? Certo che è molto bene informato quel senatore amico di Trump che, poco dopo il fatto già denuncia pubblicamente che i generatori di supporto non avevano funzionato. Lui prima e meglio degli ingegneri venezuelani, come se sapesse.

Ridicolizzare per coprire

Poi Rubio sfotte e pubblica sui social un’immagine di Godzilla che sputa fuoco dalle fauci, ‘il colpevole del black-out nazionale’. Ridicolizzare la tesi del cyber attacco, ma qualcuno ricorda strani precedenti. Esempio quanto l’amministrazione Obama aveva attribuito la responsabilità del black-out sofferto dall’Ucraina il 23 dicembre del 2015 alla Russia. Allora a buttarla in caciara fu Mosca. Eppure gli Stati uniti, dell’utilizzino tale arma ne sanno molto. Nel 2016, fu il New York Times a rivelare l’esistenza di un piano elaborato dagli Usa per lanciare attacchi cibernetici contro le centrali nucleari dell’Iran, noto come Nitro Zeus. Un micidiale malware, denominato Stuxnet, che bloccò le centrifughe della centrale atomica di Natanz.

Forbes che non è comunista

A non trovare ridicole le accuse del governo Maduro è anche la rivista Forbes (che non è il Manifesto), che, in un articolo a firma di Kalev Leetaru (che non è Claudia Fanti), definisce «senz’altro realistica» l’idea «che un governo come quello statunitense intervenga a distanza contro la rete elettrica». Il problema è anche che il Venezuela alla sfascio è bersaglio facile da colpire e, con certo Iternet obsoleto, diventa assolutamente facile occultare qualsiasi attacco esterno. Colpevoli certi, comunque, a mancanza di investimenti e la carenza di manutenzione nel settore elettrico. Tesi del sabotaggio e decessi negli ospedali, per Rubio sempre straripante, “un’ottantina di neonati morti a causa del black-out”. Massacro.

Fake news e contaballe

Per il deputato di opposizione e medico, José Manuel Olivares, si scende a 21 vittime. Il ministro della Sanità Alvarado esagera a zero morti: «15 o 17 pazienti che sono stati spostati verso altre strutture a causa di problemi, ma senza nessuna conseguenza grave». Fake news contrapposte e a raffica sulle reti sociali. Il caso dei camion di aiuti alla frontiera con la Colombia il cui incendio è stato imputato alla Guardia nazionale bolivariana. Episodio esecrato dal vice Trump, l’ultrà Pence, e denunciata all’Onu. Smentisce il New York Times con sue immagini dove si vede che a innescare l’incendio è stata «una bomba fatta in casa con una bottiglia», una molotov, lanciata da un manifestante anti-governativo.
Dopo di che, se qualcuno prova a dirvi che Maduro è un angioletto innocente di tutto, è un’altra fake-news.