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martedì 15 Ottobre 2019

America latina

Ecuador, i popoli indigeni contro

Le proteste contro la riforma ultraliberista sulla pelle della parte più debole della popolazione erano cominciate il 3 ottobre dopo che il governo aveva approvato una serie di misure di austerità concordate col Fondo Monetario Internazionale. Vecchia storia nella partita ‘dare-avere’ degli aiuti internazionali, -un credito di oltre 4 miliardi di dollari per risollevare l’economia del paese-, ma è il governo locale che decide chi e come dovrà pagare il conto più salato. E qui, Lenin solo di nome, si scopre. La misura più contestata per chi campa arrangiandosi, la rimozione dei sussidi per il carburante, in vigore dagli anni Settanta. A causa delle proteste, quasi vera e propria guerriglia, risultano ufficialmente morte almeno sette persone, feriti a bizzeffe e arresti a mucchi, ma ancora i conti non tornano. Il governo Moreno, prima aveva dichiarato lo stato d’emergenza, poi imposto un coprifuoco, infine aveva spostato il governo da Quito alla città costiera di Guayaquil.

Ecuadorean President Lenin Moreno

La paura fa novanta, epilogo Moreno

Ora la resa in diretta tv. Moreno, ha annunciato ‘di aver deciso’ di annullare il decreto esecutivo 883, con l’eliminazione dei sussidi, come chiesto dalla Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador (la Conaie). Secondo il quotidiano statale El Telegrafo, sarà una commissione di rappresentanti del governo e dei gruppi sociali a concordare gli interventi di politica economica in presenza di ONU, Organizzazioni indigene e CEE (Conferenza Episcopale Indigena). «Con questo accordo le mobilitazioni in tutto l’Ecuador sono terminate e insieme ci impegniamo a ripristinare la pace nel Paese: così recita il comunicato congiunto finale della presidenza e dei leader della protesta indigena, una volta raggiunto l’accordo».

Il tweet della resa

@Lenin – Por la paz y el futuro de nuestro país hemos decidido mantener el toque de queda en Quito hasta próximo aviso; además, revisaremos el Decreto 883 conforme al pedido de organizaciones indígenas y sectores sociales para asegurar que los recursos lleguen al campo. #LaPazSeRecupera

Popoli indigeni, ma gli altri problemi?

Corollario all’accordo, poco pubblicizzato, 1) le dimissioni dei due ministri Jarrín (Ministro della Difesa) e María Paula Romo (Ministro degli Interni), 2) libertà per tutti i detenuti, 3) libertà di protesta come da Costituzione. Di fatto, valutazione di parte sindacale, la “indigenizzazione” della protesta ha ridimensionato altre questioni gravi del mondo del lavoro. Al tavolo di pace non si sono affrontati problemi che hanno provocato un aumento della precarizzazione lavorativa, i licenziamenti di massa (oltre 220.000 negli ultimi 2 anni), i processi di esternalizzazione e la riduzione dei salari con un maggior livello di sfruttamento. La rivolta ecuadoregna stabilisce un pausa, ma il disagio sociale resta alle stelle, pronto ad esplodere in qualsiasi momento rispetto ad un governo scredito e debole.  

L’ex presidente ecuadoregno Rafael Coreo ora in esilio

Troppo ancora da chiarire

I dodici giorni di vera e propria guerriglia in cui si è visto il peggio di un sistema di potere. Ad esempio l’accusa a Moreno di aver usato le ambulanze per trasportare armi antisommossa, denuncia Amauri Chamorro, analista e consulente internazionale, intervistato da Geraldina Colotti su l’AntiDiplomatico. Da Chamorro, accuse molto pesanti. A proteggere Moreno ci sarebbero militari comandati direttamente dagli USA. “Il tradimento di Moreno non nasce dal nulla”. Critica politica a tutto campo. “Ora Moreno cerca di attribuire a Maduro la responsabilità del caos che ha provocato applicando le ricette dell’FMI, sino a ridicolo di sostenere che Maduro possa aver pagato un milione di persone per portarle in piazza”.

AVEVAMO DETTO

Ecuador e fronte Cina-Usa

Ecuador, il sudamerica attraversato dall’equatore, sul fronte del Pacifico. Austerity e repressione dura del governo di Lenin Moreno, il successore di Rafael Correa al timone dell’Ecuador. Fine della ‘Revolución Ciudadana’, imposta dall’FMI, il fondo monetario internazionale, con una dura pratica neoliberista. Tumulti di protesta esplodono sia a Quito, la capitale, che a Guayaquil, la città più grande. Rafael Correa, nei suoi tre mandati, dal 2007 al 2016, era riuscito ad abbassare il tasso di povertà ecuadoriano dal 37% al 22,5%. Come? Le royalties per l’estrazione del greggio tolte agli Stati Uniti e passate alla più generosa (o meno ladra) Cina.

Socialismo alla Correa

Il ‘Producto interior bruto’ (il nostro Pil), per sistema sanitario e educativo, il mantenimento di un’imprenditoria privata e cooperativa, e controllo delle multinazionali negli investimenti dall’estero. Ma quando i prezzi del petrolio crollano a livello internazionale, si apre la crisi economica (molte similitudini economiche col Venezuela). L’attuale contestatissimo presidente Moreno, è arrivato al potere vincendo di misura le elezioni 2017. Correa intanto si era ritirato dalla politica attiva, andando a vivere in Belgio. Tradimento anche giudiziario in casa con un mandato di estradizione, emesso dalla procura di Quito ma respinto dall’Interpol.

Ecuador modello FMI

L’Ecuador modello FMI imposto, spiega Flavio Bacchetta sul Fatto, si trasforma in un massacro sociale, assieme alla rinnovata sottomissione agli Usa (iniziata con l’arresto di Julian Assange all’interno dell’ambasciata ecuadoriana a Londra). Prestiti dal fronte occidentale a caro prezzo. Correa demonizzato oggi, ma allora elezioni trasparenti e libera circolazione dei giornali di opposizione.

Dalla foresta Amazzonica alle Ande

«Adesso è in vigore uno stato di emergenza che porta a repressioni violente e arresti in serie -annota Bacchetta- La stessa china che ha visto Mauricio Macrì in Argentina scendere dal piedistallo di eroe nazionale per salire sul poco ambito podio del politico più impopolare».

La rivolta contro il ‘paquetazo’

Diventa intanto sempre più brutale la repressione delle proteste popolari contro le misure selvagge di austerity (il ‘paquetazo). I dati della Coordinadora ecuatoriana de contrainformación -scrive Claudia Fanti sul Manifesto- parlano di 7 morti tra cui un neonato, 95 feriti gravi, più di 500 feriti lievi, 85 persone scomparse, più di 800 detenuti e 57 giornalisti aggrediti dalla polizia. «Questo è un governo repressivo e criminale». Bombe lacrimogene persino contro i centri di rifugio della Pontificia università cattolica salesiana. «Non c’è memoria nella storia recente del paese di una repressione tanto atroce e violenta contro un popolo che rivendica i suoi diritti», denuncia Jaime Vargas, il presidente della Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador.

Protesta quasi rivoluzione

La rivolta, tuttavia, non si ferma, finché «il Fondo Monetario Internazionale non uscirà dall’Ecuador». Nel frattempo la Corte Costituzionale ha convalidato lo stato di emergenza disposto da Moreno, ma ne ha dimezzato l’applicazione temporale, fissata inizialmente a 60 giorni. Il presidente intanto accusa il suo predecessore Rafael Correa, “sostenuto dal presidente venezuelano Maduro” (altro ben noto bersaglio statunitense), di essere dietro le agitazioni che stanno «destabilizzando il governo e l’ordine democratico». E per sua sicurezza sposta della sede del governo dalla capitale Quito a Guayaquil.

Amazzonia dove e quanta?

La cronaca di Marina Forti, con grande mestiere giornalistico, parte dal racconto del viaggio per darci subito la dimensione di cosa stiamo andando ad esplorare, senza cadere nella geografia scolastica. Rio delle Amazzoni al delta, l’isola di Marajó grande due volte la Lombardia, undici ore di battello o sei ore di catamarano da Belém, la capitale del Pará, uno dei grandi Stati dell’Amazzonia brasiliana. Una chiesa cattolica ben visibile sul lungofiume, una piazza alberata per il passeggio serale. «Terra e commercio, il connubio che domina l’Amazzonia». Case di legno costruite su piattaforme sopraelevate: «Nella stagione delle piogge tutto strabocca, siamo in un acquitrino fangoso».

Le favela amazzoniche

Sandra Araújo, giovane missionaria e assistente sociale che ha scelto di vivere in questo villaggio fluviale un po’ favela urbana. Ma ormai il 70 per cento della popolazione amazzonica vive in aree come questa. Metropoli come Manaus e Belém, con più di due milioni di abitanti, con un paio di secoli di storia e migliaia di centri urbani più piccoli, cresciuti per lo più attorno al commercio di prodotti agricoli o di minerali. Nel delta ce ne sono una cinquantina, tra i diecimila e il milione di abitanti. «Come si vive in una favela amazzonica? La prima cosa da dire è che manca l’acqua potabile», risponde Luciane Ribeiro. Assurdo vero? Dove quasi si affoga, ma l’acqua filtrata è solo per i quartieri centrali. Attorno, né fognature né acqua corrente.

Suore cattoliche e attiviste

Sandra Araújo e Luciane Ribeiro, suore cattoliche dell’ordine di Nostra Signora di Namur. La casa delle missionarie è costruita su palafitta come le altre, ma senza grate e lucchetti, comuni perfino nei quartieri più poveri. Doposcuola nella grande veranda sul retro. «Sappiamo che i bambini vengono soprattutto per la merenda: molti qui faticano a mettere insieme pranzo e cena». Di cosa vive la favela? «Di lavoretti». Quotidianità difficile e storie tragiche. L’uccisione delle missionaria Dorothy Stang, crivellata di colpi dai killer dei fazendeiros, proprietari terrieri, per intimidire chi si batteva per la riforma agraria.

Migranti della Transamazzonica

All’epoca della dittatura militare, la strada che tagliava la regione amazzonica era in costruzione e il governo incoraggiava i contadini poveri a “colonizzare” la foresta per sfruttarne le immense risorse, tagliare la legna, aprire miniere, costruire dighe, coltivare la terra. «I militari parlavano di “sviluppo moderno” e di “integrare l’Amazzonia alla nazione”, le stesse parole che usa oggi il presidente di estrema destra Jair Bolsonaro». Tra gli anni sessanta e ottanta un grande flusso di persone si è riversato lungo la nuova strada, ma la terra restava un sogno, solo braccia a pochi soldi per grandi latifondisti. Poi i movimenti politici perché la terra fosse assegnata a chi la lavorava. Ma come è finito Lula lo sappiamo tutti.

La due cartine mostrano a che punto è il processo di deforestazione. In viola sono indicate le zone che, per varie cause, sono prive di copertura boschiva. (Global Forest Watch)

La terra a chi la lavora

Oggi Sandra Araújo è avvocata e dirigente della Commissione pastorale della terra, l’organizzazione dalla chiesa cattolica creata nel 1975, in piena dittatura, per sostenere le lotte dei senza terra, presente nei ‘quilombo’, le comunità create dai discendenti degli schiavi africani fuggiti dalle piantagioni della costa per rifugiarsi nella foresta profonda. Nel Brasile moderno non più schiavi ma neanche cittadini a pieno titolo. Solo dopo il 1985, finita la dittatura militare, queste comunità si sono viste riconoscere dei veri diritti, assieme ai popoli indigeni e le altre comunità tradizionali della foresta. Le comunità rurali degli anni ottanta erano povere e sfruttate, ma davano battaglia, «Oggi qui invece vedo grande passività».

Bolsonaro non per caso

Il sentito racconto di Marina Forti dà grande attenzione agli aspetti umani. Noi stringiamo sulla politica. Le imprese di disboscamento che hanno invaso una zona protetta. E terre in concessione dallo stato usurpate da imprese agroindustriali. Titoli di proprietà o diritti di sfruttamento fasulli. «Grilagem, parola che indica l’appropriazione indebita di terra. Gli imprenditori ricevono una concessione ma disboscano e coltivano aree molto più ampie, oppure titoli di proprietà falsificati». E Bolsonaro e poche autorità sul territorio, tutto questo lo sanno bene, ma, o sono prezzolate o, se di nomina politica, sono diretta espressione di quegli interessi.

Bolsonaro peggio dei militari

Il conflitto per la terra nell’era di Bolsonaro è diventato più violento. Istituzioni di controllo depotenziate, taglio di fondi, tolti incarichi. In agosto: quando l’Istituto nazionale di ricerca spaziale che controlla la deforestrazione con i satelliti, ha diffuso i primi allarmi sull’aumento di incendi in Amazzonia, il presidente Bolsonaro ha licenziato il direttore per creato allarme. I disboscatori contano sull’impunità. I conflitti per la terra aumentano, e anche la violenza. La Pastorale della terra ha contato 71 persone uccise nel 2018 in tutto il paese, leader di comunità rurali o sindacati della terra o comunità indigene: una morte violenta ogni cinque giorni.

Chiesa locale con problemi di parte

Ogni villaggio sfrattato per far posto a nuove piantagioni ingrossa le favelas delle città. «Alternativa più attraente per un giovane è il piccolo spaccio di droga». «Anche la prostituzione è molto diffusa». «A volte sono i padri stessi che offrono le ragazze agli equipaggi delle navi di passaggio». Qualcuno aiuta a sfuggire a questo destino di miseria e violenza? La Chiesa, ma solo in parte. Una chiesa che si batte per la giustizia sociale e una più conservatrice. Ma la chiesa cattolica resta la presenza più capillare nel Paese. Per questo il presidente brasiliano ha duramente attaccato i vescovi che partecipano al sinodo sull’Amazzonia aperto oggi in Vaticano. Bolsonaro che ripete lo slogan che fu della dittatura militare: «L’Amazzonia è nostra”. Le attiviste della favela di Breves si chiedono: “Nostra di chi?”». https://www.internazionale.it/reportage/marina-forti/2019/10/04/amazzonia-resiste-bolsonaro

AVEVAMO DETTO

Se Lula tornasse libero in Brasile

Inattesa vittoria giudiziaria e segnale di speranza dell’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, che sconta la sua condanna in carcere a Curitiba, davanti al Tribunale Supremo Federale di Brasilia. Con sei voti a favore contro tre, la Corte suprema stanotte ha ammesso la possibilità che la sentenza di condanna a suo carico per lo scandalo Lava Jato sia annullata. Uno schiaffo sonoro per l’ex giudice e attuale ministro della Giustizia di Jair Bolsonaro, Sergio Moro, che secondo la Corte ha violato il diritto della difesa in decine di sentenze. Nel recente passato Moro era stato al centro delle rivelazioni del sito di giornalismo investigativo ‘The Intercept’ che aveva reso pubbliche conversazioni tra lui giudice ‘terzo’ e gli accusatori della procura per arrivare ad una condanna ed estromettere Lula dalla corsa alle presidenziali, candidato largamente vincente rispetto ad un Bolsonaro improponibile e perdente.

Le reazioni di Bolsonaro adesso

Bolsonaro che mente al mondo sull’Amazzonia all’Assembrea Onu, può decidere di fare qualsiasi cosa per difendere il suo potere personale, avverte Claudio Madricardo, analista di America Latina, dall’Huffington Post. La decisione del tribunale più alto del Paese ha solo poche ore, troppo presto per capire come concretamente sarà applicata, e quali le eventuali possibili reazioni legali contro, salvo poi la violenza e le manipolazioni modello Sergio Moro. Con la sua sentenza, il tribunale ha ristabilito il principio che in un giudizio l’ultima parola spetta alla difesa. Una prassi che Sergio Moro non ha rispettato pregiudicando un diritto di Lula per una sporca e coordinata operazione politica e di potere. Ora a rischio è lo stesso ex magistrato, premiato da Bolsonaro a Ministro della giustizia (utile).

Le piazze dei pro e dei contro

Il dibattimento di Brasilia era iniziato mercoledì con i sostenitori di Sergio Moro che sfilavano per le vie della capitale a chiedere l’impeachment di alcuni membri dello stesso tribunale. Mentre giovedì sono stati i militanti del Partito dei lavoratori, a manifestare davanti all’edificio a sostenere l’innocenza di Lula. Ora, con l’esito dell’alta Corte brasiliana, Sergio Moro subisce la più grave sconfitta che abbia mai patito dal 2014, quando iniziò il processo contro lo scandalo in cui è stato coinvolto l’ex presidente. Prudenza intanto da parte di esponenti politico vicino al partito di Lula che mettono in guardia (e temono) qualche possibile colpo di mano dell’ultimo momento per far sì che la sentenza non abbia valore retroattivo (ad esempio), il che lo escluderebbe dal godimento del beneficio, impedendo a Lula di uscire dal carcere.

Giudici contro, Garzon anti Moro

A sostenere a dare supporto all’innocenza di Lula è venuto in soccorso l’ex giudice spagnolo Baltasar Garzón che gli ha fatto visita ieri in carcere a Curitiba, e che ha definito l’ex presidente brasiliano un ‘prigioniero politico’, dal momento che quello di Lava Jato (la tangentopoli brasiliana) «è un processo pieno di mezze verità», e l’ex presidente «vittima di una persecuzione che deve cessare quanto prima (…) la causa è viziata dall’intenzione di escluderlo dalle elezioni nelle quali era favorito, e questo è chiaro che ha beneficiato il suo avversario». Per Lula, che sempre si è dichiarato innocente e fiducioso che prima o poi ciò sarebbe emerso, la sentenza di ieri è un passo avanti sulla strada accidentata alla cui fine c’è la sua libertà personale e, soprattutto, il riottenimento del suo onore politico.

«L’Amazzonia non è dell’umanità»

L’affondo di Bolsonaro all’Onu: «L’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità, e nemmeno il polmone del mondo. Tutte frottole. Tra l’altro è «praticamente intatta», e sarebbe meglio smettere di credere ai media. Venite a vedere con i vostri occhi!». Il leader di estrema destra, incerto tra Pinochet e i golpisti di casa, ha approfittato del palco all’Onu per rovesciare anche l’evidenza sui recenti fatti, l’aumento degli incendi e l’avanzata della deforestazione. «Un discorso aggressivo e ideologico. Senza dimenticare i consueti elogi alla dittatura militare e ai magistrati che lo aiutano a combattere il socialismo (in riferimento alle condanne di Lula)», sottolinea Rocco Cotroneo sul Corriere della Sera.

L’Amazzonia è mia

Ma è sul tema Amazzonia che le parole di Bolsonaro sono state accolte da un silenzio incredulo e sguardi straniti di capi di Stato. «Questo o quel Paese che invece di aiutare ha creduto alle bugie dei media si è comportato con spirito colonialista». Bolsonaro parla, senza citarlo, del francese Macron, mentre nomina ed elogia Donald Trump. «L’Amazzonia non è del mondo ma nostra, spiega Bolsonaro, e gli indios non sono rappresentati da quei pochi soggetti ‘manipolati dai governi stranieri’ nella guerra per far avanzare i propri interessi sulla foresta». Il resto del discorso Bolsonaro l’ha dedicato alle proprie ossessioni, all’ideologia marxista che si è infiltrata nelle scuole e «vuole distruggere l’innocenza dei nostri bambini, pervertendo la loro identità più basica ed elementare, quella biologica».

Le bugie senza vergogna

Un discorso astioso e pieno di bugie, sottolinea Claudia Fanti sul Manifesto. Negati i dati sulla deforestazione dilagante, definisce «praticamente intatta» l’Amazzonia, e sugli incendi che continuano a divampare, sarebbero «i roghi provocati da indios e popolazioni locali come parte delle rispettive culture e come forma di sopravvivenza», svelando così al mondo i veri «responsabili». Denuncia degli «attacchi sensazionalisti» dei mass media di tutto il mondo, che invece -rivendica Bolsonaro-, «hanno risvegliato il nostro sentimento patriottico».

TUTTO BOLSONARO (su RemoContro) FOLLIA DOPO FOLLIA

Brasile, piano segreto di Bolsonaro per distruggere l’Amazzonia

Il Brasile di Bozo Bolsonaro brucia? È tutta colpa di Antonio Gramsci

Bolsonaro tifa Pinochet e offende le vittime, ‘non gradito’ al Sinodo Amazzonia

‘Sviluppo’ per pulizia etnica

Vertice sul clima che si terrà domani a New York con il Brasile e la sua ammaccata e bruciata Amazzonia che resta il polmone verde del pianeta (assieme a Siberia, a sua volta bruciata,un po’ d’Africa e poco altro), non ci sarà. Auto esclusione. «Il Brasile non ha presentato alcun piano con iniziative per migliorare il suo impegno» per l’ambiente, ha spiegato Luis Alfonso de Alba, inviato speciale del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres per l’organizzazione dell’evento. In realtà, i piani brasiliani per l’Amazzonia ci sono, eccome! Ma per distruggerla.

«Progetto Barão de Rio Branco»

Da mesi Jair Bolsonaro sta elaborando, secondo quanto emerso da documenti confidenziali preparati dalle Forze Armate e svelati dalla stampa democratica che ancora resiste, un progetto per lo sviluppo dell’Amazzonia, che prevede la costruzione di una centrale idroelettrica, l’estensione dei collegamenti autostradali e uno spostamento di popolazione verso la regione. La notizia è stata divulgata da The Intercept, il sito news del giornalista americano Glenn Greenwald, che ha avuto accesso a registrazioni di riunioni ufficiali nelle quali si è discusso l’iniziativa.

Via la foresta ‘improduttiva’

«Un progetto che si propone lo sviluppo, o meglio, la distruzione, dell’Amazzonia improduttiva», denuncia Claudia Fanti. Come? La costruzione di dighe, autostrade e ponti, lo sfruttamento minerario, l’occupazione di terreni coltivabili e l’insediamento di popolazioni non indigene provenienti da altre regioni del paese. «Peggio persino del famigerato programma di colonizzazione condotto dalla dittatura militare sotto lo slogan ‘Occupare per non cedere’ e costato la vita a più di 8mila indigeni», ci ricorda il Manifesto.

Il nemico alle porte


Il progetto, Barone di Rio Branco, preparato dalla segreteria per le questioni strategiche del governo, per opporsi -così dicono- a una ‘penetrazione cinese’ e all’influenza della ‘Chiesa cattolica e degli ambientalisti’. Contro ‘il Nemico’ terra bruciata, come sta già accadendo in Amazzonia. Progetto ‘Calderaro’ (un colonnello, grado simbolo di ogni porcata militare). “Come la Cina verso la Siberia, confine dove oggi ci sono più cinesi che cosacchi”, viene citato. E i ‘cosacchi’ che minaccerebbero il Brasile? Le comunità indigene e i ‘quilombolos’, i discendenti degli schiavi africani, portatori di «paradigmi ideologici come indigenismo, quilombolismo, ambientalismo».

Bolsonaro patriota e Chiesa eversiva

Un pericolo non meno grave viene infatti dalla «campagna globalista» condotta attraverso le ong, la chiesa, gli ambientalisti, i quilombolas e soprattutto gli indigeni. I quali sono persino accusati di puntare alla creazione di nuovi stati su base etnica. Esempio, una nazione Yanomami a unire aree indigene brasiliane e venezuelane. Peggio che mai e fumo negli occhi, il Sinodo dell’Amazzonia che si aprirà il 6 ottobre in Vaticano. Ed ecco il contrattacco pronto. Programma Barão do Rio Branco, tre grandi opere nella regione di frontiera del Pará, quella sino ad oggi più preservata dello stato: una centrale idroelettrica sul fiume Trombetas, un ponte sul Rio Amazonas nella città di Óbidos e l’estensione dell’autostrada BR-163 (costruita negli anni ’70 durante la dittatura) fino al Suriname.

Sviluppo per invasione contro chi?

«A farne le spese sarebbero 27 terre indigene e aree protette della fascia di frontiera, a cominciare dalla terra Wajãpi, in Amapá, dove a luglio è stato ucciso dai garimpeiros (i cercatori illegali d’oro e diamanti) il leader comunitario di 68 anni Emyra Waiãpi», ci ricorda Claudia Fanti. Il progetto, hanno denunciato le organizzazioni indigene, «avrà un impatto distruttivo irreversibile su di noi e sul nostro stile di vita basato sull’uso sostenibile delle risorse naturali, a cui si deve la sopravvivenza di una delle aree di maggiore preservazione ambientale del pianeta».

AVEVAMO DETTO

America latina tornata Cenerentola

L’Argentina rivive lo spauracchio del default, del fallimento dello Stato, alla vigilia delle elezioni presidenziali di fine ottobre. E non è soltanto crisi economica, ma per molta parte della popolazione, la parte più debole, spesso è fame. Ed è anche cronaca delle economie popolari de la ‘Central de Trabajadores de la Economía Popular’

L’Altra America oltre il ricco e prepotente nord

Non solo la crisi politica Venezuelana, Cuba tornata nel mirino Usa, il Nicaragua del liberatori che si fanno despoti, o il Brasile dell’orfano dei Pinochet e simili. Ora è anche Argentina, con tanto sangue italiano in corpo, che soffre addirittura la fame. Una crisi che, secondo l’Osservatorio delle Politiche pubbliche dell’Università di Avellaneda, riguarda oltre 5 milioni di persone (su un totale di circa 40 milioni di abitanti). Ed ecco che il governo Macrì (nome che dice tutto sulle sua non troppo lontana provenienza), alla vigilia di elezioni che si prepara a perdere, approva una ‘Legge di emergenza alimentare’, anche se, sino a ieri, aveva definito ‘una esagerazione’ che in Argentina la popolazione soffrisse la fame.

Il presidente argentino Macrì

In Argentima fame per molti

Emergenza alimentare per non dire fame, parola che nel terzo millennio dello spreco fatto sistema fa paura. Ma10mila milioni di pesos da qui a fine anno a disposizione di cucine comunitarie e mense popolari, a cominciare dalle scuole, in alcune delle quali, leggiamo da Claudia Fanti sul Manifesto, non è più garantito «neppure un bicchiere di latte». A sollecitare la legge anche la Chiesa argentina che aveva denunciato, «il severo aumento di indigenza, povertà e disoccupazione e all’aumento indiscriminato dei prezzi degli alimenti del paniere di base. Una situazione di emergenza alimentare e nutritiva che colpisce essenzialmente i più vulnerabili, e in particolare i più piccoli».

Governo, ignorare per nascondere

Eppure la crisi era nota e c’erano pure i soldi accantonati per farvi almento parzialmente fronte. Ma dare quai soldi, la lettura della politica dei folli, sarebbe stato ammettere una crisi economica e sociale accanitamente negata. Politica disumane e per giunta, elettoralmente suicida. Nel 2017, il Ministero dello sviluppo sociale aveva usato solo il 75% dei fondi destinati alle politiche alimentari. «E la musica non è cambiata neppure quest’anno, malgrado l’acuirsi della crisi: ad agosto, il governo aveva speso solo il 58% del bilancio riservato a tale voce». Mobilitazione sindacale in tutto il Paese in una vigilia elettorale da resa dei conti. La legge che riconosce finalmente una ‘emergenza alimentare’ arriva troppo tardi per salvare il presidente Macrì da una sconfitta che appare ormai certa: oltre 15 i punti che lo separano dal peronista Alberto Fernández e dalla sua carismatica vice, l’ex presidente Cristina Fernández de Kirchner.

Cosa sta uccidendo l’Argentina?

«Tutto inizia con l’irruzione feroce del neoliberismo negli anni ’90, quando il lavoro salariato sparisce come prospettiva reale per i lavoratori», denuncia ad Andrea Cegna, Juan Grabois, portavoce de la Central de Trabajadores de la Economía Popular. Un processo molti vicino a quanto abbiamo conosciuto anche in Italia, anche se non effetti più contenuti. Fine della illusione che i figli potessero avere un lavoro migliori dei genitori, con diritti sociali e un certo livello di stabilità. In Argentina, segnata da governi d’avventura, l’emarginazione sociale colpisce milioni di persone. «Uomini e donne scartati dalla globalizzazione che dalle periferie inventano lavori coi mezzi di produzione che hanno a disposizione: un pezzettino di terra da coltivare, un carro per il cartone, piccole cooperative popolari».

Economia popolare e crisi nazionale

«In alcuni casi i lavoratori dell’economia popolare sono riusciti a ottenere il controllo di alcuni settori. E poi c’è l’esperienza delle oltre 300 fabbriche recuperate per tutto il paese». Con la crisi economica che investe il Paese la situazione diventa catastrofica per molta parte della popolazione. «Un lavoratore regolare, se riceve il salario minimo, si trova sotto la linea della povertà estrema. E loro non hanno il sostegno delle 20.000 mense sparse in tutto il paese». Dubbio se si sia già toccato il fondo o si finirà ancora più in basso. Politica: «Noi abbiamo chiesto al Frente de Todos, a Alberto Fernandez e Cristina Kirchner di dare priorità all’emergenza alimentare che vive il nostro popolo. Le parole d’ordine sono le stesse dall’incontro tra i movimenti popolari e Papa Francesco in Bolivia nel 2015: terra, tetto e lavoro».

Gramsci incendia l’Amazzonia

Devi andare a San Paolo do Brasil per scoprire che per molti studiosi seri, Antonio Gramsci appare una via di salvezza, almeno teorica, in attesa di trovare la strada per la salvezza del Brasile popolare e democratico. Ce lo racconta Angelo d’Orsi sul Manifesto e lo ribadisce con tutto il suo peso editoriale il Washington Post.

Il ministro degli Esteri del Brasile Ernesto Araújo

Gramscismo e ignoranza

«E a Gramsci, e al “gramscismo”, lemma di uso piuttosto corrente qui, si attribuiscono colpe indicibili, l’ultima delle quali è, addirittura, precisamente la piaga degli incendi. Solo tre giorni or sono il ministro degli Esteri, Ernesto Araújo, partecipando a un think tank statunitense, è riuscito ad affermare che l’«allarmismo climatico» usato contro Bolsonaro, è frutto di un complotto ideologico a base, insieme stalinista e neomarxista, e ha messo sul banco degli imputati Rosa Luxemburg, Marcuse, Brecht e Gramsci».

Passiamo alla versione in brasiliano

«Parece a justiça stalinista para mim: acusar, executar. Aí você diz: onde está a justiça? Onde está o Estado democrático?». «Mi sembra la giustizia stalinista: accusare, eseguire. E ti chiedi: dov’è la giustizia? Dov’è lo stato democratico?». Lo sconclusionato discorso a meno di due settimane dalla partecipazione del rappresentante brasiliano all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, dove dovrebbe essere sentito sulla situazione dell’Amazzonia. Ed ecco che Araújo attacca il “marxismo culturale” (con grande riliavo al nostro Gramsci) e al “globalismo”. Vittime di ambedue (Gramsci e globalismo) sia Bolsonaro che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, definiti «l’insurrezione universale contro le cazzate (“insurgência universal contra a besteira”), così come i sostenitori della Brexit in Inghilterra, insieme, ha detto, in una rivolta contro l’ideologia della sinistra».

Gramsci incendia l’Amazzonia

Il creativo ministro Ernesto Araújo ‘anti cazzate’, ha mescolato nello stesso discorso ciò che ha chiamato “allarmismo climatico” su ciò che sta accadendo con la deforestazione in Amazzonia con una mancanza di “dibattito democratico”. «Persino mangiare carne non è più permesso», insiste lui a inseguire ‘besteira’. Colpevoli di un fututo mondo vegeterariano o addirittura vegano, Antonio Gramsci, Bertolt Brecht e Rosa Luxemburg.

Le spara talmente grosse, il ‘signor ministro basteira’ che persino l’editorialista del Washington Post, che ne ha certo viste e sentite di tutti i colori, si stupisce.

«Agora ele está falando algo sobre o socialismo do século 21 ser (Antonio) Gramsci conhecer os cartéis de drogas». «Ora sta dicendo qualcosa sul socialismo del 21° secolo e che (Antonio) Gramsci è a conoscenza dei cartelli della droga. E ora sta citando (Herbert) Marcuse e tutti i membri della Scuola di Francoforte, -ha detto il giornalista-. “Questo è fantastico. Non sappiamo se abbia mai letto delle teorie critiche neo-marxiste oltre a ciò che è scritto su Wikipedia», ha aggiunto. No, neppure Wikipedia ha letto il signor ministro Basteira, visto che avrebbe scoperto che il povero Gramsci è morto a Roma nel 1937 per la galera subita dei suoi simili, fascisti italiani.

Bozo Bolsonaro con basteira attorno

«Colpisce nell’azione politica di questo Rodomonte del Brasile, la contraddizione tra la narrazione nazional-patriottica -uno dei punti di forza della sua campagna elettorale- e la pratica, che vede continue cessioni di sovranità essenzialmente verso gli Stati uniti, della cui Amministrazione (e dunque dei gruppi finanziari che le sono legati) Bolsonaro sembra essere un pronto esecutore», considera Angelo d’Orsi. Del resto, saggezza popolare, il soprannome sussurrato di Bolsonaro? «Bozo», un clown televisivo creato negli Usa alla fine della guerra. «Effettivamente, si ha l’impressione che il neopresidente, insediato a gennaio scorso, sia più actus che agens, interprete di politiche decise altrove, perfetto rappresentante di un potere che altro non è che il comitato d’affari di gruppi dominanti, interni ed esterni». Come direbbe Gramsci risorto.

AVEVAMO DETTO

Bolsonaro fascistissimo

Attacco personale a Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani da parte del fascista Jair Bolsonaro, al momento presidente del Brasile. «Se non fosse stato per Augusto Pinochet, che ha sconfitto la sinistra nel 1973, incluso suo padre, oggi il Cile sarebbe come Cuba». Affermazioni vergogna se si considera la biografia della Bachelet. Il padre Alberto fu generale dell’aviazione cilena sotto la presidenza di Salvador Allende. Al golpe del 1973 di Pinochet si rifiuto di tradire il presidente, venne arrestato, incarcerato, torturato e morì nel 1974 per infarto, conseguenza delle violenza subite. E la stessa Michelle Bachelet, insieme alla madre Angela Jeria, furono arrestate e torturate un anno dopo, prima di esiliarsi in Australia. Michelle prima di arrivare all’Onu è stata presidente del Cile per due mandati, unica donna a rivestire questa carica.

Vergogna Brasile sui diritti umani

La reazione scomposta del laido personaggio, dopo le osservazioni critiche da parte Onu sulla tutela dei diritti umani in Brasile. L’ex presidente cilena aveva denunciato in una conferenza stampa che «nel primo semestre di questo anno, e solo a Rio de Janeiro e San Paolo, 1291 persone sono state uccise dalle forze dell’ordine», con un aumento notevole dell’uso della violenza che ha «colpito in modo sproporzionato i cittadini di origine africana». Bolsonaro in guerra con mondo riprende anche la rissa col presidente francese: «Bachelet ha deciso di seguire la linea di Macron e di intromettersi nelle nostre questioni interne e nella sovranità brasiliana, si lancia contro il Brasile con l’agenda dei diritti umani (dei banditi), attaccando i nostri coraggiosi poliziotti civili e militari». Mentre l’Amazzonia ancora brucia, cresce l’isolamento internazionale attorno ad un personaggio che crea imbarazzi alla stessa Casa Bianca di Trump.

Sinodo Amazzoni no del Papa a militari e Bolsonaro

Politici e militari, e i rappresentanti dei governi latinoamericani, esclusi per decisione di papa Francesco dall’assemblea dei vescovi prevista a Roma dal 6 al 27 ottobre. Ci saranno invece i rappresentanti dei popoli indigeni, ambientalisti e scienziati, ci informa Claudia Fanti da quella parte di mondo. Lo ha dichiarato il cardinale Cláudio Hummes, relatore del Sinodo, interpellato su un’eventuale presenza a Roma di rappresentanti del governo brasiliano. Governo Bolsonaro che oltre ad applaudire Pinochet ed attaccare Michelle Bachelett, se la prende sistematicamente con i vescovi, considerati pericolosi alleati del Partito dei lavoratori di Lula, messo in carcere. No del Vaticano nonostante l’interesse di Brasilia a intervenire al Sinodo, attribuendogli, secondo le parole di Bolsonaro, una «forte influenza politica».

Vescovi ‘nemici’ se con i deboli

«Quanto minacciosa risulti per il governo l’assemblea dei vescovi sull’Amazzonia era apparso chiaro già lo scorso febbraio, con la rivelazione di una serie di informative dell’agenzia di intelligence brasiliana (Abin) guidata dal ministro Augusto Heleno sul presunto tentativo di un gruppo di vescovi e cardinali di screditare in occasione del Sinodo la politica ambientale di Bolsonaro», spiega Claudia Fanti. Ed oggi, al centro delle critiche della comunità internazionale per l’aumento vertiginoso della deforestazione e degli incendi in Amazzonia, «il Sinodo è diventato agli occhi di Bolsonaro e dei militari un pericolo ancora maggiore per la sua politica sull’ambiente e sui popoli indigeni». Avvertimenti minacciosi su una possibile strumentalizzazione «da parte degli ambientalisti» e del «carattere politico» che il Sinodo avrebbe assunto.

Governo in caduta libera di consensi

I vescovi hanno risposto lamentando di venire criminalizzati e trattati come «nemici della patria».«Fuori questione la sovranità brasiliana sulla parte di Amazzonia interna ai confini nazionali», i vescovi hanno tuttavia fatto propria la «preoccupazione del mondo intero» su quel polmone verde essenziale per il pianeta, chiedendo «misure urgenti da parte dei governi di fronte all’aggressione violenta e irrazionale nei confronti della natura e alla distruzione senza scrupoli della foresta con incendi provocati in maniera criminale». Beh, ‘più chiaro di così si muore’, ed è il rischio reale che corre qualche vescovo o sacerdote nell’attuale Brasile fascistizzato. Repressione in casa mentre la foresta brucia. 30.901 focolai attivi che, secondo gli esperti, non potranno essere spenti prima dell’arrivo della stagione delle piogge a partire dalla fine di settembre.