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venerdì 6 Dicembre 2019

Ambiente

Salute del pianeta precaria, Italia grave

Il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici di Madrid sta svelando dati preoccupanti sulla salute del pianeta. Salute precaria che, senza correttivi e azioni efficaci, potrà solamente peggiorare. Una realtà ormai certa che riguarda tutte le zone del mondo, nessuna esclusa, con qualche parte di mondo che sta peggio di altre. L’Italia tra i malati gravi.

Climate risk index 2020

Il Climate risk index 2020, calcola l’impatto a tutti i livelli di eventi estremi. Il risultato è sorprendente. Nel 2018 il paese più colpito è stato il Giappone, seguito da Filippine, Germania, Madagascar, India, Sri Lanka, Kenya, Rwanda, Canada e Fiji, ma se si prendono in esame gli ultimi 10 anni a fare le spese in maniera pesante di catastrofi naturali legate ai cambiamenti climatici è stata anche l’Italia.

Negli ultimi due decenni l’Italia ha registrato 19.947 morti riconducibili agli eventi meteorologici estremi, che nello stesso arco di tempo hanno causato perdite economiche quantificate in 32,92 miliardi di dollari. Nel solo 2018, gli eventi estremi hanno causato in Italia 51 decessi e 4,18 miliardi di dollari di perdite.

Dieci anni di morti

Non più “Belpaese” dunque, ma una terra segnata da molte fragilità strutturali che, eventi estremi fanno esplodere in tutta la loro gravità. L’Italia, dati dei 10 anni dal 2009 al 2018, sesta nella non invidiabile classifica sulla base del numero di vittime, campionato si precarietà ambientale di fronte ad eventi eccezionali che non vede più ai primi posti solo nazioni povere. Tornando indietro, 2018, la situazione non è molto migliore, col nostro nostro Paese l’al 21esimo posto nel mondo per l’impatto di fenomeni estremi quali tempeste, inondazioni od ondate di calore.

L’elaborazione dei dati

I dati del Climate risk index 2020 è il prodotto dall’elaborazione matematica di diverse variabili.

  • Innanzitutto le perdite economiche quantificate in milioni di dollari per persona (8° posto),
  • i morti (28esima posizione), i colpi ricevuti dal Pil nazionale che vede la penisola al 27° posto nel mondo.
  • Se invece si esaminano i dati relativi all’ultimo decennio il nostro paese “conquista” il 26esimo gradino della classifica generale e il 18esimo per danni di tipo economico.
  • Il livello delle vite andate perdute, come si è visto, è allarmante.

I poveri sperano nell’accordo

La Cop 25 dunque deve mettere all’ordine del giorno dei negoziati la creazione di un apposito strumento finanziario che intervenga sull’impatto climatico. In questo momento infatti non esiste ancora un meccanismo rapido di risposta delle Nazioni Unite capace di aiutare i varti Paesi colpiti, salvo volontari e singole generosità. Ovviamente le nazioni più povere ad essere maggiormente vulnerabili, che senza un accordo di aiuti continueranno ad indebitarsi e minare economie già pesantemente colpite.

AVEVAMO DETTO

Annus horribilis

Il tasso di deforestazione più alto dal 2008, e gli ultimi 12 mesi per la foresta pluviale amazzonica in Brasile sono stati i peggiori. La selva infatti ha visto aumentare la perdita di vegetazione del 29,5%. Lo denuncia l’Inpe, l’Agenzia spaziale brasiliana. La foresta ha perduto irrimediabilmente 9.762 kmq (3.769 miglia quadrate) della sua flora tra agosto 2018 e luglio 2019. Ma il dato principale è che questi dati coincidono con l’assunzione della carica di presidente da parte di Jair Bolsonaro nel gennaio scorso.

Le colpe di Bolsonaro

Vengono così confermate le accuse di ambientalisti e della stessa Agenzia, il cui presidente fu destituito per i dati scientifici che mettevano in difficoltà in governo, e che individuano in Bolsonaro una delle cause principali del disastro ambientale. Politiche di sviluppo agricolo estrattivo indiscriminato rispetto alla conservazione dell’ecosistema hanno infatti accelerato il processo di deforestazione, con una inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti (governi Lula o Rousseff), nei quali le autorità erano riuscite a ridurre i danni attraverso un sistema concertato tra le Agenzie federali e ammende.

Bolsonaro e il nuovo esecutivo hanno sempre criticato le sanzioni contro chi violava le leggi di tutela, la confische di legname abbattuto illegalmente e le condanne per crimini ambientali. Contemporaneamente. nel momento peggiore per la foresta ed i suoi abitanti umani ed animali con i roghi di questa estate lasciati liberi di distruggere senza alcuni intervento da parte del governo -una vicenda che ha indignato tutto il mondo-, venivano incoraggiati i proprietari di fattorie, proprietari di miniere e uomini dell’agrobusinnes contro coloro che tentavano, ad esempio, di difendere la selva di Altamira al centro delle recenti devastazioni.

Due campi di calcio al minuto

E’ stato calcolato che il ritmo di deforestazione equivale alla dimensione di circa due campi di calcio al minuto, i dati annuali sono stati elaborati attraverso le informazioni del sistema satellitare Prodes, che è considerata la misurazione più conservativa, prudente dagli allarmi mensili. Alcune discrepanza di dati rispetto rispetto ai diversi sistemi di rilievo, ma da tutti viene confermata la tendenza al rialzo evidente della deforestazione che Bolsonaro e i suoi ministri insistono però a definire una menzogna.

«Non sorprende che ciò accada perché il presidente ha difeso il crimine ambientale e ha promosso l’impunità», denuncia Adriana Ramos dell’Istituto socio-ambientale brasiliano. La foresta pluviale è la maggiore arma contro le emissioni di carbonio del pianeta, la distruzione della foresta allontana inesorabilmente il Brasile dal raggiungimento degli obiettivi stabiliti dagli accordi di Parigi contro l’aumento delle temperature. Carlos Rittl, segretario esecutivo della Ong “Osservatorio sul clima”: « La domanda è per quanto tempo i partner commerciali del Brasile si fideranno delle sue promesse (di Bolsonaro) di sostenibilità e rispetto dell’accordo di Parigi, mentre cadono le foreste, i leader indigeni vengono uccisi e le leggi ambientali vengono infrante?».

AVEVAMO DETTO

Undici miliardi in cerca d’autore

Era il 7 novembre 1966 quanto Venezia fu sommersa dall’acqua più alta di sempre, 194 centimetri a battere l’attualità. In quel dannato novembre fu anche il disastro di Firenze. Meno di un anno dopo era operativa la «Commissione interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo». Presidente Giulio De Marchi, ingegnere idraulico, tra i maggiori esperti italiani di allora, assieme ad altri illustri studiosi. 1970, relazione finale, 5 volumi sul dissesto idrogeologico che minacciava in Paese e sulle proposte per combatterlo e mettere in sicurezza il territorio. «Citatissimo e mai attuato», commenta su Avvenire Antonio Maria Mira.

Miliardi scritti solo a bilancio

«Nell’arco di 30 anni prevedeva una spesa di circa 9mila miliardi di lire, pari a circa 76 miliardi di euro rivalutati ad oggi, circa 2,5 miliardi di euro per anno. Tanti? Troppi? Comunque non si fece nulla, o quasi». Era l’Italia del boom edilizio senza regole e del consumo del suolo. Oggi, nell’Italia con le pezze ai pantaloni, «solo frane e alluvioni ci costano 3,3 miliardi l’anno. Molto più di quello che sarebbe servito per evitarli».

De Marchi e i negazionisti climatici

La Commissione De Marchi 50 fu anticipatrice sorprendente. Fumi nell’atmosfera e quantità delle precipitazioni, anidride carbonica e aumento della temperatura. «Sì, proprio i mutamenti climatici. Mezzo secolo fa», sempre Antonio Maria Mira. Oggi: «Nel nostro Paese negli ultimi dieci anni gli eventi estremi (le cosiddette “bombe d’acqua”, i tornado, le grandinate, ecc.) sono triplicati, passando dai 395 registrati nel 2008 ai 1.042 del 2018». «Piove di più, in modo più violento e concentrato, ma non compriamo l’ombrello».

L’ombrello i soldi e le bugie

Niente ombrello perché i soldi non ci sono, e poi ogni disastro li dobbiamo trovare per metterci una pezza. «In realtà i soldi ci sono. E neanche pochi. Ma non si spendono». In troppi a dover o voler decidere.

Nel 2014 si inventò  #Italiasicura alla Presidenza del Consiglio. «E si riuscì a trovare 9,5 miliardi, recuperandoli da tanti rivoli di leggi e leggine. Ne ha spesi 3 per 1.475 opere tra le quali Genova, l’Arno e la Calabria, situazioni ad altissimo rischio». ‘Piano nazionale’ per più di 10mila opere con la promessa di spendere 30 miliardi in 15 anni, 2 all’anno (molto meno dei danni annuali). Ma tutto si è fermato col governo giallo-verde (Lega-M5S) «che ha abrogato la struttura trasferendo la competenza al Ministero dell’Ambiente, ma senza togliere quelle degli altri dicasteri».

Vergogna soldi non spesi

Così, mentre piove sempre più violentemente, non si riescono a spendere i fondi. L’elenco della vergogna.

  1. Bloccati i 400 milioni per la messa in sicurezza del Sarno (l’enorme frana del 1998 provocò 160 morti),
  2. gli 800 per la Sicilia (un anno fa a Casteldaccia per l’esondazione di un torrente morirono 9 persone)
  3. e 120 per il Seveso che regolarmente esonda invadendo Milano. Fondi che, lo ripetiamo, ci sono.
  4. Sei miliardi li ha ancora il Ministero dell’Economia (eredità #Italiasicura),
  5. tre sono fondi regionali,
  6. due li ha il Ministero dell’Ambiente.

Gli 11 miliardi disponibili

E l’Europa ha risposto positivamente alla richiesta italiana di flessibilità per queste spese. A marzo è stato presentato “ProteggItalia”, il Piano nazionale per la sicurezza del territorio. Coinvolti vari Ministeri ma la “cabina di regia” torna a palazzo Chigi. Cifra prevista? «Proprio undici miliardi. Una positiva correzione. Purché ora si spendano davvero. Anzi s’investano. In fretta e bene», la perorazione di Mira.

Il Papa, ‘ecocidio peccato grave’

Avendo utilizzato come fonte Avvenire, ottimo giornale della conferenza Episcopale, una attenzione dovuta a Papa Francesco nel suo intervento all’Associazione di diritto penale. «Oggi, alcuni settori economici – come si legge nell’enciclica Laudato Si’ – esercitano più potere che gli stessi Stati». Un elenco lunghissimo di arbitri, macro-delinquenza delle corporazioni, eccetera. Compreso l’ecocidio: «la contaminazione massiva dell’aria, delle risorse della terra e dell’acqua, la distruzione su larga scala di flora e fauna, e qualunque azione capace di produrre un disastro ecologico o distruggere un ecosistema». E Papa Francesco aggiunge che si sta pensando di introdurre nel Catechismo della Chiesa cattolica il peccato contro l’ecologia.

AVEVAMO DETTO

‘Calamità naturale’ un cavolo!

Chi vuol barare, scambia l’evoluzione del clima con la variabilità meteorologica. Come l’acqua alta a Venezia, ‘che c’è sempre stata’. Un singolo temporale che dimostra tutto e il suo contrario. Ma se guardi i dati storico metereologici più da lontano, allora sì che c’è da avere paura, spiega Andrea Capocci. «E allora i dati sull’acqua alta a Venezia di questi giorni diventano ancora più allarmanti. Dal 1923, l’acqua ha raggiunto i 140 cm di altezza ventidue volte, ma dieci di questi eventi eccezionali si sono verificati nell’ultimo decennio. La tendenza al peggioramento è evidente e non riguarda solo Venezia».

L’acqua sale Venezia scende

Aumento della temperatura media a livello globale al ritmo preoccupante di 0,1°-0,2° per decennio, ma a dover far paura è altro. Ciò che è accaduto a Venezia, ad esempio, Mose funzionante o meno. Sappiamo per certo che il mare salirà un po’ ovunque, grazia allo scioglimento dei ghiacci che riverseranno negli oceani grandi quantità d’acqua oggi congelata, e il riscaldamento stesso. Come ogni sostanza, anche l’acqua marina si dilata se si scalda. Venezia? «Nel ventesimo secolo, il livello dei mari si è innalzato tra gli undici e i sedici centimetri», scrive il Manifesto. E in più, mentre l’acqua sale, il suolo di Venezia sprofonda a causa delle attività umane. «In totale, nel solo ‘900 l’acqua della laguna veneta è cresciuta di oltre trenta centimetri».

Uccelli del malaugurio?

Entro il 2050, i climatologi si attendono altri venti o trenta centimetri di innalzamento delle acque, e allora saranno davvero guai. «Anche se si tagliassero istantaneamente le emissioni di anidride carbonica –ci spiega Andrea Capocci-  entro la fine del secolo il livello globale degli oceani dovrebbe salire di un altro mezzo metro». Se poi vogliamo passare direttamente alle previsione da film dell’orrore –previsioni scientifiche attenti!- «scenari peggiori (e più realistici) prevedono che l’innalzamento si avvicini ai due metri, con conseguenze catastrofiche per moltissime persone».

Basilica di San Marco navigabile

Altro che piazza e basilica di San Marco navigabili! Una ricerca di pochi giorni fa, firmata dagli scienziati Scott Kulp e Benjamin Strauss del «Climate Central» e pubblicata sulla rivista Nature. Oggi 110 milioni di persone vivono sotto del livello di alta marea, e 250 milioni sotto il livello delle inondazioni annuali. Poi, cambi scenari e scappi dalla paura, ma dove?  Se le emissioni continuano a crescere e il ghiaccio antartico diventa instabile, diventeranno 630 milioni le persone al di sotto del livello delle inondazioni periodiche entro la fine del secolo. Un essere umano su dieci a rischio inondazione. Tra i paesi più colpiti Cina, Bangladesh, India, Indonesia.  Ovviamente, nel nostro piccolo, e Mose o non Mose, Venezia addio.

Il Mose che non c’è

Mose senza accento, ma da lui quasi l’attesa delle ‘tavole della legge’ e della salvezza. Illusioni e bugia. Governo, regione e comuni, tutti ad invocare il Mose finora delle ruberie. Ora, da quella diga mobile anti marea che forse arriverà nel 2021- dice Conte- si vorrebbe il miracolo di rimediare «alla crisi strutturale dell’ecosistema lagunare, causata dalle manomissioni profonde (interramenti, scavi di nuovi canali, stravolgimento del regime idrodinamico e geologico) e dagli effetti locali della crisi climatica globale», denuncia Gian Franco Bettin.

Mose ‘è il ritardo’

«In queste ore, si leva il piagnisteo di amministratori e politici che lamentano i ritardi a completare l’opera. Ma il Mose non è «in» ritardo: il Mose è «il» ritardo». «L’errore storico di chi ha voluto il Mose, progettato immaginando un innalzamento medio del mare dovuto quasi solo a effetti locali e minimizzando quelli globali, dunque destinato a essere azionato pochi giorni l’anno per qualche ora». In realtà (vai all’inizio del pezzo) «i mutamenti dell’ecosistema e del clima globale producono alte maree più frequenti e potenti, così il Mose, se fosse operativo, finirebbe per essere troppo utilizzato, compromettendo laguna e porto».

Mose nato male da subito

La legge speciale per Venezia (1973 e poi 1984), con almeno una decina di alternative che prevedevano interventi «graduali, sperimentali e reversibili» (l’esatto opposto del Mose). Queste alternative (sistemi flessibili di paratoie a gravità, sbarramenti mobili, interventi di riequilibrio dell’ecosistema, rialzi dei fondali e del terreno su cui poggia la città, eccetera eccetera) vennero proposte al governo Berlusconi che, come scrive uno dei maggiori esperti di idraulica lagunare, il prof. Luigi D’Alpaos, «le escluse a vantaggio del prescelto Mose, l’unica grande opera, forse, approvata pur avendo subìto una Valutazione di Impatto Ambientale negativa». Qualche sospetto su quatto scoperto dopo è legittimo.

Mose ‘quasi finito’

«Ora, che fare del Mose ‘quasi finito’ (e costato finora 5, 3 miliardi, di cui uno circa di tangenti, su una previsione finale di 5,5 ma in crescita, come le maree)?», la domanda impegnativa del verde Gianfranco Bettin. Col dubbio atroce che il Mose possa rivelarsi «un altro problema, invece che la soluzione». Altri ricordano quando l’Ufficio Maree era una delle perle dell’amministrazione del Comune. Previsioni sempre puntali e precise. Una delle prime operazioni della nuova giunta fucsia, -né di destra né di sinistra ripete il sindaco Luigi Bugnaro che ha nella sua maggioranza Lega e Fratelli d’Italia- è stata quella di smantellare il servizio, privandolo di fondi e pensionando i tecnici che avevano espresso dubbi sul sistema Mose diffondendo statistiche secondo le quali, da quando hanno cominciato a scavare per l’opera, le maree in laguna sono sempre più frequenti.

ATTUALITA’ PIU’ RECENTE

Anche l’Australia in fiamme

L’Australia divorata da incendi vastissimi e in molti casi fuori controllo. Le autorità hanno contato più di 90 roghi divampati soprattutto nel remoto stato del Nuovo Galles del sud. I venti forti e le temperatura ben oltre i 35° hanno moltiplicato il disastro. A rischi le vite di persone intrappolate nelle loro case mentre i soccorsi non riescono a raggiungerle né via terra né con gli elicotteri.

Il commissario dei vigili del fuoco rurali non ha nascosto la gravità della situazione: «Siamo in un territorio inesplorato. Non abbiamo mai visto tanti incendi contemporaneamente. Siamo a livello di emergenza assoluta». Le forze schierate per combattere la furia dei roghi sono al massimo: più di 1000 pompieri e 70 aerei per salvare «quante più vite possibili», perché ormai di questo si tratta

L’emergenza si estende

Le fiamme si estendono su un fronte di oltre 600 miglia, circa 1000 chilometri, ad aggiungere ulteriori difficoltà ai soccorsi. Ma l’emergenza si sta allargando perché diversi focolai sono stati segnalati anche nel Queensland e nell’Australia occidentale. Il Nuovo Galles del sud, la zona più colpita in questo momento, già a settembre aveva dovuto affrontare centinaia di incendi con danni enormi e due vittime.

E solo due settimane fa erano andati in fumo 2000 ettari di vegetazione distruggendo un santuario naturalistico, riparo per gli ultimi koala. Solo qualche giorno fa Sidney, la capitale federale, è stata ricoperta di fumo a causa di incendi scoppiati a più di 300 chilometri, creando problemi respiratori per molti.

La siccità

In Australia, l’emergenza sta provocando un dibattito anche aspro sulle cause di ciò che sta succedendo. Le conclusioni sono abbastanza univoche e sono state individuate nella fortissima siccità che da mesi crea gravissimi danni nelle zone agricole. Sebbene abbondanti piogge abbiano interessato il Nuovo Galles nell’ultima settimana, i roghi continuano a divampare.

Si spera che le precipitazioni continuino e si estendano per mitigare l’impatto delle fiamme. Anche perché le gradi distanze tra mare, laghi o fiumi e incendi riducono da fatto gli interventi degli aerei antincendio.

Gli effetti dei cambiamenti climatici

Secondo diversi scienziati, tra le causa della catastrofe in corso i cambiamenti climatici. Quella appena passata è stata l’estate più calda mai registrata in Australia. Il rapporto State of the Climate 2018 afferma che i cambiamenti climatici hanno portato ad un aumento degli eventi di caldo estremo e hanno aumentato la gravità di altre catastrofi naturali, come appunto la siccità.

L’Australia dunque sembra avviarsi verso una nuova pericolosa “normalità”, una situazione che lo scorso anno era stata messa in evidenza anche dalle Nazioni Unite che avevano notato come il paese non riuscisse a contenere l’aumento delle temperature al di sotto dei 2 gradi, come stabilito dagli accordi sul clima di Parigi del 2015, che proprio adesso gli Stati Uniti di Trump hanno deciso di rompere.

L’India soffoca

In India non si respira letteralmente più, e una commissione della Corte Suprema ha imposto diverse restrizioni a New Delhi, compresa la distribuzione di 5 milioni di mascherine nelle scuole della capitale indiana, che rimarranno chiuse fino alla settimana prossima. Le autorità costrette a dichiarare una vera e propria emergenza sanitaria a causa dei livelli tossici dell’aria che hanno superato di ben venti volte quelli stabiliti dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Vietati tutti i fuochi artificiali usati per le tradizionali festività del Diwali, una celebrazione indù nota come “Festa delle luci”. Il cielo si illumina di giochi pirotecnici che vanno a moltiplicate le polveri micidiali nell’aria. Già nei due anni scorsi si era tentato di porre un freno a questa usanza ma senza successo. Da lunedì prossimo la città introdurrà anche un regime temporaneo di circolazione con targhe alterne.

Gli effetti del PM2.5

Che la situazione sia particolarmente grave lo ammette lo stesso primo ministro Arvind Kejriwal che ha descritto Delhi come di «una gigantesca camera a gas». Colpevole principale il PM2.5, noto come “particolato”. Questa polvere praticamente invisibile è in grado di penetrare in profondità nei polmoni. In questi giorni gli indiani hanno inalato 533 microgrammi per metro cubo mentre sempre l’Oms raccomanda di non superare i 25 nell’arco di una giornata.

Preoccupazione e sottovalutazione

Lo scenario che mostra Nuova Delhi ricoperta da una spessa coltre biancastra, è stato immortalato da migliaia di foto e filmati che hanno invaso le pattaforme social. Su Twitter gli hastag #DelhiAirQuality e #FightAgainstDelhiPollition spopolano. Ha fatto sensazione la cappa di smog nero che ha avvolto il palazzo presidenziale proprio mentre era in corso la visita della cancelliera tedesca Angela Merkel che ha fatto finta di non accorgersene.

Silenzio diplomatico ma contemporanea protesta degli abitanti che monta di giorno in giorno. Le testimonianze raccolte sono esemplificative dell’incoscienza mostrata fino ad ora e della sorpresa: «Non mi rendevo conto di quanto sarebbe stato grave» si vede dichiarare un residente ai media televisivi locali aggiungendo «vogliamo davvero che i nostri figli crescano in un ambiente simile? A nessuno importa davvero, nessuno vuole migliorare la situazione.»

L’inquinamento dalle campagne

Il realtà le ragioni di ciò che sta succedendo sono molto più complesse e riguardano le contraddizioni economiche indiane. La qualità dell’aria infatti peggiora di anno in anno (tra ottobre e novembre) a causa degli agricoltori dei vicini stati del Punjab e Haryana che bruciano le stoppie per ripulire i campi. Ma non ci sono solo gli incendi agricoli. Mancano regole mentre esistono veti contrapposti tra settori economici che impediscono di mettere un freno alle emissioni.

Gli agricoltori bruciano 23 milioni di tonnellate di residui su circa 80mila chilometri quadrati di terreni nel nord dell’India ogni inverno. Così si produce un fumo che è un cocktail letale di particolato, anidride carbonica, biossido di azoto e anidride solforosa. Utilizzando i dati satellitari, i ricercatori dell’Università di Harvard hanno stimato che quasi la metà dell’inquinamento atmosferico di Delhi tra il 2012 e il 2016 era stato provocato alla combustione delle stoppie.

Rapporto Cesvi

Rapporto Cesvi. Cambiamento climatico e fame nel mondo. Due questioni sempre più interconnesse e sulle quali servono investimenti economici di ampia portata perché di tempo ne è rimasto poco. Secondo l’ultimo rapporto, “La sfida della fame e del cambiamento climatico”, presentato il 15 ottobre a Milano dall’organizzazione umanitaria italiana Cesvi, proprio alla vigilia della giornata mondiale dell’alimentazione, la mancanza di cibo sul pianeta è calata del 31% ciò nonostante servono urgentemente almeno 70 miiardi per debellare il problema entro il 2030.

La fame ricomincia a crescere

A mettere in evidenza l’enormità del problema è l’elaborazione dell’indice globale della fame (Global Hunger Index – GHI), sebbene la scala di valori mostri come si sia passati da una situazione grave, registrata nell’anno 2000, a una moderata, la percentuale di popolazione che non ha ancora accesso ad una quantità di calorie sufficiente ad un adeguato sviluppo è rimasta ferma al 2015. Anzi il numero di persone che soffrono la fame ha ricominciato a salire ed è ora di 822milioni contro il 795 di quattro anni fa.

I progressi dunque sono veramente troppo lenti per raggiungere l’obiettivo di “fame zero”. A subire le maggiori conseguenze sono i bambini, 149milioni rimangono attualmente vittime di un arresto della crescita a causa della malnutrizione. Le zone del mondo più colpite si concentrano tra l’Asia meridionale e il sud del Sahara. Le aree dove la fame è un problema costante sono la Repubblica Centroafricana, Ciad, Madagascar, Yemen e Zambia. L’indice GHI dice anche molto su cosa succede ad Haiti e Niger, dove il livello viene definito gravissimo a causa dei cambiamenti climatici.

I cambiamenti climatici generano affamati

Da eventi metreologici devastanti alla desertificazione di interi territori, gli effetti nefasti sulla sicurezza alimentare, la biodiversità e le risorse idriche sono tangibili. La produzione agricola è la prima attività fondamentale che muore con conseguenze su larga scala. E’ stato calcolato che senza misure adeguate le rese mondiali dei raccolti scenderanno del 2% ogni decennio da ora in avanti. Tensioni, diseguaglianze ed emigrazioni potrebbero diventare la norma.

Dal punto di vista economico i costi della denutrizione sono allarmanti: più dell’11% dell’intero Pil di Africa e Asia. Il rapporto del Cesvi dunque indica negli investimenti un volano che genera ritorni elevati. Per ogni euro messo sul piatto se ne generano almeno altri 16.

Di chi è l’Amazzonia

Sei milioni di chilometri quadrati di foresta pluviale suddivisi tra nove paesi. La sola ragione di Bolsonaro è che a stragrande maggioranza della foresta, circa il 60%, si trova in Brasile. Il resto, conti alla mano, 13% si trova in Perù, 10% in Colombia e parti più piccole in Venezuela, Ecuador, Bolivia, Guyana, Suriname e Guyana francese. Stati e unità amministrative di quattro di questi paesi sono inequivocabilmente denominati Amazonas.

Polmone verde della Terra

Per la sua estensione, più della metà delle foreste tropicali rimaste al mondo e una biodiversità maggiore di qualsiasi altra foresta tropicale è definita il ‘Polmone verde della Terra’. Polmone della terra che copre metà del territorio brasiliano, con qualche innegabile problema legato allo sviluppo del Paese. L’intera area ha un’estensione che supera i 7 milioni di chilometri quadrati, con la foresta vera e propria che occupa circa 5,5 milioni, circa 18 volte l’Italia. Da sola ha oltre 16mila specie di piante e si stima che nel complesso ospiti oltre 390 miliardi di alberi. La foresta è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2000, e inserita al primo posto delle Nuove sette meraviglie del mondo naturali.

Bugiado Bolsonaro e problemi reali

La sopravvivenza a lungo termine della foresta pluviale amazzonica collide -Bolsonaro o meno- con gli interessi dell’industria mineraria e della agricoltura industriale, sempre più pressanti. La foresta si è ridotta di ben 7900 km quadrati a causa della deforestazione, una superficie corrispondente a oltre un milione di campi da calcio, dato ambientali Onu, e questo prima e a prescindere dall’anti ambientalista Bolsonaro, solamente tra l’agosto 2017 e il luglio 2018. Problemi e rimproveri per tutti, salvo la differenza tra governi che contrastano magari inadeguatamente le illegalità dei ‘fazenderos’ a deforestare, a il governo attuale che certe pratiche le sostiene e le programma.

I popoli indigeni

Per molto tempo si è pensato che la foresta amazzonica fosse stata sempre scarsamente popolata, per suoli non adatti all’agricoltura. Valutazioni errate. Intorno al 1500 in Amazzonia potevano vivere circa 5 milioni di persone. Nel 1900, questa popolazione si era ridotta ad appena un milione di nativi circa, scesi a meno di 200.000 nei primi anni ’80. Ed ecco come quei popoli indigeni venivano descritti dal frate domenicano Gaspar de Carvajal, cronista del primo europeo che percorse il Rio delle Amazzoni nel 1542. «Tutto questo mondo nuovo […] è abitato da barbari di diverse province e nazioni […] Sono più di centocinquanta, ognuna con una sua lingua, immense e densamente popolate come le altre che abbiamo visto durante il viaggio».

‘Barbari’ per i colonizzatori

Studi più recenti documentano di una florida civiltà che fioriva lungo il Rio delle Amazzoni negli anni ’40 del XVI secolo, prima della nostra ‘civilizzazione’. Popolazione decimata dalle malattie infettive trasmesse dagli europei, come il vaiolo. Gli studiosi hanno anche recentemente dimostrato che la foresta pluviale amazzonica è stata modellata dagli esseri umani per almeno 11.000 anni.

Gli incendi

Nelle foreste gli incendi si sviluppano spesso per cause naturali e aiutano a ripulire il sottobosco, spiegano gli esperti, ma incendi di grandi dimensioni sono però rari nelle foreste pluviali. Molti di quelli scoppiati in queste settimane nella foresta amazzonica, soprattutto in Brasile, sono dolosi, denunciano molti popoli indigeni e osservatori occidentali, innescati per accelerare la deforestazione e sfruttare il terreno per le coltivazioni. Secondo i dati satellitari raccolti dall’iniziativa Copernicus dell’Agenzia Spaziale Europea, attualmente gli incendi nella foresta amazzonica sono il quadruplo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

L’ossigeno della foresta amazzonica

In questa settimane di polemiche abbiamo anche letto che la foresta amazzonica produca da sola circa il 20 per cento dell’ossigeno presente nell’atmosfera (l’accusa del francese Macron a Bolsonaro). In realtà, spiegano esperti e ricercatori, quella del 20 per cento è una percentuale piuttosto arbitraria. Una stima più verosimile si attesta intorno al 10 per cento di tutto l’ossigeno presente nell’atmosfera. Ma resta polemica sterile, ridurre tutto al solo ossigeno prodotto e anidride carbonica sottratta, perché oltre a sottrarla, le piante producono anche anidride carbonica. Utile un ripasso sulla fotosintesi, per chi a scuola era un po’ distratto. Ma è oltre Remocontro.

Contestato il ‘polmone verde’?

Come gli altri esseri viventi, anche le piante “respirano” e il prodotto della loro respirazione è anche un po’ di anidride carbonica. Quindi la foresta amazzonica non è un “polmone verde”? No, anzi. E la quantità di incendi di quest’anno nella foresta amazzonica è anomala e allarmante, confrontata con quelli degli anni precedenti, ma è presto per valutare quali ripercussioni possa avere sia localmente sia a livello globale. Il rischio più grande è che la grande quantità di anidride carbonica emessa dagli incendi (e non dalla foresta che respira), insieme ai fumi e alle polveri, contribuisca a rendere più intensa la stagione secca, facilitando la formazione di nuovi incendi di ampie dimensioni. Se si perdesse un terzo dell’attuale foresta, ci potrebbero essere conseguenze irreversibili per l’intera Amazzonia, con danni permanenti

AVEVAMO DETTO

Il direttore di Internazionale Giovanni De Mauro

Quand’è che abbiamo smesso di andare d’accordo? Quand’è che bianco e nero, alto e basso, caldo e freddo hanno cominciato a diventare concetti relativi su cui ognuno ha idee diverse?

Il mio dubbio come scritto nel sommario ma espresso meglio. Risposta di De Mauro attraverso Ed Hawkins, climatologo dell’università di Reading, nel Regno Unito e di una sua geniale intuizione. «Per provocare un drastico cambiamento di atteggiamento che porti a un movimento di massa, gli scienziati devono riuscire a infiltrare la cultura popolare». Basta emergenza climatica caricata di paura e angoscia, basta esclusività per pochi, ma interesse generale si immediata comprensione. Come? «Hawkins ha preso le temperature registrate sul pianeta dal 1850 al 2018 e ha attribuito a ogni anno una sfumatura di blu o di rosso a seconda della diminuzione o dell’aumento rispetto alla media degli anni tra il 1971 e il 2000. Il risultato è un grafico chiaro, immediato, comprensibile a tutti indipendentemente dall’età, dalla lingua parlata, dalle competenze scientifiche».

I colori non sono di parte

Le strisce blu indicano le temperature sotto la media, mentre quelle rosse indicano le temperature sopra la media. Guardi quella successione di colori che puntano decisamente verso il rosso fuoco, ed ecco che più e meglio di ogni rapporto ufficiale, ‘vedi’ come il pianeta si è riscaldato negli ultimi anni in modo brusco e anomalo, e l’escalation continua. Così le warming stripes, le strisce di calore di Hawkins, sono arrivate sui palchi di concerti, nelle cravatte di presentatori televisivi, sulle fiancate di tram, nelle copertine di riviste, e sulla copertina di Remocontro.

Le warming stripes di Hawkins,

Internazionale e Monte Bianco

La sfida questa volta è di Marcello Rossi: «Provate a immaginare il monte Bianco senza neve». Secoli e secoli di erosione hanno fatto i 4.810 metri del monte Bianco come lo conosciamo oggi. Ma domani? 194 studi fatti da più di sessanta università, laboratori, associazioni, governi hanno provato a capire come sarà il paesaggio intorno alla vetta del monte Bianco alla fine di questo secolo. «Se, come prevede lo studio, le temperature medie dovessero aumentare di tre gradi entro il 2100». Dati scientifici solidi (e non ideologia). Molto dipenderà dalla quantità di gas serra nell’atmosfera durante i prossimi anni, spiegano.

Cosa sta accadendo

Negazionisti anche sui numeri? La stazione meteo che si trova a 4.750 metri di quota, sulle rocce che affiorano dalla calotta glaciale quasi alla vetta del Monte Bianco, dal 2015 a oggi ha registrato più di 20 volte una temperatura sopra lo zero. Assolutamente anomalo e, secondo gli esperti, succederà sempre più spesso. Le temperature più alte fanno sciogliere ghiaccio e neve, «facendo diminuire l’effetto albedo, cioè la loro capacità di riflettere i raggi solari nell’atmosfera e mantenere la Terra più fredda». E non solo Monte Bianco. Tutte le Alpi, che riforniscono i più importanti fiumi del continente. I 652 chilometri del Po lungo cui vivono sei milioni di persone. La sua secca mette a rischio più di un terzo della produzione agricola italiana e più della metà degli allevamenti.

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Passerella verso Mer de Glace, il ghiacciaio che si ritira

L’agonia della Mer de Glace

Stanno cambiando anche i 65 ghiacciai del monte Bianco. ‘Bilancio di massa’, la differenza tra il ghiaccio accumulato dopo le nevicate invernali e quello che si scioglie in estate. Bilancio negativo, con il ghiacciaio che comincia a perdere massa e ad assottigliarsi. Conseguenza tra le altre, pendii più instabili, cedimenti, frane e valanghe. Mer de Glace, il più esteso ghiacciaio del monte Bianco. In poco più di trent’anni, il suo fronte è arretrato di 700 metri, mentre il suo livello si è abbassato di 110 metri. Gli operatori turistici hanno dovuto far costruire una scalinata per portare i visitatori alla base del ghiacciaio. E di anno in anno hanno dovuto aggiungere sempre più gradini. Oggi la Mer de Glace si ritira a un ritmo di 30-40 metri all’anno, perdendo tra i 4 e i 6 metri di spessore.

Catasto ghiacciai

Secondo il Nuovo catasto dei ghiacciai italiani (sempre da Marcello Rossi), «la superficie che ricoprono in Italia è diminuita del 30 per cento negli ultimi cinquant’anni, passando da 527 chilometri quadrati a 370». Le previsioni non promettono nulla di buono. Secondo alcuni studi, il gruppo del monte Bianco potrebbe vedere la sua superficie glaciale dimezzarsi o quasi estinguersi entro la fine di questo secolo. Come sarà il monte Bianco di domani resta da vedere. «Quello che è ancora oggi, nel cuore e nella testa di molti, lo aveva capito bene il poeta inglese Percy Bysshe Shelley già nel 1816, quando, dopo averlo visto per la prima volta, scrisse: “Non avevo mai immaginato prima cosa fossero le montagne”».

AVEVAMO DETTO