Privacy Policy
lunedì 14 Ottobre 2019

Ambiente

Di chi è l’Amazzonia

Sei milioni di chilometri quadrati di foresta pluviale suddivisi tra nove paesi. La sola ragione di Bolsonaro è che a stragrande maggioranza della foresta, circa il 60%, si trova in Brasile. Il resto, conti alla mano, 13% si trova in Perù, 10% in Colombia e parti più piccole in Venezuela, Ecuador, Bolivia, Guyana, Suriname e Guyana francese. Stati e unità amministrative di quattro di questi paesi sono inequivocabilmente denominati Amazonas.

Polmone verde della Terra

Per la sua estensione, più della metà delle foreste tropicali rimaste al mondo e una biodiversità maggiore di qualsiasi altra foresta tropicale è definita il ‘Polmone verde della Terra’. Polmone della terra che copre metà del territorio brasiliano, con qualche innegabile problema legato allo sviluppo del Paese. L’intera area ha un’estensione che supera i 7 milioni di chilometri quadrati, con la foresta vera e propria che occupa circa 5,5 milioni, circa 18 volte l’Italia. Da sola ha oltre 16mila specie di piante e si stima che nel complesso ospiti oltre 390 miliardi di alberi. La foresta è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2000, e inserita al primo posto delle Nuove sette meraviglie del mondo naturali.

Bugiado Bolsonaro e problemi reali

La sopravvivenza a lungo termine della foresta pluviale amazzonica collide -Bolsonaro o meno- con gli interessi dell’industria mineraria e della agricoltura industriale, sempre più pressanti. La foresta si è ridotta di ben 7900 km quadrati a causa della deforestazione, una superficie corrispondente a oltre un milione di campi da calcio, dato ambientali Onu, e questo prima e a prescindere dall’anti ambientalista Bolsonaro, solamente tra l’agosto 2017 e il luglio 2018. Problemi e rimproveri per tutti, salvo la differenza tra governi che contrastano magari inadeguatamente le illegalità dei ‘fazenderos’ a deforestare, a il governo attuale che certe pratiche le sostiene e le programma.

I popoli indigeni

Per molto tempo si è pensato che la foresta amazzonica fosse stata sempre scarsamente popolata, per suoli non adatti all’agricoltura. Valutazioni errate. Intorno al 1500 in Amazzonia potevano vivere circa 5 milioni di persone. Nel 1900, questa popolazione si era ridotta ad appena un milione di nativi circa, scesi a meno di 200.000 nei primi anni ’80. Ed ecco come quei popoli indigeni venivano descritti dal frate domenicano Gaspar de Carvajal, cronista del primo europeo che percorse il Rio delle Amazzoni nel 1542. «Tutto questo mondo nuovo […] è abitato da barbari di diverse province e nazioni […] Sono più di centocinquanta, ognuna con una sua lingua, immense e densamente popolate come le altre che abbiamo visto durante il viaggio».

‘Barbari’ per i colonizzatori

Studi più recenti documentano di una florida civiltà che fioriva lungo il Rio delle Amazzoni negli anni ’40 del XVI secolo, prima della nostra ‘civilizzazione’. Popolazione decimata dalle malattie infettive trasmesse dagli europei, come il vaiolo. Gli studiosi hanno anche recentemente dimostrato che la foresta pluviale amazzonica è stata modellata dagli esseri umani per almeno 11.000 anni.

Gli incendi

Nelle foreste gli incendi si sviluppano spesso per cause naturali e aiutano a ripulire il sottobosco, spiegano gli esperti, ma incendi di grandi dimensioni sono però rari nelle foreste pluviali. Molti di quelli scoppiati in queste settimane nella foresta amazzonica, soprattutto in Brasile, sono dolosi, denunciano molti popoli indigeni e osservatori occidentali, innescati per accelerare la deforestazione e sfruttare il terreno per le coltivazioni. Secondo i dati satellitari raccolti dall’iniziativa Copernicus dell’Agenzia Spaziale Europea, attualmente gli incendi nella foresta amazzonica sono il quadruplo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

L’ossigeno della foresta amazzonica

In questa settimane di polemiche abbiamo anche letto che la foresta amazzonica produca da sola circa il 20 per cento dell’ossigeno presente nell’atmosfera (l’accusa del francese Macron a Bolsonaro). In realtà, spiegano esperti e ricercatori, quella del 20 per cento è una percentuale piuttosto arbitraria. Una stima più verosimile si attesta intorno al 10 per cento di tutto l’ossigeno presente nell’atmosfera. Ma resta polemica sterile, ridurre tutto al solo ossigeno prodotto e anidride carbonica sottratta, perché oltre a sottrarla, le piante producono anche anidride carbonica. Utile un ripasso sulla fotosintesi, per chi a scuola era un po’ distratto. Ma è oltre Remocontro.

Contestato il ‘polmone verde’?

Come gli altri esseri viventi, anche le piante “respirano” e il prodotto della loro respirazione è anche un po’ di anidride carbonica. Quindi la foresta amazzonica non è un “polmone verde”? No, anzi. E la quantità di incendi di quest’anno nella foresta amazzonica è anomala e allarmante, confrontata con quelli degli anni precedenti, ma è presto per valutare quali ripercussioni possa avere sia localmente sia a livello globale. Il rischio più grande è che la grande quantità di anidride carbonica emessa dagli incendi (e non dalla foresta che respira), insieme ai fumi e alle polveri, contribuisca a rendere più intensa la stagione secca, facilitando la formazione di nuovi incendi di ampie dimensioni. Se si perdesse un terzo dell’attuale foresta, ci potrebbero essere conseguenze irreversibili per l’intera Amazzonia, con danni permanenti

AVEVAMO DETTO

Il direttore di Internazionale Giovanni De Mauro

Quand’è che abbiamo smesso di andare d’accordo? Quand’è che bianco e nero, alto e basso, caldo e freddo hanno cominciato a diventare concetti relativi su cui ognuno ha idee diverse?

Il mio dubbio come scritto nel sommario ma espresso meglio. Risposta di De Mauro attraverso Ed Hawkins, climatologo dell’università di Reading, nel Regno Unito e di una sua geniale intuizione. «Per provocare un drastico cambiamento di atteggiamento che porti a un movimento di massa, gli scienziati devono riuscire a infiltrare la cultura popolare». Basta emergenza climatica caricata di paura e angoscia, basta esclusività per pochi, ma interesse generale si immediata comprensione. Come? «Hawkins ha preso le temperature registrate sul pianeta dal 1850 al 2018 e ha attribuito a ogni anno una sfumatura di blu o di rosso a seconda della diminuzione o dell’aumento rispetto alla media degli anni tra il 1971 e il 2000. Il risultato è un grafico chiaro, immediato, comprensibile a tutti indipendentemente dall’età, dalla lingua parlata, dalle competenze scientifiche».

I colori non sono di parte

Le strisce blu indicano le temperature sotto la media, mentre quelle rosse indicano le temperature sopra la media. Guardi quella successione di colori che puntano decisamente verso il rosso fuoco, ed ecco che più e meglio di ogni rapporto ufficiale, ‘vedi’ come il pianeta si è riscaldato negli ultimi anni in modo brusco e anomalo, e l’escalation continua. Così le warming stripes, le strisce di calore di Hawkins, sono arrivate sui palchi di concerti, nelle cravatte di presentatori televisivi, sulle fiancate di tram, nelle copertine di riviste, e sulla copertina di Remocontro.

Le warming stripes di Hawkins,

Internazionale e Monte Bianco

La sfida questa volta è di Marcello Rossi: «Provate a immaginare il monte Bianco senza neve». Secoli e secoli di erosione hanno fatto i 4.810 metri del monte Bianco come lo conosciamo oggi. Ma domani? 194 studi fatti da più di sessanta università, laboratori, associazioni, governi hanno provato a capire come sarà il paesaggio intorno alla vetta del monte Bianco alla fine di questo secolo. «Se, come prevede lo studio, le temperature medie dovessero aumentare di tre gradi entro il 2100». Dati scientifici solidi (e non ideologia). Molto dipenderà dalla quantità di gas serra nell’atmosfera durante i prossimi anni, spiegano.

Cosa sta accadendo

Negazionisti anche sui numeri? La stazione meteo che si trova a 4.750 metri di quota, sulle rocce che affiorano dalla calotta glaciale quasi alla vetta del Monte Bianco, dal 2015 a oggi ha registrato più di 20 volte una temperatura sopra lo zero. Assolutamente anomalo e, secondo gli esperti, succederà sempre più spesso. Le temperature più alte fanno sciogliere ghiaccio e neve, «facendo diminuire l’effetto albedo, cioè la loro capacità di riflettere i raggi solari nell’atmosfera e mantenere la Terra più fredda». E non solo Monte Bianco. Tutte le Alpi, che riforniscono i più importanti fiumi del continente. I 652 chilometri del Po lungo cui vivono sei milioni di persone. La sua secca mette a rischio più di un terzo della produzione agricola italiana e più della metà degli allevamenti.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è passerella.jpg
Passerella verso Mer de Glace, il ghiacciaio che si ritira

L’agonia della Mer de Glace

Stanno cambiando anche i 65 ghiacciai del monte Bianco. ‘Bilancio di massa’, la differenza tra il ghiaccio accumulato dopo le nevicate invernali e quello che si scioglie in estate. Bilancio negativo, con il ghiacciaio che comincia a perdere massa e ad assottigliarsi. Conseguenza tra le altre, pendii più instabili, cedimenti, frane e valanghe. Mer de Glace, il più esteso ghiacciaio del monte Bianco. In poco più di trent’anni, il suo fronte è arretrato di 700 metri, mentre il suo livello si è abbassato di 110 metri. Gli operatori turistici hanno dovuto far costruire una scalinata per portare i visitatori alla base del ghiacciaio. E di anno in anno hanno dovuto aggiungere sempre più gradini. Oggi la Mer de Glace si ritira a un ritmo di 30-40 metri all’anno, perdendo tra i 4 e i 6 metri di spessore.

Catasto ghiacciai

Secondo il Nuovo catasto dei ghiacciai italiani (sempre da Marcello Rossi), «la superficie che ricoprono in Italia è diminuita del 30 per cento negli ultimi cinquant’anni, passando da 527 chilometri quadrati a 370». Le previsioni non promettono nulla di buono. Secondo alcuni studi, il gruppo del monte Bianco potrebbe vedere la sua superficie glaciale dimezzarsi o quasi estinguersi entro la fine di questo secolo. Come sarà il monte Bianco di domani resta da vedere. «Quello che è ancora oggi, nel cuore e nella testa di molti, lo aveva capito bene il poeta inglese Percy Bysshe Shelley già nel 1816, quando, dopo averlo visto per la prima volta, scrisse: “Non avevo mai immaginato prima cosa fossero le montagne”».

AVEVAMO DETTO

Nessuna nube radioattiva sull’Europa

Il recente incidente nucleare ad Archangelsk, in Russia, nord Europa, e l’incubo di una Chernobyl 2, e di ieri la proposta folle del Giappone di liberare in mare l’acqua radioattiva della centrale di Fukushima. Ma nessuna nube radioattiva minaccia l’Europa. Lo garantiscono i dispositivi che ‘ascoltano’ l’aria secondo le regole dell’Aiea, l’agenzia internazionale dell’energia atomica, spiega Jacopo Giliberto sul Sole 24 ore. «Assieme ai circa 1.200 rilevatori della rete dei pompieri (eredità dalla guerra fredda) oppure e ai dispositivi dell’Isin, ‘Ispettorato sulla sicurezza nucleare’ (di cui pochi conoscono l’esistenza), che è l’autorità italiana di controllo, con 60 punti di prima rilevazione e i 4 “nasi” che fiutano i venti che soffiano verso l’Italia; e poi ci sono le rilevazioni delle Arpa regionali, e i laboratori Resorad che analizzano le polveri nell’aria, e i controlli di enti e aziende specializzate nel settore, come l’Enea, la Sogin o gli Istituti zooprofilattici».

Il recente incidente nucleare ad Archangelsk, in Russia, e poi la proposta folle del Giappone di liberare in mare l'acqua radioattiva della centrale di Fukushima. Problemi nucleari anche in Francia, e questo ci tocca molto più da vicino. «Diversi reattori atomici francesi potrebbero avere difetti»,

Niente Cesio137 e Iodio131

Il fantasma del cesio137 e dello iodio131 che si aggirano sull’Europa è una bufala via web, e la sintesi rassicurante della notizia. Ma tant’è, la paura fa 90 ed è possibile che debbano essere fermate alcune centrali francesi (da cui l’Italia prende molta della energia elettrica che ci è necessaria) per controllare la qualità di alcune saldature e di altre apparecchiature di alcune delle molte centrali nucleari ‘molto datate’. Pressione dell’opinione pubblica da paura immotivata? Il quotidiano di confindustria offre una lettura molto rassicurante sul sistema dei controlli esistente. Oltre a quelli già citati sopra. Ad esempio i 4 rilevatori collocati nei luoghi di ingresso dei venti che possono portare con sé ‘radionuclidi’ dai Paesi vicini nei quali sono presenti centrali atomiche. Esempio, la bora che soffia da Russia, Croazia o Ucraina oppure il maestrale che dalla Francia si fa sentire in Sardegna o in Piemonte.

Caccia nucleare dalla guerra fredda

«Le reti di rilevazione in tutta Europa -sempre Sole24- misurano soprattutto gli elementi nucleari più abbondanti, i traccianti più grezzi e di risposta immediata, cioè lo iodio131 e il cesio137. Si rilevano con facilità anche i composti radioattivi usati nella medicina nucleare, come il cobalto». Bene, il ‘nucleare più cattivo’ lo scopriamo subito, ma quello più subdolo e nascosto? Nell’ottobre 2017, ci raccontano, «fu rilevata sull’Europa una presenza leggerissima di rutenio106, un elemento rarissimo che non trova applicazioni consuete». Allora fu un’azienda del polo atomico russo di Maiak, negli Urali. «L’impatto sulla salute fu irrilevante», leggiamo, e uno spera di far bene a crederci. Poi l’8 agosto l’incidente che ha distrutto un missile russo nella zona di Archangelsk. Dispersione di materiale radioattivi ma non reazione nucleare, ci dicono, con ‘un leggero aumento di cesio e iodio’ alle stazioni di controllo in Norvegia e Finlandia.

L’acqua contaminata di Fukushima

Tra legittimi timori e qualche sospetto sul fronte europeo (anche le centrali nucleari francesi a tre passi da casa nostra e le scorie nostre mai stoccate in sicurezza) lo sdegno certo nei confronti del Giappone. Sit-in di fronte all’ambasciata giapponese a Roma contro la decisione di disperdere nel Pacifico le acque usate per raffreddare il reattore nucleare di Fukushima. Alternativa? Pomparla nel sottosuolo, o vaporizzarla nell’atmosfera, e non sai bene quale sia il peggio. Problemi nucleari anche in Francia, e questo ci tocca molto più da vicino. «Diversi reattori atomici francesi potrebbero avere difetti», scrive il Sole24. Nessuno dei 58 reattori nucleari disseminati in Francia è al momento stato fermato ma la notizia ha fatto crollare il titolo in Borsa e ha anche spinto al rialzo i prezzi europei dell’elettricità e del gas.

AVEVAMO DETTO

Giappone follia, peggio delle balene

La società Tokyo Electric Power, che gestisce la centrale nucleare giapponese di Fukushima gravemente danneggiata dal sisma e dallo tsunami di marzo 2011, ha stoccato più di un milione di tonnellate di acqua contaminata, proveniente dai condotti di raffreddamento dei reattori e non ha più spazio per immagazzinarne altra. Ed ecco la ‘soluzione’ pensata dal ministro dell’ambiente del Giappone, tale Yoshiaki Harada: rilasciare le acque radioattive nell’Oceano Pacifico. «L’unica soluzione è quella di versarla in mare e diluirla», ha sostenuto il ministro durante un briefing informativo a Tokyo. «Il governo ne discuterà, ma vorrei offrire la mia semplice opinione». Così quando i giapponesi si saranno mangiati anche l’ultima balena, per tutti solo pesce radioattivo.

Ministro matto e governo nei guai

Il governo è in attesa di un rapporto degli esperti prima di decidere, ma già il suo portavoce precisa che i commenti di Harada sono “la sua personale opinione”. Tepco, la superazienda dalle centrali fragili, dovrà seguire le istruzioni governative. A rendere radioattiva l’acqua, utilizzata per raffreddare i reattori danneggiati della centrale di Fukushima (e che viene poi stoccata in grandi serbatoi costruiti accanto all’impianto), è il trizio, informabno le agenzia stampa. ‘Un isotopo a bassa radioattività’, provano a rassicurare. «La sua radiazione non riesce a penetrare la pelle umana, ma può essere dannoso se ingerito o inalato -dicono gli scienziati- Viene tuttavia considerato poco pericoloso per l’uomo, perché viene espulso rapidamente attraverso le urine e il sudore. Dimezza la sua carica radioattiva in 12 anni».

Allora, per tutti ‘pesce al Trizio’?

Dopo il disastro dell’11 marzo del 2011, il gestore dell’impianto Tepco di Fukushima ha costruito 960 serbatoi d’acciaio per stoccare l’acqua usata per raffreddare i tre reattori. 1,1 milioni di tonnellate d’acqua contaminata. Per il presidente dell’Autorità giapponese per il nucleare, Toyoshi Fuketa, scaricare l’acqua contaminata in mare sarebbe l’opzione più ragionevole e sicura. Una volta presa la decisione però, servirebbe un anno per preparare tutto l’impianto per lo sversamento. L’altra opzione sarebbe quella di costruire nuovi serbatoi. Per l’Autorità per il nucleare, nuovi depositi nel sito potrebbero saturarlo, e togliere spazio per lo stoccaggio dei materiali altamente radioattivi dopo lo smantellamento della centrale. Ma per i nuovi depositi servono i terreni privati circostanti, privi ormai di valore dopo il disastro.

Il vuoto attorno a Fukushima

Namie, una città costiera a quattro chilometri da Fukushima, quasi deserta dopo il disastro del 2011, in una cronaca su Internazionale. I primi segni di vita stanno tornando a Namie solo adesso, sei anni dopo. In origine i residenti di Namie erano 21.500, ma solo poche centinaia progettano di tornare nelle loro case. A partire da novembre è stato permesso ad alcune persone di passare la notte in città. Ad appena quattro chilometri di distanza dallo stabilimento nucleare, Namie è stata la prima città a essere bonificata per il ritorno dei residenti. Ma le radiazioni hanno contaminato molte aree che non saranno mai più abitabili. “I giovani non torneranno”, dice un ex abitante di Namie”. Il livello di radiazioni a Namie è di 0,07 microsievert per ora, simile al resto del Giappone. Ma nella vicina città di Tomioka, un dosimetro segna 1,48 microsieverts per ora, trenta volte quella segnalata nel centro di Tokyo che non è certo la megalopoli meno inquinata del mondo.

Repporto Onu clima territorio

La vendetta del clima negato, più povertà e migrazioni. Gli scienziati del clima hanno lanciato l’ennesimo allarme di fronte al riscaldamento globale e ai cambiamenti climatici. A Ginevra, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) dell’Onu ha presentato un rapporto speciale dedicato al rapporto tra uso del suolo e cambiamento climatico. Almeno mezzo miliardo di persone, spiega Ipcc, vive in aree dov’è in corso un processo di desertificazione. Terre aride e desertiche sono più vulnerabili ai cambiamenti climatici e a eventi estremi quali siccità, onde di calore, tempeste di polvere.

Risultato inevitabile

Caleranno la produzione agricola e la sicurezza delle forniture alimentari. A pagarne le conseguenze saranno soprattutto le popolazioni più povere di Africa e Asia, costrette ad emigrare. Ecco perché il flusso non può essere fermato, anche se chi cerca rifugio in Europa non può sapere che anche il Mediterraneo è – secondo gli scienziati che hanno redatto il report – ad alto rischio di desertificazione e incendi, e ciò che sta accadendo in Alaska e Siberia, estremo Nord, qualcosa già spiega.

Eventi atmosferici estremi

La stabilità delle forniture di cibo calerà a causa dell’aumento, della grandezza e della frequenza degli ‘eventi atmosferici estremi’, che spezzano la catena alimentare. Zone tropicali e subtropicali le più vulnerabili. Per gli scienziati che hanno redatto il rapporto (107 da 52 Paesi), alcune possibilità di mitigare il ‘climate change’ attraverso la tutela del territorio: conservazione degli ecosistemi, ripristino del territorio, riduzione della deforestazione (dall’Amazzonia alla Siberia).

Il riuso del suolo edificato

In Italia, intanto, governo in fin di vita, si perdono per strada promesse elettorali e impegni legislativi lasciati a metà, ricorda in una nota il Wwf. «Non si hanno più notizie del disegno di legge sul “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato” che nella passata legislatura, dopo essere stato approvato nel 2016 dalla Camera, si è interrotto al Senato». Una delle bandiera ammainate dal Movimento 5 Stelle, annota Luca Martinelli.

Trump negazionista climatico

Tra le ricerche citate dall’Ipcc nell’ultimo rapporto, quelle dello statunitense Lewis Ziska. Per oltre vent’anni, Ziska si è occupato dell’impatto del ‘climate charge’ sulla produzione agricola per il Dipartimento dell’Agricoltura statunitense, tanto che fino al 2014 aveva rappresentato direttamente gli Usa proprio nell’Ipcc. Ora lo scienziato, senior researcher, il più alto in grado, si è dimesso per il clima di censura e intimidazione instaurato dall’amministrazione Trump, scrive Andrea Capocci sul Manifesto.

Censure e intimidazioni

Per oltre vent’anni, Ziska si è occupato dell’impatto del cambiamento climatico sulla produzione agricola. La ricerca 2018 rivelava che l’aumento di CO2 nell’atmosfera stava erodendo il potere nutritivo di coltivazioni fondamentali per l’uomo come il riso. A repentaglio la salute di circa seicento milioni di persone al mondo. Ma il dipartimento Usa ha impedito alla rivista e al ricercatore di dare pubblicità ai dati, e bloccata la diffusione della ricerca.

Il negazionismo cambia parole

Tutto questo da quando Trump ha nominato come segretario all’agricoltura (ministro) il negazionista climatico Sonny Perdue. Per paura di perdere finanziamenti, denuncia Ziska, «nessun ricercatore voleva pronunciare parole come ‘cambiamento climatico’, si parlava di ‘incertezza climatica’ o di ‘eventi estremi’». Sondaggio dell’Unione degli scienziati: il 18% degli intervistati ha ammesso di aver ricevuto richieste per omettere l’espressione «cambiamento climatico» e il 20% di essersi auto-censurato.

AVEVAMO DETTO

Oltre Salvini-Di Maio
Oltre 30 anni di No-Tav
Treno veloce Torino Lione

Tav oltre la politica, costi-benefici e cose non dette
Sulla Tav Torino Lione, favorevoli o contrari che si possa essere, tanta polemica e battaglia politica, e pochi fatti. Marina Forte, giornalista esperta di questioni ambientali, prova a rimuovere vecchie polemiche e possibili preconcetti, riesaminando i fatto noti. Analisi costi-benefici voluta dal contestato ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli e affidata a una commissione di sei esperti presieduta dall’economista Marco Ponti. Tra loro anche Pierluigi Coppola, l’unico che non ha sottoscritto le conclusioni e merita quindi particolare attenzione. «Dopo molte anticipazioni e speculazioni, il dossier è stato pubblicato dal ministero. E traccia un bilancio negativo: calcola che i costi dell’opera superano i benefici di sette miliardi di euro previsti nell’ipotesi definita “realistica” (le altre oscillano tra un minimo di 5,7 e un massimo di 8 miliardi)».

Costi e benefici tra
passeggeri e merci

Subito un po’ di storia. Le ‘previsioni di traffico’. Trent’anni fa, linea veloce fu pensata per i passeggeri, per connettere Torino e il nord Italia alla rete ad alta velocità francese. «Poi l’accento è passato dai passeggeri alle merci, con un sistema misto “ad alta capacità”», e siamo alla prima confusione. Dai passeggeri alle merci «per trasferire il trasporto delle merci dalla strada alla ferrovia, con vantaggio per i consumi energetici, la congestione stradale, l’inquinamento e le emissioni di gas di serra». Sintesi perfetta di Marina Forti, col dubbio finale di tutti: il traffico sulla direttrice Torino-Lione giustifica la quantità di miliardi in parte già spesi?

Due ipotesi di traffico, prima

Le vecchie previsioni 2011 e 2017 commissionate dalla presidenza del consiglio. Come base, l’ipotesi che il traffico merci aumenti del 2,5 per cento ogni anno nei prossimi trent’anni, e che la nuova ferrovia assorba un po’ del traffico di merci che oggi passa attraverso i passi del Sempione e del Gottardo verso la Svizzera, e un terzo di quello che transita per Ventimiglia e per il traforo del Frejus verso la Francia. E i conti sulle ipotesi dicono che il traffico merci su rotaia dovrebbe crescere di circa venti volte in quarant’anni, e una moltiplicazione ancora maggiore per i passeggeri (700mila a 4,6 milioni di persone sulla lunga distanza, raddoppio regionale da 4 a 8 milioni).

Seconda ipotesi, e Ponti frena

Ma un’analisi costi-benefici non è una scienza assoluta, premette l’attenta cronista. Dipende da cosa si include tra i costi e cosa tra i benefici. Previsioni irrealistiche secondo la commissione presieduta da Ponti. Nuova ipotesi, decisamente più cauta, sui dati degli attuali flussi di traffico nazionali ed europei. Il traffico merci che cresce solo di una volta e mezzo l’anno, tagliando a metà la previsione ministeriale precedente. Passeggeri idem. Conti finali, “valore attuale netto economico” della nuova opera sarebbe negativo, anche aggiungendo cosa costerebbe bloccare il progetto (ripristinare i luoghi dove sono già stati aperti dei cantieri, più le penali per i contratti già firmati , stimate tra 1,3 e 1,7 miliardi di euro).

Critiche ambientaliste

Primo litigio, cosa si mette tra i costi e cosa tra i benefici. La commissione Ponti mette tra i costi il mancato introito fiscale sul carburante e sui pedaggi autostradali. 1,6 miliardi in meno da carburanti, 3 in meno da autostrade. Inciampo da troppa ragioneria contabile rispetto all’ambiente? Valutazione contemporanea su decongestione autostrade, rumore, qualità dell’aria, emissioni di gas serra. Contabilità avara: tra 500mila e 700mila tonnellate di anidride carbonica in meno all’anno rispetto a oggi. «Appena lo 0,5 per cento delle emissioni che ogni anno produce il sistema nazionale dei trasporti in Italia», annota Marina Forti, assieme al fatto che lo studio è già entrato ‘nel tritatutto dello scontro politico’, e considerato ‘di parte’.

I favorevoli non politici

Tra i favorevoli a farla, ci sono dodici associazioni imprenditoriali che sostengono l’opera per ‘restare competitivi’ e per avvicinare l’Italia all’Europa. Resta il dubbio che il traffico merci sulla ferrovia Torino-Lione è in calo. Oggi 38 treni merci al giorno per circa tre milioni di tonnellate di merci ogni anno. Alternative? Anna Donati, ambientalista ed esperta in sistemi di trasporti ricorda lo Studio tecnico anno 2000 delle ferrovie Italo-Francesi. Modernizzare la linea esistente per portare il traffico dagli attuali 38 a 150 treni merci al giorno, 20 milioni di tonnellate l’anno”. Annotazione finale di Marina Forti, «Da tempo sembra che le strategie europee dei trasporti puntino sulle direttrici sud-nord, dall’asse Milano-Svizzera a quello del Brennero. Ma è difficile ragionarci: il Tav è e rimane ostaggio dello scontro politico».

Cosa fare di corsa
oltre gli scongiuri

Forse il destino segnato, ma speriamo sia una esagerazione. Resta il fatto che il cambiamento climatico sul pianeta è una realtà ormai acclarata (con qualche dubbio di Trump), e le sue conseguenze sono oggetto di dibattito, ma ogni studio giunge alla stessa conclusione: se non si attuano politiche ambientali diverse nel giro di pochi anni il destino del pianeta appare segnato.
Non fa eccezione un report realizzato dal Breakthrough National Centre for Climate Restoration, un centro di ricerca e innovazione di Melbourne, in Australia. Gli autori del documento, David Spratt, direttore della ricerca di Breakthrough, e Ian Dunlop, un ex dirigente della Royal Dutch Shell, anche a capo dell’Australian Coal Association, delineano uno scenario più che catastrofico: la vita sulla terra potrebbe estinguersi entro il 2050.

A cosa andiamo incontro

La tesi di fondo è che le conseguenze estreme di un simile sconvolgimento sono altamente probabili ma difficili da quantificare. Vengono analizzati i trend attuali di inquinamento deducendone che una crisi climatica è sempre più vicina e ciò porterà al crollo delle nazioni e dell’ordine internazionale.
Il killer dell’umanità sarà il riscaldamento globale, se infatti si continuerà con i ritmi attuali d’inquinamento il destino è segnato, verranno raggiunti i 3 gradi centigradi di innalzamento delle temperature, da qui il collasso totale di ecosistemi come la barriera corallina, la foresta amazzonica e l’Artico.
Il risultato di tutto ciò sarebbe devastante. Viene stimato che almeno un miliardo di persone sarebbe costretto a migrare, altri due miliardi vivrebbero comunque in condizioni in scarsità idrica. L’agricoltura collasserebbe nella regione sub tropicale e la produzione di cibo si ridurrebbe drammaticamente a livello mondiale. Si assisterebbe al crollo di nazioni come Cina e Stati Uniti.

Cosa sanno i militari?

Il documento prodotto dal Breakthrough può contare sull’introduzione scritta da un personaggio d’eccezione, l’ammiraglio in pensione Chris Barrie, Capo delle Forze di Difesa Australiane dal 1998 al 2002 ed ex vice capo della Marina. Barrie attualmente lavora per il Change Institute alla Australian National University di Canberra. Nel suo scritto loda lo studio per aver messo «nero su bianco la verità nuda e cruda sulla situazione disperata in cui gli esseri umani e il nostro pianeta si trovano, dipingendo un quadro inquietante della possibilità concreta che la vita umana sulla terra possa essere a un passo dall’estinzione, nel modo peggiore possibile.»

Allarme degli scienziati

Il cambiamento climatico ha effetti devastanti anche sulla salute dell’uomo. Un allarme sempre più frequente che arriva da studi condotti dalla comunità scientifica internazionale. Ora è la volta di un appello lanciato ben 27 Accademie europee nel quale i ricercatori si rivolgono agli stati del “vecchio continente”.
La sollecitazione chiede decisioni politiche urgenti per proteggere la salute delle popolazioni. Secondo il ‘Consiglio delle Accademie europee delle scienze’, l’Easac, esiste una”gamma allarmante di rischi per la salute dovuti ai cambiamenti climatici, e i benefici che si hanno dalla rapida eliminazione dei combustibili fossili”.

Ridurre i gas serra

Gli sforzi – sottolinea l ‘Easac (che riunisce le Accademie degli Stati Ue e di Norvegia e Svizzera) – devono essere compiuti “ora, subito,  per ridurre le emissioni di gas serra e per stabilizzare il clima”. In cima alle priorità c’è la ‘decarbonizzazione’. Su questo tema si registrano però i veti incrociati di numerosi paesi, prima fra tutti la Germania ancora legata all’estrazione e all’impiego di combustibili fossili, così come le nazioni dell’est Europa.
Eppure la sostituzione di questo tipo di produzioni risulterebbe conveniente anche dal punto di vista economico. Diversi studi scientifici dimostrano come l’impatto dei cambiamenti climatici e il peggioramento della salute umana, hanno effetti pesanti sulle politiche di welfare come la sanità per la salute dell’uomo, e per i danni ambientali causati dai fenomeni meteorologici estremi.
Le soluzioni per fermare i rischi di un peggioramento della situazione, sarebbero a portata di mano, “occorre solo la volontà politica” spiegano gli accademici. Con le emissioni di gas serra attuali è previsto per la fine del secolo un aumento della temperatura media globale di oltre 3 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali.

Salute a rischio  per l’Europa

Le conseguenze delle temperature sempre più elevate saranno quelle di un maggior tasso di mortalità prematura, un aumento di malattie respiratorie e di allergie. Ma, se possibile, c’è di più. L’inquinamento atmosferico infatti si riflette sulla ‘sicurezza alimentare’, modificando la diffusione di alcune malattie infettive (tra cui quelle trasmesse da zanzare, cibi e acqua contaminati); oltre a un rischio crescente di migrazione forzata di intere popolazioni.
Attualmente nella Ue le morti attribuite a smog e agenti inquinanti sono 350.000 all’anno, 500.000 invece quelle connesse a tutte le attività dell’uomo. Per far fronte a tutto questo, in attesa che gli Stati riescano a trovare un accordo, gli scienziati raccomandano diete più sane e più sostenibili con un maggiore consumo di frutta, verdura e legumi e un ridotto consumo di carne rossa per mitigare il peso delle malattie non trasmissibili e le emissioni di gas serra.

 

Addio alle bianche scogliere

Addio alle bianche scogliere di Dover? Uno dei luoghi più famosi del mondo potrebbe sparire, sommerso dall’innalzamento delle acque del mare dovuto allo scioglimento dei ghiacciai artico.
E’ l’avvertimento arrivato dall’agenzia inglese per l’ambiente, l’Enviroment Agency. Secondo uno studio pubblicato dal quotidiano britannico Guardian, insieme alla Bbc, le comunità costiere potrebbero dover abbandonare case ed attività entro la fine del secolo.
Le previsioni descrivono uno scenario da catastrofe, se continuerà la tendenza che vede le temperature globali aumentare da 2 a 4 gradi entro il 2100, intere fasce costiere dovranno essere evacuate dalla popolazione  e saranno completamente allagate.

Barriere insufficienti

Le autorità stanno già pensando a come affrontare la situazione. Per Howard Boyd, direttrice dell’Agenzia per l’ambiente, il governo britannico dovrebbe cominciare ad investire denaro nella costruzione di un sistema di difesa. E’ stato stimato che , almeno nella fase iniziale, si dovrebbero spendere almeno un miliardo di sterline all’anno.
Tuttavia nonostante l’impiego massiccio di capitali le barriere potranno solo ritardare l’inevitabile a meno che non si cambi totalmente politiche tali da invertire il cambiamento delle temperature. In questo senso il Parlamento inglese, sotto la grande protesta di Extinction Rebellion che ad aprile ha paralizzato Londra per una settimana, ha votato una risoluzione che proclama l’emergenza climatica.

Cambiare politica energetica

Prese di posizioni che però sembrano rimanere simboliche e poco efficaci, la stessa Boyd ha riconosciuto che si tratta di una guerra che non si può vincere e che «le dimensioni della minaccia sono tali che bisogna già pensare a come incoraggiare la popolazione ad abbandonare le proprie case e a trasferirsi altrove».
Gli scienziati infatti si aspettano una sempre maggiore erosione delle zone costiere con frequentissimi eventi estremi, piogge e tempeste anomale. Lo studio calcola inoltre che, per ogni persona che subisce un allagamento, altre 16 soffriranno danni come perdita di elettricità, trasporti e comunicazioni.
Le associazioni ambientaliste hanno visto nelle previsioni dell’Enviroment Agency la conferma che difendersi dal cambiamento climatico non basta. Per Friends of the Earth: «bisogna  attaccare, cambiando politica energetica e ambientale per ridurre le emissioni nocive e affrontare il problema alla radice».