mercoledì 14 novembre 2018

Ambiente

Allarme clima al pianeta Terra

Siamo all’ultimo squillo di campanella: ci stiamo giocando il pianeta e tutti sono girati dall’altro lato. È la solita sporca storia. Si parla, si parla, si parla, e poi si continua a fare come prima. Tanto, le pene le pagheranno le future generazioni, che si ritroveranno a sopravvivere in un mondo da incubo, in cui andare a prendere una boccata d’aria significherà intossicarsi. Non siamo catastrofisti. È quanto affermano gli scienziati di ogni bandiera, convenuti in Corea del Sud per l’Intergovernmental Panel sui cambiamenti climatici (IPCC). In sintesi, si è ragionato sul muro di calcestruzzo contro il quale si è lanciata l’intera popolazione terrestre, come un treno senza macchinista. La sentenza è lapidaria: basterà l’aumento generalizzato di un altri 2 gradi di temperatura per vederci squagliare la Terra sotto i piedi. Così poco? Sì così poco.

I processi alla base del riscaldamento climatico rispondono a logiche “non lineari”. Le quantità coinvolte crescono esponenzialmente, secondo processi non geometrici, ma logaritmici. E, per farla breve, bastano piccole variazioni nelle condizioni iniziali, per avere risultati finali amplificati e catastrofici. E’ il mantra dell’effetto “farfalla”: il battito d’ali di un singolo imenottero in Cina, provocherà l’anno dopo un uragano nei Caraibi. L’apparente ed evidente sproporzione tra le energie implicate in questo processo atmosferico spiega l’estrema complessità (e imprevedibilità) dei fenomeni di cui parliamo. Quindi? Aspettiamoci il peggio, dicono i “saggi” riunitisi in Estremo Oriente, dove già si passeggia con le mascherine. Le emissioni di anidride carbonica (CO2), generate dalle attività umane, ci stanno avvelenando. Sempre più velocemente.

Il primo problema tra gli analisti è costituito dall’incapacità di armonizzare le diverse prospettive. Ruoli differenti portano ad approcci “asimmetrici”. Così, i politici sembrano più preoccupati delle conseguenze economiche nell’immediato, mentre gli scienziati temono disastri irreversibili nel medio-lungo periodo. Ciò comporta analisi simili, ma anche “proposte terapeutiche” diverse. I politici sono più possibilisti e tendono a rimandare soluzioni drastiche, che comportano spese consequenziali per tutti i sistemi-Paese. Specie per quelli più industrializzati. Mentre gli studiosi sottolineano l’urgenza di adottare misure forti, prima che sia troppo tardi. Il prof. Jim Skea, co-chairman dell’IPCC, per esempio, nella sua relazione ha dimostrato come una sola differenza di mezzo grado centigrado (non +1,5 ma +2 di aumento nella temperatura) possa fare la differenza tra la vita e la morte.

Basterebbe questo scarto per fare sciogliere i poli nel giro di qualche decennio. Con conseguenze facilmente immaginabili e devastanti: dall’innalzamento del livello dei mari, al cambiamento della sua salinità e del corso delle grandi correnti oceaniche, per finire con lo sconvolgimento del ciclo delle piogge. Più rovinose alluvioni, insomma, e deserti che si allargano a macchia d’olio. L’impatto immediato di tali trasformazioni meteorologiche potrebbe rivelarsi mortale per l’agricoltura e i raccolti. Non è per fare i menagrami, ma un recente “report” dell’Onu mette nero su bianco profezie talmente inquietanti da togliere il sonno. Le ricorrenti carestie, la fame (ma anche la sete) spingeranno intere popolazioni a giocare l’azzardo di una migrazione di massa. Le Nazioni Unite snocciolano il rosario delle cifre, lasciando gli analisti senza fiato.

Tra il 2030 e il 2050 (se non prima), spinti anche dalla crisi dei raccolti, potrebbero muoversi, solo dall’Africa sub-sahariana, tra 30 e 70 milioni di migranti, pronti a riversarsi ovunque pur di sopravvivere. I primi flussi saranno dentro i confini dei singoli Stati (internal displacement), ma poi le ondate sfonderanno gli argini e, attraverso le “carovaniere” già sperimentate (come la “Libyan trail”), si dirigeranno verso il Vecchio Continente. L’Europa e l’Italia sono avvisati. Al confronto l’attuale spinta migratoria è veramente poca cosa. Dunque, siamo al redde rationem e, come afferma corto e netto Kaisa Kosonen (Greenpeace), è ora che gli ambientalisti gridino ai politici : “Act now, idiots”, “Agite ora, idioti”. Fatelo coi numeri e coi fatti, prima che sia troppo tardi C’è bisogno di una rivoluzione copernicana in tutti i sensi.

Una rivoluzione che incida sul nostro modo di vivere e che sacrifichi tante piccole cose per salvaguardare un pianeta unico nel suo genere, che ha impiegato oltre 4 miliardi di anni per “fabbricare” la vita e la biodiversità. Stiamo parlando di energia finalmente “pulita” e rinnovabile, dell’utilizzo dei terreni agricoli affogati di pesticidi, delle emissioni in arrivo dai complessi industriali, dei gas di scarico dei veicoli. Non solo. Ma bisognerà ripensare anche al perverso rapporto tra città e campagne. Il seivaggio inurbamento ha trasformato gli agglomerati urbani in megalopoli con servizi e “facilities” raffazzonati, se non del tutto assenti. E’ un fenomeno ormai noto ai pianificatori di tutto il mondo, che si verifica specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

Pigliamo l’Africa. L’algoritmo della disperazione parte dalle campagne, dove la siccità, la sovrappopolazione e l’impoverimento progressivo dei terreni dà luogo a carestie ricorrenti e alla mancanza degli alimenti di base. Gli abitanti fuggono verso le città e si “accampano” nelle periferie. La velocità (e l’entità) dell’esodo mettono in crisi infrastrutture e sistemi di urbanizzazione, abbassando paurosamente il livello della qualità della vita in ogni grande città africana. Da qui la spinta verso nuovi orizzonti, più lontani. Qualsiasi cosa diventa meglio degli inferni costituiti dalle bidonville del Continente Nero. Ecco perché i profughi rischiano la propria vita: quella che già hanno non vale niente. La Cina l’ha capito prima di tutti gli altri e adotta un sistema “imperialistico” di penetrazione, sfruttando la fame africana di infrastrutture.

Xi Jinping non dà soldi in cambio di materie prime, ma offre, invece, “chiavi in mano” strade, acquedotti, ospedali, scuole e aeroporti. I cinesi costruiscono in loco le “facilities”, le girano pronte all’uso e in cambio incassano legno, oro, diamanti e minerali rari. Oltre a una condiscendenza “strategica” che sta facendo del Continente Nero una loro precipua sfera d’influenza. E allora, ricapitoliamo. Sulla salvaguardia dell’ambiente si gioca il futuro del pianeta. Non si tratta solo di “salubrità”, ma esistono anche motivazioni più profonde, che toccano gli stessi assetti geostrategici internazionali e la sicurezza globale. Uno di questi è il fenomeno delle ondate migratorie che, negli anni, saranno sempre più massicce. Non si scapperà verso l’Europa solo per guerre e “deficit” di diritti umani, ma anche e soprattutto per la fame. E la sete. E contro questi ultimi due fattori, credeteci, non ci sono nè diritto internazionale e né regole che tengano.

Groenlandia segreta
sotto i ghiacci tanti tesori

Groenlandia, i suoi ghiacci considerati perenni si stanno sciogliendo, e non è soltanto dramma ambientale. Effetto nefasto dei gas serra che trattengono il calore nell’atmosfera. Primo effetto dello scioglimento dei ghiacciai, una enorme quantità d’acqua. Secondo uno studio condotto dall’American Geophysical Union, la fusione dei ghiacci della Groenlandia contribuisce all’innalzamento del livello del mare con circa 270 miliardi di tonnellate di acqua all’anno.

La guerra per le risorse

Una sciagura che per le potenze internazionali rappresenta anche un’opportunità. Lo scioglimento della calotta di ghiaccio ha scoperto vaste porzioni di territorio che nascondono grandi risorse. Una preda ghiotta per un mondo affamato di minerali e combustibili (si parla di 90 milioni di barili di greggio). E’ iniziata così una guerra non dichiarata che si svolge a colpi di progetti di sfruttamento e che muove masse di denaro enormi.
Tanto per rendere l’idea, la collocazione geografica della Groenlandia (in lingua autoctona “terra degli uomini”) è praticamente strategica. Si tratta di un’isola (la più estesa del pianeta) situata nell’estremo nord dell’oceano Atlantico tra il Canada a sud-ovest, l’Islanda a sud-est, l’Artide e il Mar Glaciale Artico a nord. Geograficamente parlando, appartiene al continente americano, mentre, dal punto di vista politico, costituisce una nazione in seno al Regno di Danimarca.

Dark zone

La ‘dark zone’. Il centro di ricerca norvegese Norway’s Centre for Arctic Gas Hydrate, Environment and Climate ha infatti scoperto lembi di terra ricoperti da uno strato finemente distribuito di polvere e carbone nero, sostanze che forniscono nutrimento per alcune specie di alghe scure. Una sorta di rivelazione naturale di segreti dal sottosuolo. Se ne sono accorti i cinesi che con azzardate locuzioni si considerano “stato quasi artico”.
Non solo miniere ancora da scoprire, ma anche rotte marittime. A Pechino piacciono vie alternative per il commercio e così hanno dato il via a quella che chiamano, la ‘Via polare della seta’. Una rotta che potrebbe portare merci dalla provincia orientale costiera della Repubblica Popolare, Zhejiang, la municipalità di Shangai, verso i mercati europei ed americani, bypassando il canale di Suez. Un bel risparmio di strada e naturalmente denaro. Per questo i cinesi hanno mostrato interesse alla costruzione di infrastrutture per due aereoporti (Nunk e Ilulissat) e la realizzazione di un terzo scalo di sana pianta a Qaqortog.

Preoccupazione Usa e intervento danese

Così gli Usa, che non hanno la stessa rapidità di investimenti cinese, ma comunque  dispongono di una base militare a Thule, nel nord, hanno subito presentato le loro rimostranze al governo danese. D’altro canto Oslo si è preoccupata temendo di rimanere tagliata fuori da quello che sta succedendo. In “fin dei conti” si tratta di un affare da mezzo miliardo di euro.
Non è stata comunque un’impresa semplice in quanto, nel 2008 la Groenlandia tramite un referendum, ha di fatto imboccato la strada dell’indipendenza dalla Danimarca, e in molti non vedono di buon occhio l’interessamento di Copenhagen. Oslo ha usato argomenti convincenti entrando con un 33% in una società groenlandese che gestirà i vari progetti. Una spesa da 90 milioni di euro.

Arrivano i russi

In questa maniera la Groenlandia non dovrebbe chiedere soldi ai cinesi che comunque hanno già avviato diverse imprese in altri paesi artici. In allerta anche i russi, sempre sulle nuove vie marittime che si aprono con ritirarsi dei ghiacci.  Ne scrive il Financial Times che racconta di come il 21 agosto di quest’anno dal porto russo di Vladivostok sia partita una portacontainer danese (multinazionale Maersk) che ha seguito la rotta verso lo stretto di Bering percorrendo la costa artica russa.
Segnali che, come detto, non fanno piacere a Washington. Ma al di là della guerra commerciale forse agli Usa preme ben altro. Con lo scioglimento dei ghiacci potrebbe riemergere il passato della guerra fredda e alcune misteriose basi militari finora occultate dalla calotta polare.

L’eredità della guerra fredda

Negli anni ’50 del XX secolo gli Stati Uniti approntarono diverse basi clandestine con circa 600 missili nucleari balistici a medio raggio puntati su l’Unione Sovietica. Per dissimulare ciò che era comunque illegale, venne costruita una stazione scientifica a Camp Century che doveva fungere da paravento. Il progetto Icewarm però non vide mai un suo vero completamento lasciando però una pericolosissima eredità. Sepolte sotto il giaccio erano rimaste moltissime sostanze chimiche ma lo scioglimento potrebbe riportarle alla luce. Un enorme pericolo per l’ecosistema marino, per non parlare del potenziale incubo diplomatico che potrebbe verificarsi tra gli Stati Uniti e il paese ospitante.

Africa epicentro della crisi

Dopo anni di decrescita, la fame nel mondo ha ricominciato ad aumentare. Le cifre stanno tutte nel Rapporto sullo stato di sicurezza alimentare e nutrizione nel mondo, presentato alle Nazioni Unite dalle agenzie Fao, Ifad, Pam Unicef e Oms. L’analisi non lascia spazio a dubbi: nel 2017 le persone colpite dalla denutrizione sono salite ad 821 milioni. Si calcola che sia lo stesso livello negativo che era stato superato nel ben 10 anni fa.
Le zone del mondo più colpite sono le regioni sub sahariane dell’Africa in particolare, e parte dell’America Latina. Risultano invece stabili le percentuali in Asia. Preoccupante il dato sui minori, 151 milioni di bambini sotto i cinque anni registrano una crescita irregolare, 50 milioni sono denutriti

Guerre e cambiamenti climatici

Le cause sono state individuate dall’Onu e sembrano corrispondere alla trama di un film catastrofista. Innanzitutto i conflitti in corso sul pianeta ma soprattutto i cambiamenti climatici. L’innalzamento velocissimo delle temperature sta minando molte colture, senza interventi a breve termine la produzione di cibo calerà in maniera esponenziale.
Secondo il rapporto, per sradicare la fame occorrerà intraprendere urgentemente più azioni entro il 2030 per raggiungere l’obiettivo di sviluppo sostenibile della fame zero. In questo senso va letta la notizia che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha convocato tra un anno esatto un vertice sul clima ai massimi livelli. Il segretario Onu ha anche delineato i focus della discussione: le aree al centro del problema, come i settori che generano più emissioni.
Forse sarà già tardi e gli ostacoli da superare sono molti a causa dell’atteggiamento di alcuni paesi come gli Stati Uniti. Ritiratisi dagli accordi di Parigi, pochi giorni fa il presidente Donald Trump ha annunciato che allenterà i vincoli sulle emissioni di metano.

Il mercato non nutre

Il Rapporto sottolinea  come sono le leggi di un mercato senza freni a determinare la diseguaglianza di nutrizione. Ciò si ricava dalle cifre che paradossalmente riguardano il grado di obesità. Quest’ultima si concentra nei paesi occidentali ma è in aumento anche in Africa e in Asia. Gli adulti obesi infatti sono 672 milioni, oltre uno su otto; i bambini sotto i 5 anni obesi, invece, sono 38 milioni. La ragione sta nella produzione industriale di cibo di bassa qualità. Economico e pieno di grassi, con molte calorie e basso valore proteico.

 

Sahel, carestia per sette milioni di persone

Sahel nella morsa della siccità. Quasi sette milioni di persone in Africa si trovano, in questo momento, in fortissimo rischio di vita a causa della ciclica siccità che colpisce il continente. Il centro di questa crisi è il Sahel. Una fascia di territorio immensa che divide geograficamente l’Africa sub sahariana dal nord.

Il bordo del deserto

Il Sahel  infatti significa letteralmente, in arabo, “bordo del deserto”.Si estende tra il deserto del Sahara a nord e la savana del Sudan a sud, e tra l’oceano Atlantico a ovest e il Mar Rosso a est. Gli stati che compongono la fascia sono Gambia, Senegal, il sud della Mauritania, il centro del Mali, Burkina Faso, parte dell’Algeria e del Niger. Inoltre ne fanno parte il nord della Nigeria e del Camerun, la parte centrale del Ciad, Sudan, e l’Eritrea.

Milioni di persone, culture e lingue differenti tutte unite dalla ricerca affannosa di una possibilità di vita. E’ qui che si sviluppa e crea l’immigrazione che poi attraversa il deserto e arriva nelle coste del nord Africa per poi tentare la traversata del mediterraneo sino in Europa.

Allarme Onu

Alla fine di luglio le agenzie dell’Onu,  esponenti delle Chiese locali e dalla rete internazionale della Caritas per la regione del Sahel hanno lanciato un nuovo allarme carestia. E’ stato calcolato che la grave malnutrizione minaccia tra l’altro la vita di 1,6 milioni di bambini. Si tratterebbe della peggiore crisi osservata nella regione dal 2012 con consistenti rischi di un peggioramento nei prossimi mesi in mancanza di interventi significativi e immediati che consentano alle popolazioni di coltivare i loro campi.

Il mondo ha fame

Il Comitato Inter-Statale di lotta contro la siccità nel Sahel (CILSS), creato dopo la grande crisi del 1972 che spazzò via l’intero patrimonio zootecnico , ha confermato l’allarme. Ad esempio solo in Niger 2,67 milioni di persone si trovano in stato di insicurezza alimentare, il 14,5% dell’intera  popolazione. Un dato che comunque si inserisce nelle stime globali che vedono il pianeta terra colpito da una crescente penuria di cibo che nel 2017 ha interessato circa 124 milioni di persone.

L’ingiustizia climatica

Alla base della carestia vi sono soprattutto i cambiamenti climatici. L’innalzamento delle temperature stanno praticamente desertificando l’intera area. In questa maniera si assiste alla continua ricerca di pascoli e all’ulteriore impoverimento delle già scarse risorse. Non solo le rare piogge dunque ma anche uno sviluppo economico ininfluente. Un paradosso che viene definito “ingiustizia climatica”. Gli abitanti del Sahel infatti non contribuiscono a devastare il clima ma ne ricevono i danni peggiori.

Tra estremisti islamici e intervento occidentale

A tutto ciò  si aggiunge la fortissima instabilità politica e i diversi conflitti armati che affliggono il Sahel. Due i principali focolai di guerra che hanno già costretto allo sfollamento milioni di persone. La presenza di cellule quediste a partire dall’inizio degli anni 2000 e la rivolta salafita presente in Mauritania, Mali, Niger e Algeria meridionale. E’ poi ancora attiva la guerra in Mali a seguito del colpo di stato del 2012 e dell’offensiva del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad a prevalenza tuareg. Una situazione che ha determinato l’invio di una forza multinazionale a guida  francese tutt’ora impantanata in inconcludenti colloqui di pace.

Terra sempre pià calda

E’ stata un’estate di fuoco nel senso letterale del termine. Ha bruciato la Grecia, è arsa la California, persino i paesi del nord Europa hanno dovuto fare i conti con incendi di vaste proporzioni. Fenomeni, che sembravano impossibili in alcune latitudini, sono diventati invece pericoli con i quali fare i conti.

Sintomi che ormai qualcosa sul pianeta Terra non funziona più come dovrebbe. Il riscaldamento globale, il global warming, sembra a tutti gli effetti una realtà non più confinabile negli studi di climatologi catastrofisti.

Sul limite della soglia

Che la temperatura del pianeta si stia alzando, ma forse imboccando una via di non ritorno, è oggetto di discussione da anni. Intere sessioni di riunioni mondiali (Cop 21) sono state dedicate al tema senza che si sia mai giunti ad una decisione decisiva, drastica, perché questo che viviamo potrebbe essere il momento dal quale non si può più tornare indietro.

L’avvertimento dei climatologi

Ad avvertire l’umanità sul rischio che si sta correndo, è lo Stoccolma Resilience centre. Secondo questo gruppo di scienziati climatologi di fama mondiale, raggiungere l’obiettivo di contenere il riscaldamento della Terra entro i 2 gradi centigradi (più ambiziosamente 1,5 gradi) potrebbe diventare un’impresa impossibile. Si potrebbe scatenare infatti un effetto domino dalle conseguenze imprevedibili.

Lo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences(Pnas), mette in evidenza come mai nella storia del pianeta le attività umane stanno immettendo nell’atmosfera enormi quantità di gas serra come anidride carbonica e metano. Se continua in questa maniera si potrebbero raggiungere i 4-5 gradi in più (ora la temperatura si è assestata su un aumento di 1 grado).

Innalzamento degli oceani

Nell’immediato, di fronte a questo scenario, gli incendi sembreranno poca cosa. Inizierebbero gli oceano che potrebbero salire fino a 60 metri ma già a 10 i danni sarebbero incalcolabili. Potrebbero sparire intere città da New York a Roma. Per contro la siccità diventerà endemica determinando la fine dell’agricoltura, migrazioni bibliche oltre che squilibri sociali mai visti. Qualcosa su piccola scala sta già succedendo nell’area sub sahariana e in parte in quella mediterranea.

Il pericolo maggiore arriva dallo scioglimento dei ghiacci, liquefatti quelli montani ed estivi ai poli, il mare prenderà il sopravvento. Sfortunatamente il suo colore scuro assorbe il calore aumentando ulteriormente la temperatura dell’acqua. A quel punto molte specie ittiche e la barriera corallina subirebbero gravissimi danni. Una reazione a catena che riguarderebbe anche le foreste amazzoniche, queste trattengono moltissima CO2 ma potrebbero diventare delle savane. aride. Nel momento in cui si sciogliessero le calotte polari artiche l’estinzione dell’umanità sarebbe una realtà difficilmente arrestabile.

Bisogna fare presto

I ricercatori svedesi non hanno voluto fare terrorismo psicologico, ammettono di non sapere se il punto di non ritorno sia stato superato. Sanno però che i 2 gradi non sono un obiettivo negoziabile.”Evitare di superare questa soglia – scrivono gli autori del rapporto – è un obiettivo che può essere raggiunto e mantenuto solo da uno sforzo coordinato e deciso da parte delle società umane per gestire la nostra relazione con il resto del Sistema Terra, riconoscendo che l’umanità è un elemento integrato e che interagisce con questo sistema”.

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Ultim’ora

SI TEMONO PIÙ DI 100 MORTI
Situazione drammatica: migliaia le persone evacuate, la località di Mati, la più colpita, è incenerita. Il governo greco ha chiesto aiuto all’Europa. L’Italia ha messo a disposizione due canadair, operativi in Grecia nella giornata di domani. In 24 ore sono stati registrati 47 roghi. Lo stesso Tsipras aveva parlato di “incendi asimmetrici”.

  • Sono almeno 60 le vittime dei devastanti incendi a nordest di Atene, 556 i feriti, almeno 16 i bambini in gravi condizioni. Ma il sindaco di Rafina, Evangelos Bournos, teme che le vittime possano essere oltre 100. Sono almeno 1500 le case distrutte, ha aggiunto il sindaco, sottolineando di non aver mai ricevuto alcun ordine di evacuazione dalle zone in fiamme.
  • La situazione è drammatica: migliaia le persone evacuate, la località di Mati, la più colpita, è incenerita. Il fumo denso ha raggiunto la capitale, dove il Partenone appare avvolto da una nube fitta. Il governo greco ha chiesto aiuto all’Europa. L’Italia ha messo a disposizione due canadair e anche la Turchia, storicamente ‘rivale’ della Grecia, ha offerto aiuto. Il primo ministro greco Alexis Tsipras ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale. 

Inferno Grecia, Atene tra le fiamme

Inferno in Grecia dove gli incendi estivi non sono una novità ma quello che sta succedendo in queste ore sta assumendo via via il carattere di una vera e propria tragedia nella catastrofe ambientale. Da 24 ore infatti due enormi roghi stanno divorando le zone boschive intorno alla capitale Atene dove, come riportano le cronache, il cielo si sta colorando di un ‘arancio plumbeo’.

Inferno Grecia, Atene tra le fiamme
Il Partenone in una nuvola di fumo e cenere

Il bilancio delle vittime

Anche il bilancio delle vittime, fino ad ora non precisato, ha le dimensioni di una ecatombe. I morti accertati sono almeno 54  e i feriti più di 100. La maggior parte dei corpi senza vita sono stati ritrovati nel resort marino di Mati, a circa 40 chilometri da Atene. Altri 26 morti invece, nel giardino di una villa dove si erano ritrovati probabilmente per una festa.
Ma non basta, perché le fiamme hanno inseguito le persone in fuga anche sulle spiagge. Lo testimoniano le vittime trovate ad Argyri. Il portavoce del governo greco Dimitris Tzanakopoulos  ha inoltre spiegato come il fuoco non abbia risparmiato certo i bambini. Non solo tra le vittime: « tra i feriti, 16 sono bambini, e 11 sono in gravi condizioni».

I racconti

Le testimonianze sono drammatiche e rendono l’idea di quello che sta succedendo: «il fuoco infuria senza sosta, facciamo appello ai residenti di dirigersi verso Corinto per proteggere se stessi e i propri figli», invoca il vicesindaco di Megara, che sorge nei pressi di Kineta, dove le fiamme avanzano con maggiore velocità.
«La gente piange, urla al telefono, mentre bruciano le auto parcheggiate e le sirene risuonano ovunque. L’aria è torrida, le fiamme sono vicine», raccontano i cronisti che si trovano nei pressi di Rafina, non lontano da Penteli, epicentro dell’incendio. Intanto tre ospedali della capitale sono in stato di allerta e si stanno attrezzando per ricevere altre persone coinvolte negli incendi.

Inferno Grecia, Atene tra le fiamme

Il fronte del fuoco

Le situazioni più critiche dunque sono quelle che vedono gli incendi divorare terreno da est ad ovest. Uno di questi divampa da Penteli e avanza verso la città di Rafina. A Mati, forse la parte più colpita, è dovuta intervenire la Guardia Costiera per evacuare i turisti intrappolati sulla spiaggia. Un secondo focolaio di vaste proporzioni invece devasta le pinete in una zona a 50 chilometri a ovest di Atene. Il fumo è densissimo al punto da che è stata disposta la chiusura della principale autostrada di collegamento con il Peloponneso.

I soccorsi

Sul fronte dei soccorsi, oltre all’intervento della Guardia Costiera, si contano centinaia di vigili del fuoco e decine di mezzi dislocati nelle zone dove gli incendi sono più forti. Sette aerei anti-incendio e quattro elicotteri cercano intanto di domare i roghi dall’alto. Ma tutto ciò non sembra essere sufficiente, tanto che Atene sta in queste ore chiedendo l’ausilio dei paesi della Unione Europea. Il governatore dell’Attica, che ha proclamato lo stato di emergenza nella zona est e ovest, sta mettendo a disposizione bus e cisterne di acqua.

Inferno Grecia, Atene tra le fiamme

Paura in Svezia

Intanto le alte temperature non fanno presagire una conclusione veloce della crisi. E se per la Grecia il caldo è una costante naturale, così come per il Portogallo con gli incendi dello scorso anno, lo stesso non si può dire della Svezia dove la colonnina di mercurio non scende sotto i 30 gradi. Mentre Atene brucia dunque nel paese scandinavo si combatte da giorni contro le fiamme che stanno distruggendo numerosi boschi.
Stoccolma ha lanciato un appello raccolto da Francia, Germania e Danimarca  che hanno già hanno inviato oltre 100 pompieri, stessa cosa ha fatto la Polonia che oltre al personale dei vigili del fuoco ha offerto diverse autopompe. Anche l’Italia ha messo a disposizione due Canadair, così come il Portogallo, mentre elicotteri sono arrivati da Norvegia, Germania e Lituania.

 

VIDEO E CRONACA DAI ROGHI

 

Nelle viscere della Finlandia i resti
del nucleare: ma le scorie italiane?

Il cimitero forse più profondo e inquietante del mondo. A Olkiluoto, in Finlandia. Un dedalo di 137 tunnel sotterranei lunghi complessivamente sessanta chilometri, racconta Mauro Mondello, su La Stampa, dove si lavora senza sosta. A Olkiluoto nasce ‘Onkalo’ , la galleria in finlandese, il primo deposito permanente per rifiuti radioattivi al mondo, progettato per resistere 100 mila anni. Quei resti dannati sepolti a 500 metri di profondità, fino a quando non moriranno veramente, diventando completamente innocui.
Il racconto di Mauro Mondello è ricco di dettaglia e a suo modo affascinante anche se un po’ ‘orror’. «Lo abbiamo progettato affinché possa resistere per i prossimi 100 mila anni, superando anche le glaciazioni», spiegano i tecnici. Il deposito, costo è stimato 3,5 miliardi di euro, custodirà 6500 tonnellate di scarti, per 4 mila generazioni.

Onkalo, per 4mila generazioni

Dove sorge questo mostro del nostro folle presente nucleare? A tre ore di auto dalla capitale Helsinki. Un idilliaco intrico di piccoli villaggi di case di legno, circondati da distese di pini e betulle, corsi d’acqua cristallini, un braccio d’asfalto che corre dritto in mezzo alle foreste, ogni tanto un cartello stradale ad indicare il pericolo di attraversamento renne. Babbo Natale solo nella stagione giusta. In mezzo a quel paradiso, una centrale nucleare per ‘Epr’, il più potente reattore nucleare della Terra in funzione dal 2025. Ma in Finlandia, prima di produrre scarti, scorie nucleari in questo caso, devi prima realizzare i depositi dove conservarle in sicurezza. Semplice logica, o fantascienza, se letta in italiano, e tra poco vedremo il perché.
A Onkalo, nel 2025, il combustibile esaurito, dopo essere passato dalle piscine di raffreddamento, verrà imballato in taniche in ghisa e ferro da 25 tonnellate, avvolte in rame e custodite in cunicoli protetti con la bentonite, il minerale argilloso che si gonfia a contatto con l’acqua, e infine sigillati con enormi tappi di cemento.

Smaltimento finale

1000 anni per ridurre in maniera significativa la radioattività, 100mila per esagerare. Tutto liscio e tutti felici (loro che almeno un struttura simile la hanno)? Matti Sarnisto, ex direttore dell’Istituto finlandese di geologia, ricorda come sia impossibile prevedere cosa accadrà durante e dopo la prossima glaciazione, nel giro di poche decine di migliaia di anni. Nel frattempo Onkalo, in attesa di quei riscontri futuri, diventa esempio e commercio: esportare le competenze acquisite durante la costruzione del sito ad altri Paesi.
«Ad oggi, nessuna nazione ha trovato una risposta per lo smaltimento delle scorie, che usualmente (ad esempio in Italia) vengono custodite, debitamente stoccate, in semplici capannoni. È questa l’eredità radioattiva di un’epoca che rimarrà viva ancora molto a lungo», conclude Mauro Mondello. Ma la situazione italiana, da brivido, ve la raccontiamo noi di Remocontro. Prima sintesi e nei prossimi giorni altri dettagli.

L’Italia seppellisce il problema

Scrivevamo il 25 settembre 2015. «I siti per ospitare le scorie nucleari italiane dovevano essere resi noti entro agosto. Tra loro si doveva scegliere il ‘Deposito nazionale’, pena sanzioni dall’Ue. Mappa dei siti bella pronta -60 i siti idonei- ma nascosta. Evitare a ogni conto qualsiasi campagna elettorale col problema aperto». Qualcuno di voi ancora ricorderà si insistiti e costosi gli spot a venderci frottole sulla prossima soluzione del sito dove conservare in sicurezza le scorie nucleari.
Vediamo nei dettagli cosa doveva accadere e misteriosamente non è accaduto. Entro agosto doveva arrivare la famosa mappa dei siti adatti in Italia. Non è stato. Tra quei siti, a settembre, doveva iniziare il confronto sul deposito nazionale. Non sarà. Eppure, lo impone la logica e l’Europa pronta a farci pagare sanzioni per inadempienza. Lo strano è che quella mappa sarebbe pronta da tempo e comprende un po’ tutte le regioni italiane (solo una o due troppo sismiche sono escluse), mentre l’orientamento sul deposito nazionale finale, oscilla fra tre alternative. Sempre che il nuovo governo non decida di superare antiche inadempienze.

 

AVEVAMO DETTO

Pasticcio atomico e intrallazzi nucleari

60 siti per scorie nucleari ma è ‘segreto elettorale’

Scorie nucleari col trucco e deposito nazionale fantasma

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Clima nell’America che cambia

Clima e presidenti. Lo slogan più famoso, che portò alla prima elezione di Barack Obama come presidente degli Stati Uniti nel 2009, fu “Yes we can”. Si poteva fare, il senso della speranza e dell’impresa impossibile. Il primo presidente nero alla guida di una delle nazioni più potenti del mondo. Ora nella sala ovale della Casa Bianca siede l’esatto contrario di Obama, Donald Trump. Bianco, miliardario e con una politica economica totalmente diversa. Il simbolo di un’America chiusa e con la paura del mondo almeno nelle apparenze.

Emissioni avanti tutta

L’approccio differente è su molte questioni importanti, ad esempio il clima. Se durante l’amministrazione Obama era stato lanciato un vero e proprio patto per l’ambiente, premiando le imprese che riducevano le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, con Trump la musica suona un altro spartito. Ora si punta di nuovo sul carbone, gli Usa si sono ritirati dai negoziati internazionali sul riscaldamento globale e sono state ridotte le multe per le aziende inquinatrici.

Generazione Z

Ma la storia non è una linea retta, procede a balzi e quello che era il passato a volte ritorna con prepotenza magari sotto forma diversa. E così quello slogan “Si può fare” è adesso portato avanti da quella che in molti definiscono Generazione Z. Ragazzi e ragazze nati tra il 1995 e il 2009, praticamente adolescenti e bambini.

Adesso 21 di loro, residenti in diverse parti degli Stati Uniti, hanno intentato una causa proprio contro Donald Trump. Il motivo è molto chiaro: accusano funzionari federali e dirigenti dell’industria petrolifera di sapere da decenni, senza aver fatto nulla, che le emissioni di CO2 derivanti dai combustibili fossili destabilizzano il clima.

Una denuncia nuova

La denuncia in realtà è stata depositata in Oregon nel 2015, all’epoca della presidenza Obama. Nelle carte appare l’esplicito rilievo che l’immobilismo dell’attuale amministrazione li ha privati dei loro “diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà”. La causa va sotto il nome di una delle querelanti, Kelsey Juliana. L’udienza è fissata per il 29 ottobre in Oregon, anche se  il Dipartimento di Giustizia ha già annunciato che chiederà alla Corte Suprema di impedire il contenzioso.

Si preannuncia dunque una vera e propria battaglia legale, anche perché la violazione dei diritti ambientali non è ancora stato. oggetto di altri procedimenti. Infatti il governo ha cercato di convincere i giudici che far andare avanti la causa potrebbe portare a una crisi costituzionale, mettendo i tribunali contro Trump e gli altri funzionari imputati.

Il ruolo della rete

I ragazzi hanno usato le armi proprie della loro generazione, la rete. Su Internet si sono incontrati e organizzato iniziative. Sempre online hanno raccolto fondi e trovato un’associazione che li rappresenta “pro bono”, la Our children trust. A ben vedere si tratta di una denuncia che riguarda una vera e propria violazione dei diritti umani. Infatti i querelanti sostengono di essere vittime di discriminazione. Questo perché vedono nelle politiche di Trump un pericolo che peserà concretamente nei prossimi 60-70 anni a causa dei cambiamenti climatici.

Yes we can

Ciò che sembrava impossibile quindi si sta realizzando, sfidare direttamente il governo. Non è più impossibile far valere dei diritti che forse non hanno ancora una presa diretta nelle coscienze delle generazioni più vecchie. E non si tratta solo di idealismo giovanile, i ragazzi infatti rischiano pesantemente. Prova ne è il tentativo fatto l’anno scorso dall’American Fuel and Petrochemical Manufacturers e l’American Petroleum Institute, che rappresentano rispettivamente l’8% dell’economia americana e dispongono di 9,8 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti. I due colossi hanno citato in giudizio i 21 chiedendo un’archiviazione del caso. Nel giugno 2017, la loro mozione però è stata respinta. Yes we can.

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Assassini di futuro
politica di plastica

L’ambiente e gli assassini di futuro : il mondo si sta mobilitando per darsi da fare per rinunciare all’usa e getta che rappresenta l’84% dei rifiuti sparsi tra mare e litorali, contro il 16% della plastica riciclabile. Con divieti, iniziative locali, mobilitazioni sul territorio che vedono i cittadini coinvolti in prima linea. E in Italia? Coldiretti con i dati Eurobarometro alla mano, più di tre italiani su quattro (76%) hanno ridotto l’impiego di sacchetti di plastica.
Si tratta di un comportamento virtuoso diffuso in realtà in tutta l’Unione Europea dove la percentuale media sale all’80%. In Italia il 27% dei cittadini ha anche evitato di acquistare oggetti di plastica monouso come piatti, bicchieri o posate mentre ben il 68% ritiene addirittura che sarebbe opportuno pagare un sovraprezzo per questi prodotti.

‘Plastic Radar’

Secondo il nuovo dossier di Legambiente Beach Litter 2018, in Italia vi sono circa 620 rifiuti ogni 100 metri di spiaggia, 4 per ogni passo. E tra questi 8 su 10 sono di plastica. Qualche segnale di miglioramento, soprattutto da parte delle istituzioni, è arrivato. L’Italia ha messo al bando i cotton fioc non biodegradabili dal 2019, mentre dal 2020 non potranno più essere utilizzate le microplastiche nei cosmetici.
Meglio l’Europa. Il 28 maggio scorso, la Commissione Ue ha reso note le nuove norme comunitarie per ridurre i rifiuti marini vietando l’utilizzo dal 2019 di svariati prodotti monouso in plastica. Tra questi: cotton fioc, posate, piatti, cannucce, mescolatori per bevande, aste per palloncini, di cui potranno essere commercializzate solo le alternative sostenibili.

Barbari oceanici

Secondo il programma per l’Ambiente dell’Onu (Unep) “ogni anno vengono riversati negli oceani ben 8 milioni di rifiuti plastici”. “Ogni minuto nel mondo vengono acquistate 1 milione di bottiglie di plastica e solo una piccolissima parte di queste viene riciclata”. Il problema tocca da vicino anche l’Italia. Da recenti indagini condotte da Legambiente con ‘Goletta Verde’ è emerso che “il 96% dei rifiuti galleggianti nei nostri mari è plastica. Una densità pari a 58 rifiuti per ogni chilometro quadrato di mare con punte di 62 nel mar Tirreno”. Tra i rifiuti più comuni sono stati individuate buste (16,2%), teli (9,6%), reti e lenze (3,6%), frammenti di polistirolo (3,1%), bottiglie (2,5%). In tutto il mar Mediterraneo parla di almeno 250 miliardi di frammenti di plastica”.

Riforme tartaruga

L’ecosistema marino. Rischiano l’estinzione le tartarughe, con l’apparato digerente pieno di cannucce, tappi, buste, reti, involucri e residui vari. E in Kenya, a Watamu, gli ambientalisti cercano di sensibilizzare i residenti sul problema e c’è una clinica dove si cercano di curare decine di esemplari marini che hanno ingerito questi rifiuti. Le tartarughe che stanno male si riconoscono subito.“Di solito accade che, se una tartaruga mangia qualcosa di artificiale che non può digerire, l’apparato digerente si blocca e il cibo inizia a fermentare e a produrre gas e la tartaruga galleggia”.
A Watamu ogni settimana volontari ripuliscono le spiagge e la clinica organizza campagne di sensibilizzazione, anche collaborando con le scuole, per insegnare ai bambini a prendersi cura e a salvare gli animali marini in pericolo.

Ecologia miliardaria

Una carriera nell’industria farmaceutica, poi la svolta ambientalista e l’idea che l’ha portata a mettere in piedi la più grande azienda di stoviglie e packaging alimentare “eco” di tutta l’India. Rhea Singhal, 36enne di Nuova Delhi, è il simbolo della lotta ai rifiuti di plastica che stanno soffocando la Terra. Singhal aveva 27 anni, una laurea in farmacologia e un lavoro nel marketing di un’importante casa farmaceutica, la Pfizer, quando ha deciso di cambiare rotta alla sua vita. Nel 2009 ha fondato Ecoware, una società che produce piatti, bicchieri, vassoi e contenitori per il cibo con una caratteristica comune: sono biodegradabili al 100%.
Al posto della plastica l’azienda usa biomasse, in particolare gli scarti agricoli che, se non fossero riciclati, sarebbero bruciati nei campi a fine raccolta. Questi prodotti, quando non servono più si buttano nel secchio dell’umido. Ecologica e miliardaria.