sabato 17 Agosto 2019

Ambiente

Repporto Onu clima territorio

La vendetta del clima negato, più povertà e migrazioni. Gli scienziati del clima hanno lanciato l’ennesimo allarme di fronte al riscaldamento globale e ai cambiamenti climatici. A Ginevra, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) dell’Onu ha presentato un rapporto speciale dedicato al rapporto tra uso del suolo e cambiamento climatico. Almeno mezzo miliardo di persone, spiega Ipcc, vive in aree dov’è in corso un processo di desertificazione. Terre aride e desertiche sono più vulnerabili ai cambiamenti climatici e a eventi estremi quali siccità, onde di calore, tempeste di polvere.

Risultato inevitabile

Caleranno la produzione agricola e la sicurezza delle forniture alimentari. A pagarne le conseguenze saranno soprattutto le popolazioni più povere di Africa e Asia, costrette ad emigrare. Ecco perché il flusso non può essere fermato, anche se chi cerca rifugio in Europa non può sapere che anche il Mediterraneo è – secondo gli scienziati che hanno redatto il report – ad alto rischio di desertificazione e incendi, e ciò che sta accadendo in Alaska e Siberia, estremo Nord, qualcosa già spiega.

Eventi atmosferici estremi

La stabilità delle forniture di cibo calerà a causa dell’aumento, della grandezza e della frequenza degli ‘eventi atmosferici estremi’, che spezzano la catena alimentare. Zone tropicali e subtropicali le più vulnerabili. Per gli scienziati che hanno redatto il rapporto (107 da 52 Paesi), alcune possibilità di mitigare il ‘climate change’ attraverso la tutela del territorio: conservazione degli ecosistemi, ripristino del territorio, riduzione della deforestazione (dall’Amazzonia alla Siberia).

Il riuso del suolo edificato

In Italia, intanto, governo in fin di vita, si perdono per strada promesse elettorali e impegni legislativi lasciati a metà, ricorda in una nota il Wwf. «Non si hanno più notizie del disegno di legge sul “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato” che nella passata legislatura, dopo essere stato approvato nel 2016 dalla Camera, si è interrotto al Senato». Una delle bandiera ammainate dal Movimento 5 Stelle, annota Luca Martinelli.

Trump negazionista climatico

Tra le ricerche citate dall’Ipcc nell’ultimo rapporto, quelle dello statunitense Lewis Ziska. Per oltre vent’anni, Ziska si è occupato dell’impatto del ‘climate charge’ sulla produzione agricola per il Dipartimento dell’Agricoltura statunitense, tanto che fino al 2014 aveva rappresentato direttamente gli Usa proprio nell’Ipcc. Ora lo scienziato, senior researcher, il più alto in grado, si è dimesso per il clima di censura e intimidazione instaurato dall’amministrazione Trump, scrive Andrea Capocci sul Manifesto.

Censure e intimidazioni

Per oltre vent’anni, Ziska si è occupato dell’impatto del cambiamento climatico sulla produzione agricola. La ricerca 2018 rivelava che l’aumento di CO2 nell’atmosfera stava erodendo il potere nutritivo di coltivazioni fondamentali per l’uomo come il riso. A repentaglio la salute di circa seicento milioni di persone al mondo. Ma il dipartimento Usa ha impedito alla rivista e al ricercatore di dare pubblicità ai dati, e bloccata la diffusione della ricerca.

Il negazionismo cambia parole

Tutto questo da quando Trump ha nominato come segretario all’agricoltura (ministro) il negazionista climatico Sonny Perdue. Per paura di perdere finanziamenti, denuncia Ziska, «nessun ricercatore voleva pronunciare parole come ‘cambiamento climatico’, si parlava di ‘incertezza climatica’ o di ‘eventi estremi’». Sondaggio dell’Unione degli scienziati: il 18% degli intervistati ha ammesso di aver ricevuto richieste per omettere l’espressione «cambiamento climatico» e il 20% di essersi auto-censurato.

AVEVAMO DETTO

Oltre Salvini-Di Maio
Oltre 30 anni di No-Tav
Treno veloce Torino Lione

Tav oltre la politica, costi-benefici e cose non dette
Sulla Tav Torino Lione, favorevoli o contrari che si possa essere, tanta polemica e battaglia politica, e pochi fatti. Marina Forte, giornalista esperta di questioni ambientali, prova a rimuovere vecchie polemiche e possibili preconcetti, riesaminando i fatto noti. Analisi costi-benefici voluta dal contestato ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli e affidata a una commissione di sei esperti presieduta dall’economista Marco Ponti. Tra loro anche Pierluigi Coppola, l’unico che non ha sottoscritto le conclusioni e merita quindi particolare attenzione. «Dopo molte anticipazioni e speculazioni, il dossier è stato pubblicato dal ministero. E traccia un bilancio negativo: calcola che i costi dell’opera superano i benefici di sette miliardi di euro previsti nell’ipotesi definita “realistica” (le altre oscillano tra un minimo di 5,7 e un massimo di 8 miliardi)».

Costi e benefici tra
passeggeri e merci

Subito un po’ di storia. Le ‘previsioni di traffico’. Trent’anni fa, linea veloce fu pensata per i passeggeri, per connettere Torino e il nord Italia alla rete ad alta velocità francese. «Poi l’accento è passato dai passeggeri alle merci, con un sistema misto “ad alta capacità”», e siamo alla prima confusione. Dai passeggeri alle merci «per trasferire il trasporto delle merci dalla strada alla ferrovia, con vantaggio per i consumi energetici, la congestione stradale, l’inquinamento e le emissioni di gas di serra». Sintesi perfetta di Marina Forti, col dubbio finale di tutti: il traffico sulla direttrice Torino-Lione giustifica la quantità di miliardi in parte già spesi?

Due ipotesi di traffico, prima

Le vecchie previsioni 2011 e 2017 commissionate dalla presidenza del consiglio. Come base, l’ipotesi che il traffico merci aumenti del 2,5 per cento ogni anno nei prossimi trent’anni, e che la nuova ferrovia assorba un po’ del traffico di merci che oggi passa attraverso i passi del Sempione e del Gottardo verso la Svizzera, e un terzo di quello che transita per Ventimiglia e per il traforo del Frejus verso la Francia. E i conti sulle ipotesi dicono che il traffico merci su rotaia dovrebbe crescere di circa venti volte in quarant’anni, e una moltiplicazione ancora maggiore per i passeggeri (700mila a 4,6 milioni di persone sulla lunga distanza, raddoppio regionale da 4 a 8 milioni).

Seconda ipotesi, e Ponti frena

Ma un’analisi costi-benefici non è una scienza assoluta, premette l’attenta cronista. Dipende da cosa si include tra i costi e cosa tra i benefici. Previsioni irrealistiche secondo la commissione presieduta da Ponti. Nuova ipotesi, decisamente più cauta, sui dati degli attuali flussi di traffico nazionali ed europei. Il traffico merci che cresce solo di una volta e mezzo l’anno, tagliando a metà la previsione ministeriale precedente. Passeggeri idem. Conti finali, “valore attuale netto economico” della nuova opera sarebbe negativo, anche aggiungendo cosa costerebbe bloccare il progetto (ripristinare i luoghi dove sono già stati aperti dei cantieri, più le penali per i contratti già firmati , stimate tra 1,3 e 1,7 miliardi di euro).

Critiche ambientaliste

Primo litigio, cosa si mette tra i costi e cosa tra i benefici. La commissione Ponti mette tra i costi il mancato introito fiscale sul carburante e sui pedaggi autostradali. 1,6 miliardi in meno da carburanti, 3 in meno da autostrade. Inciampo da troppa ragioneria contabile rispetto all’ambiente? Valutazione contemporanea su decongestione autostrade, rumore, qualità dell’aria, emissioni di gas serra. Contabilità avara: tra 500mila e 700mila tonnellate di anidride carbonica in meno all’anno rispetto a oggi. «Appena lo 0,5 per cento delle emissioni che ogni anno produce il sistema nazionale dei trasporti in Italia», annota Marina Forti, assieme al fatto che lo studio è già entrato ‘nel tritatutto dello scontro politico’, e considerato ‘di parte’.

I favorevoli non politici

Tra i favorevoli a farla, ci sono dodici associazioni imprenditoriali che sostengono l’opera per ‘restare competitivi’ e per avvicinare l’Italia all’Europa. Resta il dubbio che il traffico merci sulla ferrovia Torino-Lione è in calo. Oggi 38 treni merci al giorno per circa tre milioni di tonnellate di merci ogni anno. Alternative? Anna Donati, ambientalista ed esperta in sistemi di trasporti ricorda lo Studio tecnico anno 2000 delle ferrovie Italo-Francesi. Modernizzare la linea esistente per portare il traffico dagli attuali 38 a 150 treni merci al giorno, 20 milioni di tonnellate l’anno”. Annotazione finale di Marina Forti, «Da tempo sembra che le strategie europee dei trasporti puntino sulle direttrici sud-nord, dall’asse Milano-Svizzera a quello del Brennero. Ma è difficile ragionarci: il Tav è e rimane ostaggio dello scontro politico».

Cosa fare di corsa
oltre gli scongiuri

Forse il destino segnato, ma speriamo sia una esagerazione. Resta il fatto che il cambiamento climatico sul pianeta è una realtà ormai acclarata (con qualche dubbio di Trump), e le sue conseguenze sono oggetto di dibattito, ma ogni studio giunge alla stessa conclusione: se non si attuano politiche ambientali diverse nel giro di pochi anni il destino del pianeta appare segnato.
Non fa eccezione un report realizzato dal Breakthrough National Centre for Climate Restoration, un centro di ricerca e innovazione di Melbourne, in Australia. Gli autori del documento, David Spratt, direttore della ricerca di Breakthrough, e Ian Dunlop, un ex dirigente della Royal Dutch Shell, anche a capo dell’Australian Coal Association, delineano uno scenario più che catastrofico: la vita sulla terra potrebbe estinguersi entro il 2050.

A cosa andiamo incontro

La tesi di fondo è che le conseguenze estreme di un simile sconvolgimento sono altamente probabili ma difficili da quantificare. Vengono analizzati i trend attuali di inquinamento deducendone che una crisi climatica è sempre più vicina e ciò porterà al crollo delle nazioni e dell’ordine internazionale.
Il killer dell’umanità sarà il riscaldamento globale, se infatti si continuerà con i ritmi attuali d’inquinamento il destino è segnato, verranno raggiunti i 3 gradi centigradi di innalzamento delle temperature, da qui il collasso totale di ecosistemi come la barriera corallina, la foresta amazzonica e l’Artico.
Il risultato di tutto ciò sarebbe devastante. Viene stimato che almeno un miliardo di persone sarebbe costretto a migrare, altri due miliardi vivrebbero comunque in condizioni in scarsità idrica. L’agricoltura collasserebbe nella regione sub tropicale e la produzione di cibo si ridurrebbe drammaticamente a livello mondiale. Si assisterebbe al crollo di nazioni come Cina e Stati Uniti.

Cosa sanno i militari?

Il documento prodotto dal Breakthrough può contare sull’introduzione scritta da un personaggio d’eccezione, l’ammiraglio in pensione Chris Barrie, Capo delle Forze di Difesa Australiane dal 1998 al 2002 ed ex vice capo della Marina. Barrie attualmente lavora per il Change Institute alla Australian National University di Canberra. Nel suo scritto loda lo studio per aver messo «nero su bianco la verità nuda e cruda sulla situazione disperata in cui gli esseri umani e il nostro pianeta si trovano, dipingendo un quadro inquietante della possibilità concreta che la vita umana sulla terra possa essere a un passo dall’estinzione, nel modo peggiore possibile.»

Allarme degli scienziati

Il cambiamento climatico ha effetti devastanti anche sulla salute dell’uomo. Un allarme sempre più frequente che arriva da studi condotti dalla comunità scientifica internazionale. Ora è la volta di un appello lanciato ben 27 Accademie europee nel quale i ricercatori si rivolgono agli stati del “vecchio continente”.
La sollecitazione chiede decisioni politiche urgenti per proteggere la salute delle popolazioni. Secondo il ‘Consiglio delle Accademie europee delle scienze’, l’Easac, esiste una”gamma allarmante di rischi per la salute dovuti ai cambiamenti climatici, e i benefici che si hanno dalla rapida eliminazione dei combustibili fossili”.

Ridurre i gas serra

Gli sforzi – sottolinea l ‘Easac (che riunisce le Accademie degli Stati Ue e di Norvegia e Svizzera) – devono essere compiuti “ora, subito,  per ridurre le emissioni di gas serra e per stabilizzare il clima”. In cima alle priorità c’è la ‘decarbonizzazione’. Su questo tema si registrano però i veti incrociati di numerosi paesi, prima fra tutti la Germania ancora legata all’estrazione e all’impiego di combustibili fossili, così come le nazioni dell’est Europa.
Eppure la sostituzione di questo tipo di produzioni risulterebbe conveniente anche dal punto di vista economico. Diversi studi scientifici dimostrano come l’impatto dei cambiamenti climatici e il peggioramento della salute umana, hanno effetti pesanti sulle politiche di welfare come la sanità per la salute dell’uomo, e per i danni ambientali causati dai fenomeni meteorologici estremi.
Le soluzioni per fermare i rischi di un peggioramento della situazione, sarebbero a portata di mano, “occorre solo la volontà politica” spiegano gli accademici. Con le emissioni di gas serra attuali è previsto per la fine del secolo un aumento della temperatura media globale di oltre 3 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali.

Salute a rischio  per l’Europa

Le conseguenze delle temperature sempre più elevate saranno quelle di un maggior tasso di mortalità prematura, un aumento di malattie respiratorie e di allergie. Ma, se possibile, c’è di più. L’inquinamento atmosferico infatti si riflette sulla ‘sicurezza alimentare’, modificando la diffusione di alcune malattie infettive (tra cui quelle trasmesse da zanzare, cibi e acqua contaminati); oltre a un rischio crescente di migrazione forzata di intere popolazioni.
Attualmente nella Ue le morti attribuite a smog e agenti inquinanti sono 350.000 all’anno, 500.000 invece quelle connesse a tutte le attività dell’uomo. Per far fronte a tutto questo, in attesa che gli Stati riescano a trovare un accordo, gli scienziati raccomandano diete più sane e più sostenibili con un maggiore consumo di frutta, verdura e legumi e un ridotto consumo di carne rossa per mitigare il peso delle malattie non trasmissibili e le emissioni di gas serra.

 

Addio alle bianche scogliere

Addio alle bianche scogliere di Dover? Uno dei luoghi più famosi del mondo potrebbe sparire, sommerso dall’innalzamento delle acque del mare dovuto allo scioglimento dei ghiacciai artico.
E’ l’avvertimento arrivato dall’agenzia inglese per l’ambiente, l’Enviroment Agency. Secondo uno studio pubblicato dal quotidiano britannico Guardian, insieme alla Bbc, le comunità costiere potrebbero dover abbandonare case ed attività entro la fine del secolo.
Le previsioni descrivono uno scenario da catastrofe, se continuerà la tendenza che vede le temperature globali aumentare da 2 a 4 gradi entro il 2100, intere fasce costiere dovranno essere evacuate dalla popolazione  e saranno completamente allagate.

Barriere insufficienti

Le autorità stanno già pensando a come affrontare la situazione. Per Howard Boyd, direttrice dell’Agenzia per l’ambiente, il governo britannico dovrebbe cominciare ad investire denaro nella costruzione di un sistema di difesa. E’ stato stimato che , almeno nella fase iniziale, si dovrebbero spendere almeno un miliardo di sterline all’anno.
Tuttavia nonostante l’impiego massiccio di capitali le barriere potranno solo ritardare l’inevitabile a meno che non si cambi totalmente politiche tali da invertire il cambiamento delle temperature. In questo senso il Parlamento inglese, sotto la grande protesta di Extinction Rebellion che ad aprile ha paralizzato Londra per una settimana, ha votato una risoluzione che proclama l’emergenza climatica.

Cambiare politica energetica

Prese di posizioni che però sembrano rimanere simboliche e poco efficaci, la stessa Boyd ha riconosciuto che si tratta di una guerra che non si può vincere e che «le dimensioni della minaccia sono tali che bisogna già pensare a come incoraggiare la popolazione ad abbandonare le proprie case e a trasferirsi altrove».
Gli scienziati infatti si aspettano una sempre maggiore erosione delle zone costiere con frequentissimi eventi estremi, piogge e tempeste anomale. Lo studio calcola inoltre che, per ogni persona che subisce un allagamento, altre 16 soffriranno danni come perdita di elettricità, trasporti e comunicazioni.
Le associazioni ambientaliste hanno visto nelle previsioni dell’Enviroment Agency la conferma che difendersi dal cambiamento climatico non basta. Per Friends of the Earth: «bisogna  attaccare, cambiando politica energetica e ambientale per ridurre le emissioni nocive e affrontare il problema alla radice».

 

Greta Thunberg a Roma
‘Il Papa mi ha detto di andare avanti’

Greta dal Papa a parlare del futuro che noi adulti stiamo minacciando
Greta Thunberg, la giovane attivista svedese diventata il simbolo della protesta contro i mutamenti climatici, è arrivata a Roma accompagnata dalla madre Malena Ernman, è scesa alla Stazione Tiburtina con il suo cartellone “Skolstrejk for Klimatet”, zaino in spalla e le treccine legate. Subito si è recata in piazza San Pietro dove, al termine dell’Udienza generale, si è incontrata con papa Francesco.

Una calorosa stretta di mano

Tra papa Francesco e Greta ci sono stati una calorosa stretta di mano e un breve scambio di battute. Greta, da dietro la transenna ha mostrato al Papa, molto sorridente, un cartello bianco con la scritta “Join the climate strike” (Unitevi allo sciopero per il clima).

Cronaca Vaticana

«Il Santo Padre ha ringraziato e incoraggiato Greta Thunberg per il suo impegno in difesa dell’ambiente, e a sua volta Greta, che aveva chiesto l’incontro, ha ringraziato il Santo Padre per il suo grande impegno in difesa del creato», ha spiegato il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti.

Giovani a spingere gli adulti

Greta sul ruolo dei giovani a difesa dell’ambiente. «Ci sono molte cose che i giovani possono fare per migliorare la situazione: soprattutto fare pressione sulle persone al potere e sugli adulti, perché sono coloro che possono avere più influenza. Ma ci sono anche cose che si possono fare a livello individuale per cambiare le proprie abitudini, cercando di vivere nel modo più neutro possibile dal punto di vista delle emissioni di carbonio.
La cosa più importante che possono fare è cercare di capire la portata della situazione, che cosa sta succedendo e il motivo per cui devono lottare per fermare ciò che sta avvenendo. Non mi dispiace fare quello che faccio. Sul piano personale sono contenta di fare qualcosa che è importante, per cui mi sento utile, necessaria».

Il Papa e l’ambiente

Il tema ambientale è importante all’interno del pontificato di Francesco, ricorda Paolo Rodari. L’enciclica ‘Laudato sì’, nella quale esprime la sua preoccupazione per la cura del creato. Come i suoi predecessori Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ptrecisano a ‘vaticanisti’, anche Francesco insiste sulla questione del rapporto dell’umanità con la creazione, richiamando gli interventi in materia del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, e la figura di san Francesco di Assisi.
Per Francesco “abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti”.

Greta a Roma

Greta è arrivata a Roma in treno accompagnata dalla madre Malena Ernman, è scesa alla stazione Tiburtina di Roma con il suo cartellone “Skolstrejk for Klimatet”, zaino in spalla e le treccine legate. Nessuna dichiarazione. Solo un grazie a tutti da parte della mamma.
«Ci stiamo organizzando per un incontro con Greta al più presto. La seguo molto. Per noi quello che sta facendo è importantissimo: non in quanto Greta ma perché rappresenta tutti i giovani del mondo e quindi anche i giovani italiani», ha annunciato ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, su un possibile incontro con la giovane.
Anche Legambiente accompagnerà Greta venerdì alla manifestazione in piazza del popolo, insieme a tanti giovani e studenti del movimento Fridays for future.

Stop regali alle lobby del fossile

«Basta con gli incomprensibili regali alla lobby del petrolio che inquina il clima del pianeta e l’aria del nostro paese -polemizza Legambiente rivolta al ministro dello Sviluppo economico Luigi di Maio- Risponda con il documento di economia a finanza ai ragazzi che scioperano, chiudendo i rubinetti del denaro pubblico a chi alimenta i cambiamenti climatici».
«Per salvare il clima e aiutare il pianeta servono coraggio e responsabilità e l’Italia deve fare la sua parte, dicendo basta ai paradossi e alle scelte anacronistiche. Siamo il paese del sole e delle fonti pulite sempre più competitive, ma finanziamo di più le fonti fossili rispetto alle rinnovabili».

AVEVAMO DETTO

Papa Francesco ecologista e l’enciclica sull’ambiente. Attacchi e giochi sporchi

Greta tradita

Greta tradita. Le grandi manifestazioni per il clima e contro le politiche inquinanti del 15 marzo, chiedevano ai governi ed alle istituzioni nel mondo di fermare la spirale che sta portando il pianeta verso il precipizio. Ispirati dalla giovane attivista svedese Greta Thumberg, milioni di giovani sono scesi in piazza aspettando risultati concreti. In questo senso i leader europei qualcosa hanno prodotto un documento che va nel senso contrario a quello auspicato: la fine dell’uso di carbone entro il 20150 non avverrà.

Hanno vinto gli interessi economici

Un senso ostinato e contrario dunque, determinato dagli interessi di alcuni paesi che non ne vogliono sapere di rinunciare ai combustibili fossili. La Germania, insieme a Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, hanno così bloccato una decisione più volte annunciata e che doveva scaturire dal vertice europeo del 22 marzo. I veti contrapposti hanno bloccato tutto e così Francia, Spagna, Olanda, Portogallo, Lussemburgo, Svezia, Danimarca, Finlandia, Belgio, sono stati messi in minoranza. Un certo peso ha avuto anche la posizione italiana cioè quella di non assumere nessuna decisione.

Scontro tra Francia e Germania

Lo scontro più forte è stato quello andato in scena tra il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Le parole dell’inquilino dell’Eliseo sono state chiare: «il compromesso trovato a Bruxelles è altamente insufficiente, non risponde con chiarezza agli impegni assunti a Parigi nel 2015, nè alle le sfide identificate scientificamente dai migliori esperti, nè alla legittima impazienza dei giovani».

Un documento inutile

Il documento redatto dai 28 paesi dell’Unione è infatti interlocutorio e non lascia presagire sviluppi positivi. Nel vertice ci si è limitati a indicare «l’importanza della presentazione da parte della Ue, entro il 2020, di una strategia ambiziosa a lungo termine che miri alla neutralità climatica in linea con l’accordo di Parigi, tenendo conto nel contempo delle specificità degli Stati membri e della competitività dell’industria europea». Praticamente nulla.

Furia ambientalista

Le reazione ambientaliste sono a dir poco furiose, vengono disattesi impegni presi solennemente anche davanti a quella Greta Thumberg vezzeggiata non senza ipocrisia proprio dai leader del continente. Una nota di Greepeace sottolinea come la «riluttanza di Germania e Italia e l’opposizione di Polonia, Ungheria e Repubblica ceca hanno impedito l’adozione di un piano per la piena decarbonizzazione dell’economia al 2050. I governi europei perdono tempo sul cambiamento climatico mentre centinaia di migliaia di persone scendono in strada per dare un futuro all’umanità». Dello stesso tenore la posizione di Wwf e del Climate Action Network che scrivono: «Ancora una volta, dai Capi di stato europei una doccia fredda per cittadini e scienziati con conclusioni che sono prive di significato».

 

Disastro ecologico fantasma

Disastro ecologico. Martedì scorso un mercantile italiano, il Grande America, del gruppo Grimaldi, a seguito di un violento incendio sviluppatosi due giorni prima, si è inabissato a 180 miglia dalla costa francese della Bretagna. Un evento che non dovrebbe passare inosservato sebbene, al momento, la notizia non è alla ribalta delle cronache. La nave trasportava 365 container, 45 dei quali con merci classificate come ‘materie pericolose’, oltre a 2.210 auto nella stiva con relativo carburante. I 27 membri dell’equipaggio sono tutti stati tratti in salvo.

Ora una chiazza di petrolio lunga una decina di chilometri è stata avvistata al largo de La Rochelle e sta raggiungendo la terraferma trascinata da vento e correnti marine. L’evento è stato confermato dalla Préfecture maritime de l’Atlantique, il corpo di polizia francese che ha giurisdizione sulle tratte marittime.

Carico tossico

Le preoccupazioni per l’ambiente stanno intanto aumentando di ora in ora. Innanzitutto il punto in cui è affondato il mercantile raggiunge i 4600 metri di profondità e recuperare il relitto sarà un’impresa molto difficile. Già all’indomani dell’incidente l’organizzazione ambientalista Robin de Bois aveva rilasciato un comunicato nel quale traspariva la preoccupazione sul carico della nave.

E’ il sito Gli Stati Generali a riportare le dichiarazioni degli ambientalisti su ciò che è affondato insieme al cargo italiano: «automobili e altri veicoli usati, rimorchi e macchinari per lavori pubblici, rifiuti “da riciclare”, rimorchi pieni di pneumatici, alcuni container che trasportano materiali pericolosi destinati a grandi cantieri in Africa occidentale o alle miniere».

Anche la Prefettura marittima ha confermato che la Grande America era letteralmente stipata di automobili caricate ad Anversa e Amburgo, diretta  prima a Casablanca e poi in Senegal, Guinea, proseguendo verso il Brasile, Argentina e Uruguay. Il pericolo maggiore risiede proprio nei rottami automobilistici, batterie e materiali tossici, plastica e schiume che risaliranno in superficie. Inoltre è altamente probabile che i carburanti delle auto si aggiungano al gasolio della nave.

Indagine sottomarina

Che esista un fondato pericolo di disastro da inquinamento è confermato anche dal gruppo Grimaldi che ha inviato i suoi esperti per l’emergenza sul mare del naufragio. Le operazioni di recupero dei container ancora galleggianti sono coordinati dalla nave Union Lynx di Anchor Handling Supply che sta anche controllando la fuoriuscita di carburante. E’ prevista anche un’indagine sottomarina svolta dalla nave Pourquoi Pas equipaggiata con un sistema Rov (Remotely operated vessel), un robot subacqueo che può perlustrare i fondali marini.

Inquinamento assassino
e Capi di Stato vergogna

Inquinamento assassino in ¼ delle morti premature nel mondo
Un quarto delle morti premature e delle malattie in tutto il mondo è legato all’inquinamento e ai danni all’ambiente causati dall’uomo, scrive l’Onu in un rapporto, presentato oggi a Nairobi, sullo stato del pianeta. «Le emissioni inquinanti nell’atmosfera, di sostanze chimiche che contaminano l’acqua potabile e la distruzione accelerata degli ecosistemi fondamentali per la sopravvivenza di miliardi di persone causano una sorta di epidemia globale che ostacola anche l’economia», si legge nella relazione.
Il rapporto sul ‘Global Environment Outlook’, su cui hanno lavorato 250 scienziati provenienti da 70 Paesi per sei anni, denuncia anche un crescente divario tra Paesi ricchi e poveri: l’eccessivo consumo dilagante, l’inquinamento e lo spreco alimentare nel mondo sviluppato portano a fame, povertà e malattie nelle aree meno sviluppate.

Più povertà, peggiori consumi

Cattive condizioni ambientali «causano circa il 25% delle malattie e mortalità globali», e parliamo di circa 9 milioni di morti solo nel 2015. L’inquinamento atmosferico -si legge sempre nel rapporto- causa 6-7 milioni di morti premature all’anno. Mancando l’accesso alle forniture di acqua potabile, 1,4 milioni di persone muoiono ogni anno a causa di malattie prevenibili come diarrea e parassiti legati all’acqua contaminata e alle scarse condizioni igienico-sanitarie.
Le sostanze chimiche sversate nei mari causano effetti «potenzialmente multi-generazionali» sulla salute, mentre il degrado del terreno attraverso l’agricoltura intensiva e la deforestazione avviene in aree della Terra che ospitano 3,2 miliardi di persone. Il danno al pianeta è talmente grave che la salute delle persone sarà sempre più minacciata a meno che non venga intrapresa un’azione urgente. Asia, Medio Oriente e Africa potrebbero vedere milioni di morti premature entro il 2050.

Gas serra snobbato da Trump

Mentre le emissioni di gas serra continuano a salire tra siccità, inondazioni e tempeste aggravate dall’aumento dei livelli del mare, c’è un crescente consenso politico sul fatto che i cambiamenti climatici rappresentino un rischio per il futuro di miliardi di persone. I leader mondiali nel 2015 avevano raggiunto l’accordo sul clima di Parigi, che ha visto ogni nazione promettere azioni per ridurre le emissioni nel tentativo di limitare l’aumento del riscaldamento globale a 1,5 gradi.
Poi, come è noto, il più riccco e potente Paese al mondo sotto la guida di Donald Trump, gli Stati Uniti, hanno rotto il patto. Tuttavia gli effetti dell’inquinamento sulla salute sono ancora poco conosciuti. Né vi è alcun accordo internazionale per l’ambiente simile a quello di Parigi per il clima (che Trump possa rompere).

I numeri di una guerra
dall’università di Magonza

Fabio Di Todario su La Stampa fa il bilancio di una guerra feroce. Quasi nove milioni nel mondo, poco meno di ottocentomila soltanto in Europa i morti provocati ogni anno dall’inquinamento atmosferico. Il doppio di quelli che in realtà immaginavamo fino a oggi, denunciano i ricercatori dell’Università di Magonza, in Germania, confermati dall’International Council on Clean Transportation.
Nel 2015 sarebbero stati 790mila i decessi dovuti all’inquinamento in tutta Europa (659mila nei Paesi Ue). Tra le cause di morte, al primo posto le malattie cardiovascolari e gli ictus: una quota tra il 40 e l’80 per cento del totale, più del doppio di quella rilevata per le malattie respiratorie.

Inquinamento peggio delle sigarette?

Il rapporto, che ha il limite di una stima, azzarda come l’inquinamento atmosferico possa provocare più decessi rispetto al fumo di sigaretta. Con la differenza che per il fumo ognuno sceglie, ma se vivi in un luogo inquinato non può evitare di respirare. Globalmente, l’inquinamento determina 120 morti in più ogni centomila abitanti. Media europea peggiore, con 133 decessi sugli stessi 100 mila.
Ma nel Vecchio Continente, i tassi di mortalità più elevati sono registrati negli stati dell’Est: in Bulgaria, Croazia, Romania e Ucraina si supera la quota dei 200 decessi ogni centomila abitanti. Germania (154) davanti alla Polonia (150), all’Italia (136), alla Francia (105) e al Regno Unito (98). Tassi di inquinamento assieme a standard di cure in Stati dove l’aspettativa di vita è generalmente più alta.

L’inquinamento fa male al cuore

Nella miscela di sostanze inquinanti presenti nell’aria, peggiori le particelle ultrafini (il cosiddetto PM 2,5). L’Organizzazione Mondiale della Sanità, prevede dal 2030 250mila decessi l’anno per malattie conseguenze dell’effetto serra e particelle ultrafini la cui concentrazione nell’aria non dovrebbe mai superare i 10 microgrammi per metro cubo. In Europa, la media è sui 25. Dimezzare le emissioni come? «Rispettando l’accordo di Parigi, la mortalità dovuta all’inquinamento potrebbe ridursi fino al 55 per cento», affermano gli scienziati.
Cuore mio. Finora l’azione degli inquinanti pensata soprattutto a livello respiratorio, e invece c’è di mezzo il cuore e delle arterie con problemi di pressione sanguigna e insufficienza cardiaca con più ictus e infarti.
E non servono scongiuri ma qualche attenzione alla salute in più.