mercoledì 20 febbraio 2019

Ambiente

Acqua sempre più scarsa

Acqua, dissalatore italiano low cost. Entro il 2025, secondo stime elaborate dalla Fao, almeno 2miliardi di persone nel mondo potrebbero trovarsi nella situazione di non disporre di acqua potabile sufficiente durante la giornata. Si tratta di proiezioni impressionanti sia per l’entità delle cifre sia per il tempo esiguo che rimane a disposizione per trovare soluzioni. Nel frattempo i cambiamenti climatici e l’effetto serra stanno provocando desertificazione o fenomeni atmosferici violentissimi che fanno prefigurare un futuro che potrebbe rivelarsi nefasto.

La soluzione italiana

Inoltre l’acqua rappresenta la risorsa per la quale sono in corso alcuni conflitti, a bassa intensità, ma continui, come quello tra Pakistan e India o tra israeliani e palestinesi. Per questo motivo diversi team di scienziati sono al lavoro nelle università e centri di ricerca sul pianeta. Non fa eccezione l’Italia dove sembrerebbe essere stata trovata almeno una parte delle possibili soluzioni. Un team di ingegneri, al lavoro nel Clean Water Center del Politecnico di Torino, ha messo a punto una semplice  macchina che produce letteralmente acqua potabile. In che modo? Riuscendo a dissalare l’acqua del mare. Sembrerebbe l’uovo di Colombo ma non è così.

Sfruttare mare e sole

In realtà rimuovere il sale dall’acqua di mare richiede una quantità di energia da 10 a 1000 volte maggiore rispetto ai tradizionali metodi per rifornirsi di acqua dolce, ossia deviare i fiumi o si di pompe idrauliche come quelle per i pozzi. Un problema enorme sul quale i ricercatori italiani stanno studiando un metodo apparentemente semplice: usare il calore del sole.
Eliodoro Chiavazzo, Francesca Viglino, Matteo Fasano, Matteo Morciano e Pietro Asinari del Dipartimento Energia dell’ateneo torinese hanno così costruito un prototipo di dissalatore capace di trattare l’acqua marina. Gli scienziati hanno preso spunto dalla natura studiando a fondo come le piante riescono a trasportare l’acqua dalle radici alle piante depurandola.
La soluzione sta nella creazione di membrane porose che una volta riscaldata l’acqua salata separano quella potabile evaporata impedendo che si rimescoli. I primi esperimenti sono stati compiuti a Varazze, in Liguria. I risultati delle sperimentazioni sono stati molto soddisfacenti: si riescono a produrre fino a 20 litri al giorno di acqua potabile per ogni metro quadrato esposto al sole.

Costi bassi e applicazioni infinite

Nessun costoso macchinario dunque, una produzione di acqua a basso costo che potrebbe rappresentare una vera e propria svolta soprattutto in quei paesi colpiti da siccità frequenti o calamità naturali. Ovviamente si stanno cercando anche dei finanziatori per accelerare il lavoro ma a questo punto le applicazioni di questo metodo potrebbero essere notevoli. Si pensi ad esempio a coste isolate difficili da raggiungere per trasportare acqua. Ma un passo successivo potrebbe essere poi la costruzione di orti galleggianti in zone sovrappopolate. Inoltre si potrebbe ovviare all’eccessivo sfruttamento delle falde che causa spessa intrusioni saline o trattare acque inquinate da impianti industriali o minerari.

 

 

 

 

 

 

Festeggiare se la fine del mondo
è rinviata sino ai nostri nipoti?

Sul clima tutta la follia del mondo. I quasi 200 Paesi che avevano firmato l’accordo di Parigi nel 2015 hanno chiuso la Conferenza Onu sul clima, la ‘Cop24’, la Conference of Parties numero 24, a Katowice, in Polonia, con un accordo decisamente poco ambizioso. Qualche buon proposito e pochi impegni vincolanti. E tutto questo nonostante i recenti moniti degli scienziati sull’urgenza di agire per frenare il climate change, -una dozzina di anni prima che si verifichino eventi naturali estremi-, non è stato facile mettere d’accordo tutti i Paesi, da quelli produttori di petrolio a quelli meno sviluppati che vogliono crescere e sono fra i più vulnerabili. Così la risposta non è all’altezza della sfida.

Stupidità della politica internazionale
l’Internazionale della stupidità

Alla fine di negoziati infiniti, partiti il 3 dicembre, si è concordato sul fatto che il 2020 sarà l’anno in cui i paesi presenteranno piani climatici più rigidi. Sempre qualcosa dopo. Mentre il summit Onu del 2019 sul clima -la Cop25- che si terrà in Cile nel 2019 (con un pre-Cop in Costa Rica), sarà / dovrebbe essere l’occasione per i capi di Stato di dimostrare di non essere dei deficienti, e di voler rafforzare gli sforzi entro il 2020. Il ‘Rulebook’, il regolamento di 100 pagine che è stato firmato a Katowice, rende operativo l’accordo di Parigi che indicava l’obiettivo di contenere entro fine secolo l’aumento della temperatura nei 2 gradi, meglio 1,5, rispetto ai livelli preindustriali.

Norme comuni, controlli,
altrimenti interviene l’Onu?

I Paesi -ci dicono- ‘hanno concordato norme comuni che garantiranno maggiore controllo e trasparenza sui progressi dell’azione globale contro il global warming’, ma come? Le nazioni sviluppate hanno promesso di aumentare i finanziamenti per il clima per dare maggior fiducia a quelle più vulnerabili dalle minacce provocate soprattutto dai Paesi più responsabili delle emissioni di gas serra. E il fretta, prova a ripetere Antonio Guterres, il segretario generale Onu: «La scienza ha chiaramente dimostrato che abbiamo bisogno di maggiore ambizione per sconfiggere il cambiamento climatico. D’ora in poi 5 priorità: ambizione, ambizione, ambizione, ambizione e ambizione». Speriamo in bene.

Delusi, Cassandre o realisti?
Mancano impegni e scadenze

Il segretario delle Nazioni unite che deve fare l’ottimista anche per incoraggiamento didattico. Gli anbientalisri veri invece non festeggiano. A parlare per i delusi è Greenpeace secondo cui a Cop24 «non è stato raggiunto alcun impegno collettivo chiaro per migliorare gli obiettivi di azione sul clima, i cosiddetti Nationally Determined Contributions. Non puoi più incontrarti per dire che non puoi fare di più!». Infatti la decisione finale ripete la richiesta di aggiornamenti degli impegni entro il 2020, già formulata a Parigi. «Gli Stati hanno fatto progressi, ma ciò che abbiamo visto in Polonia è una fondamentale mancanza di comprensione dell’attuale crisi», rilancia il WWF, ricordando i soli 12 anni per agire.

In Polonia, a Katowice,
la Conferenza sul clima

E non passa giorno in cui gli organismi scientifici internazionali non producano studi sui cambiamenti climatici in corso e i riflessi devastanti sulle popolazioni. Presto, in mancanza di provvedimenti radicali, si potrebbe assistere ad una catastrofe planetaria. In questo senso però la politica, gli stati, non trovano accordi e si scontrano in una competizione economica miope, è l’accusa del movimento ambientalista, che sembra ritrovare  nuovo slancio. Movimenti popolari di varia natura stanno nascendo in diverse parti del mondo.

Remocontro ha intervistato Francesco Martone, già presidente di Greenpeace Italia, associato del Transnational Institute di Amsterdam e consulente politico per le delegazioni indigene nelle conferenze Onu sul clima.

Attualmente, dopo tanti disastri naturali compresi quelli provocati dal maltempo in tutto il mondo e gli avvertimenti della comunità scientifica , il dibattito sulle tematiche ambientali sembra essere tornato di nuovo al centro. Solo paura o nuova consapevolezza?

La fase che stiamo attraversando credo sian ormai nella massima espansione del modello ‘estrattivistico’, il capitalismo che tende a prosciugare ogni organismo che abbia valore, vedi i combustibili fossili e minerali, e questo comporta un’aggressione ai territori non solo del sud del mondo. Si cerca di estrarre valore per continuare a proporre un modello di sviluppo che, sia gli ambientalisti che la comunità scientifica, riconoscono essere quasi ad un punto di non ritorno.  Ciò impone non solo una presa d’atto ma decisioni drastiche in controtendenza.

Quindi si deve ragionare sul modello di sviluppo?

C’è una crisi delle società capitalistiche a livello globale ma anche dei meccanismi di welfare, che sta minando gli assetti democratici sia a livello nazionale che europeo. Quello che sta succedendo in Francia con i gilet gialli dimostra sicuramente una capacità di mobilitazione, ma se si legge in filigrana si vede come a livello di analisi c’è una negazione totale della questione ecologica.

E’ una critica al movimento dei gilet gialli?

Ci sono rivolte popolari contro questa “carbon tax”, in un paese come la Francia che non ha mai avuto una forte cultura ecologista, basti pensare all’impianto illuminista che vede l’uomo al centro dell’universo usare le risorse della natura. Poi c’è il fatto che a livello energetico quel paese da sempre è dipendente dall’energia nucleare.

Le rivendicazioni del movimento francese sono così tanto slegate dalle questioni ecologiche?

In realtà il movimento dei gilet gialli esprime una contrarietà alle ricadute del modello capitalistico che si esprime attraverso l’abbattimento del welfare. La Francia è in una situazione di indebitamento pubblico estremamente  elevata. Il Paese cerca di proporsi come cardine per mantenere in piedi ciò che resta dell’Unione Europea. Inoltre si avvicinano le elezioni europee e Macron si era proposto come capofila di un raggruppamento liberal conservatore che potesse fare da argine al populismo.

Una missione fallita allora vista l’esplosione della contestazione?

Si perché intanto, chi oggi tenta di difendere i diritti fondamentali, quelli dei migranti, di cittadinanza e si oppone alle politiche di austerity non rientra in questo schema.

Macron però sta tentando di mettere in piedi qualche provvedimento legato alla transizione ecologica.

Non vanno dimenticate due cose relative alla Francia, innanzitutto le dimissioni del ministro dell’ambiente Bernard Hulot che vide deluse le aspettative relative alla transizione ecologica. Inoltre, giusto due anni fa, cominciava la  conferenza sul clima di Parigi che ha sancito un accordo, al quale tutti paesi dovrebbero in teoria attenersi, riguardante la riduzione delle emissioni di gas inquinanti. Quindi evidentemente anche la Francia sente una certa responsabilità.

Gli accordi sul clima non hanno più quell’importanza che sembravano avere?

Se si osservano più da vicino gli accordi che si stipulano durante le conferenze sul clima, si vede che si tratta di intese che riguardano il commercio di emissioni o investimenti sulle energie rinnovabili. Quanti soldi da spendere a ridurre emissioni, quanti sulla energie rinnovabili prima di farle rendere.
Ad oggi è stata una partita che si sono sempre giocati Cina e Stati Uniti. Con l’uscita degli Usa dall’accordo di Parigi, forse l’Europa potrebbe riprendere un ruolo centrale in termini di un assetto multilaterale, da leader, e  riprendere quel protagonismo sul commercio di tecnologie per energie rinnovabili su piccola scala che già aveva.

L’impianto degli accordi quindi sono solo un altro modo di fare business?

Ad esempio, parlando ancora di Francia. Possiamo vedere tutti la forte competizione geopolitica nel Mediterraneo con l’Italia, proprio sul controllo delle rotte del gas naturale, il cosiddetto gas di transizione. Tutta la vicenda libica grosso modo si gioca intorno a questo, quindi la fase di transizione ecologica, se non si lega ad un modello diverso di economia  rischia di spostare altrove gli impatti sociali anche in tema di diritti umani.

Qual è lo stato del movimento ambientalista in questo momento?

Nel momento in cui scendevano in piazza i gilet jaunes, in Inghilterra il movimento ‘Extinction Rebellion’ bloccava le vie di accesso al Parlamento, così come hanno protestato gli studenti per chiedere un impegno forte contro quello che è il pericolo di estinzione a medio termine dell’umanità. La scienza ce lo sta dicendo: se non si fa qualcosa subito in tema di cambiamenti climatici le nostre condizioni di vita saranno estremamente pregiudicate.

Si tratta di un movimento legato solo all’Inghilterra o ci saranno riflessi in altri paesi europei?

In realtà il movimento ecologista in Inghilterra non nasce oggi, ha una tradizione di mobilitazione dal basso come nel caso del blocco della costruzione di autostrade o centrali nucleari. Adesso c’è un forte movimento contro il fracking (l’estrazione di gas e petrolio con la frantumazione dalle rocce, lo ‘shale gas’ NdR), cioè quelle presenti nel sottosuolo che si sfaldano più facilmente. Il governo però, come in altri paesi, sta rispondendo con la repressione e la criminalizzazione.

E in Italia?

In Italia sono scese in piazza migliaia di persone favorevoli alla costruzione del Tav mentre uscivano rapporti che sostenevano come la costruzione di questa grande opera non avrebbe ridotto l’emissione di gas serra, anzi. Nel sud invece veniva sbloccato il dossier sulla costruzione del Tap senza tenere in conto che il gas naturale non può essere considerato un combustibile “pulito”. [C’è la ragione politico economica, c’è quella ambientale ‘pura’, e c’è quella sociale. Se non coincidono (quasi mai), devi mediare].

Quindi ragionando pessimisticamente, è una partita chiusa?

Diciamo che, mettendo insieme tutti questi elementi, la questione ambientale deve essere vista sotto un’ottica differente. Non più il tentativo di conciliare capitalismo, mercato ed ecologia, ma prefigurare il decentramento della produzione di energia, di riappropriarsi della sovranità energetica e anche di mettere al centro la giustizia ecologica, climatica e il debito ecologico. Sono temi poco praticati dalla narrazione mainstream che vede l’ ecologia solo come un elemento aggiuntivo e poco importante della politica.

 

Trump modello Nembo Kid

Trump nega l’allarme clima. «Non credo ai cambiamenti climatici provocati dall’uomo e non credo all’opinione diffusa tra gli scienziati». Trump torna a respingere le conclusioni del rapporto messo a punto dalla sua stessa amministrazione in cui ancora una volta si lancia l’allarme clima. «Guardiamo alla nostra aria e alla nostra acqua, sono ora a un livello record di pulizia», afferma il presidente Mastro Lindo, perché dove tocca lui tutto splende.
Ed ecco la nuova linea: insabbiare i risultati allarmanti del cambiamento climatico, quel dannato rapporto di 1700 pagine con i dati dell’indagine condotta dagli scienziati di ben 13 agenzie federali che dimostrano come gli Stati Uniti impatterebbero sul clima aggiungendo 3 gradi alle temperature medie entro il 2100, a meno che non comincino a ridurre drasticamente l’uso di combustibili fossili.

Climatologi senatoriali

Alla versione del presidente si sono allineati anche altri senatori Repubblicani. Ad esempio Mike Lee, senatore dell’Utah: “Se ci allontanassimo dai combustibili fossili, dovremmo farlo attraverso l’innovazione. L’innovazione però può essere soffocata da un’eccessiva regolamentazione governativa. Questo non possiamo permetterlo”. Il 2017 è stato negli Stati Uniti il secondo anno più caldo nella storia del paese e l’amministrazione Trump ha speso la cifra record di 306 miliardi di dollari per combattere i disastri legati al clima.
Trump, lo scorso anno, ha annunciato che gli Usa si ritireranno dall’accordo di Parigi del 2015 che si proponeva di combattere i cambiamenti climatici. Solo ripensamento di Trump, il presidente della Federal Reserve Jerome Powell, da lui nominato, sul rialzo dei tassi di interesse: dal clima alla politica monetaria Trump incontenibile.

Macron anti Gilet Gialli si fa Verde

Entro il 2035 la Francia ridurrà la sua quota di energia nucleare del 50%: saranno chiusi 14 reattori di 900 megawatt. L’annuncio di Emmanuel Macron alla ricerca disperata di attenzione e consensi, dopo aver scoperto la piazza populista contro. Macron comunque irrimediabilmente moderato ha però chiarito: “Ridurre il ruolo dell’energia nucleare non significa rinunciarvi”. Ed ecco la sua Ppe, Programmazione pluriennale dell’energia (Ppe), da cui l’Italia compra da sempre, e a caro prezzo.
Macron, impopolare in casa ma certo più sensibile a temi di interesse generale del rozzo collega d’oltre oceano, contro i gilet Gialli si scopre ‘verde’: «Dobbiamo sentire le proteste di allarme sociale ma senza rinunciare alle nostre responsabilità perché c’è anche un allarme ambientale». Non più carbone, alla Trump, ma la triplicazione dell’eolico su terra e una moltiplicazione per cinque del fotovoltaico entro il 2030.

In Polonia Climber no coke

In Polonia contrattacco simbolo di Greenpeace, nel Paese dove dal 3 al 14 dicembre si terrà la Cop24, la Conferenza sul clima organizzata dall’Onu. A Katowice in Silesia, regione simbolo mineraria e industriale della Polonia. Climber di Greenpeace hanno conquistato i 180 metri della ciminiera di una delle più grandi centrali a carbone del mondo. La peggiore. Nessun impianto in Europa brucia più lignite, “carbone cattivo” di scarsa qualità, come avviene in quella centrale a 40 km dalla città di Lodz nel cuore del Paese.
Tentativo di conquistare consenso ecologico da parte del partito nazional populista di destra al potere, il PiS ora promette di ridurre la dipendenza di Varsavia dal carbone al di sotto del 30% entro il 2040 e le prime centrali nucleari del Paese entro il 2033. Secondo un rapporto sulla qualità dell’aria pubblicato recentemente dall’Agenzia europea dell’ambiente, 19 delle 20 peggiori città sul continente per emissioni di benzopirene si trovano proprio in Polonia.

Allarme clima al pianeta Terra

Siamo all’ultimo squillo di campanella: ci stiamo giocando il pianeta e tutti sono girati dall’altro lato. È la solita sporca storia. Si parla, si parla, si parla, e poi si continua a fare come prima. Tanto, le pene le pagheranno le future generazioni, che si ritroveranno a sopravvivere in un mondo da incubo, in cui andare a prendere una boccata d’aria significherà intossicarsi. Non siamo catastrofisti. È quanto affermano gli scienziati di ogni bandiera, convenuti in Corea del Sud per l’Intergovernmental Panel sui cambiamenti climatici (IPCC). In sintesi, si è ragionato sul muro di calcestruzzo contro il quale si è lanciata l’intera popolazione terrestre, come un treno senza macchinista. La sentenza è lapidaria: basterà l’aumento generalizzato di un altri 2 gradi di temperatura per vederci squagliare la Terra sotto i piedi. Così poco? Sì così poco.

I processi alla base del riscaldamento climatico rispondono a logiche “non lineari”. Le quantità coinvolte crescono esponenzialmente, secondo processi non geometrici, ma logaritmici. E, per farla breve, bastano piccole variazioni nelle condizioni iniziali, per avere risultati finali amplificati e catastrofici. E’ il mantra dell’effetto “farfalla”: il battito d’ali di un singolo imenottero in Cina, provocherà l’anno dopo un uragano nei Caraibi. L’apparente ed evidente sproporzione tra le energie implicate in questo processo atmosferico spiega l’estrema complessità (e imprevedibilità) dei fenomeni di cui parliamo. Quindi? Aspettiamoci il peggio, dicono i “saggi” riunitisi in Estremo Oriente, dove già si passeggia con le mascherine. Le emissioni di anidride carbonica (CO2), generate dalle attività umane, ci stanno avvelenando. Sempre più velocemente.

Il primo problema tra gli analisti è costituito dall’incapacità di armonizzare le diverse prospettive. Ruoli differenti portano ad approcci “asimmetrici”. Così, i politici sembrano più preoccupati delle conseguenze economiche nell’immediato, mentre gli scienziati temono disastri irreversibili nel medio-lungo periodo. Ciò comporta analisi simili, ma anche “proposte terapeutiche” diverse. I politici sono più possibilisti e tendono a rimandare soluzioni drastiche, che comportano spese consequenziali per tutti i sistemi-Paese. Specie per quelli più industrializzati. Mentre gli studiosi sottolineano l’urgenza di adottare misure forti, prima che sia troppo tardi. Il prof. Jim Skea, co-chairman dell’IPCC, per esempio, nella sua relazione ha dimostrato come una sola differenza di mezzo grado centigrado (non +1,5 ma +2 di aumento nella temperatura) possa fare la differenza tra la vita e la morte.

Basterebbe questo scarto per fare sciogliere i poli nel giro di qualche decennio. Con conseguenze facilmente immaginabili e devastanti: dall’innalzamento del livello dei mari, al cambiamento della sua salinità e del corso delle grandi correnti oceaniche, per finire con lo sconvolgimento del ciclo delle piogge. Più rovinose alluvioni, insomma, e deserti che si allargano a macchia d’olio. L’impatto immediato di tali trasformazioni meteorologiche potrebbe rivelarsi mortale per l’agricoltura e i raccolti. Non è per fare i menagrami, ma un recente “report” dell’Onu mette nero su bianco profezie talmente inquietanti da togliere il sonno. Le ricorrenti carestie, la fame (ma anche la sete) spingeranno intere popolazioni a giocare l’azzardo di una migrazione di massa. Le Nazioni Unite snocciolano il rosario delle cifre, lasciando gli analisti senza fiato.

Tra il 2030 e il 2050 (se non prima), spinti anche dalla crisi dei raccolti, potrebbero muoversi, solo dall’Africa sub-sahariana, tra 30 e 70 milioni di migranti, pronti a riversarsi ovunque pur di sopravvivere. I primi flussi saranno dentro i confini dei singoli Stati (internal displacement), ma poi le ondate sfonderanno gli argini e, attraverso le “carovaniere” già sperimentate (come la “Libyan trail”), si dirigeranno verso il Vecchio Continente. L’Europa e l’Italia sono avvisati. Al confronto l’attuale spinta migratoria è veramente poca cosa. Dunque, siamo al redde rationem e, come afferma corto e netto Kaisa Kosonen (Greenpeace), è ora che gli ambientalisti gridino ai politici : “Act now, idiots”, “Agite ora, idioti”. Fatelo coi numeri e coi fatti, prima che sia troppo tardi C’è bisogno di una rivoluzione copernicana in tutti i sensi.

Una rivoluzione che incida sul nostro modo di vivere e che sacrifichi tante piccole cose per salvaguardare un pianeta unico nel suo genere, che ha impiegato oltre 4 miliardi di anni per “fabbricare” la vita e la biodiversità. Stiamo parlando di energia finalmente “pulita” e rinnovabile, dell’utilizzo dei terreni agricoli affogati di pesticidi, delle emissioni in arrivo dai complessi industriali, dei gas di scarico dei veicoli. Non solo. Ma bisognerà ripensare anche al perverso rapporto tra città e campagne. Il seivaggio inurbamento ha trasformato gli agglomerati urbani in megalopoli con servizi e “facilities” raffazzonati, se non del tutto assenti. E’ un fenomeno ormai noto ai pianificatori di tutto il mondo, che si verifica specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

Pigliamo l’Africa. L’algoritmo della disperazione parte dalle campagne, dove la siccità, la sovrappopolazione e l’impoverimento progressivo dei terreni dà luogo a carestie ricorrenti e alla mancanza degli alimenti di base. Gli abitanti fuggono verso le città e si “accampano” nelle periferie. La velocità (e l’entità) dell’esodo mettono in crisi infrastrutture e sistemi di urbanizzazione, abbassando paurosamente il livello della qualità della vita in ogni grande città africana. Da qui la spinta verso nuovi orizzonti, più lontani. Qualsiasi cosa diventa meglio degli inferni costituiti dalle bidonville del Continente Nero. Ecco perché i profughi rischiano la propria vita: quella che già hanno non vale niente. La Cina l’ha capito prima di tutti gli altri e adotta un sistema “imperialistico” di penetrazione, sfruttando la fame africana di infrastrutture.

Xi Jinping non dà soldi in cambio di materie prime, ma offre, invece, “chiavi in mano” strade, acquedotti, ospedali, scuole e aeroporti. I cinesi costruiscono in loco le “facilities”, le girano pronte all’uso e in cambio incassano legno, oro, diamanti e minerali rari. Oltre a una condiscendenza “strategica” che sta facendo del Continente Nero una loro precipua sfera d’influenza. E allora, ricapitoliamo. Sulla salvaguardia dell’ambiente si gioca il futuro del pianeta. Non si tratta solo di “salubrità”, ma esistono anche motivazioni più profonde, che toccano gli stessi assetti geostrategici internazionali e la sicurezza globale. Uno di questi è il fenomeno delle ondate migratorie che, negli anni, saranno sempre più massicce. Non si scapperà verso l’Europa solo per guerre e “deficit” di diritti umani, ma anche e soprattutto per la fame. E la sete. E contro questi ultimi due fattori, credeteci, non ci sono nè diritto internazionale e né regole che tengano.

Groenlandia segreta
sotto i ghiacci tanti tesori

Groenlandia, i suoi ghiacci considerati perenni si stanno sciogliendo, e non è soltanto dramma ambientale. Effetto nefasto dei gas serra che trattengono il calore nell’atmosfera. Primo effetto dello scioglimento dei ghiacciai, una enorme quantità d’acqua. Secondo uno studio condotto dall’American Geophysical Union, la fusione dei ghiacci della Groenlandia contribuisce all’innalzamento del livello del mare con circa 270 miliardi di tonnellate di acqua all’anno.

La guerra per le risorse

Una sciagura che per le potenze internazionali rappresenta anche un’opportunità. Lo scioglimento della calotta di ghiaccio ha scoperto vaste porzioni di territorio che nascondono grandi risorse. Una preda ghiotta per un mondo affamato di minerali e combustibili (si parla di 90 milioni di barili di greggio). E’ iniziata così una guerra non dichiarata che si svolge a colpi di progetti di sfruttamento e che muove masse di denaro enormi.
Tanto per rendere l’idea, la collocazione geografica della Groenlandia (in lingua autoctona “terra degli uomini”) è praticamente strategica. Si tratta di un’isola (la più estesa del pianeta) situata nell’estremo nord dell’oceano Atlantico tra il Canada a sud-ovest, l’Islanda a sud-est, l’Artide e il Mar Glaciale Artico a nord. Geograficamente parlando, appartiene al continente americano, mentre, dal punto di vista politico, costituisce una nazione in seno al Regno di Danimarca.

Dark zone

La ‘dark zone’. Il centro di ricerca norvegese Norway’s Centre for Arctic Gas Hydrate, Environment and Climate ha infatti scoperto lembi di terra ricoperti da uno strato finemente distribuito di polvere e carbone nero, sostanze che forniscono nutrimento per alcune specie di alghe scure. Una sorta di rivelazione naturale di segreti dal sottosuolo. Se ne sono accorti i cinesi che con azzardate locuzioni si considerano “stato quasi artico”.
Non solo miniere ancora da scoprire, ma anche rotte marittime. A Pechino piacciono vie alternative per il commercio e così hanno dato il via a quella che chiamano, la ‘Via polare della seta’. Una rotta che potrebbe portare merci dalla provincia orientale costiera della Repubblica Popolare, Zhejiang, la municipalità di Shangai, verso i mercati europei ed americani, bypassando il canale di Suez. Un bel risparmio di strada e naturalmente denaro. Per questo i cinesi hanno mostrato interesse alla costruzione di infrastrutture per due aereoporti (Nunk e Ilulissat) e la realizzazione di un terzo scalo di sana pianta a Qaqortog.

Preoccupazione Usa e intervento danese

Così gli Usa, che non hanno la stessa rapidità di investimenti cinese, ma comunque  dispongono di una base militare a Thule, nel nord, hanno subito presentato le loro rimostranze al governo danese. D’altro canto Oslo si è preoccupata temendo di rimanere tagliata fuori da quello che sta succedendo. In “fin dei conti” si tratta di un affare da mezzo miliardo di euro.
Non è stata comunque un’impresa semplice in quanto, nel 2008 la Groenlandia tramite un referendum, ha di fatto imboccato la strada dell’indipendenza dalla Danimarca, e in molti non vedono di buon occhio l’interessamento di Copenhagen. Oslo ha usato argomenti convincenti entrando con un 33% in una società groenlandese che gestirà i vari progetti. Una spesa da 90 milioni di euro.

Arrivano i russi

In questa maniera la Groenlandia non dovrebbe chiedere soldi ai cinesi che comunque hanno già avviato diverse imprese in altri paesi artici. In allerta anche i russi, sempre sulle nuove vie marittime che si aprono con ritirarsi dei ghiacci.  Ne scrive il Financial Times che racconta di come il 21 agosto di quest’anno dal porto russo di Vladivostok sia partita una portacontainer danese (multinazionale Maersk) che ha seguito la rotta verso lo stretto di Bering percorrendo la costa artica russa.
Segnali che, come detto, non fanno piacere a Washington. Ma al di là della guerra commerciale forse agli Usa preme ben altro. Con lo scioglimento dei ghiacci potrebbe riemergere il passato della guerra fredda e alcune misteriose basi militari finora occultate dalla calotta polare.

L’eredità della guerra fredda

Negli anni ’50 del XX secolo gli Stati Uniti approntarono diverse basi clandestine con circa 600 missili nucleari balistici a medio raggio puntati su l’Unione Sovietica. Per dissimulare ciò che era comunque illegale, venne costruita una stazione scientifica a Camp Century che doveva fungere da paravento. Il progetto Icewarm però non vide mai un suo vero completamento lasciando però una pericolosissima eredità. Sepolte sotto il giaccio erano rimaste moltissime sostanze chimiche ma lo scioglimento potrebbe riportarle alla luce. Un enorme pericolo per l’ecosistema marino, per non parlare del potenziale incubo diplomatico che potrebbe verificarsi tra gli Stati Uniti e il paese ospitante.

Africa epicentro della crisi

Dopo anni di decrescita, la fame nel mondo ha ricominciato ad aumentare. Le cifre stanno tutte nel Rapporto sullo stato di sicurezza alimentare e nutrizione nel mondo, presentato alle Nazioni Unite dalle agenzie Fao, Ifad, Pam Unicef e Oms. L’analisi non lascia spazio a dubbi: nel 2017 le persone colpite dalla denutrizione sono salite ad 821 milioni. Si calcola che sia lo stesso livello negativo che era stato superato nel ben 10 anni fa.
Le zone del mondo più colpite sono le regioni sub sahariane dell’Africa in particolare, e parte dell’America Latina. Risultano invece stabili le percentuali in Asia. Preoccupante il dato sui minori, 151 milioni di bambini sotto i cinque anni registrano una crescita irregolare, 50 milioni sono denutriti

Guerre e cambiamenti climatici

Le cause sono state individuate dall’Onu e sembrano corrispondere alla trama di un film catastrofista. Innanzitutto i conflitti in corso sul pianeta ma soprattutto i cambiamenti climatici. L’innalzamento velocissimo delle temperature sta minando molte colture, senza interventi a breve termine la produzione di cibo calerà in maniera esponenziale.
Secondo il rapporto, per sradicare la fame occorrerà intraprendere urgentemente più azioni entro il 2030 per raggiungere l’obiettivo di sviluppo sostenibile della fame zero. In questo senso va letta la notizia che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha convocato tra un anno esatto un vertice sul clima ai massimi livelli. Il segretario Onu ha anche delineato i focus della discussione: le aree al centro del problema, come i settori che generano più emissioni.
Forse sarà già tardi e gli ostacoli da superare sono molti a causa dell’atteggiamento di alcuni paesi come gli Stati Uniti. Ritiratisi dagli accordi di Parigi, pochi giorni fa il presidente Donald Trump ha annunciato che allenterà i vincoli sulle emissioni di metano.

Il mercato non nutre

Il Rapporto sottolinea  come sono le leggi di un mercato senza freni a determinare la diseguaglianza di nutrizione. Ciò si ricava dalle cifre che paradossalmente riguardano il grado di obesità. Quest’ultima si concentra nei paesi occidentali ma è in aumento anche in Africa e in Asia. Gli adulti obesi infatti sono 672 milioni, oltre uno su otto; i bambini sotto i 5 anni obesi, invece, sono 38 milioni. La ragione sta nella produzione industriale di cibo di bassa qualità. Economico e pieno di grassi, con molte calorie e basso valore proteico.

 

Sahel, carestia per sette milioni di persone

Sahel nella morsa della siccità. Quasi sette milioni di persone in Africa si trovano, in questo momento, in fortissimo rischio di vita a causa della ciclica siccità che colpisce il continente. Il centro di questa crisi è il Sahel. Una fascia di territorio immensa che divide geograficamente l’Africa sub sahariana dal nord.

Il bordo del deserto

Il Sahel  infatti significa letteralmente, in arabo, “bordo del deserto”.Si estende tra il deserto del Sahara a nord e la savana del Sudan a sud, e tra l’oceano Atlantico a ovest e il Mar Rosso a est. Gli stati che compongono la fascia sono Gambia, Senegal, il sud della Mauritania, il centro del Mali, Burkina Faso, parte dell’Algeria e del Niger. Inoltre ne fanno parte il nord della Nigeria e del Camerun, la parte centrale del Ciad, Sudan, e l’Eritrea.

Milioni di persone, culture e lingue differenti tutte unite dalla ricerca affannosa di una possibilità di vita. E’ qui che si sviluppa e crea l’immigrazione che poi attraversa il deserto e arriva nelle coste del nord Africa per poi tentare la traversata del mediterraneo sino in Europa.

Allarme Onu

Alla fine di luglio le agenzie dell’Onu,  esponenti delle Chiese locali e dalla rete internazionale della Caritas per la regione del Sahel hanno lanciato un nuovo allarme carestia. E’ stato calcolato che la grave malnutrizione minaccia tra l’altro la vita di 1,6 milioni di bambini. Si tratterebbe della peggiore crisi osservata nella regione dal 2012 con consistenti rischi di un peggioramento nei prossimi mesi in mancanza di interventi significativi e immediati che consentano alle popolazioni di coltivare i loro campi.

Il mondo ha fame

Il Comitato Inter-Statale di lotta contro la siccità nel Sahel (CILSS), creato dopo la grande crisi del 1972 che spazzò via l’intero patrimonio zootecnico , ha confermato l’allarme. Ad esempio solo in Niger 2,67 milioni di persone si trovano in stato di insicurezza alimentare, il 14,5% dell’intera  popolazione. Un dato che comunque si inserisce nelle stime globali che vedono il pianeta terra colpito da una crescente penuria di cibo che nel 2017 ha interessato circa 124 milioni di persone.

L’ingiustizia climatica

Alla base della carestia vi sono soprattutto i cambiamenti climatici. L’innalzamento delle temperature stanno praticamente desertificando l’intera area. In questa maniera si assiste alla continua ricerca di pascoli e all’ulteriore impoverimento delle già scarse risorse. Non solo le rare piogge dunque ma anche uno sviluppo economico ininfluente. Un paradosso che viene definito “ingiustizia climatica”. Gli abitanti del Sahel infatti non contribuiscono a devastare il clima ma ne ricevono i danni peggiori.

Tra estremisti islamici e intervento occidentale

A tutto ciò  si aggiunge la fortissima instabilità politica e i diversi conflitti armati che affliggono il Sahel. Due i principali focolai di guerra che hanno già costretto allo sfollamento milioni di persone. La presenza di cellule quediste a partire dall’inizio degli anni 2000 e la rivolta salafita presente in Mauritania, Mali, Niger e Algeria meridionale. E’ poi ancora attiva la guerra in Mali a seguito del colpo di stato del 2012 e dell’offensiva del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad a prevalenza tuareg. Una situazione che ha determinato l’invio di una forza multinazionale a guida  francese tutt’ora impantanata in inconcludenti colloqui di pace.

Terra sempre pià calda

E’ stata un’estate di fuoco nel senso letterale del termine. Ha bruciato la Grecia, è arsa la California, persino i paesi del nord Europa hanno dovuto fare i conti con incendi di vaste proporzioni. Fenomeni, che sembravano impossibili in alcune latitudini, sono diventati invece pericoli con i quali fare i conti.

Sintomi che ormai qualcosa sul pianeta Terra non funziona più come dovrebbe. Il riscaldamento globale, il global warming, sembra a tutti gli effetti una realtà non più confinabile negli studi di climatologi catastrofisti.

Sul limite della soglia

Che la temperatura del pianeta si stia alzando, ma forse imboccando una via di non ritorno, è oggetto di discussione da anni. Intere sessioni di riunioni mondiali (Cop 21) sono state dedicate al tema senza che si sia mai giunti ad una decisione decisiva, drastica, perché questo che viviamo potrebbe essere il momento dal quale non si può più tornare indietro.

L’avvertimento dei climatologi

Ad avvertire l’umanità sul rischio che si sta correndo, è lo Stoccolma Resilience centre. Secondo questo gruppo di scienziati climatologi di fama mondiale, raggiungere l’obiettivo di contenere il riscaldamento della Terra entro i 2 gradi centigradi (più ambiziosamente 1,5 gradi) potrebbe diventare un’impresa impossibile. Si potrebbe scatenare infatti un effetto domino dalle conseguenze imprevedibili.

Lo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences(Pnas), mette in evidenza come mai nella storia del pianeta le attività umane stanno immettendo nell’atmosfera enormi quantità di gas serra come anidride carbonica e metano. Se continua in questa maniera si potrebbero raggiungere i 4-5 gradi in più (ora la temperatura si è assestata su un aumento di 1 grado).

Innalzamento degli oceani

Nell’immediato, di fronte a questo scenario, gli incendi sembreranno poca cosa. Inizierebbero gli oceano che potrebbero salire fino a 60 metri ma già a 10 i danni sarebbero incalcolabili. Potrebbero sparire intere città da New York a Roma. Per contro la siccità diventerà endemica determinando la fine dell’agricoltura, migrazioni bibliche oltre che squilibri sociali mai visti. Qualcosa su piccola scala sta già succedendo nell’area sub sahariana e in parte in quella mediterranea.

Il pericolo maggiore arriva dallo scioglimento dei ghiacci, liquefatti quelli montani ed estivi ai poli, il mare prenderà il sopravvento. Sfortunatamente il suo colore scuro assorbe il calore aumentando ulteriormente la temperatura dell’acqua. A quel punto molte specie ittiche e la barriera corallina subirebbero gravissimi danni. Una reazione a catena che riguarderebbe anche le foreste amazzoniche, queste trattengono moltissima CO2 ma potrebbero diventare delle savane. aride. Nel momento in cui si sciogliessero le calotte polari artiche l’estinzione dell’umanità sarebbe una realtà difficilmente arrestabile.

Bisogna fare presto

I ricercatori svedesi non hanno voluto fare terrorismo psicologico, ammettono di non sapere se il punto di non ritorno sia stato superato. Sanno però che i 2 gradi non sono un obiettivo negoziabile.”Evitare di superare questa soglia – scrivono gli autori del rapporto – è un obiettivo che può essere raggiunto e mantenuto solo da uno sforzo coordinato e deciso da parte delle società umane per gestire la nostra relazione con il resto del Sistema Terra, riconoscendo che l’umanità è un elemento integrato e che interagisce con questo sistema”.