lunedì 27 maggio 2019

Ambiente

Addio alle bianche scogliere

Addio alle bianche scogliere di Dover? Uno dei luoghi più famosi del mondo potrebbe sparire, sommerso dall’innalzamento delle acque del mare dovuto allo scioglimento dei ghiacciai artico.
E’ l’avvertimento arrivato dall’agenzia inglese per l’ambiente, l’Enviroment Agency. Secondo uno studio pubblicato dal quotidiano britannico Guardian, insieme alla Bbc, le comunità costiere potrebbero dover abbandonare case ed attività entro la fine del secolo.
Le previsioni descrivono uno scenario da catastrofe, se continuerà la tendenza che vede le temperature globali aumentare da 2 a 4 gradi entro il 2100, intere fasce costiere dovranno essere evacuate dalla popolazione  e saranno completamente allagate.

Barriere insufficienti

Le autorità stanno già pensando a come affrontare la situazione. Per Howard Boyd, direttrice dell’Agenzia per l’ambiente, il governo britannico dovrebbe cominciare ad investire denaro nella costruzione di un sistema di difesa. E’ stato stimato che , almeno nella fase iniziale, si dovrebbero spendere almeno un miliardo di sterline all’anno.
Tuttavia nonostante l’impiego massiccio di capitali le barriere potranno solo ritardare l’inevitabile a meno che non si cambi totalmente politiche tali da invertire il cambiamento delle temperature. In questo senso il Parlamento inglese, sotto la grande protesta di Extinction Rebellion che ad aprile ha paralizzato Londra per una settimana, ha votato una risoluzione che proclama l’emergenza climatica.

Cambiare politica energetica

Prese di posizioni che però sembrano rimanere simboliche e poco efficaci, la stessa Boyd ha riconosciuto che si tratta di una guerra che non si può vincere e che «le dimensioni della minaccia sono tali che bisogna già pensare a come incoraggiare la popolazione ad abbandonare le proprie case e a trasferirsi altrove».
Gli scienziati infatti si aspettano una sempre maggiore erosione delle zone costiere con frequentissimi eventi estremi, piogge e tempeste anomale. Lo studio calcola inoltre che, per ogni persona che subisce un allagamento, altre 16 soffriranno danni come perdita di elettricità, trasporti e comunicazioni.
Le associazioni ambientaliste hanno visto nelle previsioni dell’Enviroment Agency la conferma che difendersi dal cambiamento climatico non basta. Per Friends of the Earth: «bisogna  attaccare, cambiando politica energetica e ambientale per ridurre le emissioni nocive e affrontare il problema alla radice».

 

Greta Thunberg a Roma
‘Il Papa mi ha detto di andare avanti’

Greta dal Papa a parlare del futuro che noi adulti stiamo minacciando
Greta Thunberg, la giovane attivista svedese diventata il simbolo della protesta contro i mutamenti climatici, è arrivata a Roma accompagnata dalla madre Malena Ernman, è scesa alla Stazione Tiburtina con il suo cartellone “Skolstrejk for Klimatet”, zaino in spalla e le treccine legate. Subito si è recata in piazza San Pietro dove, al termine dell’Udienza generale, si è incontrata con papa Francesco.

Una calorosa stretta di mano

Tra papa Francesco e Greta ci sono stati una calorosa stretta di mano e un breve scambio di battute. Greta, da dietro la transenna ha mostrato al Papa, molto sorridente, un cartello bianco con la scritta “Join the climate strike” (Unitevi allo sciopero per il clima).

Cronaca Vaticana

«Il Santo Padre ha ringraziato e incoraggiato Greta Thunberg per il suo impegno in difesa dell’ambiente, e a sua volta Greta, che aveva chiesto l’incontro, ha ringraziato il Santo Padre per il suo grande impegno in difesa del creato», ha spiegato il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti.

Giovani a spingere gli adulti

Greta sul ruolo dei giovani a difesa dell’ambiente. «Ci sono molte cose che i giovani possono fare per migliorare la situazione: soprattutto fare pressione sulle persone al potere e sugli adulti, perché sono coloro che possono avere più influenza. Ma ci sono anche cose che si possono fare a livello individuale per cambiare le proprie abitudini, cercando di vivere nel modo più neutro possibile dal punto di vista delle emissioni di carbonio.
La cosa più importante che possono fare è cercare di capire la portata della situazione, che cosa sta succedendo e il motivo per cui devono lottare per fermare ciò che sta avvenendo. Non mi dispiace fare quello che faccio. Sul piano personale sono contenta di fare qualcosa che è importante, per cui mi sento utile, necessaria».

Il Papa e l’ambiente

Il tema ambientale è importante all’interno del pontificato di Francesco, ricorda Paolo Rodari. L’enciclica ‘Laudato sì’, nella quale esprime la sua preoccupazione per la cura del creato. Come i suoi predecessori Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ptrecisano a ‘vaticanisti’, anche Francesco insiste sulla questione del rapporto dell’umanità con la creazione, richiamando gli interventi in materia del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, e la figura di san Francesco di Assisi.
Per Francesco “abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti”.

Greta a Roma

Greta è arrivata a Roma in treno accompagnata dalla madre Malena Ernman, è scesa alla stazione Tiburtina di Roma con il suo cartellone “Skolstrejk for Klimatet”, zaino in spalla e le treccine legate. Nessuna dichiarazione. Solo un grazie a tutti da parte della mamma.
«Ci stiamo organizzando per un incontro con Greta al più presto. La seguo molto. Per noi quello che sta facendo è importantissimo: non in quanto Greta ma perché rappresenta tutti i giovani del mondo e quindi anche i giovani italiani», ha annunciato ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, su un possibile incontro con la giovane.
Anche Legambiente accompagnerà Greta venerdì alla manifestazione in piazza del popolo, insieme a tanti giovani e studenti del movimento Fridays for future.

Stop regali alle lobby del fossile

«Basta con gli incomprensibili regali alla lobby del petrolio che inquina il clima del pianeta e l’aria del nostro paese -polemizza Legambiente rivolta al ministro dello Sviluppo economico Luigi di Maio- Risponda con il documento di economia a finanza ai ragazzi che scioperano, chiudendo i rubinetti del denaro pubblico a chi alimenta i cambiamenti climatici».
«Per salvare il clima e aiutare il pianeta servono coraggio e responsabilità e l’Italia deve fare la sua parte, dicendo basta ai paradossi e alle scelte anacronistiche. Siamo il paese del sole e delle fonti pulite sempre più competitive, ma finanziamo di più le fonti fossili rispetto alle rinnovabili».

AVEVAMO DETTO

Papa Francesco ecologista e l’enciclica sull’ambiente. Attacchi e giochi sporchi

Greta tradita

Greta tradita. Le grandi manifestazioni per il clima e contro le politiche inquinanti del 15 marzo, chiedevano ai governi ed alle istituzioni nel mondo di fermare la spirale che sta portando il pianeta verso il precipizio. Ispirati dalla giovane attivista svedese Greta Thumberg, milioni di giovani sono scesi in piazza aspettando risultati concreti. In questo senso i leader europei qualcosa hanno prodotto un documento che va nel senso contrario a quello auspicato: la fine dell’uso di carbone entro il 20150 non avverrà.

Hanno vinto gli interessi economici

Un senso ostinato e contrario dunque, determinato dagli interessi di alcuni paesi che non ne vogliono sapere di rinunciare ai combustibili fossili. La Germania, insieme a Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, hanno così bloccato una decisione più volte annunciata e che doveva scaturire dal vertice europeo del 22 marzo. I veti contrapposti hanno bloccato tutto e così Francia, Spagna, Olanda, Portogallo, Lussemburgo, Svezia, Danimarca, Finlandia, Belgio, sono stati messi in minoranza. Un certo peso ha avuto anche la posizione italiana cioè quella di non assumere nessuna decisione.

Scontro tra Francia e Germania

Lo scontro più forte è stato quello andato in scena tra il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Le parole dell’inquilino dell’Eliseo sono state chiare: «il compromesso trovato a Bruxelles è altamente insufficiente, non risponde con chiarezza agli impegni assunti a Parigi nel 2015, nè alle le sfide identificate scientificamente dai migliori esperti, nè alla legittima impazienza dei giovani».

Un documento inutile

Il documento redatto dai 28 paesi dell’Unione è infatti interlocutorio e non lascia presagire sviluppi positivi. Nel vertice ci si è limitati a indicare «l’importanza della presentazione da parte della Ue, entro il 2020, di una strategia ambiziosa a lungo termine che miri alla neutralità climatica in linea con l’accordo di Parigi, tenendo conto nel contempo delle specificità degli Stati membri e della competitività dell’industria europea». Praticamente nulla.

Furia ambientalista

Le reazione ambientaliste sono a dir poco furiose, vengono disattesi impegni presi solennemente anche davanti a quella Greta Thumberg vezzeggiata non senza ipocrisia proprio dai leader del continente. Una nota di Greepeace sottolinea come la «riluttanza di Germania e Italia e l’opposizione di Polonia, Ungheria e Repubblica ceca hanno impedito l’adozione di un piano per la piena decarbonizzazione dell’economia al 2050. I governi europei perdono tempo sul cambiamento climatico mentre centinaia di migliaia di persone scendono in strada per dare un futuro all’umanità». Dello stesso tenore la posizione di Wwf e del Climate Action Network che scrivono: «Ancora una volta, dai Capi di stato europei una doccia fredda per cittadini e scienziati con conclusioni che sono prive di significato».

 

Disastro ecologico fantasma

Disastro ecologico. Martedì scorso un mercantile italiano, il Grande America, del gruppo Grimaldi, a seguito di un violento incendio sviluppatosi due giorni prima, si è inabissato a 180 miglia dalla costa francese della Bretagna. Un evento che non dovrebbe passare inosservato sebbene, al momento, la notizia non è alla ribalta delle cronache. La nave trasportava 365 container, 45 dei quali con merci classificate come ‘materie pericolose’, oltre a 2.210 auto nella stiva con relativo carburante. I 27 membri dell’equipaggio sono tutti stati tratti in salvo.

Ora una chiazza di petrolio lunga una decina di chilometri è stata avvistata al largo de La Rochelle e sta raggiungendo la terraferma trascinata da vento e correnti marine. L’evento è stato confermato dalla Préfecture maritime de l’Atlantique, il corpo di polizia francese che ha giurisdizione sulle tratte marittime.

Carico tossico

Le preoccupazioni per l’ambiente stanno intanto aumentando di ora in ora. Innanzitutto il punto in cui è affondato il mercantile raggiunge i 4600 metri di profondità e recuperare il relitto sarà un’impresa molto difficile. Già all’indomani dell’incidente l’organizzazione ambientalista Robin de Bois aveva rilasciato un comunicato nel quale traspariva la preoccupazione sul carico della nave.

E’ il sito Gli Stati Generali a riportare le dichiarazioni degli ambientalisti su ciò che è affondato insieme al cargo italiano: «automobili e altri veicoli usati, rimorchi e macchinari per lavori pubblici, rifiuti “da riciclare”, rimorchi pieni di pneumatici, alcuni container che trasportano materiali pericolosi destinati a grandi cantieri in Africa occidentale o alle miniere».

Anche la Prefettura marittima ha confermato che la Grande America era letteralmente stipata di automobili caricate ad Anversa e Amburgo, diretta  prima a Casablanca e poi in Senegal, Guinea, proseguendo verso il Brasile, Argentina e Uruguay. Il pericolo maggiore risiede proprio nei rottami automobilistici, batterie e materiali tossici, plastica e schiume che risaliranno in superficie. Inoltre è altamente probabile che i carburanti delle auto si aggiungano al gasolio della nave.

Indagine sottomarina

Che esista un fondato pericolo di disastro da inquinamento è confermato anche dal gruppo Grimaldi che ha inviato i suoi esperti per l’emergenza sul mare del naufragio. Le operazioni di recupero dei container ancora galleggianti sono coordinati dalla nave Union Lynx di Anchor Handling Supply che sta anche controllando la fuoriuscita di carburante. E’ prevista anche un’indagine sottomarina svolta dalla nave Pourquoi Pas equipaggiata con un sistema Rov (Remotely operated vessel), un robot subacqueo che può perlustrare i fondali marini.

Inquinamento assassino
e Capi di Stato vergogna

Inquinamento assassino in ¼ delle morti premature nel mondo
Un quarto delle morti premature e delle malattie in tutto il mondo è legato all’inquinamento e ai danni all’ambiente causati dall’uomo, scrive l’Onu in un rapporto, presentato oggi a Nairobi, sullo stato del pianeta. «Le emissioni inquinanti nell’atmosfera, di sostanze chimiche che contaminano l’acqua potabile e la distruzione accelerata degli ecosistemi fondamentali per la sopravvivenza di miliardi di persone causano una sorta di epidemia globale che ostacola anche l’economia», si legge nella relazione.
Il rapporto sul ‘Global Environment Outlook’, su cui hanno lavorato 250 scienziati provenienti da 70 Paesi per sei anni, denuncia anche un crescente divario tra Paesi ricchi e poveri: l’eccessivo consumo dilagante, l’inquinamento e lo spreco alimentare nel mondo sviluppato portano a fame, povertà e malattie nelle aree meno sviluppate.

Più povertà, peggiori consumi

Cattive condizioni ambientali «causano circa il 25% delle malattie e mortalità globali», e parliamo di circa 9 milioni di morti solo nel 2015. L’inquinamento atmosferico -si legge sempre nel rapporto- causa 6-7 milioni di morti premature all’anno. Mancando l’accesso alle forniture di acqua potabile, 1,4 milioni di persone muoiono ogni anno a causa di malattie prevenibili come diarrea e parassiti legati all’acqua contaminata e alle scarse condizioni igienico-sanitarie.
Le sostanze chimiche sversate nei mari causano effetti «potenzialmente multi-generazionali» sulla salute, mentre il degrado del terreno attraverso l’agricoltura intensiva e la deforestazione avviene in aree della Terra che ospitano 3,2 miliardi di persone. Il danno al pianeta è talmente grave che la salute delle persone sarà sempre più minacciata a meno che non venga intrapresa un’azione urgente. Asia, Medio Oriente e Africa potrebbero vedere milioni di morti premature entro il 2050.

Gas serra snobbato da Trump

Mentre le emissioni di gas serra continuano a salire tra siccità, inondazioni e tempeste aggravate dall’aumento dei livelli del mare, c’è un crescente consenso politico sul fatto che i cambiamenti climatici rappresentino un rischio per il futuro di miliardi di persone. I leader mondiali nel 2015 avevano raggiunto l’accordo sul clima di Parigi, che ha visto ogni nazione promettere azioni per ridurre le emissioni nel tentativo di limitare l’aumento del riscaldamento globale a 1,5 gradi.
Poi, come è noto, il più riccco e potente Paese al mondo sotto la guida di Donald Trump, gli Stati Uniti, hanno rotto il patto. Tuttavia gli effetti dell’inquinamento sulla salute sono ancora poco conosciuti. Né vi è alcun accordo internazionale per l’ambiente simile a quello di Parigi per il clima (che Trump possa rompere).

I numeri di una guerra
dall’università di Magonza

Fabio Di Todario su La Stampa fa il bilancio di una guerra feroce. Quasi nove milioni nel mondo, poco meno di ottocentomila soltanto in Europa i morti provocati ogni anno dall’inquinamento atmosferico. Il doppio di quelli che in realtà immaginavamo fino a oggi, denunciano i ricercatori dell’Università di Magonza, in Germania, confermati dall’International Council on Clean Transportation.
Nel 2015 sarebbero stati 790mila i decessi dovuti all’inquinamento in tutta Europa (659mila nei Paesi Ue). Tra le cause di morte, al primo posto le malattie cardiovascolari e gli ictus: una quota tra il 40 e l’80 per cento del totale, più del doppio di quella rilevata per le malattie respiratorie.

Inquinamento peggio delle sigarette?

Il rapporto, che ha il limite di una stima, azzarda come l’inquinamento atmosferico possa provocare più decessi rispetto al fumo di sigaretta. Con la differenza che per il fumo ognuno sceglie, ma se vivi in un luogo inquinato non può evitare di respirare. Globalmente, l’inquinamento determina 120 morti in più ogni centomila abitanti. Media europea peggiore, con 133 decessi sugli stessi 100 mila.
Ma nel Vecchio Continente, i tassi di mortalità più elevati sono registrati negli stati dell’Est: in Bulgaria, Croazia, Romania e Ucraina si supera la quota dei 200 decessi ogni centomila abitanti. Germania (154) davanti alla Polonia (150), all’Italia (136), alla Francia (105) e al Regno Unito (98). Tassi di inquinamento assieme a standard di cure in Stati dove l’aspettativa di vita è generalmente più alta.

L’inquinamento fa male al cuore

Nella miscela di sostanze inquinanti presenti nell’aria, peggiori le particelle ultrafini (il cosiddetto PM 2,5). L’Organizzazione Mondiale della Sanità, prevede dal 2030 250mila decessi l’anno per malattie conseguenze dell’effetto serra e particelle ultrafini la cui concentrazione nell’aria non dovrebbe mai superare i 10 microgrammi per metro cubo. In Europa, la media è sui 25. Dimezzare le emissioni come? «Rispettando l’accordo di Parigi, la mortalità dovuta all’inquinamento potrebbe ridursi fino al 55 per cento», affermano gli scienziati.
Cuore mio. Finora l’azione degli inquinanti pensata soprattutto a livello respiratorio, e invece c’è di mezzo il cuore e delle arterie con problemi di pressione sanguigna e insufficienza cardiaca con più ictus e infarti.
E non servono scongiuri ma qualche attenzione alla salute in più.

Rischio clima, tempo quasi scaduto

L’allarme sulle conseguenze catastrofiche provocate dai cambiamenti climatici continuano a ripetersi senza soluzione di continuità. Non c’è consesso internazionale, a partire dalle sedi Onu, nel quale scienziati ed esperti non avvertano che il tempo rimasto per invertire o perlomeno fermare l’inarrestabile degrado ambientale ormai è poco. Sembra acclarato che nel giro di una decina di anni l’obiettivo di fermare la crescita delle temperature di un grado e mezzo sia una chimera se si continuerà a portare avanti l’attuale modello di produzione industriale e se non prevarrà una coscienza aliena dal profitto a tutti i costi.

Due rapporti allarmanti

Il paradosso è che gli sconvolgimenti che potrebbero essere prodotti costituiranno la fine stessa per coloro che stanno nascondendo la polvere sotto il tappeto negando il cambiamento climatico e confidando in una crescita senza fine, senza appositi provvedimenti radicali. Una realtà messa in luce da due recentissimi rapporti: uno pubblicato dall’Institute for Public Policy Research, un think tank con base a Londra e l’altro realizzato in Canada dai ricercatori delle università di Guelph e di Toronto.

Una nuova crisi economica mondiale

Il primo studio dipinge scenari apocalittici dal punto di vista economico. Parte dall’assunto che il “climate change” sta procedendo a ritmi elevatissimi, molto più rapidamente da quanto previsto precedentemente. Gli effetti catastrofici potrebbero determinare infatti una pesante instabilità economica a causa di grandi migrazioni, conflitti,  fame e il potenziale collasso dei sistemi sociali. In altre parole un’ondata di povertà tale da ripetere il collasso causato dalla grave crisi finanziaria iniziata nel 2007 e della quale il mondo sta ancora pagando le conseguenze.

Verso il precipizio ad alta velocità

Nello studio titolato “This is a Crisis: Facing up to the Age of Environmental Breakdown” I ricercatori inglesi prendono in esame non solo gli effetti immediati del cambiamento climatico, ma anche altri fattori a più lungo termine come  l’erosione e l’infertilità del suolo, la perdita di specie animali, la deforestazione e l’acidificazione degli oceani. E’ ovvio che tutto ciò avrà affetti sull’intera sopravvivenza delle popolazioni, specialmente nei paesi più poveri, che si riverseranno dove ancora viene individuata una possibilità di vita. Questi fattori, si legge nello studio, “stanno portando a un processo complesso e dinamico di destabilizzazione ambientale che ha raggiunto livelli critici”, e che “sta avvenendo a una velocità senza precedenti nella storia umana”.

I dati parlano chiaro

Non si tratta di previsioni catastrofiste dei soliti ambientalisti ma considerazioni derivate da studi scientifici e dall’analisi di dati. Ad esempio le specie di vertebrati diminuite del 60% rispetto agli anni Settanta, mentre dalla metà del XX secolo il 30% dei terreni arabili nel mondo è diventato improduttivo a causa dell’erosione. Dal 2005 a oggi, il numero di inondazioni su scala globale è aumentato di 15 volte, fenomeni di temperature estreme sono stati registrati 20 volte di più, per non parlare degli incendi che ormai sono una costante come successo in California nell’estate scorsa.

Le mosche ci distruggeranno?

La rivista canadese Royal Society Open Science, ha invece pubblicato i risultati di un’indagine nella quale tra gli effetti più pericolosi dei cambiamenti climatici vi sono elencati quelli relativi ad un aumento delle infezioni alimentari. Ciò sarebbe dovuto alla proliferazione di insetti che trasportano microrganismi responsabili di malattie su scala globale. L’aumento delle temperature infatti favorisce lo schiudersi più veloce di insetti come le mosche che costituiscono il veicolo principale del batterio Campylobacter, una delle più comuni cause di infezione alimentare. Gli scienziati canadesi hanno previsto che queste modificazioni, entro il 2080, raddoppieranno. Le stime infatti dicono che ogni aumento del 25% nell’attività delle mosche fa salire del 28% l’incidenza dell’infezione.

Acqua sempre più scarsa

Acqua, dissalatore italiano low cost. Entro il 2025, secondo stime elaborate dalla Fao, almeno 2miliardi di persone nel mondo potrebbero trovarsi nella situazione di non disporre di acqua potabile sufficiente durante la giornata. Si tratta di proiezioni impressionanti sia per l’entità delle cifre sia per il tempo esiguo che rimane a disposizione per trovare soluzioni. Nel frattempo i cambiamenti climatici e l’effetto serra stanno provocando desertificazione o fenomeni atmosferici violentissimi che fanno prefigurare un futuro che potrebbe rivelarsi nefasto.

La soluzione italiana

Inoltre l’acqua rappresenta la risorsa per la quale sono in corso alcuni conflitti, a bassa intensità, ma continui, come quello tra Pakistan e India o tra israeliani e palestinesi. Per questo motivo diversi team di scienziati sono al lavoro nelle università e centri di ricerca sul pianeta. Non fa eccezione l’Italia dove sembrerebbe essere stata trovata almeno una parte delle possibili soluzioni. Un team di ingegneri, al lavoro nel Clean Water Center del Politecnico di Torino, ha messo a punto una semplice  macchina che produce letteralmente acqua potabile. In che modo? Riuscendo a dissalare l’acqua del mare. Sembrerebbe l’uovo di Colombo ma non è così.

Sfruttare mare e sole

In realtà rimuovere il sale dall’acqua di mare richiede una quantità di energia da 10 a 1000 volte maggiore rispetto ai tradizionali metodi per rifornirsi di acqua dolce, ossia deviare i fiumi o si di pompe idrauliche come quelle per i pozzi. Un problema enorme sul quale i ricercatori italiani stanno studiando un metodo apparentemente semplice: usare il calore del sole.
Eliodoro Chiavazzo, Francesca Viglino, Matteo Fasano, Matteo Morciano e Pietro Asinari del Dipartimento Energia dell’ateneo torinese hanno così costruito un prototipo di dissalatore capace di trattare l’acqua marina. Gli scienziati hanno preso spunto dalla natura studiando a fondo come le piante riescono a trasportare l’acqua dalle radici alle piante depurandola.
La soluzione sta nella creazione di membrane porose che una volta riscaldata l’acqua salata separano quella potabile evaporata impedendo che si rimescoli. I primi esperimenti sono stati compiuti a Varazze, in Liguria. I risultati delle sperimentazioni sono stati molto soddisfacenti: si riescono a produrre fino a 20 litri al giorno di acqua potabile per ogni metro quadrato esposto al sole.

Costi bassi e applicazioni infinite

Nessun costoso macchinario dunque, una produzione di acqua a basso costo che potrebbe rappresentare una vera e propria svolta soprattutto in quei paesi colpiti da siccità frequenti o calamità naturali. Ovviamente si stanno cercando anche dei finanziatori per accelerare il lavoro ma a questo punto le applicazioni di questo metodo potrebbero essere notevoli. Si pensi ad esempio a coste isolate difficili da raggiungere per trasportare acqua. Ma un passo successivo potrebbe essere poi la costruzione di orti galleggianti in zone sovrappopolate. Inoltre si potrebbe ovviare all’eccessivo sfruttamento delle falde che causa spessa intrusioni saline o trattare acque inquinate da impianti industriali o minerari.

 

 

 

 

 

 

Festeggiare se la fine del mondo
è rinviata sino ai nostri nipoti?

Sul clima tutta la follia del mondo. I quasi 200 Paesi che avevano firmato l’accordo di Parigi nel 2015 hanno chiuso la Conferenza Onu sul clima, la ‘Cop24’, la Conference of Parties numero 24, a Katowice, in Polonia, con un accordo decisamente poco ambizioso. Qualche buon proposito e pochi impegni vincolanti. E tutto questo nonostante i recenti moniti degli scienziati sull’urgenza di agire per frenare il climate change, -una dozzina di anni prima che si verifichino eventi naturali estremi-, non è stato facile mettere d’accordo tutti i Paesi, da quelli produttori di petrolio a quelli meno sviluppati che vogliono crescere e sono fra i più vulnerabili. Così la risposta non è all’altezza della sfida.

Stupidità della politica internazionale
l’Internazionale della stupidità

Alla fine di negoziati infiniti, partiti il 3 dicembre, si è concordato sul fatto che il 2020 sarà l’anno in cui i paesi presenteranno piani climatici più rigidi. Sempre qualcosa dopo. Mentre il summit Onu del 2019 sul clima -la Cop25- che si terrà in Cile nel 2019 (con un pre-Cop in Costa Rica), sarà / dovrebbe essere l’occasione per i capi di Stato di dimostrare di non essere dei deficienti, e di voler rafforzare gli sforzi entro il 2020. Il ‘Rulebook’, il regolamento di 100 pagine che è stato firmato a Katowice, rende operativo l’accordo di Parigi che indicava l’obiettivo di contenere entro fine secolo l’aumento della temperatura nei 2 gradi, meglio 1,5, rispetto ai livelli preindustriali.

Norme comuni, controlli,
altrimenti interviene l’Onu?

I Paesi -ci dicono- ‘hanno concordato norme comuni che garantiranno maggiore controllo e trasparenza sui progressi dell’azione globale contro il global warming’, ma come? Le nazioni sviluppate hanno promesso di aumentare i finanziamenti per il clima per dare maggior fiducia a quelle più vulnerabili dalle minacce provocate soprattutto dai Paesi più responsabili delle emissioni di gas serra. E il fretta, prova a ripetere Antonio Guterres, il segretario generale Onu: «La scienza ha chiaramente dimostrato che abbiamo bisogno di maggiore ambizione per sconfiggere il cambiamento climatico. D’ora in poi 5 priorità: ambizione, ambizione, ambizione, ambizione e ambizione». Speriamo in bene.

Delusi, Cassandre o realisti?
Mancano impegni e scadenze

Il segretario delle Nazioni unite che deve fare l’ottimista anche per incoraggiamento didattico. Gli anbientalisri veri invece non festeggiano. A parlare per i delusi è Greenpeace secondo cui a Cop24 «non è stato raggiunto alcun impegno collettivo chiaro per migliorare gli obiettivi di azione sul clima, i cosiddetti Nationally Determined Contributions. Non puoi più incontrarti per dire che non puoi fare di più!». Infatti la decisione finale ripete la richiesta di aggiornamenti degli impegni entro il 2020, già formulata a Parigi. «Gli Stati hanno fatto progressi, ma ciò che abbiamo visto in Polonia è una fondamentale mancanza di comprensione dell’attuale crisi», rilancia il WWF, ricordando i soli 12 anni per agire.

In Polonia, a Katowice,
la Conferenza sul clima

E non passa giorno in cui gli organismi scientifici internazionali non producano studi sui cambiamenti climatici in corso e i riflessi devastanti sulle popolazioni. Presto, in mancanza di provvedimenti radicali, si potrebbe assistere ad una catastrofe planetaria. In questo senso però la politica, gli stati, non trovano accordi e si scontrano in una competizione economica miope, è l’accusa del movimento ambientalista, che sembra ritrovare  nuovo slancio. Movimenti popolari di varia natura stanno nascendo in diverse parti del mondo.

Remocontro ha intervistato Francesco Martone, già presidente di Greenpeace Italia, associato del Transnational Institute di Amsterdam e consulente politico per le delegazioni indigene nelle conferenze Onu sul clima.

Attualmente, dopo tanti disastri naturali compresi quelli provocati dal maltempo in tutto il mondo e gli avvertimenti della comunità scientifica , il dibattito sulle tematiche ambientali sembra essere tornato di nuovo al centro. Solo paura o nuova consapevolezza?

La fase che stiamo attraversando credo sian ormai nella massima espansione del modello ‘estrattivistico’, il capitalismo che tende a prosciugare ogni organismo che abbia valore, vedi i combustibili fossili e minerali, e questo comporta un’aggressione ai territori non solo del sud del mondo. Si cerca di estrarre valore per continuare a proporre un modello di sviluppo che, sia gli ambientalisti che la comunità scientifica, riconoscono essere quasi ad un punto di non ritorno.  Ciò impone non solo una presa d’atto ma decisioni drastiche in controtendenza.

Quindi si deve ragionare sul modello di sviluppo?

C’è una crisi delle società capitalistiche a livello globale ma anche dei meccanismi di welfare, che sta minando gli assetti democratici sia a livello nazionale che europeo. Quello che sta succedendo in Francia con i gilet gialli dimostra sicuramente una capacità di mobilitazione, ma se si legge in filigrana si vede come a livello di analisi c’è una negazione totale della questione ecologica.

E’ una critica al movimento dei gilet gialli?

Ci sono rivolte popolari contro questa “carbon tax”, in un paese come la Francia che non ha mai avuto una forte cultura ecologista, basti pensare all’impianto illuminista che vede l’uomo al centro dell’universo usare le risorse della natura. Poi c’è il fatto che a livello energetico quel paese da sempre è dipendente dall’energia nucleare.

Le rivendicazioni del movimento francese sono così tanto slegate dalle questioni ecologiche?

In realtà il movimento dei gilet gialli esprime una contrarietà alle ricadute del modello capitalistico che si esprime attraverso l’abbattimento del welfare. La Francia è in una situazione di indebitamento pubblico estremamente  elevata. Il Paese cerca di proporsi come cardine per mantenere in piedi ciò che resta dell’Unione Europea. Inoltre si avvicinano le elezioni europee e Macron si era proposto come capofila di un raggruppamento liberal conservatore che potesse fare da argine al populismo.

Una missione fallita allora vista l’esplosione della contestazione?

Si perché intanto, chi oggi tenta di difendere i diritti fondamentali, quelli dei migranti, di cittadinanza e si oppone alle politiche di austerity non rientra in questo schema.

Macron però sta tentando di mettere in piedi qualche provvedimento legato alla transizione ecologica.

Non vanno dimenticate due cose relative alla Francia, innanzitutto le dimissioni del ministro dell’ambiente Bernard Hulot che vide deluse le aspettative relative alla transizione ecologica. Inoltre, giusto due anni fa, cominciava la  conferenza sul clima di Parigi che ha sancito un accordo, al quale tutti paesi dovrebbero in teoria attenersi, riguardante la riduzione delle emissioni di gas inquinanti. Quindi evidentemente anche la Francia sente una certa responsabilità.

Gli accordi sul clima non hanno più quell’importanza che sembravano avere?

Se si osservano più da vicino gli accordi che si stipulano durante le conferenze sul clima, si vede che si tratta di intese che riguardano il commercio di emissioni o investimenti sulle energie rinnovabili. Quanti soldi da spendere a ridurre emissioni, quanti sulla energie rinnovabili prima di farle rendere.
Ad oggi è stata una partita che si sono sempre giocati Cina e Stati Uniti. Con l’uscita degli Usa dall’accordo di Parigi, forse l’Europa potrebbe riprendere un ruolo centrale in termini di un assetto multilaterale, da leader, e  riprendere quel protagonismo sul commercio di tecnologie per energie rinnovabili su piccola scala che già aveva.

L’impianto degli accordi quindi sono solo un altro modo di fare business?

Ad esempio, parlando ancora di Francia. Possiamo vedere tutti la forte competizione geopolitica nel Mediterraneo con l’Italia, proprio sul controllo delle rotte del gas naturale, il cosiddetto gas di transizione. Tutta la vicenda libica grosso modo si gioca intorno a questo, quindi la fase di transizione ecologica, se non si lega ad un modello diverso di economia  rischia di spostare altrove gli impatti sociali anche in tema di diritti umani.

Qual è lo stato del movimento ambientalista in questo momento?

Nel momento in cui scendevano in piazza i gilet jaunes, in Inghilterra il movimento ‘Extinction Rebellion’ bloccava le vie di accesso al Parlamento, così come hanno protestato gli studenti per chiedere un impegno forte contro quello che è il pericolo di estinzione a medio termine dell’umanità. La scienza ce lo sta dicendo: se non si fa qualcosa subito in tema di cambiamenti climatici le nostre condizioni di vita saranno estremamente pregiudicate.

Si tratta di un movimento legato solo all’Inghilterra o ci saranno riflessi in altri paesi europei?

In realtà il movimento ecologista in Inghilterra non nasce oggi, ha una tradizione di mobilitazione dal basso come nel caso del blocco della costruzione di autostrade o centrali nucleari. Adesso c’è un forte movimento contro il fracking (l’estrazione di gas e petrolio con la frantumazione dalle rocce, lo ‘shale gas’ NdR), cioè quelle presenti nel sottosuolo che si sfaldano più facilmente. Il governo però, come in altri paesi, sta rispondendo con la repressione e la criminalizzazione.

E in Italia?

In Italia sono scese in piazza migliaia di persone favorevoli alla costruzione del Tav mentre uscivano rapporti che sostenevano come la costruzione di questa grande opera non avrebbe ridotto l’emissione di gas serra, anzi. Nel sud invece veniva sbloccato il dossier sulla costruzione del Tap senza tenere in conto che il gas naturale non può essere considerato un combustibile “pulito”. [C’è la ragione politico economica, c’è quella ambientale ‘pura’, e c’è quella sociale. Se non coincidono (quasi mai), devi mediare].

Quindi ragionando pessimisticamente, è una partita chiusa?

Diciamo che, mettendo insieme tutti questi elementi, la questione ambientale deve essere vista sotto un’ottica differente. Non più il tentativo di conciliare capitalismo, mercato ed ecologia, ma prefigurare il decentramento della produzione di energia, di riappropriarsi della sovranità energetica e anche di mettere al centro la giustizia ecologica, climatica e il debito ecologico. Sono temi poco praticati dalla narrazione mainstream che vede l’ ecologia solo come un elemento aggiuntivo e poco importante della politica.