Più prudenti, esponenti del Pentagono: «vi sono piani contingenti per eseguire gli ordini del presidente» – (‘se quel matto lo decide dobbiamo eseguire)-, «ma che al momento quello militare è uno scenario ipotetico». I generali sono infatti consapevoli che Cuba non rappresenta affatto un pericolo per la sicurezza degli Usa, anzi che in alcuni settori – lotta alla droga, emigrazione e sicurezza delle coste – vi è da tempo una collaborazione con i militari cubani. Inoltre, ritengono che il vero problema non sia «mettere gli scarponi sul terreno, quanto tirarli fuori dopo l’intervento». Insomma, frenare la caccia alla vittoria facile della Casa Bianca che facile non sarebbe affatto. al Pentagono ritengono che un’azione armata contro l’isola provocherebbe un caos senza avere alcun piano per affrontarlo e che questo porterebbe a un’instabilità in tutta la regione del Caribe e a probabili flussi migratori verso gli Usa.
Ma i ragionamenti dei militari cozzano con il «il senso di onnipotenza – come lo ha definito il papa – del personaggio, e tengono in allarme sia il vertice politico cubano, che la popolazione», insiste Livi. Mentre il presidente Miguel Díaz-Canel – in due interviste, a Newsweek e poi alla catena tv Nbc – ha affermato che Cuba si difenderà con una lotta di popolo – tesi ripetuta giovedì in una grande manifestazione per i 65 anni della dichiarazione con cui Fidel affermava «il carattere socialista della rivoluzione di Cuba». Ma resta il fatto che l’ampiezza della crisi che dura da anni (-11% del Pil rispetto a cinque anni fa) e la decisione di sostituire progressivamente il sostegno statale generalizzato – la ‘libreta’, una sorta di tessera annonaria che garantisce a tutti i prodotti di prima necessità a prezzi minimi – con l’aiuto mirato ai più bisognosi stanno di fatto aumentando il malessere sociale.
Una recente inchiesta ‘indipendente’ – di cui è difficile verificare la serietà, precisa Livi – sostiene che quasi il 70% della popolazione patisce diversi gradi di povertà (come la rinuncia a uno o più dei tre pasti quotidiani). In vari quartieri famiglie a «struttura precaria» si organizzano per la sussitenza. «La sensazione di essere soli a occuparci dei nostri problemi». Questa situazione conferma lo scopo con cui il presidente Trump e il segretario di Stato Marco Rubio usano l’alternanza fra offerte di trattative e minacce di azioni militari: «È una tattica per erodere la sovranità del governo cubano e indurre un senso di angoscia nella popolazione. Che è poi la ragione per cui, fin dagli anni ’60 del secolo scorso, è stato deciso l’embargo contro Cuba: affamare la popolazione perché si ribelli», afferma lo storico Fabio Fernandez.
Cuba non è un semplice dossier di politica estera, sottolinea Limes. Per gli Stati Uniti è una memoria ossessiva, una soglia geografica, un trauma irrisolto della propria storia imperiale. Per Trump, e ancor più per l’apparato ideologico che si è addensato attorno al suo secondo mandato, l’isola non è soltanto un regime ostile: è il simbolo perfetto di una retrovia da rimettere in riga, di un cortile di casa da riprendere in mano, di una sovranità americana che deve tornare a farsi visibile proprio là dove, per definizione, non dovrebbe essere contestata.