L’ipocrisia occidentale adesso a Berlino, dopo gli inconcludenti vertici di Parigi e di Londra. Ora anche l’inviato di Trump a sottolineare i tre anni di assoluta impotenza. Sudan spaccato a metà fra territori sotto il controllo dell’esercito o dei paramilitari. E la carità di 681,4 milioni di euro oggi previsti dalla Ue, che ridurranno forse di qualche decina di migliaia di morti da qui al prossimo anno di impotenza risolutiva.
La guerra in Sudan è esplosa ufficialmente il 15 aprile del 2023 come sbocco della contesa di potere fra il generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan e il suo omologo Mohamed Dagalo detto «Hemetti». L’esercito regolare delle Sudanese Armed Forces e dei paramilitari delle Rapid support forces. I due, ex soci di golpe, litigano sulla spartizione del territorio e delle risorse da rapinare. I bilanci Onu ci dicono di almeno 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria immediata, quasi 11,6 milioni di sfollati e migranti oltre i confini con Sud Sudan, Ciad, Libia, Egitto, Etiopia.
La contabilità delle vittime nel divario fra le (poche) stime ufficiali e quelle che circolano su campo, denuncia il Sole24ore. Un paio di anni fa l’inviato Usa per il Sudan Tom Perriello aveva parlato di almeno 150mila vittime, una cifra rimasta impressa nel dibattito pubblico. Oggi, riporta un editoriale del New York Times, lo stesso Perriello «crede» che il totale possa essere lievitato ad almeno 400mila.
Il sud-ovest del Sudan è sotto il controllo delle Rapid Suport Forces, eredi delle ‘milizie Janjaweed’ che a inizio millennio avevano fatto temere un genocidio. Il centro-est è amministrato dalle Sudanese ArmedForces, inclusa la capitale Khartoum e lo scalo sul Mar Rosso di PortSudan. Un conflitto che continua a spostare il suo epicentro, ampliando la sua portata. Nel 2025 l’escalation nel Darfur. Oggi il grosso dei combattimenti avviene nella regione del Kordofan, aggravata da un ricorso droni per incursioni aeree.
La denuncia: «Stragi e violenze indiscriminate, inclusi abusi sessuali. Stiamo parlando di un disastro». A farne le spese sono anche gli operatori umanitari, bersagliati da aggressioni e intralciati nelle operazioni su campo. La via di uscita dalla guerra è affidata a tentativi negoziali, ma ‘la posta in palio’ è appesantita da attori esterni ai confini sudanesi. Contestato agli Emirati arabi uniti il sostegno alle Rsf, sino all’accusa l’accusa di «complicità nel genocidio» alla Corte internazionale di giustizia. I regolari godono del sostegno dell’Egitto di al-Sisi, preoccupato dalla destabilizzazione i suoi confini. L’Etiopia è accusata da un’inchiesta di Reuters e uno studio di Yale di aver formato nei suoi confini uomini delle Rsf.
«Le ricchezze del Sudan, quali l’oro, la gomma arabica e altre importanti materie prime, viaggiano in tutta sicurezza verso i mercati internazionali e regionali senza essere fermate», denuncia un attivista per i diritti umani sudanese. «Mentre nel contempo le armi entrano nel Paese a sostegno delle parti in conflitto edella guerra stessa». Persino dalla lontana Ucraina il sospetto favorito da fonti di Mosca. Forse maliziose. O forse no.
29 milioni di sudanesi a rischio di morte per fame. «Non chiediamo più cosa mangeremo. Chiediamo chi mangerà», riporta Gaia Bonomelli su InsideOver. Con il tragitto del cibo dalla terra alla tavola diventato un percorso mortale. I contadini vengono uccisi nei campi, i raccolti bruciati e le scorte di semi distrutte o saccheggiate. Quando il cibo arriva alle famiglie, è già passato attraverso tutto questo. A settembre, sette chilogrammi di miglio erano venduti a oltre 200 dollari e un chilo di zucchero a più di 50. Molte persone mangiano una sola volta al giorno e nei casi più estremi, il pasto è costituito da foglie selvatiche, erba, bucce di arachidi e mangime per animali.
Delle tre carestie ufficialmente riconosciute nel mondo, due sono state dichiarate proprio qui nel 2025: a El Fasher e Kadugli. Le Nazioni Unite non usano giri di parole e definiscono quella in corso «una guerra di atrocità contro i civili». Il Sudan –come già detto-, sta anche vivendo la più grande crisi di sfollamento del pianeta. L’80% dei centri sanitari è fuori uso e il 60% dei sistemi idrici è stato distrutto. Gli aiuti umanitari sono di fatto paralizzati . Il piano di aiuti da 2,87 miliardi di dollari è finanziato solo al 16%. Nel 2025, i fondi destinati alla ricostruzione hanno raggiunto solamente l’1%. Azione Contro la Fame riesce comunque a operare in Darfur, Kordofan e nelle regioni del Nilo, assistendo quasi due milioni di persone.
Ma gli sforzi umanitari non basteranno senza un cambiamento politico. A tre anni dall’inizio delle ostilità, l’appello resta quello di cessare i combattimenti, aprire corridoi sicuri e stanziare risorse adeguate per fermare una delle carestie più gravi del secolo. E nel nostro piccolo, continuando a parlarne ‘oltre le guerre di attualità’