«Nel capitolo dedicato a ‘Spesa per la difesa: conseguenze macroeconomiche e trade-off’, l’analisi si concentra su come i grandi boom della spesa nella difesa siano diventati più frequenti, specialmente nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo: negli ultimi cinque anni, circa metà dei Paesi al mondo ha aumentato i budget per la difesa, mentre le principali aziende del settore hanno raddoppiato le vendite di armi in vent’anni». Elisa Campisi su Avvenire segnala e avverte. «Perché a pagare il conto della crescita della spesa in difesa sono principalmente il debito pubblico, lo sviluppo sociale e quindi – aggiungiamo – le generazioni future.
Analizzando i dati dal 1946 a oggi per 164 Paesi, il Fmi identifica quali sono i boom di spesa tipici e i loro effetti nel breve e nel lungo periodo. Solitamente sono caratterizzati da un aumento di spesa per la difesa di circa 2,7 punti percentuali del Pil in due anni e mezzo. Circa due terzi di questo aumento sono finanziati tramite deficit pubblico. Sebbene i movimenti nel mercato delle armi all’inizio possano dare un certo dinamismo economico, ad aumentare fin da subito è anche l’inflazione e quindi il costo della vita. L’illusione ottica di un beneficio economico dura poco: i deficit fiscali peggiorano di circa 2,6 punti percentuali del Pil, il debito pubblico aumenta di circa 7 punti percentuali in soli tre anni.
«L’aumento del budget militare avviene a discapito di sanità e istruzione, con la spesa sociale che cala in termini reali». Numeri alla mano da paura: «Un effetto che si amplifica nei periodi di guerra e nei Paesi coinvolti direttamente nel conflitto, dove il debito pubblico può balzare di 14 punti percentuali e le perdite di produzione superano quelle causate da gravi crisi finanziarie o disastri naturali». Nel frattempo, i saldi commerciali tra import ed export tendono a peggiorare poiché la domanda interna si sposta verso l’importazione di attrezzature militari sofisticate prodotte all’estero. Per il blocco occidentale area Nato, armamenti statunitensi.
«Per i Paesi, una volta che escono dai conflitti, il recupero è lento e dipende dalla stabilità della pace». Spesso diventano necessarie riforme istituzionali e il sostegno della comunità internazionale per la ristrutturazione del debito. Di fatto, l’impatto economico che hanno le guerre e le difficili sfide legate alla ricostruzione è un altro capitolo da affrontare. «La macroeconomia dei conflitti e della ripresa», dai dati sui conflitti post Seconda guerra mondiale. Le guerre provocano compromessi tra il settore monetario e il fiscale e lasciano cicatrici sulla capacità produttiva del Paese, con riverberi anche sugli Stati vicini. Approvvigionamento e commercio, aumento dei prezzi delle materie prime e i flussi migratori. Una contrazione del Pil reale di circa il 7% in cinque anni.
Il Fondo suggerisce i quattro pilastri su cui basare la ripartenza, ed evitare che le cicatrici economiche diventino permanenti, condannando i sopravvissuti a una povertà cronica ben oltre la fine delle ostilità. La ricetta comprende la stabilizzazione macroeconomica immediata per frenare l’inflazione e stabilizzare il cambio; la ristrutturazione del debito per permettere allo Stato di tornare a investire; il supporto internazionale, sotto forma di aiuti finanziari e assistenza tecnica; le riforme istituzionali per ricostruire la fiducia degli investitori e la trasparenza dello Stato. «Solo pacchetti politici così completi possono garantire una ripresa altrettanto forte».