Usa oltre l’Iran: Vance in Ungheria dall’amico Orban

Vigilia delle elezioni parlamentari di domenica prossima, e a Budapest è atterrato il vicepresidente statunitense J.D.Vance e si è speso in un vero e proprio tour de force elettorale. Lui che «non vuole fare pressioni indebite». Più bugiardo del suo capo.

Interferenza elettorale Usa senza precedenti

Accade a cinque giorni dal voto (che continua a vedere il leader uscente indietro nei sondaggi rispetto allo sfidante Péter Magyar di Tisza). Ufficialmente solo l’«amicizia fra Ungheria e Stati uniti», con i ponti sul Danubio decorati a stelle e strisce. Una volta assieme, sia il politico statunitense che quello ungherese parlano con insistenza di «civiltà occidentale», e dell’importanza di salvaguardarla dalle minacce esterne e interne. Quali?  Vance, afferma di non essere certo venuto per «suggerire alla popolazione ungherese» che cosa votare domenica. Eppure, racconta, si è sentito in dovere perché gli era difficile tollerare le interferenze indebite da parte dell’Unione europea.

Unione europea nemica

Il vicepresidente Usa si ripete, attacca Bruxelles e accusa i «burocrati» di danneggiare deliberatamente l’economia del paese magiaro (l’Ue ha congelato circa 22miliardi di finanziamenti, principalmente per il deteriorarsi dello stato di diritto sotto i governi Orbán) e di limitare la sua sovranità energetica (un riferimento al «braccio di ferro» affinché Budapest rinunci al gas e al greggio russi, da cui invece dipende per il 90%). Il tutto perché «odiano» il fatto che il primo ministro di Fidesz è uno «statistache difende la propria nazione», denuncia Francesco Brusa sul Manifesto.

Un’amicizia utile

Ed ecco che l’amicizia fra Ungheria e Usa letta da Vance torna utile: investimenti e cooperazione, definendo il momento attuale l’inizio di una età dell’oro (termine che farà capolino praticamente in ogni arringa) del rapporto fra i due paesi. Ad arricchire il circo delle contraddizioni iraniane, il vice della Casa bianca azzarda anche «una fine prossima della guerra in Iran». Poi, salito sul palco del centro sportivo, il comizio classico sendo il modello MAGA alla Trump. «Dobbiamo fare in modo che Orbán venga rieletto, no?», ammicca al pubblico, che risponde con qualche maglietta dedicata al presidente statunitense Trump.

I fedelissimi fanno coro e folklore

Un adulto, è convinto che l’attuale primo ministro abbia reso l’Ungheria una «nazione di primo piano sulla scena globale», mentre un altro ragazzo più giovane, che si «definisce un patriota», è assolutamente fiero di come Orbán si sia posto a difesa dei confini durante la crisi dei migranti del 2015. Con un accenno a casa nostra, ormai ‘invasa e minacciata’ da orde di migranti. Meloni al senato non ringrazia. Il primo attacca il nuovo volto dell’opposizione Magyar, che definisce un «traditore», come ex compagno di partito di Orban. Sulla guerra in Iran: «Solo ai piani alti possiedono tutte le informazioni, a noi tocca fidarci», suggeriscono. «Di queste cose se ne occupano i big boys, gli adulti nella stanza».

Il modello americano per Orban

Il leader magiaro traccia una «linea di discendenza» dei migliori presidenti a stelle strisce che porta all’oggi: Reagan (che ha vinto la Guerra fredda), Bush (ha liberato l’Ungheria dal comunismo) e ora Trump (ha stroncato il potere dei «globalisti»); Vance chiama proprio quest’ultimo al telefono e lancia un’esplicita chiamata alle armi per tutti i patrioti, ‘up patriots to arms’. Orgoglio nazionale, minacce esterne e una spruzzata di alt-right statunitense: è la ricetta di Orbán per il voto di domenica, con il finale di Brusa, molto meglio di quello di Vance.

 

 

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