Hormuz: noi strangolati e petrolieri arricchiti

Le compagnie petrolifere e del gas stanno realizzando ingenti profitti grazie alla chiusura dello Stretto di Hormuz. La francese Total Energies ha realizzato profitti per circa 1 miliardo di dollari dopo aver acquistato decine di carichi di greggio nei primi giorni della guerra, così come i produttori del Mare del Nord come BP ed Equinor hanno visto il prezzo delle loro azioni impennarsi con l’aumento del prezzo del petrolio Brent.

Unione europea?

In una lettera inviata nei giorni scorsi alla Commissaria europea per il clima Wopke Hoekstra, e rilanciata da Politico i ministri delle finanze e dell’economia di cinque paesi, Germania, Italia, Spagna, Austria, Portogallo, hanno chiesto alla Commissione europea di applicare una tassa a livello europeo sugli extraprofitti per garantire che l’ “onere” dell’impennata dei prezzi dei carburanti sia “distribuito equamente”. «Coloro che traggono profitto dalle conseguenze della guerra devono fare la loro parte per alleviare il peso che grava sulla collettività», si legge nella lettera firmata congiuntamente dai cinque ministri dell’economia.

Solo retorica politica?

Belle parole che rischiano di limitarsi alla retorica politica a causa della diversa legislazione dei singoli Stati membri in ambito fiscale e l’intreccio di interessi politici con la potente lobby dei produttori energetici. Nella lettera, i ministri fanno riferimento al ” contributo di solidarietà ” temporaneo alle compagnie energetiche applicato dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Il provvedimento aveva imposto un’imposta minima del 33% su tutti gli utili delle compagnie petrolifere e del gas che superassero di oltre il 20% la media registrata nei quattro anni precedenti.

Le 27 ‘regole statali’ nell’Ue

Gli autori della lettera sanno però bene che il provvedimento non funzionò per i seguenti motivi: il contributo era deciso a livello europeo ma attuato dai singoli Stati membri con aliquote diverse, interpretazioni differenti delle regole, esenzioni e modifiche locali. Risultato: le aziende poterono operare o contabilizzare profitti in Paesi con regole più favorevoli. Con una base imponibile limitata a specifici prodotti energetici (petrolio, gas, carbone) le aziende hanno spostato parte degli extraprofitti fuori dalla tassazione grazie alla diversificazione che operano tutti i colossi dell’energia (rinnovabili, commercio, servizi). L’enorme macchina che gestisce le strategie fiscali dei big dell’energia ha riorganizzato le operazioni, per esempio anticipando o rinviando la registrazione degli utili a bilancio. Nel 2022 una parte significativa degli extraprofitti sfuggì alla tassazione piena.  Le misure di sostegno ai cittadini UE furono di 340 miliardi di euro, ma il ricavato dalla tassazione extra delle compagnie energetiche fu di 26-28 miliardi, paria un 7% della copertura.

I giganti petroliferi e i nani politici

I governi sanno che senza un quadro giuridico solido e armonizzato per evitare frammentazioni tra gli Stati membri e garantire condizioni di concorrenza eque nel mercato interno non è possibile contrastare la speculazione dei giganti petroliferi. Il percorso legislativo europeo — proposta della Commissione, negoziati tra gli Stati, approvazione — richiede mesi, se non anni. La velleità di proposte come quella dei “magnifici 5 degli extra-profitti” è dimostrata dalla contraddizione che anche tra i firmatari ci sono compagini governative con forti interessi nell’industria fossile o ideologicamente contrari a misure fiscali straordinarie (per ulteriori informazioni citofonare a Palazzo Chigi).

Il peggio che poteva accadere

Il numero uno dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) Fatih Birol ha dichiarato che il conflitto in Medio Oriente «ha provocato la più grande interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero globale» e, come logica conseguenza, ci si aspetta un’impennata delle fonti rinnovabili. E invece cosa sta accadendo realmente? In Europa si è fermato il Green Deal, un provvedimento che doveva essere riformato in funzione delle energie alternative e che è stato buttato via come il bambino con l’acqua sporca. Le compagnie petrolifere continuano imperterrite per la loro strada. BP torna a trivellare nel Golfo del Messico, nella zona dove avvenne il disastro della Deepwater Horizon del 2010, con la peggiore fuoriuscita di petrolio nella storia americana.

Rinnovabile snobbato a perdere

Total Energies ha spiegato, nel suo ultimo report di sostenibilità, di dover riesaminare la propria tabella di marcia per azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2050 (net zero EU). Contro lo sviluppo delle energie alternative la lobby dei petrolieri tiene duro in particolare in alcuni Paesi come Francia, che però ha il nucleare, e Italia. Intanto, i dati mostrano perché la Spagna, con più rinnovabili, paga l’energia sette volte meno dell’Italia.

 

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