Non c’è polemica in queste parole, ma constatazione. Sono cresciuto tra giornalisti pessimi ma frequentatori di divani giusti, figuriamoci… Ora vedo in azione giovani brillanti, incredibilmente organizzati, che agiscono e lavorano come se la realtà rappresentasse, nella sua scoperta e nella sua rappresentazione, un algoritmo, un qualcosa di non ambiguo, interpretabile univocamente attraverso un metodo. Mi chiedo se hanno ragione loro, probabilmente è funzionale così: agire nell’interpretazione attraverso un metodo e non – parafrasando un maestro filosofico come Paul Feyerabend – “contro il metodo, per una bozza di teoria anarchica della conoscenza”.
Sei sicuro? Chiede il barbiere alchimista rurale. Ci penso su da un po’ e coltivo il dubbio che funzioni molto male questa società basata su un metodo che sbaglia da decenni la prospettiva. Nel dubbio, principio sanissimo, mi tengo Feyerabend. E continuo a pensare che non servano corsi di scrittura, ma che occorra studiare e tanto. Leggere, tantissimo: poesia, filosofia, classici. Anche scrivere, per il gusto di farlo, per raccontare e raccontarsi, per vivere e far vivere le parole nel disinteresse economico, fuori dagli schemi, lontani dalle regolette della creatività conforme. E scrivere insieme, pensare con altri, produrre progetti corali. Scambiarsi idee e informazioni, in una maieutica reciproca che crea valore e non meritocrazia di classe. E poi vivendo la realtà con tutti i sensi spalancati, annusando, osservando, rubando bellezza alla bellezza, cogliendo l’assurdo e ascoltando… Ascoltando le persone senza sentirsi parte del potere. Che poi è anche un antidoto allo spaesamento evidente di quest’epoca. E questa la rubo a un giornalista vero, da strada e da cultura, con la penna raffinata e incisiva come Antonio Montanaro. Che infatti è anche poeta e artista, non segue il metodo, lo sovverte per meglio vedere quello che c’è oltre i riflettori dei media. E anni fa ha partecipato a una delle idee più avanzate e pazzesche di giornalismo, quella delle interazioni creative e della coralità per raccontare la realtà con sguardo diverso, in libertà.
Quindi sorrido e continuo a preferire il tavolo di una vineria in buona dialettica compagnia ai divani elitari di un salotto buono dove si fa docenza del merito, con metodo, per strategie di potere, ma senza alcun valore. E si vede. Basta guardarsi intorno.