«Mentre il biscazziere della Casa bianca ‘gioca’ con i mercati, lo choc energetico prende una piega sempre più pericolosa», avverte Luigi Pandolfi. Finora la scarsità di petrolio e gas è stata in gran parte artificiale, alimentata dalla speculazione. Ora, sta diventando reale e riguarda soprattutto Europa e Asia, le aree più esposte alla rotta del Golfo. Gli Stati uniti hanno margini maggiori grazie allo ‘shale oil’, ma non sono immuni: un gallone di benzina costa già cinque dollari, con punte di 6,5 in California.
Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, lo dice chiaramente: «Questo aumento dei prezzi è stato speculativo», guidato dall’aspettativa di carenze future. Ma il passaggio decisivo è imminente: «Il periodo di grazia sta per finire. Le consegne ai mercati asiatici termineranno questa settimana; quelle all’Europa la prossima». A quel punto, avverte, «il tempo delle chiacchiere sarà finito». E i segnali, già oggi, sono eloquenti.
Come racconta il Financial Times, nelle Filippine l’emergenza energetica ha ridotto consumi e attività: ristoranti vuoti, lavoro a rischio, telelavoro. In Bangladesh si spengono luci e condizionatori negli uffici pubblici e la distribuzione di carburante subisce interruzioni. In Pakistan, addirittura, il campionato nazionale di cricket si gioca in stadi vuoti, perché molti cercano di risparmiare carburante. «Quando si assiste a settimane lavorative più brevi o a aziende che riducono l’orario, si tratta di una distruzione della domanda», con effetti immediati su produzione e redditi.
Le economie emergenti, più energivore e con meno spazio fiscale, sono le prime a cedere: giù consumi e produzione, su l’inflazione. Una spirale che porta dritto verso la stagflazione, almeno per ora. In Australia, ben 470 stazioni di servizio sono rimaste senza carburante negli ultimi giorni. In Europa la direzione è la stessa. Se in Italia sono già molte le segnalazioni di pompe col cartello «carburante esaurito», la Slovenia ha introdotto un razionamento severo: 50 litri al giorno per i privati, 200 per le imprese.
Il Commissario per l’energia Dan Jørgensen invita i 27 a «misure volontarie di riduzione della domanda», soprattutto nei trasporti, e a «prepararsi a un’interruzione prolungata delle forniture». Il rischio è passare «dal caro prezzi a una crisi totale di approvvigionamento energetico». L’aumento dei costi comprime consumi e investimenti. E una possibile carenza fisica rischia di bloccare interi settori: trasporti, logistica, industria. Il nodo più critico è il diesel, da cui dipende la distribuzione delle merci. PIL globale a picco
Gli scenari più pessimisti parlano di una perdita di produzione globale tra il 10 e il 15%. L’Ocse stima un calo del Pil globale dello 0,5%, più marcato in Europa (per l’Italia crescita dimezzata allo 0,4%, secondo S&P), dove la Bce per il secondo trimestre 2026 prevede anche un rialzo dell’inflazione al 3,1%. Numeri che non tengono ancora conto degli effetti su occupazione e finanza pubblica. «Un disastro annunciato».
Una riflessione di Roberto Della Seta sul Manifesto. «Prima l’invasione russa dell’Ucraina, poi la guerra a Gaza e l’aggressione israelo-americana all’Iran che hanno incendiato il Golfo persico. «Tragedie umanitarie, ma in particolare per l’Europa, Italia in testa, paurosi stress-test». La fragilità dei nostri sistemi energetici che dipendono in larga misura dal petrolio e dal gas che importiamo da regioni geopoliticamente insicure. Oltre al loro costo in termini climatici e ambientali.
Uno studio ha calcolato che nei primi tre anni del conflitto russo-ucraino sono stati rilasciati in atmosfera gas ‘climalteranti’ per 237 milioni di tonnellate di CO2, quanto emettono in un anno Austria, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia messe insieme. Sommando le emissioni di gas collegate ai primi quindici mesi della guerra di sterminio israeliana a Gaza, si ottiene un valore uguale a tutte le emissioni climalteranti generate in un anno nei 41 Paesi che occupano la parte più bassa della classifica mondiale degli Stati emettitori di C02.
Drammatico il bilancio ambientale anche della guerra di Israele e Stati uniti contro l’Iran. Solo per le prime due settimane di guerra, 232 incidenti ambientalmente critici, in Iran, Iraq, Israele, Kuwait, Giordania, Cipro, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman e Azerbaigian. L’Europa nel frattempo sta a guardare, preoccupandosi principalmente dell’impatto delle guerre fossili sui prezzi dell’energia e per ora ci si limita a misure tampone – defiscalizzazioni, sussidi vari – per calmierare artificiosamente i prezzi di benzina e gasolio.
L’Italia, uno dei Paesi Ue che basa di più i propri consumi di energia su petrolio e gas importati, risponde al caro-prezzi dell’energia provocato dalla nostra larga dipendenza dall’importazione senza tentare di ridurre questa dipendenza. «È un cammino autolesionista, mosso essenzialmente dagli interessi del colosso Eni, vero dominus della politica energetica italiana, ed è una delle manifestazioni più tipiche – e meno denunciate – della negazione della crisi climatica e dell’urgenza di fronteggiarla che accomuna Meloni a tutte le destre sovraniste, da Trump a Orban».