Trump in Cina a maggio? Per allora stop alla guerra

La Cina diventa il termometro della guerra in Iran. Per un semplice motivo: Trump in visita ufficiale a Pechino da Xi Jinping. Una visita necessariamente senza che gli Usa siano impegnati in combattimenti. Dopo molti rinvii è stata fissata la data di metà maggio. Significa che forse tutto sarà già finito nel Golfo Persico.

Un rinvio dopo l’altro

Mai viaggio fu più scalognato di quello che il Presidente Trump vorrebbe fare (mettiamo ancora il condizionale) a Pechino, questa primavera, per incontrare Xi Jinping, il leader di una Cina che sogna di scavalcare gli Stati Uniti, come prima potenza economica mondiale. Un confronto aspro tra due colossi, che si traduce, però, nel saggio tentativo di smussare gli spigoli, per trovare un terreno comune di convivenza. A questo servono gli incontri al vertice, specie nei momenti di maggiore tensione, come quelli vissuti, tra Washington e il gigante asiatico, a proposito della guerra dei dazi doganali. Solo che il viaggio programmato da Donald Trump per visitare Pechino e, soprattutto, chiarire con Xi Jinping equivoci e cancellare incomprensioni, è stato continuamente riprogrammato dagli ‘sherpa’ della Casa Bianca. Il motivo? Instabilità internazionale o, per essere più precisi, crisi in Iran. E se proprio vogliamo entrare nei dettagli (che sono stati per ovvi motivi taciuti ai cinesi) attacco agli ayatollah, decapitazione dell’establishment persiano e cambio di regime. Dopodiché, secondo programma studiato tra Dipartimento di Stato e Situation Room, finita per le spicce l’operazione Epic Fury, Trump avrebbe avuto tempo, energie e straripante ottimismo, per presentarsi petto in fuori e sguardo da duro, al cospetto di Xi. Se. Ma sappiamo che non è andata proprio così, e che gli iraniani hanno reagito (e continuano a reagire) ferocemente. Così, Trump ha dovuto disdire l’appuntamento già fissato con il leader cinese, chiedendo una proroga. E poi un’altra. Ora, forse, ha esaurito i suoi bonus.

Un annuncio sofferto

Dunque, il prossimo supervertice Trump-Xi Jinpeng si terrà a Pechino il 14 e 15 maggio, come ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. Il primo annuncio era stato però fatto a febbraio. In quell’occasione venne comunicato che il Presidente si sarebbe recato a Pechino dal 31 marzo al 2 aprile, anche se i cinesi non avevano confermato. «In seguito – ha scritto il South China Morning Post di Hong Kong (SCMP) – la Casa Bianca ha affermato che l’incontro era stato rinviato poiché la guerra con l’Iran aveva la priorità, mentre Pechino ha dichiarato che le due parti stavano ancora discutendo del viaggio». ‘La Cina e gli Stati Uniti restano in contatto in merito alla visita del Presidente Trump in Cina, comprese le date’, ha dichiarato la scorsa settimana Liu Pengyu, portavoce dell’ambasciata cinese a Washington. Jeremy Chan, invece, analista senior dell’Eurasia Group, società di consulenza con sede a New York, prevede che la pianificazione per le nuove date inizierà indipendentemente dal fatto che la Cina le confermi o meno. Ma Pechino manterrà un atteggiamento più cauto questa volta, dato che la guerra con l’Iran non mostra segni di rallentamento. Chan ha poi osservato che le nuove date di viaggio erano di un giorno inferiori rispetto al viaggio precedentemente programmato, «il che suggerisce aspettative più moderate».

E Xi andrà a Washington

La strategia di Trump è quella di mettere sotto controllo la Cina da una posizione di forza, ma senza esasperare troppo i toni. Per cui è indispensabile tenere un filo diretto con la leadership di Pechino, al fine di riuscire a evitare pericolosi scontri frontali su particolari ‘hot-spot’, come nel caso di Taiwan. Proprio per questo, la visita del Presidente Usa sarà contraccambiata, invitando Xi a Washington assieme alla moglie Peng Livuan. La data sarà fissata nel corso dell’anno. Dal canto suo, in un post sui social media, Trump ha descritto Xi come «il Presidente cinese molto rispettato», aggiungendo che i «rappresentanti di entrambe le parti stanno finalizzando i preparativi per la visita storica. Non vedo l’ora di trascorrere del tempo con il Presidente Xi – ha aggiunto Trump – in quello che sarà, ne sono certo, un evento epocale». Un’occasione che sarà importante anche per Xi, la cui economia comincia a dare segnali di allarme in diversi settori e per la quale il peso del rincaro energetico, indotto dal conflitto nel Golfo Persico, può risultare particolarmente penalizzante.

L’emergenza petrolio

Le autorità cinesi hanno annunciato il secondo aumento dei prezzi dei carburanti in questo mese. Si è trattato di una misura record, che ha portato il costo per i cittadini a livelli mai visti, nonostante il governo avesse cercato di attenuare l’impatto determinato dalla crisi nel Golfo Persico. «La Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (NDRC), l’organo di pianificazione economica del Paese – scrive Nikkei Asia – ha aumentato il tetto massimo del prezzo della benzina di 1.160 yuan (168 dollari) per tonnellata, circa la metà dell’aumento di 2.205 yuan calcolato secondo il meccanismo di determinazione dei prezzi convenzionale. La misura temporanea è stata introdotta ‘per mitigare l’impatto dell’aumento anomalo dei prezzi internazionali del petrolio, alleviare l’onere per gli utenti a valle e garantire la stabilità economica e il benessere sociale’, ha dichiarato la NDRC». Resta il fatto che i contraccolpi dell’assalto congiunto israelo-americano all’Iran si stanno rivelando pesanti, soprattutto per chi, come la Cina, è un cliente di primo piano del Paese sciita, importatore di notevoli quantità di greggio. «L’aumento dei prezzi – aggiunge Nikkei – rimane il più consistente da quando la Cina ha iniziato a collegare i prezzi interni dei carburanti a quelli del mercato internazionale nel 2000. Si prevede che i prezzi del petrolio, persistentemente elevati, aumenteranno i costi per famiglie e imprese». Può sembrare un paradosso, ma pur essendo forti produttori di auto elettriche, i cinesi continuano a preferire le auto a benzina, per un motivo molto semplice: non hanno costruito sufficienti colonnine di ricarica. La Cina, tuttavia, è un po’meno esposta alle ripercussioni per l’aumento dei prezzi del petrolio rispetto ad altre economie, grazie all’elevata quota di carbone e fonti rinnovabili che utilizza. Il carbone, per esempio, rappresentava il 53% del consumo energetico nazionale.

Iran, una guerra mondiale

Il problema energetico cinese è quello di molti altri Paesi asiatici, a vecchia e nuova industrializzazione, come per esempio il Giappone. L’energia oggi diventa un bene sempre più prezioso e sulla frontiera della tecnologia avanzano nuove realtà, come l’intelligenza artificiale, che diventeranno nell’immediato futuro consumatrici stratosferiche di questo bene indispensabile. Ecco perché un conflitto apparentemente solo regionale, come quello iraniano, finisce poi per avere ricadute esponenziali tutto il tessuto economico, politico e sociale del pianeta. Ed ecco perché, se Trump ha fissato la sua visita ufficiale in Cina a metà maggio, per quella data tutte le operazioni militari americane contro l’Iran dovranno essere completate.

 

Tags: Cina Iran Usa
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