Crisi economica tra prudenza e reticenza

Le previsioni economiche elaborate tra le austere pareti dei centri studi internazionali mantengono toni bassi, in una prudenza che ormai somiglia più a reticenza che a realismo di fronte all’arrivo di una crisi economica. Non creare allarmismo è la parola d’ordine perché i mercati «scommettono sulla de-escalation» ha scritto la stampa economica al primo rimbalzo in borsa.

Financial Times

In realtà «azioni e obbligazioni globali sono pronte per la più grande vendita combinata dal 2022» annuncia il Financial Times. Solo i signori Lapalisse dell’analisi economica si premurano di ribadire che «se la guerra si protrae, ci sono rischi per crescita mondiale e inflazione». Per l’uomo della strada, invece, la crisi è già dietro l’angolo. Le prime ondate speculative dell’inflazione toccano i carrelli della spesa. La domanda che si pone non è più quando, ma come sarà questa crisi e chi ne sarà maggiormente colpito. Nell’Economic Outlook dell’Ocse la crescita mondiale viene rivista al ribasso. Il Pil globale è atteso al +2,9% nel 2026 (confermato rispetto a dicembre) e al +3% nel 2027 (da +3,1%), livelli comunque più bassi rispetto al +3,3% del 2025.

Inflazione da paura

Ma è l’inflazione la variabile che può mandare a gambe all’aria la logica già precaria di questi numeri. L’inflazione nei Paesi del G20, dopo il 3,4% del 2025, è attesa al 4% quest’anno (da 2,8%) e al 2,7% il prossimo (da 2,5%). Negli Usa l’Ocse prevede l’inflazione al 4,2%. Previsioni che appaiono in linea con l’azione dei vigili del fuoco dei mercati, impegnati gettar acqua sui focolai di allarmismo che un po’ ovunque rischiano d’innescare il vero e proprio incendio del panico di borsa. Nei corridoi degli istituti finanziari, così come allo sportello della banca sotto casa, torna puntuale il protocollo standard con la raccomandazione di attendere, invitando gli investitori a non cedere all’ansia.

Crisi economica già in corso

Per trovare una prima risposta a quando inizierà la crisi è sufficiente guardare verso lo Stretto di Hormuz per constatare che ci siamo già dentro. I principali centri di analisi del settore petrolifero hanno calcolato che se nell’ipotesi più ottimistica la guerra in Iran si fermasse oggi stesso, il sistema contabilizza già la perdita di 200 milioni di barili. Ma i tempi calcolati per far ritornare a pieno regime i campi petroliferi vanno da 3 a 6 mesi. In questo arco di tempo necessario ripristinare il blocco delle infrastrutture l’ulteriore calo di produzione fa aumentare la perdita a 450 milioni di barili. Quindi, se la guerra finisse oggi, l’impatto calcolato è del 2-2,5% in meno sull’offerta globale di petrolio. Nella prima guerra del Golfo del 1990, il calo generato dal Kuwait pesò per circa 1,7% della produzione mondiale. Solo lo shock petrolifero del 1974 con il 4,5% del totale prodotto supera le previsioni della crisi iraniana. Ma all’epoca l’economia non era interdipendente per le catene di fornitura come lo è oggi. Il danno è già stato fatto e l’onda sta arrivando.

Indipendenza energetica

Le prime economie ad esserne colpite saranno quelle dei paesi che non hanno indipendenza energetica, paesi asiatici delle economie emergenti e l’Europa. Discorso a parte per la Cina che è attrezzata per affrontare la crisi energetica, anche con il carbone, e per gli Stati Uniti che hanno una produzione petrolifera interna che copre il loro intero fabbisogno. Restano quindi le politiche economiche e fiscali dei singoli Stati a contrastare gli effetti della crisi. Alla luce di uno shock energetico, secondo la prudentissima Ocse, «potrebbero rendersi necessari adeguamenti della politica monetaria qualora le pressioni sui prezzi si estendessero o le prospettive di crescita si indebolissero in modo sostanziale». Tradotto con i piedi per terra: per contrastare l’aumento dei prezzi i tassi d’interesse dovranno aumentare senza deprimere lo sviluppo economico.

Europa, debito e contanti

Un’impresa da equilibristi per qualsiasi governatore della banca centrale, ma che in Europa potrebbe essere un’altra occasione di riformare il sistema fiscale dei Paesi più vulnerabili a causa del debito, Spagna, Francia, Italia. Proprio l’Italia rappresenta il vertice di un modello globale in cui è chiaro da subito chi pagherà la crisi. Non di certo le famiglie italiane che Il Sole 24 Ore indica avere raddoppiato la ricchezza finanziaria negli ultimi vent’anni, passando da 3.258 a 6.030 miliardi di euro, al netto di un’inflazione superiore al 40%. Tra gli investimenti i fondi comuni sono saliti da 270 a circa 850 miliardi, assicurazioni e fondi pensione a 1.132 miliardi. Azioni e partecipazioni valgono 1.754 miliardi.

Il contante fermo sui conti è una cifra da capogiro (circa 1.350 miliardi). Senza un effettivo programma di redistribuzione di questa ricchezza, globale e non solo italiana, le conseguenze della crisi non faranno che aumentare le incognite sulla tenuta sociale di un sistema in fibrillazione.

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