Donald Trump e tutta la corte dei miracoli che lo circonda al tavolo della “Situation Room”, a Pennsylvania Avenue, questa volta l’hanno fatta grossa. Si sono incredibilmente dimenticati di verificare i calcoli del Pentagono, sulla quantità di forze militari e relativa logistica necessarie per condurre la nuova (e sconsiderata) Guerra del Golfo. Chi ha dato i numeri doveva essere un inguaribile ottimista. O un incompetente. Oppure tutte e due le cose. Infatti, per quello che potremmo definire, molto prosaicamente, “effetto coperta corta”, oggi in tutto il vasto quadrilatero che va dal Mediterraneo all’Oceano Indiano e da Bab-el-Mandeb (Mar Rosso) fino alla base di Incirlik (Turchia orientale), le forze armate degli Stati Uniti sono in bolletta. Nel senso che cominciano a scarseggiare i rifornimenti, specie per quanto riguarda alcuni sofisticati sistemi d’arma, impiegati nella guerra contemporanea ad alta tecnologia. Ci riferiamo, in particolare, a vettori antimissile di ultima generazione e a munizionamento di precisione particolarmente sofisticato. E dunque che succede? Beh, semplice: per dare priorità al confronto con l’Iran, che ormai sembra essergli completamente scappato di mano, quasi sicuramente il Presidente degli Stati Uniti dovrà dirottare verso il Medio Oriente gli aiuti militari che erano destinati all’Ucraina. Una scelta che dovrebbe essere temporanea, ma che sarà condizionata dall’escalation delle operazioni belliche nel Golfo. La notizia è stata anticipata, in esclusiva, dal Washington Post, che è in grado di fornire alcuni dettagli grazie agli input di fonti (anonime) dell’Amministrazione federale.
“Sebbene non sia stata ancora presa una decisione definitiva sul riorientamento delle attrezzature – scrive il WP – tale spostamento metterebbe in luce i crescenti compromessi necessari per sostenere la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, dove il Comando Centrale Usa ha colpito oltre 9 mila obiettivi in poco meno di quattro settimane di combattimenti. Tra le armi che potrebbero essere sottratte all’Ucraina figurano missili intercettori per la difesa aerea (i Patriot, n.d.r.), ordinati nell’ambito di un programma NATO avviato lo scorso anno, in cui i Paesi partner acquistano armi statunitensi per Kiev, hanno affermato tre fonti, parlando a condizione di anonimato per descrivere le delicate deliberazioni del Pentagono. L’iniziativa ‘PURL’ (Prioritaized Ukraine Requirements List) ha garantito un flusso di equipaggiamento militare selezionato verso Kiev, nonostante l’Amministrazione Trump abbia interrotto la maggior parte degli aiuti diretti del Pentagono in materia di sicurezza. In una dichiarazione, un portavoce del Pentagono ha affermato che il Dipartimento della Difesa ‘garantirà che le forze statunitensi e quelle dei nostri alleati e partner abbiano ciò di cui hanno bisogno per combattere e vincere’, ma si è rifiutato di rilasciare ulteriori commenti”.
A questo punto, bisogna fare un passo indietro. È bene chiarire che il deciso cambiamento di Donald Trump, nella politica di sostegno armato all’Ucraina, è avvenuto nel luglio dell’anno scorso, un po’ a sorpresa. Alcuni commentatori hanno fatto notare che la presa di posizione del Presidente Usa è arrivata in contemporanea con la visita del Ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, che a Washington si stava incontrando col Segretario alla Difesa, Pete Hegseth. Non solo. Trump si era già ampiamente confrontato sull’argomento anche col Segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte. Ma, a quanto pare, il fattore determinante nella sua scelta è stata una telefonata fatta con Zelensky. Alla fine, Trump ha annunciato un piano per l’invio di armi a Kiev, compresi i sistemi Patriot, e ha minacciato dazi del 100% se la Russia non avesse raggiunto presto un accordo. “Gli annunci – ha scritto il Washington Post – sono giunti dopo che Trump aveva ripetutamente espresso frustrazione per i continui bombardamenti dell’Ucraina da parte del Presidente russo Vladimir Putin. Fino ad allora, Trump si era in gran parte astenuto dall’aprire l’arsenale statunitense all’Ucraina, evitando di lasciare la propria impronta su un conflitto che spesso definiva ‘la guerra di Biden’. La Germania si è impegnata a inviare batterie di difesa aerea Patriot, in aggiunta a quelle che avrebbe acquistato dagli Stati Uniti. Zelensky ha dichiarato che anche la Norvegia invierà una batteria. Rutte ha affermato che anche Finlandia, Danimarca, Svezia, Paesi Bassi e Canada intendono partecipare alla prima ondata di acquisti di armi, e che altri Paesi seguiranno a breve. ‘Questo significherà che l’Ucraina potrà mettere le mani su quantità davvero ingenti di equipaggiamento militare, sia per la difesa aerea, sia per missili e munizioni’, ha affermato Rutte. Il cambio di rotta di Trump – conclude il Washington Post – ha riscosso plausi in Europa, dove il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato a X: “Il Presidente Trump ha preso un’iniziativa importante. Gli Stati Uniti forniranno armi all’Ucraina su larga scala se i suoi partner europei le finanzieranno”.
Il richiamo alla nascita del programma “PURL”, voluto e finanziato sostanzialmente dal Vecchio continente, testimonia lo sforzo di Bruxelles di tenere in piedi a tutti i costi e senza compromessi, la battaglia dell’Ucraina di Zelensky contro i russi. Gli europei, pur di continuare a sostenere Kiev a fronte del progressivo distacco di Trump, si sono assunti oneri finanziari gravosi, arrivando, come abbiamo visto, fino al paradosso di acquistare armi americane per girarle all’Ucraina. Adesso, però, non è più questione di soldi, ma di vera e propria disponibilità concreta di sistemi d’arma che per essere realizzati hanno bisogno di tempo. E le cui scorte, sotto pressione per il conflitto del Golfo, stanno rapidamente esaurendosi. Ecco perché l’Europa, apertamente e, più ancora, nelle segrete stanze delle Cancellerie, muove freneticamente i suoi pedoni e i suoi alfieri, in una partita a scacchi quasi schizoide: la guerra in Iran va chiusa prima possibile. Per mille motivi, tra i quali c’è pure quello che sta mettendo in secondo piano l’Ucraina, facendole mancare le risorse indispensabili per potersi difendere. Una situazione di stallo che non può continuare e che premia, dicono a Bruxelles, i calcoli di Vladimir Putin, affossando contemporaneamente le speranze di Kiev. Tutto questo, mentre gli Stati Uniti combattono una guerra con devastanti effetti collaterali in Iran e l’Europa, fervente sostenitrice di Zelensky, rischia di restare con il cerino in mano.
“Una fonte a conoscenza dei calcoli interni del Pentagono – dice ancora il Washington Post – ha affermato che le consegne di missili ‘PURL’ a Kiev probabilmente continueranno, ma che i pacchetti futuri potrebbero non includere capacità di difesa aerea, poiché gli Stati Uniti cercano di ricostituire le proprie scorte e quelle degli alleati nel Golfo Persico.
‘Il dibattito politico verte su quanto dare all’Ucraina’, ha detto una seconda persona. ‘È una discussione in corso’. Non era chiaro se le spedizioni statunitensi sarebbero state ritardate e consegnate in un secondo momento o completamente dirottate. Dopo la guerra in Iran, il Pentagono ha cercato di aumentare rapidamente la produzione di munizioni chiave – conclude il WP – ma è limitato dalla scarsa capacità dell’industria della difesa statunitense di incrementare la produzione in tempi di crisi”.
Zelensky ha affermato che, pur comprendendo le “sottigliezze” della posizione di Washington, “il Medio Oriente ha sicuramente un impatto sul Presidente degli Stati Uniti e sulle sue prossime mosse”.