«L’ambasciatore americano Mike Huckabee non ha perso l’occasione di dare la sua opinione, condivisa dalle frange più estremiste del sionismo, rispondendo a una domanda del giornalista Tucker Carlson su un versetto biblico in cui si descrive la promessa di Dio ai discendenti di Abramo del controllo di un territorio che va dal ‘Wadi d’Egitto fino all’Eufrate’. ‘Sarebbe bello se lo prendessero tutto’, è stata la risposta entusiasta del pastore-ambasciatore. Trump nella sua straordinaria follia è circondato da una degna comitiva.
Vicini alla prossima umiliazione di Trump, alla elezioni di novembre, e sempre più vicini alla caduta dell’Impero di prepotenza Usa sepolto dai debiti, la fine del ‘Socolo americano’. Na non solo. Come ci risoda Negri citando il fortunato libro «La fine di Israele». Ilan Pappé afferma che il collasso dello stato ebraico è già cominciato. Ma la sua fase di espansione e colonizzazione del Medio Oriente non si ferma. Il ministro israeliano alla difesa Katz lo ha annunciato ieri. «Controlleremo la zona di sicurezza estesa fino al fiume Litani, i libanesi non rientreranno finché Israele nord non sarà al sicuro». Fino a quando durerà l’occupazione non è dato sapere ma ci è stato detto, vagamente, per un «periodo medio-lungo». Che nella logica dell’impero sionista potrebbe essere anche da una generazione o due fino all’eternità.
In fondo il più importante alleato di Israele, gli Stati uniti, è d’accordo. «Noi europei pure, perché non avendo fatto niente (e continuando a non fare nulla) per fermare il genocidio di Gaza abbiamo lasciato a Israele carta bianca: questa guerra contro l’Iran, cominciata proprio da Tel Aviv, è la dimostrazione che Netanyahu si sente libero di far ciò che vuole. Anche di minacciarci se non partecipiamo al conflitto: oggi Israele, potenza dotata di centinaia di testate nucleari, è uno degli stati più pericolosi al mondo ma noi facciamo finta di niente. Ce ne accorgeremo presto quando deciderà di far fuori la Turchia di Erdogan per l’egemonia in Medio Oriente nel Mediterraneo orientale».
Netanyahu ancora di più di quanto già ottenuto? «Ha raso al suolo Gaza, sta procedendo verso l’annessione di fatto della Cisgiordania e ha evitato di andare a processo per corruzione nel suo paese o di essere arrestato all’estero, come chiede la Corte penale internazionale. Ora occupa anche il Libano e a un pezzo di Siria. Riducendo il Medio Oriente alla sua definizione arbitraria di ciò che è una minaccia, Israele detta il destino dell’intera regione e di conseguenza del resto del mondo. Senza mai pagare conseguenze. Non una sanzione e neppure una minima perdita di influenza nelle alte sfere del potere europeo e americano».
Per la prima volta dal 2001, secondo Gallup i palestinesi (41%) superano gli israeliani (36%) nelle simpatie degli americani. Il sorpasso è trainato da indipendenti e giovani, mentre i repubblicani restano filo-Israele. Qui se ne parla poco perché è un argomento che infastidisce assai i nostri esponenti della destra al potere, ben più preoccupati di come la pensino a Tel Aviv che della nostra pubblica opinione, magari costituita da giovani e pure filo-palestinesi, soprattutto dopo il genocidio di Gaza.
La vertiginosa spirale di guerra in cui Israele ha precipitato il Medio Oriente. Migliaia di vittime tra Iran e Libano. I prezzi dell’energia alle stelle. Il Golfo e lo stretto di Hormuz paralizzati dagli attacchi iraniani. Sembra di vivere in un’era sconcertante e fuori controllo. Sintesi semplice per Negri: «tutto quello che succede è il risultato dell’occupazione israeliana della Palestina. Man mano che il conflitto si espande, la connessione con la Palestina si fa meno chiara. Ma è evidente quanto la stabilità della regione sia stata garantita a spese dei palestinesi. Basti pensare gli equilibri regionali e a quella sceneggiata grottesca del Board of Peace.
«Quel consiglio che doveva passare alla fase 2 di Gaza è stata la sfilata di un plotone di maggiordomi di Trump che hanno dato il via alla guerra come sonnambuli. Da mesi Netanyahu spingeva ad attaccare l’Iran, la sua vera ossessione, appoggiato da una lobby filosionista negli Usa assai potente. Lo ha scritto qualche giorno fa con grande chiarezza Joe Kent nella sua lettera di dimissioni dall’agenzia anti-terrorismo. Ma anche questo argomento piace poco ai media, si tratta di illuminare la vera zona d’ombra della politica: il potere dell’impero sionista sulle nostre decisioni».
Non solo Israele a spingere per la guerra. Nyt: ‘Il principe bin Salman in pressing su Trump perché continui la guerra’ Trump dive di voler trattare ma manda i parà. La presunta trattativa per chiudere la guerra del Golfo non ha portato ad una de-escalation, perché Iran e Israele hanno continuato a scambiarsi duri colpi. I missili di Teheran che trasportano ordigni a grappolo hanno bucato l’Iron Dome centrando una zona residenziale nel cuore di Tel Aviv e l’Idf ha risposto con bombardamenti in diverse zone del Paese nemico, compresa la capitale, nel fuoco incrociato anche sul fronte libanese. Il Pakistan -come ci ha detto Orteca-, si è offerto di ospitare un tavolo di pace e secondo Axios si guarda a giovedì per primo un incontro ad alto livello, ma si attende una risposta dagli iraniani. Allo stesso tempo il tycoon sembra prepararsi ad un’ulteriore offensiva, come dimostrano i piani del Pentagono di inviare nell’area altri tremila paracadutisti. Con la guerra nel Golfo arrivata alla quarta settimana, sono arrivati segnali ambigui dalla diplomazia.
Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, che avrebbero aperto un canale con i Pasdaran, convincendo Trump a congelare i raid per 5 giorni. L’ipotesi di organizzare un incontro a Islamabad tra Mohammad Ghalibaf (il nuovo uomo forte di Teheran), Steve Witkoff e Jared Kushner e Vance. Intanto Washington proverà a sondare gli europei: Rubio è atteso venerdì a Parigi per il G7 Esteri, a cui sono stati invitati anche i ministri di India, Brasile e Corea del Sud. I mediatori arabi appaiono scettici sulla possibilità che la partita si chiuda a breve, perché sui contenuti le distanze sembrano ancora incolmabili. La teocrazia, secondo quanto trapela, non chiederebbe solo la fine della guerra, ma anche concessioni che rappresentano delle linee rosse per Trump: garanzie contro future azioni militari, risarcimenti per le perdite, controllo formale di Hormuz ed il rifiuto di negoziare qualsiasi limitazione al suo programma balistico.
L’Idf avverte: i piani militari su Iran e Libano non cambiano, a prescindere dai negoziati. In questo scenario le bombe hanno continuato a cadere su tutta la regione. In Israele, da nord a sud, inclusa Tel Aviv, dove un ordigno si è schiantato in una strada residenziale, sgretolando la facciata di un edificio di tre piani e provocando quattro feriti. L’Idf ha reagito con un’operazione su ‘vasta scala ai siti produttivi iraniani, e allo stesso tempo ha stretto la morsa sulle milizie di Hezbollah in Libano, annunciando che assumerà il ‘controllo della cosiddetta zona di sicurezza’ fino al fiume Litani, circa 30 chilometri dal confine. Il piano mancato nella guerra del 2006.