Iran 2009, la svolta moderata repressa dagli integralisti

Tehran giugno 2009, l’ultimo tentativo interno di riformare il regime iraniano prima dei brogli e del ‘colpo di stato’ degli integralisti di Ahmadinejad e Khamenei. Vittorio Da Rold, allora a Tehran.

Bombe anche sulla memoria

I bombardamenti americani e israeliani su Teheran hanno distrutto, fra le tante altre infrastrutture civili, un palazzetto costruito al tempo dello Scià, Reza Pahlavi negli ‘70 in un complesso sportivo accanto al grande stadio Azadi, che, ironia della sorte, significa ‘libertà’ in persiano. In quel centro, nel giugno 2009, si svolse l’ultimo e vano tentativo di svolta moderata prima che la coppia dei falchi del regime, Ahmadinejad e Khamenei, rispettivamente all’epoca presidente della Repubblica uscente e Guida suprema, infrangessero quel sogno di un Iran dialogante con l’Occidente e inserito nei commerci internazionali. 

L’allora ‘Onda verde’

In un clima infuocato ed entusiasta di giovani sostenitori dell’Onda verde, il movimento riformista che usava per la prima volta i social network per radunarsi a sorpresa e spiazzare i conservatori, Mohammad Khatami, già due volte presidente della Repubblica, fece un discorso memorabile di apertura a Occidente, riforme interne e distensione internazionale. Khatami era stato eletto presidente il 23 maggio 1997 ed eletto una seconda volta l’8 giugno 2001, una figura rilevante della politica iraniana, paragonabile sebbene in campi avversi, con Alì Larijani, recentemente al ucciso da Israele.

La modernizzazione impedita

Khatami, in quel giugno 2009, stava dando il testimone del progetto di modernizzazione del paese nelle mani esperte del riformista Hossein Moussavi, un ex primo ministro dal 1981 al 1989. Quel giorno di luce accecante come solo in Medio oriente puoi trovare, con scenografie di architetture moderne e nello stesso tempo antiche che si stagliavano in un cielo turchese, alla presenza di alcuni diplomatici europei c’era ancora la fondata speranza di un dialogo sui negoziati sul nucleare e sulle sanzioni economiche. Il panorama cambiò improvvisamente dopo la vittoria contestata di Mahmud Ahmadinejad e le accuse di brogli e quel giorno divenne l’ora della metafora dell’involuzione della Repubblica islamica.

Il futuro diverso mancato

Quei giovani presenti a centinaia a un evento elettorale dei riformisti dell’Onda verde credevano in un futuro diverso, positivo per il proprio Paese erede di una civiltà millenaria, in collaborazione con gli altri stati. Erano tutti pieni di energia, un entusiasmo che lasciava sbalorditi tutti i presenti provenienti dall’esterno e che si aspettavano un mondo tetro e rinchiuso in se stesso. Quel giorno fu l’ultimo della grande illusione di autoriforma del regime khomeinista incapace di aprirsi alla modernità.

L’ircocervo

Dopo il voto per le presidenziali, in quel sistema costituzionale iraniano simile a un ircocervo (animale leggendario metà capra e metà cervo, col significato metaforico dell’impossibile), che dava la vittoria a Hossein Moussavi, sostenuto da Mohammad Karroubi, appartenente al clero, la guida suprema Alì Khamenei decise, a tavolino, che il vincitore delle elezioni doveva essere il fedele e conservatore Ahmadinejad. Da quella svolta autoritaria, un colpo di stato diremmo in Occidente, che provocò rivolte di piazza e uccisioni di massa da parte dei basij, il corpo più odiato dalla popolazione iraniana, spalleggiati dai Pasdaran della Rivoluzione, ha preso inizio la spirale di violenze e repressione che ci ha portato alla distruzione di quel palazzetto testimone dell’ultimo tentativo politico di massa di riforma del regime iraniano.

Netanyahu dopo Kamenei

l cerchio si chiude, con la distruzione fisica da parte dei bombardamenti israelo-americani, di quello che fu il teatro dell’ultimo tentativo di riforma interna e democratica del regime, un tentativo che se fosse riuscito avrebbe fatto svoltare la storia dell’Iran e del Medio Oriente in tutt’altra direzione. Moussavi avrebbe cercato insieme a Khatami, di ricucire quello strappo che avvenne a Teheran il 4 novembre 1979 quando un gruppo di studenti universitari radicali, occupa, cogliendo di sorpresa la Cia, l’ambasciata americana e cattura per 444 giorni 66 persone del corpo diplomatico e marines di guardia.

Ostaggi ambasciata Usa e ‘October surprise’

Una crisi che mise in scacco l’amministrazione Carter fino al disastroso blitz fallito della Delta force impantanato nelle sabbie del deserto iraniano. Se le promesse esplicitate da Khatami in quel palazzetto ora distrutto dai bombardamenti, si fossero concretizzate come la volontà popolare indicava nelle urne, allora forse quella crisi tra il ‘Grande Satana americano’, come l’ayatollah Khomeini definì gli Stati Uniti, e la Repubblica islamica si sarebbe ricucita.

Oggi dopo 47 anni il mondo assiste allo scontro iniziato nel 1979 e dagli esiti ancora incerti tra ‘regime change’ sostenuta da Washington e forse ora da parte israeliana del ‘regime distruction’ tout court.

 

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