I NO che rovesciarono attese e guerre

Sottovalutare l’avversario o il nemico è sempre un errore e spesso pregiudica l’esito di qualunque confronto/conflitto. Parliamo di guerra e di casa nostra e tu pensa a Trump o al referendum. Allora, a sei mesi dall’ingresso in guerra dell’Italia, nel giugno 1940, già nell’inverno si rivelarono gravi carenze. Eppure la guerra continuò fino all’estate del 1943 e al crollo del regime. Ma nemmeno uscirne si rivelò facile, perché dall’estate del 1943 solo la Liberazione pose fine alla guerra in Italia.

Il No francese sulle Alpi

Il 10 giugno 1940, dal balcone di palazzo Venezia, Benito Mussolini dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Non si trattava più ormai di una decisione improvvisa o imprevedibile, perché dal settembre 1939, da quando cioè Hitler aveva attaccato la Polonia, dopo varie tergiversazioni – che in parte avevano anche irritato la Germania – la guerra era comunque ritenuta inevitabile. Ad esempio, giudicando troppo pacifista dire che l’Italia semplicemente rimaneva ‘neutrale’, il regime aveva coniato l’espressione ‘non belligerante’, per dare l’idea di una nazione già con l’arma al piede, anche se la realtà era ben diversa. A far rompere gli indugi erano state le sfolgoranti vittorie tedesche che dopo la Polonia aveva invaso Olanda, Belgio, Danimarca e Norvegia. Nell’illusione di una guerra breve e nel timore che la Germania avrebbe ottenuto ampie concessioni, fu pronunciata la frase funesta riportata nei ‘Diari’ di Galeazzo Ciano: “poche centinaia di morti per sedersi al tavolo della pace”. Dopo tentennamenti e difficoltà nel radunare e organizzare le forze, la Francia fu attaccata da due armate italiane il 21 giugno: i tedeschi però erano già arrivati alla periferia di Parigi il 17, mentre il 18 uno sconosciuto generale, Charles de Gaulle, aveva pronunciato un discorso radiofonico che incitava la Francia alla resistenza e del quale allora si parlò poco. Nonostante il grande apparato messo in atto, gli italiani rimasero inchiodati sulle Alpi, fermati dalle fortificazioni e flagellati dal maltempo: centomila francesi insomma fermarono trecentomila italiani. Particolarmente pesante si rivelò il numero dei congelati che furono circa duemila, tre volte il numero degli stessi caduti.

No sui monti della Grecia

Ancora peggiore fu l’esito dell’attacco alla Grecia, il cui ricordo pesa ancora sulla memoria delle guerre degli italiani. Anche in questo caso la decisione ultima fu di Benito Mussolini che insisté con gli alti comandi che non seppero o non vollero opporsi. Mussolini, ispirato e sorretto da Ciano – che sosteneva di aver corrotto alcuni ministri greci -, era convinto che Atene fosse in fondo una facile preda per rafforzare la presenza italiana nei Balcani, soprattutto dopo che la Germania si era imposta sul governo romeno per lo sfruttamento dei pozzi petroliferi di Ploesti. “Questa volta Hitler – disse il dittatore italiano – lo saprà dai giornali che io ho invaso la Grecia” e così fece, scegliendo come data dell’invasione il 28 ottobre, anniversario della ‘marcia su Roma’. Gli alti comandi fecero tuttavia notare l’inadeguatezza delle forze a disposizione di fronte a reparti greci che, seppure non potentemente armati, conoscevano bene l’impervio territorio da difendere ed erano protetti da alcune fortificazioni: anche un rapporto dell’intelligence italiana riferiva che il morale delle truppe greche era alto, ma rimase ignorato. All’attacco italiano la Grecia rispose dunque con fermezza e determinazione quali raramente si vedono nella storia. La popolazione, che in poco tempo superò le divisioni interne, accolse la notizia dell’aggressione con sdegno e con uno slogan collettivo che respingeva l’ultimatum. Alla fine accadde che non solo i greci arrestarono gli italiani, ma li respinsero indietro al di qua dei confini albanesi, nonostante il piano italiano sembrasse – sulla carta – un capolavoro dell’arte della guerra.

‘O Megalo Ochi’, il grande No

Nella notte del 28 ottobre l’ambasciatore d’Italia si recò alla residenza del primo ministro Ioannis Metaxas. Nello storico colloquio tra i due che si svolse in francese, Metaxas leggendo le condizioni dell’ultimatum disse “Allora è la guerra”. “Non necessariamente, Eccellenza”, rispose Emanuele Grazzi, ma Metaxas replicò “No, è necessaria”. Lo stesso testo dell’ultimatum era stato concepito come un semplice pretesto, una minaccia formulata per ottenere una rapida capitolazione, in quanto intimava la consegna di una risposta nell’arco di poche ore, termine impossibile da rispettare e che non sarebbe stato sufficiente nemmeno a convocare un consiglio dei ministri. Quest’ultimo no, Ochi in greco, entrò nella storia ellenica come O Megalo Ochi, “il grande no”. Metaxas morì nel gennaio 1941 di setticemia, poco prima che i tedeschi invadessero la Grecia, spartendosela poi con Italia e Bulgaria, un doloroso spettacolo che in un certo senso gli fu risparmiato. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Grecia ha iniziato a celebrare il 28 ottobre come festa nazionale, con il nome di Festa dell’Ochi. L’eco del grande no pronunciato da Metaxas fa sì che oggi la memoria dell’ex dittatore sia qualcosa di controverso e insolito: da un lato è ricordato infatti come un dittatore che ha messo in piedi un regime persecutorio e dai tratti feroci, molto simile al fascismo, ma al tempo stesso è elogiato ancora oggi il suo deciso ‘no’ all’ultimatum italiano, celebrato oggi come festa nazionale.

 

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