
Il primo marzo, il giorno dopo che gli Stati uniti e Israele avevano lanciato la campagna militare congiunta contro l’Iran, il Consiglio ministeriale del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) ha tenuto una «riunione straordinaria»: questi paesi si erano improvvisamente ritrovati al centro di una guerra regionale in rapida espansione. In risposta ai primi attacchi statunitensi-israeliani, il regime iraniano ha rapidamente reagito lanciando una raffica di droni e missili verso gli Emirati arabi uniti (Uae), il Bahrein, l’Arabia saudita, l’Oman, il Qatar e il Kuwait, gli Stati arabi del Golfo che ospitano basi e strutture militari americane.
L’entità degli attacchi e la gravità dei danni sono senza precedenti per Stati che hanno a lungo proiettato un’immagine di sicurezza, stabilità e protezione in una regione instabile. Dallo scoppio della guerra, i droni e i missili iraniani hanno ucciso almeno 17 persone nel Golfo e ferito decine di altre. Sono state colpite anche diverse strutture petrolifere e del gas, compresi i serbatoi di stoccaggio nel porto di Salalah in Oman – il più grande del paese – dove martedì scorso si è alzata una densa colonna di fumo nero verso il cielo. Ma nella dichiarazione che ha condannato con forza gli «atroci attacchi iraniani» e ha affermato il diritto degli Stati membri all’autodifesa, era vistosamente assente qualsiasi menzione degli Stati uniti e di Israele come istigatori dell’escalation.
«Per gli Stati della Cooperazione del golfo, questa guerra ha messo in luce un paradosso che comprendono da tempo ma che temono di affrontare: decenni di dipendenza dagli Stati uniti come principale garante della loro sicurezza, a costi finanziari astronomici, non li proteggono dalle conseguenze delle decisioni militari americane. Al contrario, li trasforma in bersagli diretti degli avversari degli Stati uniti, mentre gli interessi strategici israeliani hanno la precedenza sulle loro preoccupazioni in materia di sicurezza».
Allo stesso tempo, un confronto verbale con il presidente degli Stati uniti Donald Trump e la sua amministrazione, soprattutto data la sua imprevedibilità, potrebbe portare a significative implicazioni politiche e interne che potrebbero danneggiare i loro interessi nazionali nel lungo periodo, compromettendo le reti strategicamente consolidate a Washington e, in assenza di un chiaro piano postbellico, alimentando ulteriormente gli atteggiamenti interni contro gli Stati uniti. Ma, la profonda integrazione delle capacità e delle tecnologie militari americane nell’architettura di difesa della regione rende estremamente difficile allontanarsi da Washington, il che potrebbe anche aiutare a spiegare la critica smorzata degli Stati del Ccg.
Secondo l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri), tra il 2020 e il 2024 gli Stati uniti hanno fornito la metà di tutte le importazioni di armi verso il Medio Oriente e il Nord Africa, con Arabia Saudita, Qatar, Kuwait ed Emirati come principali destinatari, rappresentando quasi il 20% di tutte le importazioni mondiali di armi. Sebbene la Cina abbia compiuto significativi progressi economici nel Golfo, la sua presenza militare impallidisce se paragonata a quella di Washington. Oltre alla vendita di armi, gli Stati uniti mantengono una rete diversificata di basi militari in tutta la regione e supervisionano operazioni di difesa critiche, tra cui la condivisione di informazioni di intelligence e l’addestramento militare. Sostituire l’architettura di sicurezza americana richiederebbe la ricostruzione da zero delle infrastrutture di difesa della regione.
Gli Stati del Golfo hanno comunque cercato di diversificare le loro alleanze e di ridurre la dipendenza da una singola potenza. Alcuni hanno ampliato i legami di sicurezza con Cina, Russia e Turchia; altri hanno perseguito patti di difesa reciproca, come quello firmato lo scorso anno tra Arabia saudita e Pakistan. E per decenni, l’Iran si è astenuto dal colpire direttamente le strutture statunitensi sul territorio del Ccg. La situazione è cambiata durante la «guerra dei 12 giorni» dello scorso giugno, quando ha lanciato missili balistici contro la base aerea statunitense di Al Udeid in Qatar, in rappresaglia agli attacchi americani contro gli impianti nucleari iraniani.
Più recentemente, a gennaio, l’Arabia saudita, il Qatar e l’Oman sono stati coinvolti in un’importante iniziativa diplomatica alla Casa bianca, avvertendo che un’escalation militare avrebbe messo in pericolo sia la stabilità regionale che gli interessi americani. Ma gli sforzi del Golfo per impedire un’escalation sono riusciti solo a ritardare una guerra che cercavano di evitare e di cui ora sono costretti ad assorbire le conseguenze. Allo stesso tempo, le aspettative di Washington nei confronti dei suoi partner regionali nel contesto di questa guerra sono diventate sempre più esplicite. Il senatore repubblicano Usa Graham ha espresso la speranza che i paesi del Ccg «si impegnino maggiormente, dato che questa lotta si svolge nel loro cortile», avvertendo che «ci saranno conseguenze» se non lo faranno. Modello Trump,
Stavolta, mentre si trovano ad affrontare tutte le conseguenze della loro alleanza in materia di sicurezza con Washington, gli Stati del Golfo sembrano avere una capacità molto più limitata di contenere la rabbia della loro opinione pubblica. Anche se le manifestazioni pubbliche di dissenso sono state rare nella regione, le proteste scoppiate in Bahrein – sede della Quinta Flotta statunitense e con una popolazione a maggioranza sciita – sono un chiaro esempio di disordini civili che gli altri Stati del Ccg non sono disposti a sopportare nel mezzo della guerra in corso. Su Al Jazeera, l’analista politico saudita Suleiman Al-Aqili ha espresso grave delusione nei confronti dell’«alleato americano. Gli Stati uniti si concentrano sulla sicurezza, la stabilità e la popolazione di Israele, senza prestare attenzione alla difesa degli Stati arabi del Golfo».
Caro Donald
«Signor presidente Donald Trump, una domanda diretta: chi l’ha autorizzata a trascinare la nostra regione in una guerra con l’Iran? – ha chiesto – È stata una sua decisione esclusiva? Oppure è il risultato delle pressioni esercitate da Netanyahu e dal suo governo?».