Cronache di utopia concreta

Carta e lotta

Vorrei fare un discorso di sole premesse. Come fossero, tutte, questioni sul margine dell’abitare civile, disseminate di domande che non vengano mai chiuse da risposte qualsiasi. Premesse colme di vita, creatività, incontri e progetti, che non abbiano la necessità di giungere a conclusioni già scritte. Premesse come vanga che dissoda la terra, come seme che il vento fa volare, che generano principi attivi e non pretendono di raccogliere immediato il frutto.

Sono un attivista. Sono sempre stato un attivista. Inventando negli anni, insieme con altri, qualcosa che avesse a che fare con due parole: carta e lotta. Ho cominciato nelle occupazioni scolastiche, ho continuato con la politica appresa sulle strade delle periferie romane, per cambiare il mondo, per prendere parola, per poter esistere nelle circostanze culturali anche a fronte di una provenienza lontana dai salotti buoni e dalle amicizie significative. Lo sono stato, attivista, con senso critico e battagliero negli anni dell’Unità – fin quando è stato possibile – all’Ora a Palermo e poi in ogni contesto in cui ho lavorato, Giornale di Sardegna, E Polis, DNews, Globalist: sempre inseguendo l’idea della democrazia dell’informazione, del dare voce a chi non ne ha. Un giornalista preso da un furore di verità in un mondo che sempre di più scivolava verso una ragnatela potente di menzogne: come fosse questa ragnatela la struttura stessa del potere. E non è che sia cambiato il mio modo di essere, come cultore della materia all’Universita, come libraio nell’avamposto culturale di San Quirico d’Orcia, come scrittore di Polemos, come vinaio, come editore.

Tanti lavori. Una modalità per non adeguarsi ai vantaggi: essere attivo sul margine. Agire sui principi e le premesse. E credere nell’utopia concreta e in chi continua, controcorrente, a raccontare e a raccontarsi, a testimoniare la realtà, la vita, la bellezza per amore.

Voci a Pitigliano. Quando mi è stato chiesto di prendere la parola, per portare la mia esperienza in uno dei migliori incontri che ho visto organizzare – Voci a Pitigliano, laboratorio collettivo di ascolto, confronto e responsabilità, ripensando il turismo e interrogandoci sul futuro dell’accoglienza – mi sono sentito nel posto giusto: avrei parlato di ciò che rende la vita degna di essere vissuta; di chi ogni giorno, fuori dai riflettori dei media, costruisce una realtà culturale e sociale che non si accoda all’invasione narrativa dominante. Di chi si batte per il bene comune anche se è faticoso.

Un cesto colmo di cose differenti. Volevo portare, fisicamente, un cesto colmo di cose differenti, per raccontare come i territori siano ricchi di cose belle, anche se meno note di quelle brutte. Ecco, mi sono detto, questo è il punto. Così, ho portato nel cesto delle differenze poetiche e fertili un libro. Si intitola “Cronache di utopia concreta”, come sottotitolo recita: “Raccontare e raccontarsi contro lo spaesamento”. Non solo la mia voce che riflette sull’esperienza della libreria-avamposto culturale e getta dichiaratamente semi di premesse e principi di carta e di lotta, ma una testimonianza corale che è partita da alcune domande: come sottrarre la narrazione del presente, in particolare nei territori del nostro vivere quotidiano, da un immaginario culturale sempre più conformista e mediatico, quindi senza sempre meno culturale nel senso più profondo del termine? Come affrontare la crisi epistemica che toglie valore a ogni forma di umanità e alle conoscenze collettive, privandoci di memoria e di futuro, schiacciandoci in una visione piatta, obbediente un po’ ignorante?

Ne è venuto fuori un discorso collettivo fatto di cronache (i vecchi vizi non si perdono) che raccontano fatti, persone, storie, paesaggi umani, visioni, povertà di mezzi e ricchezza di poesia. Raccontano chi resiste, chi agisce perché il mondo non sprofondi nella totale bruttezza. Chi difende il seme, chi traccia la terra per coltivarla, chi non sfrutta gli altri e neanche la natura. Chi, nonostante tutto, continua con coraggio ad amare.

Con coraggio, perché il cuore di tenebra della missione civilizzatrice del tempo in cui viviamo annulla concezioni traboccanti di interpretazioni possibili: uniforma, globalizza, rende tutto conforme a una idea preordinata del mondo. A livello globale, con una declinazione sui nostri territori dell’abitare civile che è infida e fatale. Nei luoghi in cui sapienti del passato hanno inventato modi di vivere rispettosi per il futuro e per il bene comune, arrivano i civilizzatori dell’omologazione. E prima ancora di trasformare i territori, asfaltano ogni differenza culturale e spengono voci. Plasmano il loro futuro come se il bene comune fosse un dettaglio dimenticato da secoli. Un dettaglio ricco e utile per loro, non per tutti. La memoria è il futuro svaniscono attraverso una quantità di informazioni che girandolano senza che niente scenda nella coscienza, senza che si ponga mai una questione di senso.

Questa crisi, amplificata dalle tecnologie della comunicazione, ci rende schiavi di conoscenze inutili, sottraendo senso critico e generando tanta furia, rabbia, assuefazione e convinzione di essere nella storia come protagonisti: ma non è vero.

Così è saltato fuori questo libro corale (che definisce anche la nostra idea di cultura popolare), per discutere come comunità, pensata come co-humanitas. Un libro che sostituisce un intervento pubblico e genera una festa che continuerà. Per stare insieme davanti a un bicchiere, sulla soglia di Vald’O o in una piazza, in un’aia o chissà dove: prendendo la parola, dando voce all’utopia concreta. Per non restare muti (o inutilmente livorosi sui social), sostanzialmente estranei sui nostri territori in una storia raccontata da altri.

In questa pubblicazione prendiamo la parola insieme: le artiste, le vignaiole, le ricamatrici della tovaglia di comunità, quelle che tessono insieme memorie e stoffe. I coraggiosi delle cooperative di comunità, quelli del Teatro Povero e del Parco Vivo; chi ricicla con arte, chi coltiva agroboschi, chi canta il Maggio, chi elegge il bosco, comunità vegetale, a simbolo e ispirazione di un progetto di Fondazione che rovescia il sistema. E poi chi ostinatamente continua a ricordarci che se un paese perde la chiesa, e anche la piazza, non è più un paese…

Questa storia è appena cominciata. Le esperienze di ascolto e le azioni per un mondo più giusto, più felice e non ostaggio dell’arroganza dell’epoca, si moltiplicheranno. Riannodare il filo interrotto della memoria è il primo passo. Ricominciare a riprendere la parola, senza paura. Avere una voce e non sprecarla sui social in ululati a suon di maiuscole.

Noi continueremo, da attivisti amanti del fare del pensiero un’azione, a disseminare parole. Semi nel vento, frammenti densi di bellezza e di memoria, pronti a generare un pensiero divergente, uno sguardo attraverso, un sentire inespresso da porgere con cura e gentilezza. Contro indifferenza e conformismo. Contro la paura che produce ferocia, per quella paura che genera coraggio. Per il coraggio che nasce dal cuore e percorre il filo sospeso sul vuoto del conformismo e ci spinge, funamboli, ad appoggiare un piede dopo l’altro, per sottrarci dalla forza di gravità che ci chiama la caduta di ogni ideale, di ogni utopia.

Le premesse sono queste. Ora non ci resta che continuare a portare l’utopia nella realtà.

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