
Viva la Spagna. La socialista spagnola Teresa Ribera, vicepresidente della Commissione critica Von der Leyen arrivando a definire «inappropriate» le sue parole. Mentre Costa , presidente del Consiglio europeo, replica alla presidente della Commissione dallo stesso palco della conferenza annuale degli ambasciatori Ue a Bruxelles. Se von der Leyen aveva invitato l’Ue ad abbandonare l’ordine del «vecchio mondo», rappresentato dal diritto internazionale e dal multilateralismo, l’ex premier socialista portoghese scandisce: «Dobbiamo difendere l’ordine basato sulle regole. Dobbiamo sostenere i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, come delineati nei nostri Trattati». Contro il rischio che l’Ue e l’Occidente possano essere accusati di doppi standard, aggiunge poi che «le violazioni del diritto internazionale non devono essere accettate, si tratti di Ucraina, Groenlandia, America Latina, Africa, Gaza o Medio Oriente». Un ulteriore frontale a Von der Leyen arriva dalla replica del ministro degli Esteri spagnolo, il socialista José Manuel Albares, quando sottolinea che «l’alternativa all’ordine è la legge della giungla».
All’indomani dell’attacco in Iran, von der Leyen e Costa avevano inizialmente trovato un punto comune nella richiesta ai belligeranti di moderazione della forza nel segno della diplomazia. Nei giorni successivi, però, le divergenze sono emerse sempre più evidenti. A trascinare il fronte del dissenso, la decisione di Madrid, con il socialista Sánchez che ha negato l’uso delle basi militari agli Usa, condannando l’unilateralismo dell’azione contro Teheran. Condanna espressa, anche se in modo più velato, da parte di Irlanda e Slovenia. La ministra degli Esteri di Dublino, Helen McEntee, ha sottolineato che l’operazione di Washington e Tel Aviv manca della copertura del Consiglio di sicurezza Onu, mentre la sua omologa di Lubiana Tanja Fajon ha parlato di «inaccettabile violazione del diritto internazionale». Proprio quello che von der Leyen si è ben guardata dal fare, mettendo piuttosto l’accento sui pur innegabili crimini di Teheran.
La posizione del premier spagnolo traina di fatto tutto lo stato maggiore dei socialisti europei, di cui Costa è il più alto rappresentante istituzionale. A sua volta, la presa di posizione del presidente del Consiglio fa da detonatore al malessere all’interno della sempre traballante asse di maggioranza tra S&D e Ppe. Da Strasburgo, dove è in corso la sessione plenaria dell’Eurocamera, la capogruppo S&D Iratxe Garcia Perez auspica un chiarimento ai vertici Ue, criticando la passività della linea von der Leyen che avvantaggia Trump e nuoce agli interessi dei cittadini europei, alle prese con i costi dell’energia e lo spettro dell’inflazione. L’anticipo dei problemi politici ancora seminascosti in Italia, ma che stanno avvelenando altre ‘sofferenze di maggioranza’ sempre più malamente nascoste, imposte dalla ultra destra modello Trump sull’Europa, denuncia sul manifesto Andrea Valdambrini.
L’agenda ‘Sánchez-Costa’ compatta un insolito ‘campo largo’. Il Cinque stelle Danilo della Valle (gruppo Left) chiama a raccolta eurodeputati della sino a ieri silente sinistra europea S&D, Renew, Left and Greens, passando per il partito tedesco Bsw di Sarah Wagenknecht. Il PD italiano ancora riflette. «Finalmente von der Leyen è uscita allo scoperto», ironizza lo spagnolo Asens Llordà, eletto con i Greens, «ma così certifica la morte definitiva dell’Europa come progetto di pace». La convinzione è che «se si vuole fermare la deriva trumpiana, il modello da seguire è quello del governo di Madrid». Così agli occhi della presidente della Commissione si apre una frattura politica profonda e al più alto livello del fronte progressista.
Ma intanto, a sprofondare è il fronte sovranista con i numeri che ci ha dato Orteca, e che hanno costretto la premier italiana girare attorno alla portata della crisi internazionale aperta per l’intervento israelo-americano in Iran, senza denuncialo apertamente. Solo un morbidissimo «intervento di Usa e Israele in Iran fuori dal perimetro del diritto internazionale». «Noi non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra», e meno male. «Le basi concesse agli Usa dipendendo da accordi che sono sempre stati aggiornati da governi di ogni colore: nel caso in cui dovesse giungere la richiesta spetterebbe sempre al governo ‘prendere una decisione’ ma ribadisco la decisione in quel caso sarebbe affidata al Parlamento. Ribadisco anche allo stesso modo che a oggi non è pervenuta alcuna richiesta». Tutte cose dette e stranote, e poco altro.
In difesa, ma senza mai prendere nettamente le distanze dalla guerra in corso. «Qui non c’è un governo complice di decisioni altrui, né tantomeno isolato in Europa, né colpevole di conseguenze economiche che la crisi può avere su cittadini e imprese». Peccato che si sia fermata lì, passando al solito elenco di ‘promesse risolutive’, carburante del suo governo.