
«All’interno del carcere speciale di Silivri, nel comune metropolitano di Istanbul, si è svolta ieri la prima udienza del più grande processo contro un’amministrazione locale nella storia della Repubblica di Turchia: 402 imputati, tra cui 107 detenuti, con Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul e candidato alla presidenza per la principale forza d’opposizione, il Partito popolare della Repubblica (Chp), come figura centrale». Nel maxi-processo contro l’amministrazione di Istanbul, la Procura ha chiesto condanne per un totale di 2.400 anni di carcere per i 402 imputati, sulla base di un capo di imputazione di 4.000 pagine che accusa Imamoglu e gli altri di corruzione, appartenenza a un’organizzazione criminale e abuso d’ufficio.
Le indagini, le inchieste e gli arresti sono partiti nel mese di marzo del 2025, meno di un anno dopo la seconda vittoria elettorale di Imamoglu contro il partito del presidente della Repubblica, a Istanbul. Tra gli imputati non ci sono solo sindaci e consiglieri del Chp, ma anche i loro familiari e vari imprenditori.
«L’aula, trasformata in una fortezza, ha ospitato una scena surreale: Imamoglu, appena entrato, ha cercato di salutare i presenti, ma il presidente del collegio giudicante ha subito interrotto ogni tentativo di dialogo, arrivando a fargli chiudere il microfono». «Non avete il diritto di trattarci così», ha gridato Imamoglu, mentre la tensione cresceva. La richiesta di rimozione del giudice, avanzata dagli avvocati della difesa, è stata respinta con la motivazione che avrebbe «prolungato inutilmente il processo». Successivamente, il collegio giudicante, di fronte alle proteste, ha abbandonato l’aula, lasciando Imamoglu a urlare: «Voi non siete venuti qui per giudicare, ma per fuggire!» (dalle responsabilità legali e etiche).
Il leader del Chp, Özgür Özel, presente in aula, non ha usato mezzi termini: «Mi sono vergognato come cittadino. Tre giudici con undici anni di esperienza totale, incapaci di gestire un fascicolo di 4.000 pagine!». Le sue parole, pronunciate dopo l’udienza, sono costate una denuncia per ‘offesa alla corte’: la Procura di Bakırköy ha aperto un’indagine d’ufficio contro di lui, dimostrando che in Turchia, oggi, anche criticare un giudice può diventare un reato. Özel ha attaccato il collegio giudicante definendolo «un gruppo di inesperti, scelti solo per compiacere Erdogan che ha trasformato la giustizia in uno strumento di vendetta politica». Mentre a Silivri infuriava la battaglia legale, a Ankara, Recep Tayyip Erdogan ha liquidato le critiche dell’opposizione con il solito disprezzo: «L’opposizione non ha una visione, solo insulti. Sono incapaci di gestire anche i loro elettori».
«Il processo contro Imamoglu presenta gravi anomalie procedurali e contraddizioni. Le presunte frodi, quantificate tra i 250 e i 560 miliardi di lire turche, risultano del tutto sproporzionate rispetto al bilancio comunale di 564 miliardi del 2025, come sottolineato dagli avvocati della difesa. Inoltre, dichiarazioni di testimoni anonimi, usate per giustificare arresti e detenzioni, sono state poi ritirate dal fascicolo prima dell’inizio del processo, senza però revocare le misure cautelari». Infine, il capovolgimento delle responsabilità è evidente: «pagamenti già avviati da precedenti amministrazioni vengono ora addebitati a Imamoglu e ai sindaci del Chp, in un chiaro tentativo di criminalizzare retroattivamente l’operato dell’opposizione».
Inoltre, nel processo a Imamoglu, «pentiti come Ertan Yıldız e Aziz Ihsan Aktas, poi smentitisi a vicenda, hanno rilasciato dichiarazioni contro l’imputato su media legati organicamente al governo centrale. A peggiorare il quadro, l’attuale ministro della Giustizia Akın Gürlek, ex procuratore capo di Istanbul, ha guidato l’inchiesta divulgando dettagli ai media vicini all’Akp, il partito di Erdogan, violando la riservatezza». Un conflitto di interessi che minaccia la credibilità del processo. Come ha scritto il politologo Onur Alp Yılmaz su Medyascope, «Imamoglu non è solo un imputato: è il simbolo di una democrazia in bilico». Secondo Yılmaz, la sua capacità di parlare alla società, di essere credibile, ha rotto il monopolio di Erdogan.
«Il problema non è Imamoglu – scrive Yılmaz – ma il futuro della democrazia in Turchia. Questo processo non è contro un sindaco, ma contro l’idea stessa che il potere possa essere contestato». Udienza aggiornata a domani, mentre la zona attorno al carcere di massima sicurezza di Silivri rimane interdetta al pubblico: il prefetto di Istanbul ha infatti vietato a tempo indeterminato qualsiasi forma di protesta, trasformando l’area in una fortezza blindata.