Scrivo e cancello, poi riscrivo e soffro mettendo una accanto all’altra parole di sbigottimento e vergogna, di preoccupazione per quello che stiamo vivendo, per quello che sarà. Cancello ancora. Non ce la faccio a parlare ancora del Paese Innominabile. E non mi fa ridere per niente la scenetta degli azzeccagarbugli del misticismo evangelico a stelle e strisce nella Casa Bianca. Siamo cresciuti e siamo stati educati alla libertà, alla democrazia, al rispetto, alla giustizia sociale. E poi da chissà quale stordimento della storia sono apparsi i fanatici suprematisti del potere malvagio, che nutre e si nutre di ricchezze smodate, alimentando credenze e fanatismi religiosi. Con il loro codazzo di pedofili, massacratori di bambine, devastatori di scuole e di ospedali, assassini felici di mostrare al mondo abilità superiori, spioni ricattatori. E tanti, tantissimi vigliacchi. Obbedienti che distolgono lo sguardo, giustificatori di ogni crudeltà. Con la penna in mano o col doppiopetto. Con il microfono della propaganda in tv e comodo sul divano mediatico, o nei loro ministeri della vergogna.
Dai, dice il barbiere. Cancella pure questo. Cancella.
Lo sappiamo che c’è un limite alle menzogne della politica e, soprattutto, ai cantori delle menzogne dei media. E fa male al cuore assistere allo scempio dei principi di giustizia e pace. Certo, capisco che è talmente ovvio quello che accade che le parole di un Polemos disperato possano sembrare inutili.
Però in fondo alla visione nera della realtà c’è una luce che ci racconta la possibilità che un altro mondo sia ancora possibile.
La tengono accesa le persone che non si arrendono, che continuano a credere nei valori della Resistenza, della nostra avanzatissima Costituzione. La tengono accesa i giornalisti indipendenti, quelli che con fatica, e lontano dai riflettori, continuano a cercare la verità nel mare delle menzogne. E questo non si può cancellare neanche col mentire seriale. La tengono accesa, quella luce, i volontari di mille battaglie sui territori, i pacifisti, i difensori dell’ambiente e della memoria di fronte alle ruspe della modernità; gli uomini e donne che ancora leggono un libro con curiosità, le biblioteche che celebrano l’incontro, tutte quelle persone che animano il margine mediatico della società civile, non adeguandosi alla trasformazione della cultura in intrattenimento, della bellezza in un ballo di corte per i reali del tempo.
Una donna, in un video apparso qualche giorno fa, si rivolgeva urlando a un manipolo di agenti bardati a guerra in un parco. Vado a memoria: la vita è semplice, è l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il pane che mangiamo. Non i soldi.
Già, dice il barbiere. Poi poggia le forbici: queste voci libere non le cancella manco la censura che ci vogliono imporre. No, oggi è 8 marzo, dedico la giornata di lotta a quella donna, simbolo di una lotta sociale e civile, del desiderio di riprendersi la vita, la voce, il diritto a contrastare il potere malvagio e i suoi guardiani.