
Non basterebbe un’enciclopedia per raccontare decine di guerre e interventi militari che gli Stati Uniti hanno combattuto in ogni angolo del mondo nei due secoli e mezzo dalla fondazione del «Grande Paese», oltre a colpi di stato provocati o sostenuti. Dal secondo conflitto mondiale in poi, tutti i presidenti si sono impegnati in una guerra, lasciandosi alle spalle a volte scenari peggiori. Basterebbe ricordare la Corea (presidente Truman), il Vietnam e Cuba (Kennedy), Vietnam e Repubblica Dominicana (Johnson), Cile, Cambogia e Laos (Nixon), Afghanistan e Iran (Carter), Grenada e Libia (Reagan), Panama e Iraq (Bush senior), Somalia, Serbia (Clinton), Afghanistan e Iraq (Bush junior), Siria, Libia (Obama), Afghanistan (Biden) Iran, Venezuela (Trump). Se andiamo indietro nel tempo, ecco i conflitti con il Messico e la Gran Bretagna e, sul fronte interno, appunto lo sterminio dei nativi indiani.
Statisticamente, la Francia è uno dei pochi Paesi che nel corso dei secoli non si è battuto contro gli Stati Uniti. Se ci fermiamo al periodo successivo alla Seconda guerra mondiale e al tempo della guerra fredda, non c’è presidente americano che non abbia sganciato qualche bomba o mandato truppe in qualche Paese, utilizzando una vasta gamma di argomenti per lo più nobili (la difesa della libertà, la lotta al comunismo, l’esportazione della democrazia, la minaccia terroristica) senza nascondere interessi economici e geostrategici e senza preoccuparsi troppo della legittimità del casus belli.
Come quando il segretario di stato, Colin Powell, esibì all’assemblea dell’Onu la famosa falsa provetta che avrebbe dovuto convincere il mondo dell’esistenza di armi di distruzioni di massa nelle mani del dittatore iracheno Saddam Hussein. La menzogna in mondovisione giustificò l’invasione del Paese e l’eliminazione di Saddam, ma non impedì la destabilizzazione del Medio Oriente, la nascita del Califfato terrorista dell’Isis, lo sterminio dei curdi (utilizzati a fasi alterne come alleati) e mezzo milione di vittime civili.
Una storia di menzogne che si sta ripetendo in questi giorni in Iran, con la speranza forse vana che le conseguenze non siano ancora più drammatiche. Da un lato si è ingigantita la minaccia nucleare iraniana, dall’altro lato si è assecondato il disegno di guerra totale in Medio Oriente del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il che fa riflettere sulla straordinaria capacità d’Israele di risucchiare gli Stati Uniti nei propri disegni strategici.
Prima di Trump e prima di George Bush junior, aveva giocato con bombe e missili per esportare democrazia nei Balcani il presidente democratico Bill Clinton, quello che aveva vinto le elezioni sostenendo il primato dell’economia, più o meno con gli stessi argomenti del suo ex amico Trump. Nel 1999, legittimando come «difensivo» (!!) l’intervento della Nato, guidò la lunga campagna aerea contro la Serbia di Milosevic. Fra parentesi, il sostegno all’indipendenza della provincia separatista del Kosovo fornì un formidabile alibi a Vladimir Putin per prendersi la Crimea e appoggiare i separatisti filorussi nel Donbass.
Non fu da meno, otto anni dopo, un altro democratico, Barack Obama, che peraltro si era opposto all’invasione dell’Iraq e aveva ricevuto il Premio Nobel per la Pace senza particolari meriti, ma semplicemente perché aveva appunto promesso un’epoca di pace. Obama aveva in effetti ottenuto un maggiore controllo e ridimensionamento del programma nucleare iraniano. Poi si era impegnato militarmente in Afghanistan e aveva contribuito al rovesciamento con le bombe del regime libico e all’eliminazione del dittatore Gheddafi. Un altro esempio macroscopico e dimenticato di obiettivi (la fine della dittatura, eliminazione del dittatore) che si traducono in risultati opposti: destabilizzazione, guerra civile, vittime innocenti. Alla fine del suo secondo mandato, gli Stati Uniti stavano ancora combattendo in Afghanistan e non erano affatto vicini alla vittoria. Nel primo mandato, anche Donald Trump aveva condannato apertamente le guerre infinite, salvo continuare le operazioni in Afghanistan e aumentare il budget della difesa.
Dopo di lui, Joe Biden ha messo fine alla disastrosa campagna afghana, ma si è impegnato alla grande nel sostegno militare all’Ucraina dopo l’invasione russa e nell’armare Israele per la campagna contro Hamas dopo il massacro del 7 ottobre. Gli errori di Biden e il suo maldestro tentativo di riconquistare la Casa Bianca hanno spianato la strada al Trump 2, il quale ha promesso di essere un presidente di pace e si è rivelato più pronto a premere il grilletto dei presidenti che era solito deridere.
Gli Stati Uniti hanno bombardato diversi Paesi, stanno uccidendo equipaggi di imbarcazioni nei Caraibi con il solo sospetto che possano trasportare droga, hanno rapito il leader del Venezuela per prendere il controllo del petrolio del paese (lasciando il paese nelle mani di un nuovo dittatore) e ora hanno lanciato un secondo attacco contro l’Iran in meno di un anno. Dopo aver detto al mondo che l’infrastruttura nucleare iraniana era stata «distrutta» la scorsa estate, ora Trump sostiene che gli Stati Uniti hanno dovuto bombardarla per fermare «minacce imminenti». Analizzando l’aggressività di Trump per la Groenlandia e in Venezuela, egli appare più franco dei suoi predecessori. Con lui, non c’è nemmeno la narrazione dell’esportazione della democrazia o della difesa dei valori occidentali. Trump non parla di principi ma di interessi, che peraltro confliggono con l’Europa più che con i «nemici» russi e cinesi.
«Il problema è che bombardare con tanta frequenza raramente risolve i problemi politici di fondo, non rende gli Stati Uniti più sicuri e certamente non fa bene alla maggior parte dei paesi che abbiamo martellato. Anche un paese lento a imparare come gli Stati Uniti dovrebbe averlo capito ormai. Quindi il mistero rimane: perché Washington continua a fare queste cose?», si domandano gli analisti di Foreign Policy. Una risposta consiste nel forte consolidamento, non da oggi, del potere esecutivo che concede ai presidenti un’enorme capacità d’iniziativa. In questa ottica, si bypassano controlli e contrappesi e cresce l’influenza dei consiglieri più vicini allo Studio Ovale. «I presidenti di entrambi i partiti sono stati fin troppo felici di accettare questa libertà d’azione e raramente hanno accolto con favore gli sforzi volti a limitare i loro poteri».
Il risultato di queste politiche sono guerre che si concludono nelle cronache, ma che continuano come conflitti a bassa intensità. Guerre che ingrassano l’apparato militare americano, le cui potenti lobby influenzano a dismisura le opinioni pubbliche sulla «necessità» di un intervento. Guerre che, al tempo stesso, fanno aumentare il debito pubblico. Campagne costate trilioni di dollari al contribuente americano non vanno peraltro sul conto di nessun presidente a fine mandato, nessuno dei quali ha mai ammesso di essersi sbagliato.
C’è infine il fondato rischio che le cose vadano sempre peggio, anche perché – nonostante le battute di Trump di queste ore – sono diminuite le possibilità che molti soldati americani perdano la vita come ai tempi del Vietnam o della Corea. Per ora si tratta di danni collaterali, talvolta di fuoco amico, insomma di perdite accettabili che non influiscono sull’opinione pubblica e sui sondaggi. Il che facilita la decisione di entrare in guerra. I missili da crociera, gli aerei stealth, le bombe a guida di precisione e i droni hanno permesso agli Stati Uniti di condurre campagne aeree senza dover inviare truppe sul campo. L’Iran può reagire contro gli Stati Uniti o i loro alleati in vari modi, ma non può sperare di infliggere lo stesso livello di danni sul suolo americano. Il senatore Richard Russell, negli anni Sessanta, disse «C’è motivo di pensare che se per noi è facile andare ovunque e fare qualsiasi cosa, andremo sempre da qualche parte e faremo sempre qualcosa».