
Il primo giornale israeliano a rilanciare con grande evidenza la notizia del New York Post) è stato Haaretz: Trump non esclude di mandare soldati americani a combattere in Iran. Quella che, a prima vista, potrebbe sembrare solo una delle solite spacconate dell’inquilino della Casa Bianca, questa volta, però, fa pensare. Perché, in effetti, la situazione creatasi con l’attacco Israelo-americano nel Golfo Persico è impossibile da gestire solo attraverso gli strike mirati dell’aviazione e i ‘cruise’ lanciati dalle navi. A meno che lo stesso Trump (con Netanyahu) non abbia già programmato qualche golpe interno, appoggiandosi all’esercito iraniano, per neutralizzare il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie e sbarazzarsi del regime teocratico. Ma questa è fantapolitica. Resta però la foia bellica del Presidente Usa, che forse comincia a sentire puzza di bruciato in questa sua avventura che rischia di trasformare le sabbie della Persia nelle paludi di un nuovo Vietnam. «Lunedì il Presidente Trump ha dichiarato al N.Y.Post di non escludere l’invio di truppe di terra statunitensi in Iran – scrive lo stesso giornale – ‘se necessario’, aggiungendo che l’operazione Epic Fury è stata fatta ‘molto in anticipo sui tempi previsti’ per eliminare decine di alti funzionari di Teheran. ‘Non ho alcun timore riguardo agli uomini sul campo’, ha detto ancora Trump. ‘Anche se ogni Presidente finora ha sostenuto che non ci saranno uomini sul campo. Io non lo dico. Dico che probabilmente non ne abbiamo bisogno, ma se fossero necessari li manderemmo». Trump ha inoltre dichiarato al Daily Mail che, secondo le sue stime, la guerra durerà “circa quattro settimane”, ma ha lasciato intendere al Post che tale lasso di tempo potrebbe essere abbreviato.
Evidentemente, il divario tra gli obiettivi della missione e le risorse messe a disposizione non è chiaro solo ai giornalisti, ma anche e soprattutto agli addetti ai lavori. A cominciare dagli alti papaveri del Pentagono. Ieri, il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha sì affermato «che non ci sono forze statunitensi sul territorio iraniano», tuttavia non ha escluso la possibilità che se ne possano inviare in futuro, aggiungendo però di non ritenere opportuno in questo momento fornire ulteriori dettagli. «Il Presidente Trump vuole essere sicuro che i nostri nemici capiscano che faremo tutto il possibile per promuovere gli interessi americani», ha chiarito Hegseth in conferenza stampa. «Ma non siamo stupidi. Non è necessario mandare lì dentro 200 mila persone e restarci per 20 anni. Certo, però dopo l’errore di calcolo fatto dagli ayatollah, che hanno attaccato tutto e tutti, adesso potrebbe essere più semplice mettere in piedi una ‘coalizione internazionale’». Qualcuno la lancia già come ipotesi. Intanto, per restare in argomento, anche il generale Dan Caine, presidente dello Stato maggiore congiunto, ha confermato che gli Usa stanno rafforzando il loro schieramento in Medio Oriente per supportare le operazioni in Iran, mentre il conflitto si sta estendendo nella regione.
Dunque, per usare il titolo di un servizio trasmesso dalla CNN l’altro ieri, dopo tre giorni dall’attacco all’Iran si può senz’altro parlare di «successo tattico e incertezza strategica». Secondo Brett McGurk (adviser per la Sicurezza nazionale nei team dei Presidenti Bush, Obama, Trump e Biden) è difficile prevedere, all’inizio, fin dove possa portare l’abbrivio di una guerra. «La preoccupazione principale per Washington – dice l’analista – è che non ci sia una chiara via di fuga o un punto di arrivo naturale per la campagna militare. Anche nel migliore dei casi, ovvero una rivolta iraniana contro il regime, è probabile che quel che resta della teocrazia agisca per reprimere le proteste ancora una volta con una forza letale. È una questione aperta se gli Stati Uniti userebbero la potenza aerea per scoraggiare un’altra repressione. Queste sono le domande che devono essere considerate ora». Osservazioni legittime. Di più: veri e propri dubbi, rinforzati dalla brutta piega presa dagli avvenimenti dopo il feroce contrattacco missilistico degli ayatollah.
Non c’è bisogno di ribadire che l’avevano già scritto, in anticipo, tutti gli analisti più avveduti: questa crisi bellica nel Golfo Persico, sul punto di diventare guerra aperta, può avere degli effetti collaterali catastrofici sull’economia globale. Dipende dal tipo di escalation e da quanto durerà. Per ora gira male. Gli ‘intransigenti’ del regime sembra che abbiano la leadership delle operazioni. E hanno deciso di giocare il tutto per tutto, cercando di tagliare la giugulare energetica (circa il 25% del greggio mondiale) che passa da Hormuz. Oltre a prendere di mira la grande raffineria saudita di Ras Tanura e a tenere sotto tiro gli impianti per l’estrazione del gas in Qatar. Effetti? Ecco cosa scrive il Wall street Journal: «I prezzi del petrolio sono aumentati vertiginosamente e le azioni sono crollate dopo che gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran hanno mostrato segnali di un crescente conflitto in tutto il Medio Oriente. I future sul greggio Brent, e la valutazione energetica globale, sono saliti di oltre l’8%, alimentati dai timori di una chiusura prolungata del corridoio chiave dello Stretto di Hormuz e di attacchi alle infrastrutture energetiche del Medio Oriente. I future sul gas europeo sono aumentati, ricevendo un’ulteriore spinta dopo che il più grande produttore mondiale di gas naturale liquefatto ha interrotto la produzione. Inoltre, le azioni europee e asiatiche hanno registrato un forte calo, con le compagnie aeree che hanno registrato perdite particolarmente consistenti. Tuttavia, i titoli delle compagnie petrolifere, del trasporto marittimo e della difesa hanno registrato un rialzo». E su questo non avevamo dubbi.
E finiamo con una riflessione del Washington Post, che manifesta concreti timori per il fatto che non traspare nessuna credibile via d’uscita per gli Usa. «La propensione di Trump a bombardare prima e poi lavarsi le mani di ciò che accadrà in Iran – scrive l’autorevole quotidiano – ha allarmato gli alleati degli Stati Uniti. Funzionari della sicurezza in Medio Oriente e in Europa hanno espresso preoccupazione per il fatto che gli Stati Uniti stiano scatenando forze che potrebbero estendersi oltre confine, interrompere il commercio globale e portare a rappresaglie terroristiche asimmetriche, il tutto senza alcuna certezza che i rimanenti estremisti islamici non manterranno alla fine la loro presa sul potere».
Insomma, al Post si teme una riedizione, in salsa ‘Maga’, di tutto il record di fallimenti che gli americani sono stati capaci di collezionare in molti dei loro interventi all’estero.