
I negoziati indiretti tra Washington e Teheran volevano dare tempo all’apparato militare stella e strisce di prepararsi a quello che, abbiamo visto ieri, è il più potente dispiegamento Usa in Medio Oriente dai tempi dell’invasione dell’Iraq.
Che sia chiaro, il regime degli ayatollah in Iran, è durato anche troppo. Direttamente o indirettamente ha fatto soffrire una parte della propria popolazione. Al grido di «morte agli Usa, grande Satana» è responsabile di numerosi attacchi contro interessi civili e soprattutto militari americani nella regione del Golfo. E certamente sarebbe particolarmente pericoloso se riuscisse a trasformare il suo progetto nucleare ‘pacifico’ in uno strumento di guerra totale. Il presidente Obama aveva raggiunto un accordo con Teheran per impedire proprio questa possibilità.
Fu proprio Trump, convinto da Netanyahu – premier longevo dell’unica potenza nucleare del Medio Oriente e da una parte dei suoi sostenitori politici e militari israeliani – a convincerlo a stracciare quell’impegno. I giochi, oggi, sono entrati in una nuova fase. Con la scusa di voler fare il bene del popolo iraniano, gli Usa puntano al cambiamento di regime a Teheran. Non dicono, come fa Netanyahu, che « Israele combatte contro una minaccia esistenziale» ma fanno capire che un governo iraniano più favorevole agli States potrebbe favorire quel progetto trumpiano di controllo totale delle riserve petrolifere mondiali – olio e gas – di cui l’Iran e uno dei massimi produttori -, e indebolire la Cina fino a bloccare le pretese di Pechino a riprendersi Taiwan.
Parlare di ipocrisia e ambiguità è poco in questo contesto. Dall’Europa arrivano le solite dichiarazioni dei leader per fermare le armi e riprendere i negoziati. Mosca, che da quattro anni combatte una guerra contro il popolo dell’Ucraina, esorta alla calma e condanna l’assalto all’Iran. Pechino guarda e condanna e probabilmente si chiede se questo è proprio il momento di agire contro l’isola-stato che rivendica – da sempre – come parte del suo territorio nazionale.
Servono poche parole per ricordare che il Consiglio di Sicurezza che si dovrebbe riunire in queste ore, organo esecutivo delle Nazioni Unite è composto da cinque membri permanenti con diritto di veto (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina) e dieci membri eletti per mandati biennali. Basta l’opposizione di uno dei membri permanenti per bloccare eventuali condanne o azioni da intraprendere per cercare di riportare la pace nel mondo. E tentare di evitare l’allargamento del conflitto ad altri paesi non necessariamente vicini al Medio Oriente e all’Europa.