
C’è ancora più confusione, dopo l’incontro (molto interlocutorio) di Ginevra, per trovare almeno una bozza d’accordo per riavvicinare le posizioni, che restano molto distanti, tra Washington e Teheran. Il problema è che si continua a discutere di due cose diverse. Gli iraniani sono stati chiari: sul nucleare è possibile trovare una forma conveniente d’intesa. Anche se non vogliono sentir parlare di ‘arricchimento zero’ dell’uranio o di rinuncia illimitata nel tempo a qualsiasi programma atomico. Invece, sul ‘di più’, cioè sullo sviluppo della loro missilistica e sui loro legami politici e finanziari con l’Asse della Resistenza (i gruppi islamici che fanno guerriglia in tutta la regione) gli ayatollah non intendono cedere di un millimetro. E, paradossalmente, in questo momento, sembra proprio la parte ‘non nucleare’ dell’intero trattato il vero scoglio. Lo hanno ribadito il Segretario di Stato, Marco Rubio, e i due negoziatori speciali di Trump, cioè Steve Witkoff e il genero del Presidente, Jared Kushner. La verità è che i colloqui di Ginevra sono stati un buco nell’acqua, almeno per gli americani, proprio perché hanno dimostrato che, in fondo, il vero motivo della crisi non è solo la molto ipotetica “Bomba sciita”. Le richieste Usa (tradotte su pressioni israeliana), riguardano soprattutto l’egemonia geopolitica iraniana del Golfo e, più in generale, in tutto il Medio Oriente. Ecco come il New York Times fotografa la situazione dopo l’incontro di Ginevra: «Funzionari americani hanno affermato che tra le opzioni che Trump sta prendendo in considerazione ci sono attacchi iniziali mirati contro siti militari e nucleari in Iran per costringere il governo a fare maggiori concessioni in caso di accordo e, se questo fallisse, attacchi più estesi, inclusa la creazione delle condizioni per un cambio di regime». Niente di nuovo sotto il sole, quindi.
Quando si esorta il personale della propria ambasciata a lasciare (precipitosamente) un Paese, la cosa può solo essere interpretata come una previsione altamente probabile di guai in arrivo. Se poi è il rappresentante americano in Israele, Mike Huckabee, a sollecitare le partenze ‘per questioni di sicurezza’, tutti pensano a una sola cosa: l’attacco all’Iran è vicino e, come da prassi consolidata, il Dipartimento di Stato dirama la sua allerta, riducendo al minimo la presenza sul territorio israeliano di possibili bersagli Usa. Un segnale, certo. Solo quello, almeno per ora. Ma che si somma a tutta una serie di provvedimenti che anche altri Paesi hanno cominciato a prendere, sempre più convinti che, nel Golfo Persico, le cose possano andare a finire male, mettendo i loro incolpevoli connazionali, presenti nella regione, sotto un fuoco incrociato di bombe e missili. Anche il Regno Unito ha ritirato (temporaneamente) il personale diplomatico dalla sua ambasciata a Teheran, mentre la Cina ha consigliato ai suoi cittadini di evitare di recarsi in Iran e ha invitato quelli che già si trovano nel Paese ad andarsene. L’Australia, infine, ha dichiarato che i familiari a carico dei suoi diplomatici in Israele e Libano devono lasciare quei Paesi. In particolare poi, il NYT ‘scansiona’ la mail inviata da Huckabee alla sua Ambasciata, per cogliere alcuni dettagli che potrebbero essere indicativi di un imminente attacco americano.
Certo, a leggere il resoconto che il New York Times fa della comunicazione inviata da Huckabee in Ambasciata, anche il più inguaribile degli ottimisti penserebbe che presto la parola passerà ai cannoni. «Chi desidera partire – scrive il diplomatico – dovrebbe farlo OGGI (in maiuscolo n.d.r.)». Secondo il Times, così Huckabee ha esortato il personale a trovare un volo in partenza dall’aeroporto Ben-Gurion per qualsiasi destinazione per la quale si potesse prenotare un biglietto. La mossa dell’ambasciata «probabilmente comporterà un’elevata domanda di posti aerei oggi», ha affermato nell’e-mail, una copia della quale è stata esaminata dal giornale. «Concentratevi sull’ottenere un posto in qualsiasi destinazione da cui poi potrete proseguire il viaggio verso Washington, ma la priorità assoluta sarà lasciare rapidamente il Paese», aggiungendo «sebbene nei prossimi giorni potrebbero esserci più voli in partenza, potrebbero anche non essercene più». La compagnia aerea olandese KLM, per esempio, ha già sospeso i voli verso Israele, per questioni commerciali e operative.
Tutto ciò avviene, come spiega il New York Times, perché «Israele è un probabile bersaglio di rappresaglie da parte dell’Iran o dei suoi alleati, se viene attaccato dagli Stati Uniti». Non solo. L’ultima precisazione di Huckabee rafforza l’impressione di un esito sfavorevole della crisi: il ritiro avviene sotto la clausola di «partenza autorizzata». Cioè, paga il governo. E lo fa quando «gli interessi nazionali degli Stati Uniti o un’imminente minaccia alla vita lo richiedano».