Nella sovraesposizione polemica l’affermare, il negare, il mentire, l’indignarsi vanno tutti a convergere nelle discussioni. E anche i fatti, anche quelli più deprecabili che accadono davvero, sulle strade del nostro esistere, vengono derubricati a infinite chiacchiere televisive e social. A me viene il dubbio che ci sia del marcio. Non nelle questioni specifiche o nella politica del manganello e della repressione, che sono forme abbastanza evidenti e chiare di come venga concepito il potere in un’epoca di capitalismo feroce. Mi viene il dubbio che tutta questa politica, mediatica, ululata o straparlata, nei salottini televisivi o colpi di battutine da social media manager al posto dei politici, sia parte del problema. E che il cittadino si senta impegnato e in prima linea senza capire che la sua indignazione è innocua e si è però sostituita all’azione trasformatrice della realtà.
Recentemente ho letto da qualche parte – e questa è la battaglia storica del barbiere anarchico – che la politica è ormai un sottogenere della cultura. E l’interlocutore potrebbe dire: beh, non male no? Hai sempre parlato di crisi epistemica, di mancanza di cultura e di conoscenze pubbliche, che cosa vuoi allora? Già, ma parliamo di quella cultura che va per la maggiore e che confina con l’intrattenimento, non con la conoscenza fertile. La cultura mediatica che spinge le persone a prenderla per buona, a darsi da fare per affollare i festival letterari sulle sedioline di plastica, a comprare libri come se comprare un certo tipo di libri fosse un atto politico, e non una semplice e indotta scelta mediatica di intrattenimento merceologico.
La cultura sta all’intrattenimento come la politica sta al discorso. Ambedue, genere e sottogenere, fortemente patologiche, capaci di rendere la nostra società una pena. Perché si tratta di forme di chiasso politico e di intrattenimento mediatico e culturale che supportano, attivamente o passivamente, con fini espliciti o con un conformistico eclissarsi nel giusto modo, quello che è il Potere con la P maiuscola, quella brutta cosa che fiera si sta ergendo sul mondo e dalle nostre parti, con la sua camicia nera culturale così nemica della libertà, dei nostri diritti, della giustizia sociale, dell’etica, della partecipazione attiva alla democrazia per trasformare la realtà.
E questo è il punto. Quando le cose servono a discutere inutilmente su se stesse e ogni piccola azione è utile come pretesto per schierarsi da una parte o dall’altra, non c’è azione per la trasformazione della realtà. Quindi il nero vince. E col nero il sistema che abilmente ha costruito questa scacchiera mediatica.