
Nel 1807 una legge approvata dal parlamento inglese (Slave Trade Act) abolì la tratta degli schiavi: non si trattava ancora dell’abolizione della schiavitù in generale, ma di un significativo passo avanti che bandiva il trasporto di esseri umani in catene nelle stive delle navi negriere che attraversavano l’Atlantico dalle sponde dell’Africa al continente americano. La Royal Navy, che controllava la navigazione in tutto il mondo e quindi ogni sorta di commercio sui mari, istituì un apposito gruppo navale dichiarando che le navi negriere sarebbero state trattate come ‘pirati’ e si trattava di una minaccia seria perché tra il 1808 e il 1860 furono ‘fermate’ dagli inglesi più di millecinquecento navi e liberati almeno centocinquantamila schiavi.
Nel 1833 fu approvato infine lo Slavery Abolition Act: il percorso non fu semplice, né privo di ombre, eppure nonostante le comprensibili opposizioni che si levarono nella Camera dei Lord – che rappresentando l’aristocrazia britannica aveva al suo interno latifondisti e conservatori di ogni specie – la legge fu approvata, nonostante la forte contrarietà manifestata dai proprietari terrieri delle Indie occidentali.
Recentemente, a due secoli dalle vicende e in un contesto molto diverso dall’impero britannico degli inizi del XIX secolo, una commissione ad hoc della Camera dei Lord ha pubblicato nel 2024 un rapporto relativo all’applicazione del Modern Slavery Act emesso nel 2015: vi si raccomandava, a nome del comitato che aveva preso in esame l’applicazione della nuova legge, di prestare attenzione alla legislazione emessa in seguito per contrastare l’immigrazione spesso in contrasto con le norme generali. L’Inghilterra, che da due secoli aveva intrapreso la lotta contro la schiavitù stava perdendo il suo ruolo storico mondiale, perché accadeva che spesso le vittime della tratta subissero una sorte peggiore di quella riservata ai persecutori.
Nel 1996 il negazionista inglese David Irving intentò una causa contro la casa editrice Penguin Books e la docente di Studi ebraici moderni dell’Università di Atlanta, Deborah E. Lipstadt, rea – secondo quanto sosteneva il querelante – di averlo diffamato nel libro “Denying the Holocaust”: Irving era infatti definito ‘apologeta del nazismo’ e mistificatore che – attraverso la sistematica falsificazione dei fatti – negava che lo sterminio degli ebrei fosse realmente avvenuto. Poiché – secondo il diritto inglese – l’accusato deve dimostrare la propria innocenza, l’autrice si trovò nella situazione paradossale di dover provare in maniera inoppugnabile l’Olocausto, evitando soprattutto che quanto sostenuto da Irving fosse giudicato come ‘libertà di pensiero’, ovvero una semplice ‘opinione’ sui fatti.
Per sostenere questa tesi Irving assunse personalmente la propria difesa cercando di trasformare la sua testimonianza in una tribuna d’accusa contro gli storici che invece avevano raccontato gli orrori dei campi e la deliberata pianificazione genocida. Nel corso di un lungo processo, in cui Irving difese invece la figura di Adolf Hitler sostenendo ad esempio che il suo scopo era il benessere dei tedeschi e ricorrendo ai peggiori pregiudizi anti semiti, uno stuolo di avvocati per mesi assisté Lipstadt fino al verdetto finale. Furono alla fine riconosciute le storture nelle tesi di Irving e soprattutto fu dimostrata la sua ‘volontà’ precisa di farlo, dato che nel corso del dibattimento lo stesso querelante cadde in clamorose contraddizioni.
Poiché tutta la sua produzione fu analizzata ‘al microscopio’, alla conclusione del processo ogni sua affermazione scientifica negazionista fu smontata pezzo per pezzo. Nel 2005 Irving fu infine arrestato in Austria per due discorsi tenuti in quel paese nel lontano 1989: sulla base di una legge austriaca anti-negazionista il 6 febbraio 2006 fu condannato e trascorse parecchi mesi in carcere. Inutile sottolineare che riemerse la sentenza inglese che aveva messo in luce proprio la sua precedente manipolazione dei fatti.
Il 16 ottobre 1998 l’ex presidente cileno Augusto Ugarte Pinochet, che si trovava a Londra per accertamenti sanitari, fu arrestato e posto agli arresti domiciliari, in attesa dell’esame della richiesta d’estradizione avanzata dal giudice spagnolo Baltazar Garzón, che aveva aperto un’inchiesta per pratiche sistematiche di tortura perpetrate sotto il governo militare da lui presieduto (1973-1990): in particolare – secondo il giudice – Pinochet era anche responsabile della morte in circostanze misteriose di altri cittadini spagnoli presenti in Cile.
Non è necessario ricordare quali efferatezze fossero state compiute al tempo e quale fu l’impatto delle notizie sull’opinione pubblica mondiale sin dal settembre 1973. La Camera dei Lord stabilì, in due distinte sentenze nel novembre 1998 e nel marzo 1999, che Pinochet non era coperto da immunità in quanto ex capo di Stato per atti di tortura commessi dopo l’entrata in vigore della Convenzione contro la tortura.
L’iniziativa giudiziaria spagnola e le sentenze della Camera dei Lord affermarono il principio della giurisdizione universale e per questo rappresentano un ulteriore fondamentale passo avanti dopo l’adozione, nel 1948, della Dichiarazione universale dei diritti umani. Successivamente, sullo stesso tema, fu a sua volta molto importante la sentenza emessa nell’ottobre 1999 dal giudice Ronald Bartle, della Magistrates’ Court di Bow Street, competente a pronunciarsi sull’estradizione di Pinochet in Spagna.
Secondo Bartle, l’effetto delle ‘sparizioni’ commesse sotto il governo militare poteva essere considerato tortura mentale per i familiari degli scomparsi e avrebbe dovuto essere il giudice spagnolo a decidere in merito. Entrambe le decisioni costituirono pietre miliari per il riconoscimento della giurisdizione universale e la punibilità di comportamenti criminosi e lesivi dei diritti umani anche da corti internazionali.