
Tra chiacchiere e illazioni sulla linea che la Casa Bianca intende seguire per obbligare l’Iran ad accantonare il suo piano di sviluppo nucleare, ormai si fa strada, con sempre maggiore probabilità, quella dell’uso della forza militare. Il sostanziale fallimento dei colloqui di Ginevra e la sensazione della diplomazia Usa che gli ayatollah stiano solo cercando di guadagnare tempo, ha convinto Trump che è giunta l’ora di agire. Non è certo una decisione che il Presidente può prendere a cuor leggero. Tutti gli ‘adviser’ lo hanno ampiamente informato sull’elevato rischio di uno scontro con l’Iran. Proprio per questo, la squadra di Trump gli ha proposto di applicare una sorta di ‘diplomazia delle cannoniere’ riveduta e corretta, in cui alle trattative si alternino le bombe. Un modo per utilizzare, si, la forza, ma solo per obbligare l’avversario a sedersi al tavolo delle trattative, facendo quelle concessioni che finora ha rifiutato. Ecco, allora, che proprio questa sembra la soluzione ideale trovata per mettere tutti d’accordo. Il Wall Street Journal ne dà notizia proprio ieri, dicendo che i ‘rumors’ su questo piano operativo riflettono informazioni riservate ed ‘esclusive’ in arrivo da fonti affidabili.
«Trump valuta un primo attacco limitato per costringere l’Iran ad un accordo sul nucleare», titola il WSJ, aggiungendo che il Presidente considera una serie di opzioni militari. Tuttavia, parlando al ‘Board of Peace’ ha anche affermato di preferire ancora la diplomazia e che una decisione potrebbe arrivare entro i prossimi 10 giorni. Ma, a questo punto, il Journal inserisce una notizia che cambia completamente la valutazione sull’escalation della crisi. «Secondo fonti vicine alla questione – scrive – il Presidente Trump starebbe valutando un primo attacco militare limitato contro l’Iran, per spingerlo a raggiungere un accordo sul nucleare. Un primo passo che avrebbe lo scopo di fare pressione su Teheran, affinché raggiunga un accordo, ma che non si tradurrebbe in un attacco generalizzato, che potrebbe ispirare una rappresaglia su larga scala. L’attacco iniziale – chiarisce il WSJ – che se autorizzato potrebbe avvenire entro pochi giorni, prenderebbe di mira alcuni siti militari o governativi, secondo fonti vicine alla vicenda. Se l’Iran si rifiutasse ancora di rispettare la direttiva di Trump di porre fine all’arricchimento nucleare, gli Stati Uniti risponderebbero con un’ampia campagna contro strutture e siti del potere sciita, potenzialmente volta a rovesciare il regime di Teheran».
Certo, finora il Presidente americano ha continuato a utilizzare un approccio ambiguo, zigzagante, nell’affrontare la crisi del nucleare iraniano. Alterna blandizie a minacce e, soprattutto, sposta costantemente o ignora le ‘dead lines’ poste come date-limite per risolvere i problemi. Quest’andazzo confonde tutti. Anche gli avversari, che non riescono a comprendere bene cosa pretenda in sostanza l’irascibile inquilino dello Studio Ovale. Vuole un cambio di regime? Per esempio, non si capisce che tipo di trattato voglia veramente Trump. Perché (per quello che si sa) gli iraniani, sul versante della limitazione dell’arricchimento dell’uranio sono assolutamente disponibili. Come ha confermato fino a ieri il Ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, in un’intervista riportata dal think tank Al-Monitor. Chi sembra invece avere le idee molto chiare sugli effetti fuorvianti dell’imprevedibilità diplomatica (per non dire inaffidabilità) di Trump, è il New York Times. «Secondo alcuni funzionari statunitensi ed esperti di Medio Oriente – scrive il giornale – l’ambiguità sugli obiettivi di Trump potrebbe rivelarsi particolarmente pericolosa, in quanto potrebbe indurre il governo iraniano a considerare un’offensiva guidata dagli americani come una minaccia esistenziale. Di conseguenza, l’Iran potrebbe intensificare il conflitto contro gli Stati Uniti e Israele in modi che non ha fatto durante gli attacchi dello scorso giugno, o dopo l’assassinio del generale Qassim Suleimani, capo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, da parte dell’esercito statunitense, nel 2020».
Il problema è che, dietro le quinte, soffiano sul fuoco gli israeliani. O, per essere più precisi, Netanyahu, che esige assolutamente anche l’azzeramento del programma relativo ai missili balistici. E spinge, inoltre, per il taglio di qualsiasi legame tra Teheran e l’Asse della Resistenza, cioè le milizie e i gruppi islamici sparsi a macchia di leopardo tra Irak, Yemen, Siria e Libano. Proprio Al-Monitor ha rivelato la frattura esistente tra il governo israeliano e gli Alti comandi delle forze armate sull’atteggiamento da assumere nei confronti della crisi iraniana. I militari hanno messo in guardia sui rischi di un conflitto di lungo periodo nel Golfo. Parlando ad Al-Monitor, in condizione di anonimato, di un possibile attacco statunitense, un’importante fonte della sicurezza israeliana ha dichiarato: «Colpirà l’intera regione a un livello mai visto negli ultimi 100 anni». «Tuttavia – sostiene il think tank mediorientale – il crollo del governo iraniano è tutt’altro che certo a seguito di un attacco statunitense, con o senza la partecipazione di Israele. Per lanciare un attacco, il governo di Netanyahu spera che Trump opti per una campagna concertata per rovesciare la Repubblica Islamica, innescando – se il regime si indebolisce – una ripresa delle proteste antigovernative di massa iniziate a fine dicembre e brutalmente represse da Teheran il mese successivo. Ma questa volta forse includendo defezioni di massa dall’esercito iraniano».
Il Mossad e la CIA, così come altre organizzazioni di intelligence occidentali, svolgerebbero teoricamente un ruolo importante e decisivo in un simile scenario.

Trump Weighs Initial Limited Strike to Force Iran Into Nuclear Deal
President considers a range of military options but has said he still prefers diplomacy
Updated Feb. 20, 2026 10:03 am ET
Quick Summary
WASHINGTON—President Trump is weighing an initial limited military strike on Iran to force it to meet his demands for a nuclear deal, a first step that would be designed to pressure Tehran into an agreement but fall short of a full-scale attack that could inspire a major retaliation.
The opening assault, which if authorized could come within days, would target a few military or government sites, people familiar with the matter said.
The first limited-strike option, which hasn’t been previously reported, signals Trump might be open to using military force not only as a reprimand for Iran’s failure to make a deal, but also to pave the way for a U.S.-friendly accord.
Asked on Friday morning whether he was considering a limited military strike to pressure Iran to make a deal, Trump said, “I guess I can say I’m considering that.”
Alexander Ward is a national security reporter covering the White House and State Department for The Wall Street Journal in Washington. Alex’s reporting focuses in particular on the inner workings of the National Security Council and how top players in an administration formulate and execute foreign policy.
Alex was previously the White House and national security reporter at Politico