
Un artigiano nel centro storico di Sarajevo con un souvenir di rame su cui è ritratto Vučko. Di solito le mascotte delle Olimpiadi vengono dimenticate dopo poco tempo. Alcune possono essere ricordate a distanza di anni, come Mishka, l’orso delle Olimpiadi estive di Mosca del 1980, o Cobi, il cane delle Olimpiadi di Barcellona del 1992, ma è cosa piuttosto rara, avverte il Post. Che invece segnala l’eccezione, a ricordarci che le perversioni dell’odio e dei sovranismi contrapporti possono cambiare in poco tempo i festeggiamenti in lutti di proporzioni inimmaginabili. Per Vučko (si pronuncia Vùchko, la “č” si pronuncia come in ciao), il lupetto delle Olimpiadi invernali di Sarajevo del 1984, furono 100mila morti tra le case e le piste olimpiche che scendevano dal monte Igman.
A Sarajevo, la capitale formale della Bosnia Erzegovina, Vučko si vede ora dappertutto: sui souvenir, nel nome di ristoranti e alberghi, nei murales. A Saraievo della Federazione bosniacco (musulmana croata), ma non nell’altra «Entità nazionale», la parte serba con parlamento, governo e sua capitale e Banja Luka (e neppure molto nella Mostar croata). Nell’ex parte bosniaca di Kardzic, l’amore olimpico forse non era sbocciato molto neppure in quel 1984, e nessuno ha interesse oggi -più di 30 anni dopo la mattanza-, a proporlo a inesistente turisti mentre le tre entità nazionali di quelle terre continuano ad odiarsi senza esagerare, sparandosi. Nel 2024, quando l’Unione Europea decise di avviare i negoziati di adesione con la Bosnia Erzegovina, uno dei partiti al governo decise festeggiò postando un video che mostrava Vučko sventolare la bandiera dell’Unione e scrivendo: «l’Europa è nostra». Ma il povero Vučko sta ancora aspettando alla porta di Bruxelles.
È anche abbastanza comune che artisti bosniaci si servano di Vučko quando vogliono rappresentare la città di Sarajevo e – più raramente – l’intera Bosnia Erzegovina, in contesti che non hanno nulla a che fare con le Olimpiadi, e senza che la cosa sia percepita come strana o forzata. Nel 2013 il video di una canzone degli Skroz, un gruppo sarajevese molto noto nei primi anni Duemila. Proponeva «Raj» (‘Paradiso’), parlando dei problemi della Bosnia Erzegovina, come la povertà, il nazionalismo e la corruzione: il video mostrava Vučko come un senzatetto, in un’allegoria delle difficoltà del paese. La satira micidiale slava, come quando tra i bersagli Nato di Belgrado 1999, la sgarrupata contraerea di Milosevic, riuscì ad abbattere il solo F117 ‘Stealt’ mai visto e colpito. Ho ancora adesso una preziosa maglietta con la scritta (in cirillico), «scusate, non sapevamo che era invisibile».
Più di 40 anni dopo quelle olimpiadi, per molti quell’evento rappresentò il «momento di massima felicità» per la Jugoslavia prima della guerra, ma anche di illusione di fronte ad una crisi che già stava maturando. Attenti alle troppe promesse, insomma, prestando grande attenzione. Dopo la fine del conflitto, la Bosnia Erzegovina è rimasta un paese diviso tra i diversi gruppi nazionali, e Vučko è rimasto uno dei rarissimi simboli al di sopra di queste differenze. «Un po’ l’anima collettiva, non sconfitta, di Sarajevo», sottolinea il Post. E noi, sarajevesi d’adozione, con loro ma senza cavalcare facili speranze.