Americani ed europei dalle guerre mondiali

Mentre si stava ancora combattendo la Prima Guerra mondiale, l’8 gennaio 1918 il presidente degli Stati Uniti Wilson rese pubblici alcuni principi sui quali si sarebbe dovuta costruire la pace. Condizioni legate alla guerra in corso, come l’abbandono di territori altrui occupati militarmente dai belligeranti, ma anche idee nuove quali la costituzione di un organismo internazionale per risolvere diplomaticamente le controversie – e quindi non più con il ricorso alla forza – o l’autodeterminazione dei popoli e il rispetto delle minoranze etniche.

A parte l’opposizione più o meno esplicita di alcuni paesi europei (per prima la Francia), furono in seguito gli Stati Uniti a non ratificare l’adesione alla Società delle Nazioni, minando l’efficacia di una struttura che in fondo essi stessi avevano pensato.

Il primo atto delle relazioni politiche tra un’Europa devastata dalla guerra – ma ancora profondamente divisa – e la grande potenza americana non si concluse insomma bene lasciando parecchie perplessità sul futuro ruolo dell’America.

Diritto internazionale e questioni finanziarie

Al primo posto tra i punti wilsoniani vi era l’abolizione della diplomazia segreta, ovvero di quegli accordi tra stati stipulati senza mettere al corrente le rispettive opinioni pubbliche o i parlamenti; seguivano la libertà di navigazione e di commercio internazionale senza limitazioni (ovvero i dazi e altre forme protezionistiche) e infine una politica per il disarmo e per accordi sulle questioni coloniali tenendo in considerazione anche gli interessi delle popolazioni non europee. Il nuovo forum internazionale per discutere tutte le questioni sarebbe diventata la Società delle Nazioni dove ogni paese sarebbe stato rappresentato alla pari.
Si scatenò il putiferio, perché le due maggiori potenze europee, Francia e Inghilterra, reagirono piuttosto male. A parte il fatto che si trattava dei due paesi che controllavano il resto del mondo proprio attraverso i loro possedimenti coloniali, erano anche poco disposti a rinunciare all’egemonia sui mari o a regolare le proprie economie senza dazi doganali. La Francia per di più voleva imporre alla Germania sconfitta un trattamento punitivo imponendo il pagamento di spese e danni guerra esorbitanti, quanto impossibili da pagare.
Gli Stati Uniti, che detenevano un’arma importante come il debito di guerra contratto dagli alleati, se ne valsero solo dopo pretendendo sì la restituzione delle somme prestate, ma senza farne uno strumento di pressione politica per l’obiettivo di Wilson: furono insomma le grandi banche americane (ad es. J.P. Morgan) a sostituirsi al Tesoro – che pure aveva anticipato le somme – per ottenere la restituzione da parte dei ‘singoli’ debitori europei, visto che gli Stati Uniti non riconobbero mai gli alleati nel loro insieme. Nel frattempo però il centro dei grandi mercati finanziari era diventato New York, declassando il ruolo di Londra e quello che per un secolo aveva svolto la banca d’Inghilterra.

Finita una guerra, se ne prepara un’altra

La stragrande maggioranza degli storici contemporanei, di fronte alla domanda sulle cause della Seconda Mondiale, ha sempre ricordato le conseguenze della Prima sottolineando come il trattato di Versailles e le questioni economiche e finanziarie esplose tra le due guerre avessero favorito il desiderio di rivincita degli sconfitti – in primo luogo la Germania – e riacceso i nazionalismi. Il fallimento dei progetti di Wilson provocato dal Congresso Usa e da altri gruppi di pressione si colloca quindi senza dubbio al primo posto, a cominciare dal fatto che gli Stati Uniti tornarono alla politica isolazionista che avevano condotto prima della guerra, senza però rinunciare ad interventi in America latina.
Pur priva del sostegno americano la Società delle Nazioni ebbe comunque qualche successo, come ad esempio facendo entrare la Germania al suo interno: in tal modo si allentarono le tensioni dovute al rigido isolamento in cui era tenuta a causa della sconfitta, come altrettanto importante fu anche il compromesso territoriale nella contesa tra Irak e Turchia. Ad assestare il primo colpo mortale venne tuttavia la crisi del 1929, nata negli Stati Uniti, che azzerò tutte le trattative in corso sul commercio internazionale che al contrario avrebbero dato ossigeno alle economie dei singoli paesi.
Seguirono l’uscita dal consesso del Giappone che non accettò le conclusioni dell’inchiesta internazionale sul suo operato in Cina e l’uscita della Germania che voleva svincolarsi dalle limitazioni al disarmo. Ultimo il colpo assestato dall’Italia che, rifiutando la mediazione di Ginevra, aggredì l’Etiopia – paese membro della Società – e contro la quale le sanzioni economiche fallirono. Il cammino verso la guerra era diventato inevitabile.

L’irritazione di Sigmund Freud

Per capire quanto la figura di Wilson fosse comunque criticata anche da personalità insospettabili, basterebbe ricordare che il padre della psicanalisi, l’austriaco Sigmund Freud, scrisse un saggio violentemente anti-wilsoniano. Freud non aveva mai nascosto il suo attaccamento affettivo allo scomparso impero austriaco: la celebre fotografia che lo ritrae con i figli durante la guerra esprime infatti sia l’orgoglio di un genitore, sia quello di un fedele suddito asburgico. Sappiamo che in seguito Freud avrebbe cambiato radicalmente opinione sulla guerra in se, ma nell’agosto 1914, in un clima di ardente esaltazione patriottica, anche Freud scrisse nel diario: ‘..in questo momento tutta la mia libido è per l’Austria’. Comprensibilmente gli effetti della sconfitta e della scomparsa dell’impero furono assai pesanti e l’austriaco Freud si trovò cittadino di una piccola repubblica in mezzo alle Alpi ‘condannata’ a vivere dal trattato di pace. Date queste premesse è facile capire come il giudizio di Freud fosse tutt’altro che positivo. Senza interpretare i fatti storici Freud descrive infatti in che modo il ‘delirio mistico’ di un uomo abbia condotto alla firma di un trattato senza avere la benché minima idea dello sconvolgimento geografico e politico che ne sarebbe derivato, anche se in realtà inglesi e americani avevano condotto ricerche sulle condizioni dell’Europa orientale.

La follia al potere dunque, l’incontro tra un delirio individuale e una determinata situazione storica per l’americano Wilson affatto comprensibile. Un giudizio forse eccessivo, che però porta noi ad interrogare direttamente Freud sulle stravaganze odierne di un altro presidente degli Stati Uniti.

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