
La recente visita di Netanyahu negli Stati Uniti, compiuta (si dice) essenzialmente per preparare un eventuale attacco all’Iran, si è incrociata con un altro viaggio, altrettanto significativo. Quello di Alì Larijani, Segretario del Consiglio supremo per la sicurezza di Teheran, che si è recato in Qatar e in Oman, per colloqui con lo sceicco bin Hamad Al Thani, e con il sultano bin Tariq. A Doha si è discusso «di legami bilaterali, degli ultimi sviluppi regionali, degli sforzi per allentare le tensioni sulla sicurezza», come ha riferito l’agenzia di stampa del Qatar. A Muscat, nell’Oman, riporta il Teheran Times, «Larijani ha avuto un incontro di tre ore con il sultano bin Tariq, che fonti vicine alla delegazione iraniana hanno descritto come positivo e costruttivo. Ha inoltre incontrato il Ministro degli Esteri dell’Oman, bin Hamad al-Busaidi, per discutere dell’ultima fase dei colloqui sul nucleare tra Teheran e Washington. La visita – conclude il quotidiano persiano – è avvenuta mentre proseguono i preparativi per ulteriori round di negoziati, a seguito di una nuova sessione tenutasi a Muscat il 6 febbraio. Sia l’Iran che gli Stati Uniti hanno descritto quel round come un buon inizio».
Ma, se l’abboccamento con il leader qatarino da parte del negoziatore-principe del regime sciita era prevedibile, lo stesso non ci si aspettava per il caloroso incontro avuto con lo Stato maggiore di Hamas. O, almeno, con quello che ne è rimasto, dopo la caccia spietata che gli hanno dato gli israeliani. Con i diversi leader della milizia palestinese incontrati a Doha, il diplomatico sciita ha discusso dei negoziati tra l’Iran e gli Stati Uniti e della situazione a Gaza. Il think tank Al Monitor riferisce che «lo stesso giorno, il portavoce militare di Hamas, Abu Obeida, ha espresso ‘solidarietà’ all’Iran e ha appoggiato il diritto della Repubblica islamica di rispondere a qualsiasi ‘aggressione’. Meshaal – prosegue Al Monitor – ex capo del politburo di Hamas, è considerato un candidato per tornare a ricoprire la carica». L’Agenzia France-Presse ha riferito a gennaio che Hamas avrebbe indetto elezioni interne nella prima metà del 2026. Meshaal e Khalil al-Hayya, un altro membro di spicco, sono considerati i favoriti per guidare l’ala politica, secondo l’agenzia.
Di fondamentale importanza, è stato anche un altro incontro di Larijani, passato sotto silenzio in Occidente. Il negoziatore iraniano ha avuto un colloquio a sorpresa con un alto ufficiale degli Houthi yemeniti, il movimento ribelle sciita che tanti grattacapi sta creando a Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele, nel Mar Rosso, dal Golfo di Aden fino al Canale di Suez. Così il Teheran Times: «Durante la sua permanenza a Muscat, Larijani ha incontrato anche Mohammed Abdul-Salam, capo della delegazione negoziale dello Yemen e portavoce del movimento Ansarullah. Abdul-Salam si è congratulato con l’Iran per il 47° anniversario della vittoria della Rivoluzione Islamica e ha elogiato quella che ha descritto come la resilienza e la crescente forza del Paese sotto la guida del leader della rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei. Ha affermato – aggiunge il giornale – che dopo la guerra di 12 giorni dell’anno scorso e i recenti disordini interni orchestrati da Stati Uniti e Israele, l’Iran ne è uscito più forte e più determinato. Abdul-Salam ha avvertito che qualsiasi aggressione contro l’Iran avrebbe conseguenze che si estenderebbero ben oltre l’Asia occidentale, una posizione che Ansarullah ha ripetutamente sottolineato insieme ad altri alleati iraniani nella regione nelle ultime settimane».
Il viaggio di Larijani nel Golfo e i suoi contatti a sorpresa, confermano che la crisi tra Usa e Iran si muove sulla lama di un coltello. Trump non ha dettato condizioni solo sul programma nucleare (che va fermato), ma anche sui piani riguardanti i missili balistici e sulla strategia seguita da Teheran nel sostenere il cosiddetto «Asse della resistenza». Cioè quei gruppi fondamentalisti sciiti o anche, all’occorrenza, di estrazione sunnita, sparpagliati con le loro milizie in tutto il Medio Oriente, dal Libano alla Siria, dall’Irak allo Yemen. Dunque, i ‘bilaterali’ condotti dal funzionario di Teheran, servono anche a dimostrare il potere contrattuale che gli ayatollah ancora esercitano sui movimenti politici come quello di Gaza e della Penisola arabica. Un ‘bonus’ da far valere al tavolo delle trattative.
Chi non crede molto alle trattative sono gli israeliani. Netanyahu si è recato proprio per questo a Washington, per cercare di convincere Trump all’azione militare. Il Presidente Usa (come al solito) tentenna: ci sono varie scuole di pensiero nella sua Amministrazione. Intanto, però, ieri un giornale di Tel Aviv (Haaretz) ha titolato con grande evidenza, citando la Reuters, che «l’esercito americano si sta preparando per operazioni in Iran che potrebbero durare settimane». E aggiunge: «Se il Presidente Trump ordinasse un attacco – hanno detto due funzionari statunitensi – il conflitto potrebbe diventare molto più grave di quelli visti in precedenza tra i due Paesi. In una campagna prolungata, l’esercito statunitense potrebbe colpire le strutture statali e di sicurezza iraniane».
E così, fare qualsiasi previsione sull’Iran diventa azzardato. La diplomazia si muove a zig-zag e lo stesso fanno quei gruppi di potere che, presenti ai vertici di ogni Paese, purtroppo vedono nell’uso della forza militare, con sempre maggiore frequenza, l’unico strumento per affrontare le crisi internazionali contemporanee.