
I mercati obbligazionari guardano con una certa preoccupazione alla Legge di Bilancio che Takaichi si appresta a varare a marzo. Ma intanto l’indice azionario Nikkei schizza del 3,8%, dopo essere salito anche al 5%. superando per la prima volta la soglia record dei 57mila punti. L’entusiasmo della Borsa punta tutto sulle promesse di tagli delle tasse, ma il debito pubblico, che in Giappone tocca il 237% del Pil, è diventato l’immagine reale della crisi che sta vivendo il Paese.
Il Giappone è un paese che ha vissuto trent’anni alimentando il proprio debito con tassi allo 0%, in cui inflazione è rimasta una parola sconosciuta. Un paese in cui il prezzo del riso è rimasto lo stesso dal 1995 al 2020 e un muto per la casa veniva rimborsato senza interessi. Un paese dove però i salari non crescevano e la moneta locale, lo yen, si stava indebolendo sempre più con i conseguenti problemi per l’importazione (energia, alimentare). Da circa tre anni il fenomeno della deflazione ha però iniziato ad invertirsi. La Banca centrale (BoJ) ha aumentato i tassi ed è riapparsa l’inflazione. All’inizio era quella ‘sana’ che ha fatto smuovere i salari che sono cresciuti ed ha rafforzato lo yen. Ma se prima l’obbiettivo era stimolare l’economia, poi il rischio è diventato il surriscaldarla. Per il giapponese medio, arrivare a fine mese è diventato più difficile nell’ultimo anno, a causa della persistente incapacità dei salari di tenere il passo con l’aumento dei prezzi.
Secondo le statistiche del governo giapponese, a novembre i salari al netto dell’inflazione sono diminuiti del 2,8%, l’undicesimo mese consecutivo di calo delle buste paga. Mentre il tasso di inflazione complessivo in Giappone viaggia oltre il 2%, il prezzo dei prodotti alimentari è aumentato molto più rapidamente. Lo scorso anno i prezzi del riso sono aumentati di quasi il 68%, anche a causa della carenza causata dal cattivo raccolto del 2023. Anche i prezzi dei prodotti alimentari importati, come caffè e cioccolato, sono aumentati notevolmente a causa della debolezza dello yen, che ha minato il potere d’acquisto dei consumatori.
In questo scenario di crisi è arrivata Sanae Takaichi che nei suoi discorsi prima di divenire primo ministro aveva promesso di riportare giù i prezzi mettendo più soldi nelle tasche dei giapponesi. Come? “Tagliamo le tasse e spendiamo di più” è stato lo slogan della sua scalata al governo e che le ha fatto conquistare la fiducia di milioni di cittadini terrorizzati dallo spettro dell’inflazione. Quello che la leader giapponese aveva omesso di specificare è che, per trovare quei soldi, occorre fare i conti con un debito che è il più alto del mondo. Il 20 maggio scorso, il mercato obbligazionario di cui si nutre il debito le ha risposto con un secco no, facendo schizzare alle stelle i rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine. Tutto ciò è accaduto in una sola seduta borsistica, cose mai viste nella storia finanziaria del Giappone. Una situazione che a molti ha ricordato l’esperienza di un’altra epigona della Tatcher, la meteora della politica inglese Liza Truss che dopo aver praticato un taglio record delle tasse dovette dimettersi sotto i colpi del mercato che aveva fatto esplodere i tassi d’interesse del debito pubblico ed incenerito il valore della sterlina.
La Takaichi, a quel punto, ha operato un cambio di approccio tra i proclami propagandistici di aumentare la spesa e la realpolitik economica imposta dalla Bank of Japan e non si è opposta all’aumento dei tassi. Questo non le ha impedito di giocare e vincere al lascia e raddoppia delle recenti elezioni. Masato Kamikubo, professore di politica alla Ritsumeikan University di Tokyo, ha affermato che «la maggior parte delle persone non conosce le sue ricette economiche, ma è stata attratta dalla sua immagine, percepita come quella di una dura in materia di sicurezza e di una patriota in politica internazionale», salvo poi fare dietro-front anche lì, a seguito delle sue improvvide dichiarazioni sulla Cina.
Proclami presto ritirati per allinearsi ai comandamenti di politica economica, marce indietro sovraniste e altre capriole elettorali sono l’ormai noto repertorio di marca nazional-populista a cui stiamo assistendo un po’ dappertutto nelle società post-industriali schiacciate dal debito pubblico e con una popolazione sempre più impaurita dalla globalizzazione e preoccupata di come arrivare al fine del mese.