Groenlandia, qualcuno si fida ancora di Trump?

Nell’immaginario collettivo, la Groenlandia è associata a ghiaccio, isolamento e marginalità geopolitica. Già durante la Guerra Fredda, tuttavia, essa fu uno degli spazi più strategicamente rilevanti dell’intero sistema di deterrenza nucleare occidentale, ci ricorda Francesco Ferrante su Analisi Difesa. Mentre ci avverte di non fidarci troppo dell’apparente ‘mezzo accordo internazionale’ tra Stati Uniti (Trump) e la Danimarca (Unione europea) con la mediazione Nato di faziosità plateale.

Avamposto statunitense della Guerra Fredda

Un po’ di storia per i distratti. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, gli Stati Uniti costruirono sull’isola una rete di basi, radar e installazioni sotterranee che trasformarono la Groenlandia in una piattaforma avanzata della difesa nordamericana. Alcuni di questi progetti furono declassificati solo decenni dopo; altri vennero presentati come iniziative scientifiche, mentre in realtà erano parte integrante di piani nucleari operativi. Quindi, fuori dalle frottole, «la Groenlandia divenne, di fatto, un nodo cruciale dell’architettura per allerta precoce (Early Warning), capacità di sopravvivenza ad un eventuale first strike e base di lancio per rappresaglia». Tutto documentato, fotografato e noto a chi doveva sapere. «Nel 1951, l’accordo di difesa tra Stati Uniti e Danimarca autorizzò Washington a costruire installazioni militari sull’isola pur mantenendo formalmente la sovranità danese».

Base militare Usa, ma a Trump non basta

Thule: una sentinella nucleare nell’Artico. Nel 1953, gli Stati Uniti avviarono la costruzione della base aerea di Thule, una delle più ambiziose imprese logistiche in ambiente artico mai realizzate. Vennero costruite piste di atterraggio su ghiaccio permanente, edifici prefabbricati, infrastrutture radar e alloggi per migliaia di uomini. Thule era parte della logica della deterrenza per sopravvivenza: garantire che la leadership politica avesse tempo sufficiente per autorizzare una rappresaglia nucleare. Oggi la base esiste ancora, con il nome di Pituffik Space Base, ed è parte della difesa missilistica e nella sorveglianza spaziale degli Stati Uniti.

Camp Century: sperimentazione strategica

Alla fine degli anni Cinquanta, l’esercito statunitense passa alla costruzione di ‘infrastrutture permanenti’ ‘sotto la calotta glaciale. A circa 200 chilometri da Thule, iniziò lo scavo di una base sotterranea denominata Camp Century. Non un semplice bunker, ma tunnel chilometrici, dormitori, mense, laboratori, officine, un ospedale e persino una cappella. E la fonte energetica: un reattore nucleare portatile, il PM-2A. Camp Century divenne così la prima base militare artica alimentata da energia nucleare. Ufficialmente era un centro di ricerca scientifica e ingegneristica. In realtà, un banco di prova di un progetto molto più ambizioso.

‘Project Iceworm’, super segreto

L’obiettivo era costruire sotto la calotta groenlandese migliaia di chilometri di tunnel, capace di ospitare centinaia di missili balistici nucleari spostati continuamente con rampe di lancio mobili. La Danimarca non fu informata del progetto. Formalmente vietava la presenza di armi nucleari sul proprio territorio. Camp Century serviva a verificare se tale concetto fosse tecnicamente realizzabile. E per fortuna il ghiaccio disse di No. Il ghiaccio non è statico. Scorre, si deforma, esercita pressioni differenziali sulle strutture rigide. E i tunnel di Camp Century iniziarono progressivamente a collassare. Le pareti si piegavano, i soffitti si abbassavano, i binari interni si deformavano. Insostenibile.

Spazzatura militare dal cielo e sottoterra

«Nel 1967, Camp Century venne abbandonata. Il reattore fu rimosso, ma rimasero sotto il ghiaccio carburanti, rifiuti e materiali contaminati», avverte Francesco Ferrante. Ma il peggio doveva ancora accadere. Il 21 gennaio 1968, un bombardiere B-52 dell’US Air Force, impegnato in una missione di pattugliamento nucleare, prese fuoco e si schiantò nei pressi di Thule. A bordo vi erano quattro bombe nucleari. L’impatto provocò la dispersione di materiale radioattivo sul ghiaccio artico. Seguì una vasta operazione segreta di bonifica che coinvolse migliaia di uomini. L’incidente generò uno scandalo diplomatico con la Danimarca, che ufficialmente vietava armi nucleari sul proprio territorio. Rivelò inoltre l’esistenza di pattugliamenti nucleari aerei continui, una pratica poco nota all’opinione pubblica. Per decenni, l’episodio venne minimizzato nelle comunicazioni ufficiali.

Ri-militarizzazione dell’Artico (2024–2026)

Negli ultimi anni, l’Artico è tornato a essere uno dei teatri centrali della competizione strategica globale. La Russia ha ammodernato basi sovietiche, costruito nuovi radar, schierato missili a lungo raggio e rafforzato la Flotta del Nord. Gli Stati Uniti hanno modernizzato Pituffik e integrato la Groenlandia nella difesa missilistica e spaziale. La NATO, con l’ingresso di Finlandia e Svezia, è diventata di fatto un’alleanza artica. La Cina si definisce ‘near-Arctic state’ e investe in satelliti polari, infrastrutture portuali e risorse minerarie groenlandesi. Insomma, già dalla Guerra Fredda, la Groenlandia non fu solo periferia strategica. Fu uno dei pilastri nascosti dell’architettura nucleare occidentale. Sapendo oggi che gli Stati Uniti tentarono di costruire una forza sotterranea mobile, per sopravvivere a un attacco nucleare iniziale. Una storia reale, documentata e oggi più attuale che mai.

Groenlandia, missili ipersonici e spazio

Se durante la Guerra Fredda la Groenlandia era soprattutto una piattaforma per radar e basi aeree, oggi si colloca al centro di una ‘triade strategica emergente’: «missili ipersonici, difesa missilistica e dominio spaziale». Ma i vettori ipersonici capaci di volare a velocità superiori a Mach 5 lungo traiettorie imprevedibili e a bassa quota sta cambiando nuovamente tutto. Con l’Artico che torna a essere «nodo avanzato di sensori, radar over-the-horizon e sistemi di tracciamento spaziale integrati con costellazioni satellitari in orbita polare». Oggi non si scavano più tunnel sotto il ghiaccio, ma si costruiscono architetture distribuite di sensori, satelliti e basi artiche. La logica strategica, tuttavia, è rimasta sorprendentemente simile.

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