Comunicati stampa vetrine al mercatoI comunicati stampa non rivelano quasi nulla sul funzionamento di un’azienda. Per sollevare davvero il velo societario, un’azienda deve finire in tribunale. Si consideri la battaglia legale di Elon Musk con OpenAI, per la quale questo mese è stata pubblicata una preziosa documentazione. Musk chiede un risarcimento enorme al produttore di ChatGPT, che ha co-fondato e che ora afferma lo abbia truffato abbandonando la sua struttura no-profit.
Il fascicolo sembra un bestseller online pieno di chiacchiere, riporta l’Economist. Perché OpenAI ha stretto una partnership con Microsoft invece che con Amazon? «Penso che Jeff sia un po’ uno stronzo», scrisse Musk del suo fondatore già nel 2016. Delicatezza ormai nota al mondo. Cosa ne pensa Sam Altman, il capo di OpenAI, del suo scontro pubblico con Musk si chiede sempre Economist? «Fa davvero male», confidò nel 2023. Ma i due insistono.
Gli investitori sono fissati sul potenziale rivoluzionario dell’IA, e alcuni parlano poco d’altro. Potenziale rivoluzionario ma quanto? Le prove che illuminano il funzionamento interno della sua avanguardia invitano quindi a uno studio attento. Un coro crescente di critici teme che l’IA si svilupperà più lentamente e prevedibilmente di quanto si aspettino i suoi sostenitori: sarà, in altre parole, una tecnologia normale senza miracoli modello Musk.
La corsa per l’IA continua, con investimenti multimiliardari annunciati ogni settimana. Quello che resta incerto è quante tra le aziende protagoniste di questa stagione arriveranno al traguardo, e cosa potrebbe succedere se qualcuna dovesse inciampare, il dubbio opportuno che si pone l’italiana ISPI Per ora le aspettative di crescita degli investitori non vacillano, ma più si gonfiano, meno notizie negative occorrono per far tremare i mercati.
Ma gli antropologi aziendali che studiano il comportamento di OpenAI scopriranno qualcosa che la Silicon Valley è ancora meno disposta ad ammettere: i suoi capi sono normali capitalisti che fanno di tutto per accumulare ulteriori miliardi dove l’intelligenza non solo è artificiale ma anche montata, coinvolgendo una grande platea di piccoli risparmiatori. Nessuno mette in dubbio le potenzialità dell’IA. Ma riusciranno a diventare concrete prima che la bolla scoppi?
Il 2025 si era aperto con una novità che aveva colto di sorpresa tutto il mondo dell’intelligenza artificiale. A gennaio una sconosciuta azienda cinese, DeepSeek, aveva rilasciato un modello di ragionamento capace di competere con le soluzioni più avanzate sul mercato, ma con costi di sviluppo e consumi energetici molto più bassi. L’annuncio aveva messo in discussione l’assunto che la supremazia statunitense fosse inscalfibile. A dicembre nasce il modello V3.2
Nel 2026 la rivalità sull’IA supererà la dimensione della corsa tecnologica, trasformandosi in un confronto per il controllo dell’intera filiera: dalla produzione dei chip alle infrastrutture di calcolo, all’uso economico, scientifico e militare. A luglio la Casa Bianca ha presentato ‘America’s AI Action Plan”’, per accelerare l’innovazione, e consolidare la leadership nei semiconduttori. Tre giorni dopo la Cina ha risposto con il ‘Global AI Governance Action Plan’.
L’amministrazione americana come ‘facilitatore’ perché i suoi giganti privati possano continuare sui modelli più avanzati del mondo. Da qui l’ordine esecutivo del Presidente Trump per ostacolare la regolamentazione dell’IA da parte dei singoli stati federali. Aziende tech libere di tutto. Pechino punta a un allineamento totale tra governo e industria garantendo che ogni componente dell’IA, dai chip di silicio ai modelli linguistici, siano e allineati agli obiettivi del Partito.
Durante l’AI Action Summit di Parigi del febbraio 2025 si sono scontrati con visioni inconciliabili: gli Stati Uniti più orientati a codici di condotta flessibili e a un ruolo centrale delle Big Tech, l’Unione Europea impegnata a difendere l’approccio più severo del suo AI Act e la Cina determinata a far valere le priorità governative su privacy e diritti individuali. A rischio l’esito del prossimo Summit sulla IA che si terrà a New Delhi dal 16 al 20 febbraio.
L’India come ponte tra Nord e Sud ma le tensioni dell’attuale quadro geopolitico non favorisce l’intenzione indiana di convogliare il consenso intorno a regole condivise e attente alle ragioni del Sud globale. Rischio il consolidarsi di un mosaico di regimi che contengono le stesse parole chiave – «sicurezza, responsabilità, supervisione umana» – ma con interpretazioni molto diverse a seconda delle latitudini. A New Delhi solo ‘convergenze fluide’.
Il 2026 si profila come l’anno in cui questa frammentazione comincerà ad avere conseguenze concrete, in particolare barriere tecniche e giuridiche per lo sviluppo transfrontaliero dei modelli e crescenti oneri per le aziende. La necessità di sviluppare la stessa soluzione in più versioni, di adattarla a standard tecnici diversi e sarà prerogativa di chi dispone di risorse e competenze per calibrare i propri modelli. Il nuovo anno verso uno sviluppo dell’IA a due velocità.
L’Arabia Saudita a maggio ha presentata la società tech HUMAIN, presieduta dal Principe Mohammed bin Salman. Obiettivi tutti gli ambiti dell’IA: data center, modelli di intelligenza artificiale e soluzioni applicative per diversi settori. L’altro grande player, l’India, ha scommesso attraverso l’IndiaAI Mission, programma da 1,2 miliardi di dollari, ai quali si aggiungono risorse private per creare un ecosistema di utenti e sviluppatori che la rendano un mercato chiave.
Questo scenario in evoluzione porrà l’Europa di fronte a una scelta decisiva nel 2026: coniugare la specializzazione, esportando i suoi elevati standard in Paesi più sensibili a uno sviluppo responsabile dell’IA, con un piano industriale ambizioso, basato su investimenti in infrastrutture e tecnologie, autonomia digitale e cooperazione con le potenze emergenti. La posta in gioco sarà il ruolo stesso dell’Europa nel futuro tecnologico globale.