
«A Gaza l’offensiva israeliana ha ucciso oltre 71mila palestinesi dal 7 ottobre 2023, un bilancio che continua a salire perché la tregua resta solo sulla carta e che è dato per sottostimato da diversi organismi, a partire da una delle più autorevoli riviste scientifiche del mondo, Lancet», avverte Chiara Cruciati. Mancano idispersi sotto le macerie, almeno 10mila secondo le stime, né dei palestinesi morti per cause considerate indirette, fame, mancate cure, freddo. E non può tenere conto del destino di migliaia di gazawi catturati dalle forze israeliane di occupazione e inghiottiti dalle sue carceri: se siano vivi o morti, è impossibile saperlo.
«Restiamo su quel numero, 71mila, calcolato dal ministero della salute di Gaza tra immense difficoltà, a partire dal collasso del sistema sanitario. Per due anni, noti opinionisti occidentali hanno attraversato giornali e tv per dirci che no, non era attendibile perché proveniente da un’entità di parte, il governo di Gaza, dunque Hamas. A nulla è servita la storia: in tutte le offensive precedenti, i numeri messi a disposizione da quel ministero si sono sempre rivelati esatti», denuncia il manifesto. Ora è lo stesso esercito israeliano ad ammetterlo: la stima è giusta e non include, aggiunge, i palestinesi scomparsi sotto le macerie.
I morti a Gaza si accumulano tutti i giorni. Ieri sono tornati a casa quindici cadaveri, nei sacchi, dopo il ritrovamento dell’ultimo ostaggio deceduto, il soldato Ran Givli, come parte dell’accordo di scambio. Non è dato sapere chi siano: i palestinesi tornano a casa senza nome, irriconoscibili, decomposti e spesso fatti a pezzi. Una pratica che fa il paio con la dissacrazione del cimitero di al-Batsh, devastato dall’esercito nella ricerca del corpo di Givli. Nemmeno da morti si è tutti uguali. Ieri due palestinesi sono stati uccisi a est di Khan Younis: dal 10 ottobre, la «tregua», Israele ha ucciso almeno 490 palestinesi. Il resto della popolazione, allo stremo, attende la riapertura del valico di Rafah, data per certa ma costantemente rinviata. Ora si parla della prossima settimana.
È dato, invece, in arrivo a Washington a metà febbraio il premier israeliano Netanyahu, per la settima volta da gennaio 2025.
La ricerca appena pubblicata, sulla base di fonti ufficiali e attendibili, dimostra come le due categorie, protette dal diritto internazionale, siano state particolarmente prese di mira dall’offensiva israeliana. Il numero di giornalisti e operatori sanitari uccisi nella Striscia di Gaza tra il 2023 e il 2024 è senza precedenti nei conflitti contemporanei. Ma questi numeri sono davvero più alti di quanto ci aspettassimo? C’era effettivamente un rischio di morte maggiore per giornalisti o sanitari rispetto a persone qualunque? Le domanda di Francesca Incardona. «Nello studio pubblicato due settimane fa sull’European Journal of Public Health abbiamo analizzato per la prima volta in modo sistematico il rischio di mortalità di queste due categorie protette dal diritto internazionale umanitario, confrontandolo con quello della popolazione generale».
«La risposta per i giornalisti è un netto sì: nella fase iniziale, presentano un rischio di morte da due a dodici volte superiore rispetto alla popolazione generale; dopo sei mesi, il rischio si attesta a 2,5 volte quello della popolazione maschile adulta. Per il personale sanitario, nelle prime settimane non c’è evidenza di differenze; a sei mesi il rischio risulta tra 1,5 e 6,5 volte superiore a quello della popolazione adulta». Se è vero che il giornalismo di guerra è un mestiere rischioso, oltre metà dei giornalisti uccisi risulta colpita in casa o durante un ricovero ospedaliero. Per i medici, per i quali non esiste un rischio professionale intrinseco, l’elevata mortalità osservata non può essere spiegata come un semplice effetto collaterale della guerra. Giornalisti e sanitari sono entrambi categorie protette dal diritto umanitario internazionale perché hanno a loro volta un ruolo protettivo nei confronti della popolazione civile. Colpirli in modo sproporzionato ha un effetto a valanga sulla mortalità generale.
«Le organizzazioni sospese non possono importare farmaci e materiali. Sistema sanitario collassato. Il racconto da Gaza: «Il sistema è sovraccarico dalle ferite di guerra, le malattie legate a scarsa qualità dell’acqua, fame e sfollamento. Le infezioni sono difficili da controllare» avverte Eman Abu ZayedIl primo gennaio le autorità israeliane hanno revocato le licenze a 37 organizzazioni umanitarie locali e internazionali attive nella Striscia di Gaza, con l’obbligo dik porre fine alle loro attività entro marzo. Nonostante alcune continuino temporaneamente le operazioni, la decisione ha ridotto la loro capacità di fornire aiuti essenziali: assistenza sanitaria, distribuzione di cibo e acqua, servizi igienici, alloggi, istruzione e supporto psicologico. Di conseguenza, l’accesso agli aiuti può diventare difficile soprattutto nei momenti di crisi acuta.
«Queste misure superano il normale quadro regolamentare, mirano a ridurre l’efficacia delle organizzazioni nel fornire assistenza, indebolire l’infrastruttura dei soccorsi e aumentare le sofferenze della popolazione civile. Violano il diritto internazionale umanitario e i principi fondamentali dell’azione umanitaria, come indipendenza e neutralità». Secondo le Nazioni Unite, dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi almeno più di 1.700 operatori sanitari, oltre 140 membri della protezione civile e 256 giornalisti. La guerra, definita da numerosi esperti come un genocidio, ha ucciso oltre 70mila palestinesi, numero ritenuto sottostimato. «Il lavoro umanitario si basa sulla fiducia, la neutralità e l’accesso. Quando questi principi sono minacciati, le operazioni di soccorso ne risentono e il personale è esposto a rischi concreti, soprattutto considerando che molti operatori sono già stati uccisi».
Le restrizioni hanno già influenzato le operazioni quotidiane: alcune prestazioni mediche sono state ridotte, parte del personale è stato licenziato e il numero di pazienti trattati è sceso drasticamente. Alcune organizzazioni hanno sospeso il trasporto dei dipendenti verso gli ospedali per la carenza di carburante. Mentre la comunità internazionale rimane in gran parte inattiva. Gli aiuti rimangono condizionati, aumentando ogni giorno il rischio di privazione di cibo e beni essenziali per decine di migliaia di civili e minacciando il ritorno della carestia. Allo stesso tempo, centinaia di operatori umanitari rischiano di perdere il lavoro nonostante il loro impegno a supportare le comunità locali.
I difensori dei diritti umani avvertono: violazioni sistematiche e punitive – che compromettono la neutralità umanitaria, trasformano obblighi legali in privilegi discrezionali, mettono vite a rischio e indeboliscono le istituzioni che sostengono la popolazione di Gaza – potrebbe spingere molti abitanti verso l’esodo forzato.