
L’anatra zoppa avrebbe tuttavia nel cassetto – o meglio nei propri forzieri – un’arma letale, praticamente l’unica che ha, se solo volesse usarla o almeno minacciare di usarla. Non parliamo di missili e droni, ma di soldi, ovvero di asset finanziari, fondi d’investimento, transazioni internazionali, ritorsioni commerciali. Di questo si comincia a parlare nei circoli economici europei che contano, anche se questo genere di riflessioni è troppo delicato per affiorare sui media, date possibili conseguenze, più devastanti della partita sui dazi.
Un giornale tedesco, Die Tagesschau, e uno britannico, il Guardian, si chiedono ad esempio se l’oro tedesco – la seconda riserva aurea del mondo – in parte depositato negli Stati Uniti (164 miliardi) sia ancora al sicuro e se non sia il caso di cominciare a riportarlo a casa. Gli esperti consultati ritengono che vista «l’imprevedibilità di Donald Trump» e il deterioramento delle relazioni transatlantiche, conservare l’oro tedesco negli Stati Uniti sia rischioso.
Una testata economica, l’Handelsblatt, cita l’economista Emanuel Mönch, ex direttore delle ricerche di Bundesbank: «Nell’interesse di una maggiore indipendenza strategica dagli Stati Uniti, la Bundesbank farebbe bene a prendere in considerazione il rimpatrio dell’oro». Scrive Die Tagesschau: «Le banche centrali sono generalmente indipendenti e godono di grande fiducia reciproca. Ma il presidente americano Donald Trump sta cercando di cambiare le cose. Negli ultimi mesi ha moltiplicato gli attacchi volti a minare l’indipendenza della Federal Reserve».
«Più le banche centrali subiscono pressioni politiche, più diventa difficile mantenere la fiducia», dice l’economista Wolfgang Wrzesniok-Roßbach: «Le riserve auree sono attualmente al sicuro negli Stati Uniti. Ma domani il governo americano potrebbe dichiarare: “Teniamo le riserve auree in pegno”». «Sotto l’amministrazione Trump, gli Stati Uniti non sono più un partner affidabile», aggiunge Ulrike Neyer, docente di economia all’Università di Düsseldorf.
Ufficialmente, per la Bundesbank «il trasferimento delle riserve auree tedesche dagli Stati Uniti non è all’ordine del giorno». Ma di contromisure in ambito finanziario si sta discutendo. La battaglia sui dazi, le mani sulla Groenlandia, gli accordi nemmeno più sottobanco con la Russia, il board privato per Gaza sono ormai segnali ineludibili. Su che cosa si può fare leva, tenendo conto degli enormi legali economici e commerciali che ancora determinano i rapporti fra americani ed europei? Il ministro della Difesa francese, Jean Noel Barrot, ricorda ad esempio che la forza dell’Europa è nella sua potenza finanziaria: «Le imprese digitali generano un quarto del fatturato e probabilmente la metà dei profitti in Europa. I Paesi dell’Eurozona detengono 3.000 miliardi di euro in più di asset rispetto a quelli che gli americani detengono in Europa».
Fatto che ha portato gli analisti e i columnist del Financial Times a riflettere su quanto sarebbe potente l’arma finanziaria che detiene l’Europa. Tanto più che gli analisti notano notevoli movimenti di denaro dagli Usa verso l’Europa, in particolare nel mercato immobiliare delle metropoli europee, Londra, Parigi, Milano e anche Varsavia, dove peraltro affluiscono capitali ucraini. Sarebbe una prima inversione di tendenza del settore privato, considerando il costante flusso inverso di movimenti finanziari dall’Europa verso gli Usa. Del resto, i recenti rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta si chiedono come riuscire a ridurre il deflusso di risparmio verso gli Stati Uniti per canalizzarlo verso investimenti produttivi nell’Unione europea.
Secondo il quotidiano britannico, ci sono 12,6 trilioni di dollari di asset complessivi in portafoglio ai Paesi Nato europei (Gran Bretagna inclusa), di cui 2,84 trilioni in buoni del Tesoro americano, che salgono a 3,30 includendo il Canada. Ha scritto George Saravelos, chief Forex strategist di Deutsche Bank: «L’Europa possiede la Groenlandia, ma possiede anche una grande quantità di Treasury statunitensi… Nonostante la sua forza militare ed economica, gli Stati Uniti hanno una debolezza strutturale: dipendono dagli altri per finanziare i conti attraverso un profondo disavanzo in mano a investitori esteri». L’Europa è il principale creditore degli Usa: i Paesi europei detengono 8.000 miliardi di dollari di obbligazioni e di azioni di aziende statunitensi, quasi il doppio rispetto al resto del mondo messo insieme. I fondi pensione danesi sono stati tra i primi a rimpatriare capitali e ridurre l’esposizione al dollaro. Non più tardi di qualche giorno fa, il colosso Usa Pimco (controllato dalla tedesca Allianz) ha avvertito che è giunto il momento di diversificare gli asset dagli Usa e rivolgersi più a quelli europei. Un segnale forte, considerando che la maggior parte degli asset americani non è in mano a governi europei. Una vendita massiccia di bond americani non è comunque prevedibile, poiché provocherebbe un eccessivo apprezzamento dell’euro.
Altro argomento di riflessione è l’impatto di bitcoin e affini, considerando il ruolo «privato» della Casa Bianca nel mercato delle criptovalute. André Trentin, giornalista economico che ha condotto un’inchiesta per Le Point, sostiene al riguardo che Donald Trump ha praticamente in mano un bazooka monetario pronto all’uso. La moneta digitale è modellata sul dollaro e questo è molto interessante nei paesi (Venezuela, Nigeria, Argentina…) dove la moneta è debole e nei Paesi con scarsa presenza bancaria, come in Africa. «La posta in gioco – scrive Trentin – è chiara: l’euro non può lasciarsi soppiantare da valute digitali gestite da aziende private».
La digitalizzazione delle transazioni ha superato una tappa importante nel 2025 con l’adozione da parte del Congresso americano del Genius Act, una legge che lascia campo libero al settore privato per sviluppare nuovi strumenti. «C’è un prima e un dopo il Genius Act, con una forte spinta da parte dell’amministrazione americana ad accelerare l’agenda normativa della digitalizzazione dei mercati finanziari», riassume Jean-Marc Stenger, direttore generale di SG Forge, filiale di Société Générale specializzata in cripto-asset.
Secondo Le Monde, c’è anche il rischio che Donald Trump non si fermi ai dazi, ma voglia esercitare altre forme di pressione sugli europei, ad esempio bloccando temporaneante gli accessi a Visa e Mastercard, il 60 per cento delle transazioni. In teoria, ci si potrebbe difendere usando il Bancomat o allargando il sistema francese CB, cartes bancaires. «Abbiamo i nostri “binari”, nel senso ferroviario del termine, su tutta la catena, per tutti gli usi della carta: prelievo di contanti, pagamenti contactless e pagamenti via cellulare inclusi», assicura a Le Monde Philippe Laulanie, direttore generale di CB, che sottolinea il «riarmo» avviato già da diversi anni dal gruppo.
L’analisi di Le Monde fa notare una debolezza storica del settore europeo dei pagamenti: l’impossibilità di pagare con carta tra due Paesi senza dover passare attraverso una rete americana. In questo campo, tutti i tentativi degli ultimi venticinque anni sono falliti, a causa della mancanza di accordi tra banche o tra Stati. «La principale dipendenza europea è dovuta all’assenza di un sistema di pagamento con carta transfrontaliero. In questo campo, la dipendenza tecnologica europea dagli attori americani che dispongono di un enorme potere finanziario è totale», constata Martina Weimert, direttrice generale di Epi, l’operatore del sistema di pagamento europeo Wero. Presente oggi in cinque Paesi (Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo), Wero è ancora lontano dal colmare queste lacune. Limitato per ora ai pagamenti tra privati, il sistema dovrebbe estendersi progressivamente al commercio online e poi ai pagamenti nei negozi entro il 2027. «Il tempo stringe per competere finalmente con Visa e MasterCard, ma anche con altri attori come PayPal, anch’esso americano, diventato il primo strumento di pagamento online in Germania, e i servizi integrati negli smartphone come Apple Pay, Google Pay o Alipay».
Le banche europee stanno quindi moltiplicando i progetti, in particolare quelli relativi alle stablecoin in euro. Ma il divario da colmare è enorme, poiché il dollaro rappresenta ancora quasi il 98% delle stablecoin in circolazione nel mondo. Le tensioni geopolitiche forniscono anche nuovi argomenti ai promotori dell’euro digitale. In gennaio, 70 economisti hanno invitato in una lettera aperta i deputati europei ad approvare il lancio del progetto di euro digitale della Banca centrale europea, che fatica a convincere sia il Parlamento di Strasburgo che il settore bancario. Per i firmatari, la dipendenza europea dai sistemi di pagamento non europei rischia di indebolire «il controllo da parte dell’Europa di un elemento centrale della sua infrastruttura economica» e «un euro digitale pubblico e solido è la nostra unica difesa»