
Un conlitto tra Stati Uniti d’America e Canada è sempre stato ritenuto impossibile – se non addiruttura comico – almeno quanto poco probabile potrebbe sembrare oggi un conflitto tra la Svizzera e l’Italia. Non sono mancati però, in tempi recenti, romanzi, film o storie a fumetti che hanno raccontato vicende diverse. Nel 2015 una graphic novel narrò come un gruppo eterogeneo di ardimentosi canadesi avesse resistito impavido ad una invasione yankee sbeffeggiando un po’ gli improbabili avversari: il significativo titolo era “We stand on Guard” (Noi stiamo in guardia) e, dopo varie peripezie dei protagonisti e una profetica comparsa di droni sul campo di battaglia, la vittoria finale arrideva ai canadesi.
In precedenza, nel 1995, era stato girato un film fantapolitico intitolato “Operation Canadian Bacon”, con la regia di Michael Moore, la cui trama includeva un consigliere per la sicurezza nazionale e un fabbricante di armi sul punto di convincere un presidente ad invadere il Canada dopo aver scatenato un’aggressiva campagna di propaganda: poco prima di un finale da olocausto nucleare, un apparato radio era però casualmente distrutto e la pace salvata.
In realtà, ironie a parte, sulla stampa americana nel 2005 era apparso invece un serissimo articolo che ricordava come lo stato maggiore americano avesse realmente pianificato un’invasione del Canada: ironizzando sulla progettata guerra, il titolo era infatti “Raiding the Icebox”, ovvero “incursione nella ghiacciaia”.
L’improbabilità di un conflitto attuale – ma fino ad un certo punto, visti gli ultimi eventi … – non significa però che sui quasi novemila chilometri del confine terrestre tra i due paesi le cose siano sempre filate lisce. All’indomani dell’indipendenza nel 1775 comprensibilmente ci fu una certa tensione quando gli americani tentarono di far sollevare la minoranza francofona contro gli inglesi e nel 1812 furono sempre gli americani a tentare un’invasione del Canada, prontamente respinta e che portò invece all’invasione britannica che poi si concluse con l’occupazione di Washington e l’incendio della Casa Bianca.
Vero che nel 1849 un gruppo di notabili canadesi sottoscrisse un documento per l’annessione agli Stati Uniti, ma altrettanto vero che le tensioni si inasprirono in seguito alla guerra civile americana, quando cioè – pur dichiarando la proprio neutralità – la Gran Bretagna fu accusata di simpatizzare per ‘i ribelli’ del Sud e segretamente concesse porti canadesi ai corsari e ai contrabbandieri confederati.
Tra la fine della guerra e il 1871 gli Stati Uniti ‘tollerarono’ invece una serie di incursioni nel Canada dal loro territorio: i ribelli ‘feniani’, tra i quali numerosi ex combattenti nordisti di origine irlandese, intendevano infatti occupare il Canada per ottenere in cambio l’indipendenza irlandese dal gioco britannico. La risposta inglese allora fu quella di conferire lo status di ‘dominion’ alla colonia per favorire la nascita di un unico sentimento nazionale canadese che ancora oggi, a dispetto delle controversie tra anglofoni e francofoni, sembra saldo.
A partire dai primi anni Settanta del secolo scorso negli Stati Uniti furono desecretati numerosi documenti politici e militari dal contenuto inequivocabile: la notizia provocò un mezzo incidente diplomatico, ma i piani di guerra erano tuttavia autentici al cento per cento. A partire dalla fine del XIX secolo era nata infatti una serie di piani militari contraddistinti ognuno da un diverso colore a seconda dell’ipotetico avversario: “Red” indicava ad esempio la Gran Bretagna e “Crimson” il Canada, mentre “Yellow” e “Orange” riguardavano rispettivamente la Cina e il Giappone.
A fattor comune nei diversi piani Usa la constatazione ineludibile della superiorità navale inglese che imponeva l’occupazione terrestre del Canada per privare la Gran Bretagna delle basi della Royal Navy giungendo perfino ad attaccare le colonie caraibiche. L’ultima revisione, risalente alla metà degli anni Trenta, prevedeva infatti l’occupazione di Winnipeg e delle cascate del Niagara allo scopo di tagliare in due la rete ferroviaria canadese.
Erano previste inoltre altre operazioni contro centrali idroelettriche e concentramenti industriali allo scopo «to gain complete control» («ottenere il completo controllo»). A queste operazioni terrestri si sarebbe unita la componente navale con un sbarco di venticinquemila marines nel porto di Halifax per isolare il Canada dall’Inghilterra e dal resto dell’impero britannico, mentre una fase successiva sarebbe stato l’attacco alle rotte commerciali e il blocco navale.
Anche i canadesi ovviamente svilupparono piani rivolti agli Stati Uniti, soprattutto nel periodo tra le due guerre mondiali, quando cioè si verificarono tensioni sul piano delle relazioni internazionali tra i due paesi a causa delle questioni finanziarie legate al rimborso dei prestiti di guerra o all’imposizione di dazi commerciali. Il principale protagonista fu James ‘Buster’ Sutherland Brown, un alto ufficiale canadese che alla devozione all’impero britannico univa una certa diffidenza nei confronti degli yankees.
Il concetto di fondo era che le forze canadesi non avrebbero potuto tenere testa a un massiccio attacco dell’US Army, ma – in attesa di rinforzi dalla madre patria – avrebbero effettuato delle veloci e devastanti puntate in territorio nemico per distruggere infrastrutture, basi e depositi e soprattutto creare il caos nelle retrovie nemiche (in codice “Defense Scheme n. 1”). Sutherland Brown, che era anche capo dell’intelligence canadese, fece anche condurre sul suolo yankee numerose ‘ricognizioni’ ad una delle quali che si svolse nel Vermont partecipò egli stesso.
Cambiata la situazione internazionale a metà degli anni Trenta, fu elaborato il piano “Defense Scheme n. 2” che – più realisticamente e con maggior lungimiranza dei piani americani – prevedeva invece una guerra tra America e Giappone e la difesa della costa pacifica canadese. Quando dopo Pearl Harbor si scatenò il panico sulla costa orientale degli Stati Uniti, i canadesi quindi erano già preparati a questa evenienza.