L’Artico, Trump e Frankenstein

Robert Walton, ricco inglese stravagante, investe tutta la sua eredità nell’acquisto di una nave e nell’arruolamento di un equipaggio per fare rotta verso gli inesplorati mari ghiacciati con il proposito di raggiungere il polo Nord. A settentrione delle isole Svalbard la nave rimane bloccata e compare sulla superfice gelata una strana creatura umana che rivela di essere il dottor Victor Frankenstein. Dopo questo indimenticabile inizio descritto dalla scrittrice Mary Shelley, la storia raccontata nel romanzo nasconde altre allegorie e metafore sulla conoscenza scientifica, sulle esplorazioni geografiche e sui sentimenti umani (non sino agli estremi di un Trump), ma l’Artico conferma la sua immagine di terra del mistero e dell’orrore. 
Resta però il fatto che la ricerca di rotte marittime tra i ghiacci artici sia cominciata molti secoli prima e che talune vicende siano state davvero romanzesche.

I primi marinai

Nell’antichità classica i greci, i più celebri marinai del loro tempo, pare abbiano solcato anche i mari dell’estremo nord: storici e geografi hanno raccontato di una nave che si trovò circondata da ghiacci galleggianti. Nella fantasia del narratore l’immagine giunta fino a noi parla di un ‘mare cagliato’, simile insomma alle parti di caglio che galleggiano sulla superficie del latte. Nel Medioevo, un’epoca in cui anche un semplice viaggio attraverso le Alpi era ritenuto molto pericoloso e possibilmente da evitare, i racconti riguardano invece popolazioni locali, abituate quindi alle condizioni estreme del clima, che hanno raggiunto la Groenlandia, come nel caso di Erik il Rosso.
Erik, originario della parte settentrionale della Norvegia, era stato esiliato in Islanda come pena per l’uccisione di un uomo e da questa isola aveva raggiunto l’attuale Groenlandia nel 985. Scaduto il periodo di bando e tornato in Islanda, Erik, seguito da un gruppo di coloni, aveva fatto ritorno sull’isola dando origine al primo insediamento europeo sul continente nord-americano. I tratti essenziali della vicenda del vichingo si sono rivelati comunque attendibili, confermati inoltre dalla scoperta in anni recenti di tombe vichinghe su alcune isole minori.
Oltre ai vichinghi dalla Scandinavia sembrerebbe che altre traversate lungo le prime rotte tra i ghiacci siano state condotte dalle popolazioni che vivevano nella zona dell’attuale città di Murmansk, sul Mar Bianco. Coloni chiamati ‘pomory’ e mercanti russi infatti, dopo essersi stabiliti nella regione secoli più tardi, insediarono un monastero a Petsamo, a nord della penisoladi Kola, nel 1533.

Barents o Bering: passaggio a nord-ovest e a nord-est

La spinta principale ad effettuare esplorazioni e a cercare nuove rotte si ebbe comunque dall’inzio del XVI secolo, accanto allo sviluppo delle rotte mercantili atlantiche e all’ampliamento delle conoscenze geografiche basate sui testi antichi, soprattutto del geografo Tolomeo. Tra cultura classica ed espansione commerciale, gli oceani furono solcati da spedizioni di ogni tipo che avevano come principali mete le Indie e più tardi le Americhe. I concetti geografici erano piuttosto vaghi, ma la via per l’Oriente fu cercata per secoli: il passaggio a nord-ovest, ossia un percorso tra l’oceano Atlantico e quello Pacifico attraverso il Mar Glaciale Artico, fu individuato solo ai primi del XX secolo dal norvegese Roald Amundsen nel 1906 dopo tre anni di tentativi.
Le maggior scoperte geografiche furono fatte dall’olandese Barents, che nel 1596 scopri la principale isola dell’arcipelago delle Svalbard, e dal danese Vitus Bering, che in seguito divenne russo, che invece effettuò due spedizioni lungo il percorso di un’altra rotta tra Atlantico e Pacifico chiamata il passaggio a nord-est: dal Mare del Nord, sempre attraversando il Mar Glaciale Artico, questa via rasenta la costa settentrionale della Siberia, attraversa lo stretto Bering e si conclude nel Pacifico a nord della penisoladi di Kamčatka.
Bering morì nel 1741, alla conclusione del suo secondo viaggio, dopo aver attraversato lo stretto che porta il suo nome, ma che in realtà era stato scoperto meno di un secolo prima da un altro russo. Attualmente, poiché questa rotta consentirebbe un collegamento dal Mare della Cina attraverso lo stretto di Bering e il Mar Glaciale Artico fino al Mare del Nord, si stanno manifestando grandi interessi da parte delle maggiori potenze. Evitando l’ingresso in Mediterraneo e lungo un percorso più breve, i rapporti commerciali tra Oriente e Occidente potrebbero cambiare con conseguenze non del tutto prevedibili.

«Britannia rules the waves»

Il XIX secolo fu il momento di maggior splendore della marina britannica e non stupisce che nel periodo una delle più celebri spedizioni polari sia stata quella dell’inglese Franklin nel 1845, meglio conosciuta come la ‘spedizione scomparsa’. Il capitano della Royal Navy sir John Franklin, ex governatore della Tasmania e autorevole socio della Reale Società Geografica, poteva definirsi un autentico veterano delle esplorazioni e un comandante ricco di esperienza: quando partì per l’ultima volta aveva già quasi sessant’anni, cosa per l’epoca singolare, ma che attestava la sua grande vigoria fisica e la sua lucidità intellettuale. Purtroppo, lungo la rotta del passaggio a nord-ovest, la spedizione rimasa intrappolata tra i ghiacci nei pressi dell’isola di Re Guglielmo nell’Artico canadese.
Che una spedizione polare non avesse mai una data certa di rientro era cosa normale, ma – nonostante le pressioni della moglie e di numerosi colleghi – solamente tre anni dopo l’ammiragliato decise di inviare una missione di ricerca. Le ricerche vere e proprie si protrassero fino al 1850, quando ben undici imbarcazioni tra inglesi e americane erano ormai impegnate sulle tracce della sfortinata spedizione, ma solo nel 1854 fu possibile raccogliere da alcuni indigeni Inuit delle vaghe testimonianze del passaggio di Franklin.
Solo nel 1859 fu trovato un messaggio sulle sponde dell’isola di Re Guglielmo che fornì la prima certezza della tragedia. Per avere altre informazioni, nonostante altre ricerche si siano protratte fino alla fine del secolo, si dovette attendere il 1981, ovvero una serie di analisi scientifiche condotte da un’università canadese in seguito alle quali si appurò che i resti rinvenuti in alcune sepolture appartenevano a componenti della spedizione di Franklin.

 

Condividi:
Altri Articoli