«La nuova instabilità globale rilancia il tema della difesa europea. Ma il peggio cresce in casa tra leader di poco spessore e mille contraddizioni».

‘Volenterosi’ a fare che, contro chi, e con quali mezzi? Riesce a fare bella figura persino l’Italia della strategia Meloni, a biscia tra Trump e Von der niente, col pupazzo agli esteri a dire sempre sì. E l’Europa dell’assurdo litiga sulla politica fiscale e industriale per meglio equipaggiare il continente ad affrontare un contesto strategico sempre più minaccioso. Salvo decidere chi è che veramente ci minaccia. E il cosa saremmo veramente disposti a fare contro. Nella dovuta diffidenza prevenuta sui cattivi ad est, ma senza fidarsi dell’attuale Ovest fanfarone o della Trottola di Kiev ormai platealmente a perdere.
Decisioni difficili e complesse dall’incertezza della seconda amministrazione Trump e dalla situazione in Ucraina. Russia pronta ad invaderci raccontata dalla Commissione tedesco-baltica o, a giorni alterni, Russia sull’orlo del crollo militare, politico ed economico colpito di fronte delle Sanzioni Ue che -pur facendoci tanto male-, continuiamo ad esibire nel vuoto di qualsiasi cosa d’altro. La sfida rappresentata da come garantire la difesa dell’Europa di fronte alla persistente aggressività di Mosca e al crescente disimpegno e disinteresse di Washington. E si torna ai ‘Volenterosi’ contro chi?
È stato soltanto in quest’ultimo quarto di secolo che l’Unione si è impegnata in limitate missioni militari gestione di crisi truccato con diversi nomi. Dai Balcani al Medio Oriente, dall’Africa sub-sahariana al Mediterraneo allargato. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, tuttavia, sta riavvicinando le due ‘difese’, stimolando gli appelli soprattutto in Italia, ad una ‘difesa comune’ e perfino ad un ‘esercito europeo’. Ma quali sarebbero le opzioni davvero praticabili? Poche, forse nessuna. Ed ecco che il ‘mostro simil sovietico’ ad est aiuta a nascondere i ‘non senso’, le bugie e le impotenze.
A differenza della NATO, l’UE non dispone di un vero e proprio quartier generale militare né di basi o forze proprie, e tantomeno dell’esperienza operativa e della cultura ‘aziendale’ militare necessaria. Partendo dalla Gran Bretagna che, fino a Brexit, si era apertamente opposta ad una difesa comune in ambito UE. Del resto, segnala Ispi, l’imminente passaggio della guida del Comitato Militare dell’Unione da un generale austriaco ad uno irlandese, segnale di ambizione dell’attuale politica di sicurezza e difesa dell’UE. Come i vertici di politica estera e di sicurezza tutti nelle mani dei tre poderosi Stati Baltici.
E si comincia a discutere dell’utilizzo delle strutture di pianificazione e degli standard operativi della NATO con forze composte di soli militari europei sotto l’autorità del vice-comandante militare supremo dell’Alleanza (di solito britannico). Una NATO più europea fondata almeno sul supporto logistico e di intelligence di Washington. Comunque legate alla disponibilità della Casa Bianca e del Pentagono a consentire, l’uso delle capacità collettive dell’Alleanza per operazioni senza diretta partecipazione americana. Preziario prossimo del ‘dare avere’.
Ironia sull’orlo della tragedia, Antonio Missiroli, ‘ISPI Senior Advisor’. «Un ‘esercito europeo’, traducibile in termini algebrici in una nuova organizzazione ’27 – x + y’ (dove la x starebbe per i paesi UE non interessati (Ungheria e forse la stessa Italia), e la y per i paesi non-UE interessati (dalla Gran Bretagnia alla Scandinavia tutta) e basata su un contratto sul dare avere, che definisca i requisiti di adesione (capacità e volontà), la struttura operativa (catena di comando e tipo di forze), e chi ne decide l’impiego)».