Processo Le Pen 2, ed è già corsa per l‘Eliseo

«La Francia si è divisa, emozionata, appassionata alla vicenda giudiziaria di Nicolas Sarkozy, messa in scena dallo stesso ex presidente, improvvisatosi neo conte di Montecristo con le memorie dal carcere e l‘ovvio fuoco d‘artificio mediatico contro la ‘persecuzione’» avvince Massimo Nava. Marine Le Pen, il cui processo d’appello s’è aperto oggi a Parigi, ha scelto invece una strategia opposta, dopo un iniziale sfogo contro i giudici all’indomani della prima condanna, sottolinea il Corriere. Basso profilo, silenzio, quasi un’attesa fiduciosa o rassegnata del corso della giustizia.

Tra finale politico e ‘gran ritorno’

Due atteggiamenti opposti, per una partita dall’importanza altrettanto opposta. Nicolas Sarkozy ha banalmente puntato a una riabilitazione morale, a una sorta di narcisistico abbraccio con i suoi elettori, tuttavia senza possibilità di rientrare nel grande gioco politico. Per Marine Le Pen si tratta invece di tornare in campo per le presidenziali del 2027 (se non anticipate) e coronare un sogno al terzo tentativo, o rassegnarsi a passare il testimone allo scalpitante Jordan Bardella, personalmente molto interessato alla benevolenza o alla fermezza dei giudici. Alla fine di dicembre, Marine Le Pen ha detto a La Tribune Dimanche: «C’è qualcun altro, le idee sopravviveranno […] Jordan Bardella può vincere al posto mio». Ma era sincera?

La destra e l’Eliseo

Al di là delle rivalità interne al Rassemblement National, il processo Le Pen condiziona drammaticamente il quadro politico francese. L’instabilità è merce quotidiana, l’ipotesi di uno scioglimento anticipato dell’Assemblea è sempre d’attualità, l’estrema destra avanza nei sondaggi e questa volta ha davvero molte possibilità di conquistare l’Eliseo. In questo scenario, le decisioni dei giudici potrebbero avere un peso enorme, il che suscita non poche domande sullo stato di salute delle istituzioni e della democrazia francese.

Le colpe di Marine

Per maggiore comprensione, occorre riassumere brevemente la vicenda. Marine Le Pen, nel marzo dello scorso anno, è stata condannata in primo grado a quattro anni di reclusione, di cui due effettivi con braccialetto elettronico, accompagnati da una pena di ineleggibilità con esecuzione provvisoria di cinque anni. Il reato contestato si riferisce all’assunzione fittizia di assistenti e funzionari del partito con fondi del parlamento europeo. Il processo dovrebbe concludersi alla fine di febbraio.

Corsi, ricorsi e triste vicenda

Dodici imputati, condannati in primo grado, hanno rinunciato a un secondo processo. Tra loro: Yann Le Pen, sorella di Marine. Altri quattordici (deputati europei, assistenti parlamentari o collaboratori del movimento al momento dei fatti) hanno presentato ricorso. Fra questi, il sindaco di Perpignan, Louis Aliot, l’ex tesoriere del Front National, Wallerand de Saint-Just, Bruno Gollnisch, amico del padre di Marine, Jean-Marie. Secondo l’accusa, i fondi del Parlamento europeo, messi a disposizione dei deputati di Strasburgo per retribuire assistenti parlamentari, sono stati «sottratti» per pagare collaboratori al servizio del partito o dei dirigenti. Un affare di 4 milioni di euro.

Sotto tono per cercare l’assoluzione

Riconosciuta colpevole di appropriazione indebita di fondi pubblici, in qualità di eurodeputata, e di complicità nell’appropriazione indebita, in qualità di presidente del suo partito, Marine Le Pen, come si diceva, è stata condannata in primo grado. L’esecuzione provvisoria – una norma che ha suscitato controversie e aspre discussioni – è entrata in vigore lo stesso giorno in cui il tribunale penale ha emesso la prima sentenza. «Vogliamo evitare qualsiasi rumore di fondo perché Marine desidera riservare le sue argomentazioni alla giustizia», ha detto a Le Point un suo collaboratore. Tutto il contrario della strategia di comunicazione adottata da Nicolas Sarkozy.

Ma la partita politica è feroce

Una sola dichiarazione, durante le feste di Natale diretta al presidente del tribunale : «[Lei] ha scritto che l’obiettivo è quello di impedirmi non solo di candidarmi, ma anche di essere eletta. Lo ha scritto nero su bianco. Dal momento in cui si redige una sentenza indicando molto chiaramente [questo] obiettivo […], è difficile credere che non si tratti di una questione politica».

Il tribunale ha giustificato l’esecuzione provvisoria con «il grave turbamento dell’ordine pubblico democratico che deriverebbe dal fatto che una persona condannata in primo grado per appropriazione indebita di fondi pubblici, e che potrebbe essere successivamente condannata in via definitiva, si candidasse, o addirittura fosse eletta, in particolare alle elezioni presidenziali». E la sentenza conclude: «Si tratta, per il tribunale, di garantire che gli eletti, come tutti i cittadini, non beneficino di un regime di favore incompatibile con la fiducia che i cittadini ripongono nella vita politica».

Una seconda condanna non deciderebbe

In caso di seconda condanna, un ricorso in cassazione rinvierebbe gli effetti di una pena di ineleggibilità, a meno che non venisse nuovamente pronunciata l’esecuzione provvisoria. Ma Marine Le Pen ha già annunciato che rinuncerebbe all’«effetto sospensivo» di un eventuale ricorso. Un’assoluzione risolverebbe la questione. Nell’ipotesi di una nuova condanna, la pena accessoria di ineleggibilità non dovrebbe essere superiore a due anni, dato che la Le Pen ha iniziato a scontare la pena il 31 marzo 2025, giorno della sentenza di primo grado e tornerebbe ad essere eleggibile il 1° aprile 2027, poche settimane prima del primo turno delle presidenziali.

Il suo destino politico si risolverebbe in una rocambolesca corsa contro il calendario elettorale. Un altro ostacolo è la molteplicità degli imputati, ciascuno con il proprio avvocato, che potrebbe portare, come in primo grado, a una devastante cacofonia giudiziaria.

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