
Oggi Trump presenzierà a un briefing su come rispondere alle proteste in Iran. Alcune delle ipotesi parlano di misure di rafforzamento delle fonti antigovernative online, dell’impiego di armi informatiche segrete contro siti militari e civili iraniani, dell’imposizione di ulteriori sanzioni al regime e di eventuali attacchi. «Trump – scrive il Wall Street Journal – ha affermato di aver valutato le opzioni militari per colpire l’Iran dopo che il regime aveva iniziato a oltrepassare la linea rossa che impedisce di uccidere i manifestanti. «Stiamo valutando alcune opzioni molto efficaci», ha affermato. «Se l’Iran rispondesse a un attacco americano prendendo di mira le truppe statunitensi nella regione, li colpiremmo a livelli mai raggiunti prima». Nel frattempo, Trump si muove, come al suo solito, in maniera ondivaga. Pare di capire, dalla disposizione delle forze militari americane intorno al Golfo Persico e, soprattutto, da quella delle unità navali di grosso tonnellaggio, che per ora non ci dovrebbe essere un accumulo che conduca a un intervento. Al massimo, qualche blitz ‘dimostrativo’. Ma che non risolverebbe nulla o peggiorerebbe le cose. Per questo, ieri il Presidente, scegliendo la comoda strada delle sanzioni economiche, con un ordine immediatamente esecutivo, ha deciso di imporre dazi aggiuntivi del 25% a tutti quei Paesi che commerciano con l’Iran.
Chi sta pensando a un possibile intervento armato americano in Iran, a sostegno delle rivolte popolari e per dare una decisiva spallata al regime, quindi, forse deve rifare i suoi conti. Il successo del blitz (isolato) di Caracas, non ha niente a che vedere con la straordinaria sfida che porrebbe un attacco in grande stile nel Golfo Persico. E, d’altro canto, è pure inutile parlarne, perché tutte le ipotesi, le tante tracce e le molte prove, ci dicono che l’apparato militare Usa non ha una dislocazione pronta per un azzardo di questo tipo. Oltre al fatto che la Casa Bianca ha già preso posizione, escludendo la possibilità che in futuro ci siano sul terreno ‘stivali americani’. E allora, che partita si sta giocando sulla pelle e sul coraggio di un popolo in rivolta? Una sola parola: realpolitik. Allo stato più puro (e cinico). Una strategia di ‘do ut des’ di quelle che, messo a confronto, il prussiano Otto Von Bismarck avrebbe fatto la figura di un terziario francescano. Dunque, gli informatissimi (e molto sensibili sull’argomento) israeliani di Haaretz dedicano un titolone al fatto che, secondo Trump, l’Iran adesso è pronto a discutere un accordo sul nucleare. «Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump – scrive il giornale di Tel Aviv – ha affermato che l’Iran vuole negoziare con Washington dopo la sua minaccia di colpire la Repubblica islamica per la sanguinosa repressione dei manifestanti, una mossa che arriva mentre gli attivisti hanno dichiarato lunedì che il bilancio delle vittime nelle manifestazioni a livello nazionale è salito ad almeno 544». Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano ha confermato che le linee di comunicazione diplomatica tra Teheran e Washington restano aperte e che il suo Paese è sempre pronto a discutere con Washington.
Se l’operazione segreta ‘Absolute Resolve’ per catturare Maduro in Venezuela ha già sollevato un vespaio di polemiche, figurarsi cosa succederebbe negli Usa se Trump dovesse decidere un’azione militare ben più impegnativa in Iran. Con le elezioni di Mid-term sullo sfondo, l’erosione di consenso elettorale (già in declino) sarebbe definitivamente assicurata. Nel “pensatoio” del Presidente non si ritiene che questa scelta possa essere elettoralmente produttiva. A meno che Cia e Mossad non abbiano solide informazioni su una molto ipotetica agonia della teocrazia persiana. In quel caso, si potrebbe dare anche una ‘spallata’ dall’esterno per far collassare il regime dall’interno. Ma molti analisti contestano questa ricostruzione, sostenendo che i ‘duri e puri’ di Qom (la Città santa) e le fanatiche Guardie Rivoluzionarie, oltre agli ‘intransigenti’ di cui sono pieni Parlamento, Esercito e corpi paramilitari, rimangono un ostacolo insormontabile. Forse proprio per questo, per dare un seguito alle sue continue e granguignolesche minacce, Trump, che ora parla ‘di trattative’ con gli ayatollah, che (secondo lui), presi dai sudori freddi dopo i suoi avvertimenti, avrebbero deciso di abbassare la cresta, deve comunque mantenere una pressione costante. Per questo ha deciso un giro di vite sul piano commerciale, che fa tanto male, specialmente a un’economia sull’orlo del baratro. BBC: «Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato di aver imposto una tariffa del 25% sulle merci provenienti da Paesi con legami commerciali con l’Iran, una mossa che potrebbe mettere sotto pressione Teheran mentre le proteste antigovernative entrano nella terza settimana. Tariffa ‘in vigore immediatamente’, senza però fornire dettagli su cosa costituisse ‘fare affari’ con l’Iran. La Cina è il principale partner commerciale dell’Iran, seguita da Iraq, Emirati Arabi Uniti, Turchia e India».
Intanto, ci si sforza di rendere credibili le minacce di un intervento militare americano, magari massicciamente sostenuto dagli alleati israeliani. E tutto questo anche se, nell’area del Golfo Persico, monitorando il dislocamento delle unità navali Usa, ci si accorge subito che non esiste al momento nessun gruppo d’attacco con una portaerei. Quasi a confermare l’attuale strategia della Situation Room, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato lunedì che «le opzioni militari, compresi gli attacchi aerei, sono ancora sul tavolo». Esprimendo, invece con chiarezza, il concetto che in questo momento Trump dice una cosa (bombardare), ma probabilmente ne pensa un’altra, e cioè trattare, traendo profitto dalla situazione di gravissima crisi interna che si è creata in Iran. D’altro canto, è quello che si evince anche dal report che fa il Washington Post su questo specifico aspetto della crisi: «Il Presidente Trump afferma che l’Iran ha contattato gli Stati Uniti per proporre dei colloqui, mentre la sua Amministrazione valuta le risposte, comprese le opzioni militari e mentre i gruppi per i diritti umani riferiscono che centinaia di persone sono state uccise durante le proteste di massa contro il regime». Trump ha affermato di credere che l’Iran stia prendendo sul serio le minacce statunitensi. «Lo stanno vivendo con me da anni’, ha detto in risposta a una domanda, ricordando l’attacco che ha ucciso il comandante della forza Quds Qasem Soleimani e l’operazione contro Maduro».
Gli analisti affermano che il primo vero incubo dell’Occidente (e non solo) in particolare è uno: il fatto che l’Iran, per reagire agli attacchi americani, possa arrivare a chiudere lo Stretto di Hormuz, il tappo di bottiglia del Golfo Persico, una rotta commerciale fondamentale per il trasporto di petrolio e gas. Ha scritto in un report il New York Times: «Durante gli incontri alla Casa Bianca, alti funzionari militari hanno sollevato la necessità di prepararsi a tale eventualità, dopo che i funzionari iraniani hanno minacciato di minare lo Stretto, una via d’acqua di 90 miglia che collega il Golfo Persico all’oceano aperto. Una mossa del genere potrebbe bloccare qualsiasi nave della Marina statunitense nel Golfo Persico, affermano i funzionari militari americani… L’Iran dispone di mine che la sua Marina potrebbe posizionare ad Hormuz, in una regione che abbraccia parte del confine meridionale dell’Iran». In quel caso ce ne accorgeremmo tutti, perché il costo del greggio potrebbe aumentare anche di 20 dollari al barile. E dovremmo cominciare a rifare i conti per le bollette di fine mese.