Sangue sulle proteste, centinaia di vittime e migliaia di arresti

‘Sparatorie di massa, almeno duemila morti’, denuncia la fondazione della premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, ma senza altre conferme. Migliaia di arresti. Trump afferma che l’esercito americano sta valutando ‘opzioni molto concrete’ per l’Iran. Teheran avverte gli Usa: ‘Se attaccate reagiremo’. Cronaca difficile per il blocco di Internet avvertono le agenzi stampa internazionali.

Domani vertice Usa su cosa fare

Martedì vertice politico militare alla Casa Bianca per valutare una possibile azione militare contro l’Iran che intanto alza il tiro in casa, al sedicesimo giorno di proteste in tutto il paese, e la repressione si trasforma in un bagno di sangue con centinaia di morti, 2000 denuncia la fondazione della Nobel Mohammadi con la speranza di una sua forzatura. Le rare testimonianze giunte in occidente parlano di corpi ammassati negli ospedali, e migliaia persone arrestate. Ma la potenza militare iraniana resta intatta e minacciosa verso chi volesse approfittare della crisi in corso. «Qualsiasi attacco statunitense porterà l’Iran a reagire contro Israele e le basi militari americane nella regione, che saranno obiettivi legittimi», ha avvertito il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf, legando la crisi interna a una nuova destabilizzazione della regione.

La protesta continua a crescere

Secondo Human Rights Activists News Agency (Hrana) i morti sono almeno 490 tra i manifestanti, ma il bilancio resta incerto e verosimilmente più alto. Addirittura di oltre 2.000 dimostranti uccisi nelle ultime 48 ore, come raccontano fonti dell’opposizione e anche la Fondazione Narges. Le persone arrestate sarebbero oltre 10.600. Hrana segnala anche 48 morti tra le forze di sicurezza. Numeri difficili da verificare, ma che restituiscono la portata della repressione. E il dramma non si ferma alle morti perché identificare i propri cari in mezzo a centinaia di cadaveri ammassati diventa quasi impossibile, anche per l’ostruzionismo del regime. La ong statunitense nel suo ultimo comunicato ha dichiarato che il bilancio delle vittime in Iran ha raggiunto quota 544, ma ha anche affermato di aver ricevuto altre 579 segnalazioni di decessi, ancora in fase di indagine.

Lo Scià solo alternativa simbolo

Molti manifestanti chiedono a gran voce il ritorno del figlio dell’ultimo scià, Reza Pahlavi che, dal suo esilio forzato negli Usa, continua a spingere i cittadini a non abbandonare le strade, dichiarando di essere pronto a tornare in Iran ‘appena possibile’ per guidare una transizione politica e consentire elezioni libere e trasparenti. Ma la sua credibilità politica non è tra le più alte. Anche se lo scenario non dispiacerebbe a Israele, dove le ultime vicende hanno fatto scattare l’allerta massima. Il premier Benyamin Netanyahu ha convocato riunioni sulla sicurezza e ha espresso sostegno ai manifestanti iraniani, affermando che lo Stato ebraico e Teheran torneranno partner dopo la caduta del regime di Teheran.

Blackout e isolamento

Per le strade iraniane, intanto, la repressione non si esprime solo con la violenza, ma anche con la chiusura al mondo esterno, segnala sull’ANSA Francesco Betrò. Nonostante blackout e isolamento, però, la mobilitazione continua a trovare nuove forme. A Teheran, senza elettricità né internet per oltre 72 ore, centinaia di cittadini hanno illuminato la notte con le torce dei telefoni cellulari. Alcuni filmati sono circolati grazie a Starlink, che risulterebbe ancora attivo in alcune zone, mentre altri video mostrano edifici in fiamme, scontri a fuoco e graffiti davanti a grandi folle. Sabato notte disordini sono stati segnalati in numerose città, tra cui Isfahan, Shiraz, Tabriz, Qom, Ahvaz, Kerman e Saqqez. A Mashhad, città natale della guida suprema Ali Khamenei, i manifestanti affrontano la polizia, alzano barricate e appiccano incendi.

La risposta resta durissima

Dopo aver inizialmente minimizzato le manifestazioni, sostenendo che le strade fossero tornate vuote, il regime ora ne riconosce la forza ma ne cambia la definizione, decretando addirittura tre giorni di lutto nazionale per “onorare” le vittime della “battaglia di resistenza nazionale”, ovvero le forze di sicurezza e di polizia. Anche il presidente Masoud Pezeshkian, che in precedenza si era offerto di dialogare con i manifestanti, ha parlato di «terroristi legati a potenze straniere», mentre il procuratore generale ha minacciato i manifestanti e chi li aiuta accusandoli di essere «nemici di Dio», un crimine punibile con la pena di morte. Una linea che chiude ogni spiraglio di dialogo e lascia il Paese sospeso tra una repressione sempre più dura e una protesta che, nonostante tutto, continua a riempire le strade.

La portata internazionale della crisi

Mentre le proteste antigovernative si allargano ad altri centri abitati e ad aree dell’Iran, Donald Trump ha rivolto un nuovo avvertimento ai dirigenti iraniani, ricordando la capacità e la disponibilità degli Stati Uniti a usare la forza, come già avvenuto con i bombardamenti contro i siti nucleari lo scorso anno, in apparente sostegno ai manifestanti. «Meglio che non iniziate a sparare perché inizieremo a sparare anche noi… Spero solo che i manifestanti in Iran siano al sicuro, perché in questo momento è un posto molto pericoloso». In realtà i fatti di questo drammatico fine settimana dicono altro. Altro dubbio, la imprevedibilità di Trump e l’inaffidabilità delle sue dichiarazioni.

Ma Teheran non é Caracas

Di un attacco massiccio degli Usa contro l’Iran si parla da inizio d’anno, da quando la Delta Force americana ha rapito a Caracas il presidente Nicolás Maduro. «E l’opzione è rimasta sul tavolo quando sono cominciate le proteste in Iran contro il carovita. Tuttavia, Trump, per ora, sembra aver scelto il realismo contro l’illusione del regime change: l’Iran non è fragile come il Venezuela. Ha resistito a sanzioni durissime ed è forte militarmente», avverte Michele Giorgio, facendo temere una escalation sempre più vicina ad una guerra civile. Smentendo voci dei giorni scorsi, il presidente Usa ha dichiarato di non essere propenso a incontrare Reza Pahlavi, figlio del defunto dittatore e scià dell’Iran rimosso dalla rivoluzione islamica. Aspetta di vedere come si evolverà la crisi.

«Trump vuole vincere, ma preferisce una vittoria rapida, non una vittoria che richiede molti investimenti e un impegno costante, certamente non in Medio Oriente», ha spiegato alla Reuters Alex Vatanka, esperto di Iran al Middle East Institute.

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