La ‘Lunga marcia’ economica della Cina dal 1949

Tra l’ottobre 1934 e l’ottobre 1935, l’Armata Rossa cinese agli ordini di Mao Zedong percorse a piedi e combattendo, incalzata dalle forze nazionaliste di Chang Kai-shek, dodicimila chilometri per sottrarsi all’accerchiamento. La «Lunga marcia» divenne uno dei miti fondativi del movimento maoista. Quando nell’ottobre 1949 fu proclamata la Repubblica Popolare Cinese le parti si erano invertite e dopo una sanguinosa guerra civile le forze di Chang Kai-shek, cacciate dal continente, furono costrette a rifugiarsi sull’isola di Taiwan. La Repubblica Popolare ha affrontato altrettante sfide epocali per la sua esistenza e la sua economia nel mondo. A settant’anni di distanza – e dopo quattordici piani quinquennali – è diventata la seconda economia mondiale, ma forse anche la più ‘ingombrante’ agli occhi dei competitori.

Dalla repubblica alla Rivoluzione culturale

I primi piani quinquennali messi in campo dalla Cina popolare riflettevano due condizioni particolari e determinanti: da una parte la forte influenza del modello sovietico, ma dall’altra le drammatiche esigenze del paese che era uscito devastato dalla II Guerra mondiale. Gli anni Cinquanta furono dedicati alle collettivizzazioni e alla nascita di un’industria pesante: decisivo si rivelò il sostegno sovietico nei circa centocinquanta progetti industriali che andavano dalle centrali elettriche alle miniere di carbone, dalle acciaierie alla produzione di macchinari industriali: il costo per la realizzazione del cosiddetto «Grande balzo in avanti» finì però per rivelarsi distruttivo e fu causa di una grande carestia.
Ai piani quinquennali ‘sospesi’ per la catastrofe si aggiunse anche quello negli anni della ‘rivoluzione culturale’ che pure si rivelò fallimentare. Solo dopo la morte di Mao, Deng Xiaoping – che tra l’altro nel periodo maoista era stato ‘epurato’ due volte – poté avviare le riforme economiche che trasformarono radicalmente il paese: nacque in mezzo a resistenze e scetticismi il cosiddetto ‘socialismo con caratteristiche cinesi’ che nel bene o nel male regge ancora e continua la crescita. Derisi dagli occidentali e ritenuti talvolta obsoleti dagli stessi cinesi, i piani quinquennali non indicano più il numero esatto di tonnellate d’acciaio o di lampadine da produrre, ma costituiscono ancora la guida strategica per una continua espansione soprattutto all’estero.

L’Africa

Le relazioni tra la Cina ed alcuni stati africani iniziarono subito dopo il 1949. Agli occhi dei nuovi stati che stavano nascendo dal processo di decolonizzazione, la Cina appariva essenzialmente come non coinvolta nel passato sfruttamento coloniale ed anzi, proprio sulla lotta contro l’umiliazione imposta dal colonialismo e che puntava a nuova dignità tra partner commerciali, si fondava uno dei caposaldi della politica estera cinese. All’interno di questo quadro di una comune visione del mondo dopo il 1978 le cose cambiarono: la Cina si aprì agli stranieri e i mercati africani cominciarono ad essere frequentati dai cinesi.
Negli anni Novanta aumentò in maniera significativa l’interscambio commerciale e a partire dal 2000, con la costituzione del Forum on China-Africa Cooperation, molte relazioni si istituzionalizzarono. Nel 2012 la Cina divenne il maggior partner commerciale dell’Africa e, in ordine di grandezza, il quinto maggior investitore dopo i Paesi Bassi, la Francia, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Si calcola che tra il 2000 e il 2022 la Cina, tra promesse e prestiti veri, abbia fatto arrivare capitali per circa centosettanta miliardi di dollari impegnati in grandi opere pubbliche come una nuova ferrovia tra Addis Abeba e il porto di Gibuti sull’oceano Indiano o per la costruzione del porto di Lekki in Nigeria sulla sponda atlantica.
Nel 2023 la Cina ha esportato in Africa merci per centossessanta miliardi di dollari ed importato per centodieci: questi scambi hanno interessato principalmente aree come l’Africa occidentale e il Sahel, notoriamente ricche di minerali, ma anche il Corno d’Africa confermando la rilevanza del porto di Gibuti. Non bisogna nemmeno dimenticare che attualmente l’unica base militare cinese all’estero si trova proprio in quella zona.

L’America Latina

La presenza cinese in America Latina è cresciuta significativamente a partire dal 2000 soprattutto perché, in precedenza, avevano influito in maniera negativa due fattori: l’instabilità del continente e la presenza americana che in alcune situazioni particolari si poteva definire dominante e decisiva. Sebbene infatti la Cina avesse normalizzato le sue relazioni con gli Stati Uniti e ottenuto un proprio seggio alle Nazioni Unite nel 1971 estromettendo Taiwan, alcuni stati latino-americani erano rimasti legati alla situazione precedente. Gradatamente la Cina ha dato origine a una rete di rapporti bilaterali con una ventina di stati, tra i quali l’ultimo è stato il piccolo Honduras nel 2023, ma che – a dispetto delle dimensioni – riveste un importante ruolo strategico nel Centro America.
Ancora sette stati ‘riconoscono’ Taiwan, ma l’azione politica e diplomatica cinese sembra intenta a modificarne le posizioni. L’altro aspetto è stato che, come in Africa, l’atteggiamento cinese appariva meno invasivo di altri nelle questioni interne: la Cina risulta oggi il principale partner commerciale per Brasile, Cile, Perù e Uruguay e al secondo posto con Argentina, Colombia e Venezuela. Nonostante i buoni rapporti commerciali, gli investimenti nei paesi dell’area provengono ancora nella stragrande maggioranza da consorzi di banche europee o americane.
In tempi recenti tuttavia – secondo fonti americane – la Cina ha comunque investito in Brasile e Perù la somma di centocinquanta miliardi di dollari, prevalentemente in progetti energetici e per l’estrazione mineraria. Sul piano politico inoltre la Cina è stata ammessa come ‘osservatore’ all’interno dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) e in quella degli stati latino americani e dei Caraibi (Celac) all’interno delle quali ha preso parte a diverse trattative.

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