Assedi a colpire i civili nella storia delle guerre

Nella storia delle guerre gli assedi alle città o a una piccola porzione di territorio costituiscono un capitolo particolare, mirato a colpire le popolazioni, nonostante da secoli se ne ribadisca il carattere di neutralità e doveroso rispetto. Lasciando l’assedio di Troia all’inarrivabile penna di Omero o chi per lui. Gli assedi continuano a colpire usando tattiche di blocco totale per negare cibo, acqua e cure, trasformando le città in trappole mortali e causando fame, malattie e bombardamenti indiscriminati che portano a enormi perdite civili, forma brutale di guerra totale.

Da Gerusalemme al Peloponneso

Nel 701 a.C. il re assiro Sennacherib seguito dal suo numeroso esercito si presentò davanti alle mura di Gerusalamme intimandone la resa e il pagamento di un tributo e soprattutto minacciando in caso contrario la distruzione della città, l’asservimento e la deportazione dei superstiti. Nel 416 a.C., nel corso della guerra del Peloponneso, gli Ateniesi cinsero d’assedio la cittadina di Melo che sorgeva sull’isola omonima. Il motivo addotto fu il rifiuto degli isolani a sottoscrivere un trattato di alleanza con Atene e dopo un lungo assedio la città cadde, anche per il tradimento di una fazione filo-ateniese al suo interno. A fattore comune delle due vicende – che si svolsero a distanza di tre secoli in luoghi e circostanze diversi – ci fu comunque una terribile minaccia profferita dagli aggressori proprio davanti al popolo. Sennacherib pronunciò infatti un discorso violentissimo nei confronti di re Ezechia e degli abitanti di Gerusalemme che assiepati sulle mura vi assistettero, ma alla fine – dopo questa forte pressione psicologica – furono accettate parte delle condizioni assire e pagato un considerevole tributo, anche se nella versione assira la città fu conquistata dopo una strage di civili. Nel caso dell’isola di Melo i delegati ateniesi si fecero invece ricevere dal consiglio cittadino in pubblico e argomentarono punto per punto le loro motivazioni. Stretta nell’assedio Melo dovette soccombere: la democratica e civile Atene non si comportò in maniera troppo diversa dal re assiro e anche in questo caso gli abitanti superstiti furono deportati in schiavitù.

Magdeburgo

L’eccidio di Magdeburgo, conosciuto anche come il «sacco», se forse non costituisce in se l’episodio più cruento della Guerra dei Trent’anni, è almeno uno dei più noti e da questo avvenimento si comprende bene come mai alla conclusione di questa guerra la Germania fosse uscita devastata, impoverita e spopolata anche a causa di malattie ed epidemie. L’assedio vero e proprio ebbe inizio nel novembre 1630, quando cioè la guerra tra cattolici e protestanti divampava da un decennio: la ricca città protestante di Magdeburgo – che si trova a circa un centinaio di chilometri ad est di Berlino lungo il corso dell’Elba – dopo lo sbarco di un esercito svedese sulle coste della Pomerania aveva assunto una grande importanza strategica e fu allora che le forze cattoliche comandate dal conte Pappenheim si diressero verso la città per impedirne l’occupazione, ma solo nel maggio 1631 giunsero i rinforzi cattolici destinati all’ultimo assalto che avvenne il giorno 20. Esarcebati dai numerosi rifiuti opposti alle intimazioni di resa, i circa quarantamila soldati che entrarono in città si abbandonarono alle violenze più estreme sugli abitanti ed incendiarono città. Gli storici discutono ancora sul fatto che un vero e proprio ordine dell’eccidio non sia stato in realtà mai impartito, ma oltre alla distruzione rimasero uccisi almeno ventimila abitanti che prima erano stati spogliati sistematicamente dei loro averi e sottoposti a ogni brutalità. Come speso accade la notizia di queste efferatezze ne provocò altre per ritorsone finendo per prolungare la guerra, mentre le altre città protestanti della Sassonia e del Brandeburgo aderirono all’alleanza con gli svedesi.

Assedi del XX secolo

Quando le truppe naziste attaccarono l’Unione Sovietica nel giugno 1941, le armate puntarono direttamente su Mosca e Leningrado (oggi San Pietroburgo), ma la spinta offensiva si arenò a pochi chilometri dalle due città al principio dell’autunno. Davanti a Mosca il fronte si stabilizzò e lentamente i tedeschi dovettero retrocedere, mentre davanti alla città-simbolo della rivoluzioe d’Ottobre – e che per questo agli occhi dei nazisti rivestiva la massima importanza – l’ondata tedesca si infranse e cominciò uno dei più lunghi assedi della storia che inflisse sofferenze inenarrabili alla popolazione civile completamente circondata e priva di rifornimenti, dai generi alimentari ai combustibili ai materiali sanitari. Solo nell’inverno successivo fu possibile far affluire rifornimenti percorrendo un tratto del lago Ladoga ghiacciato, ma per ottocentosettantadue giorni la città subì le peggiori condizioni di vita mai viste in un conflitto: le stime sono sempre soggette a varie oscillazioni, ma è ragionevole pensare che il munero dei morti civili sia di poco inferiore al milione.

Alla fine del XX secolo, mentre si alimentava l’illusione che dopo la caduta del Muro non sarebbero state più combatture guerre, esplose la guerra nei Balcani il cui episodio più drammatico fu indubbiamente il lungo assedio di Saraievo, dal 5 aprile 1992 al 26 febbraio 1996: per oltre novecento giorni di quella che ancora oggi è definita un’autentica follia collettiva, nel corso della quale si intrecciarono vicende di solidarietà umana e di crudeltà inaudite. Se i numeri furono inferiori alla strage di Leningrado, è tuttavia altrettanto vero che le modalità in cui si verificarono alcune stragi, come ad esempio quella del mercato di Markale, lasciano ancora oggi attoniti e indignati, né sono del tutto comprensibili.

 

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