
I tumulti in Iran finora hanno causato sette morti, almeno 33 feriti e 119 arresti, anche perché le manifestazioni, partire dai mercati generali di Teheran, si sono saldate prima a quelle studentesche e poi, a quelle sempre più massicce, di semplici cittadini. Con un’inflazione alimentare al 65% e il cambio valutario sprofondato a 1 milione e 400 mila rial per un singolo dollaro, la situazione si è fatta insostenibile. Di fronte a una rivolta che si è ormai estesa a oltre 30 città e rischia di infiammare tutto il Paese, è intervenuto il Presidente degli Stati Uniti. Donald Trump ha messo in guardia il regime iraniano, con una pesante minaccia di sguincio, “invitandolo” (si fa per dire) a non azzardarsi a reprimere con la violenza le manifestazioni di protesta. Poche (e bellicose) parole, affidate informalmente ai social, ma che proprio per questo, da un punto di vista formale, gli lasciano mano libera in qualsiasi direzione. “Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso – ha scritto il Presidente su Truth Social – Noi siamo pronti a partire”. Una presa di posizione che suona, senza ambiguità, come una promessa di intervento militare. Anche se non si capisce, a questo punto, in che termini. E la stessa riflessione che fa il Wall Street Journal: “Non è chiaro – sostiene il quotidiano – quali azioni potrebbero intraprendere gli Stati Uniti. Essi hanno imposto sanzioni agli autori iraniani di violazioni dei diritti umani durante le precedenti ondate di disordini, ma Trump ha perseguito una politica estera più decisa, che ha incluso il bombardamento dei siti nucleari degli ayatollah durante l’estate, pur continuando a portare avanti gli sforzi di pace a Gaza e altrove”. Dunque?
La storia è vecchia, ma i nodi, prima o dopo, vengono sempre al pettine. La strategia trumpiana di stracciare il vecchio accordo di Obama con gli ayatollah sul nucleare, partiva da una “long calculation”: severe sanzioni economiche avrebbero messo il regime teocratico in ginocchio. Beh, perché tutto ciò si verificasse ci sono voluti anni e tutta una serie di eventi collaterali, dalla pandemia alla guerra in Ucraina. Ma, adesso, è arrivato il tempo in cui la Repubblica Islamica ha finito per trovarsi veramente in ginocchio. Trump, all’inizio di questa settimana, ha avuto un incontro a Palm Beach, in Florida, col Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che, come tutti sanno, ha il chiodo fisso di una ipotetica bomba atomica che l’Iran potrebbe costruirsi. In quell’occasione, si è parlato soprattutto di come ridimensionare (o eliminare) la minaccia iraniana. Non a caso, Trump, tra le altre cose; dopo il briefing ha detto che Teheran “avrebbe dovuto affrontare un nuovo attacco se avesse tentato di ricostruire i suoi programmi missilistici, balistici o nucleari”. Tutti gravemente danneggiati durante la guerra di 12 giorni di giugno. “Ali Larijani, un alto funzionario della sicurezza nazionale iraniana – scrive il WSJ – ha messo in guardia gli Stati Uniti dall’interferire nelle questioni interne, affermando che ciò avrebbe creato caos nella regione e insinuando che avrebbe potuto mettere a rischio i soldati americani”. Riferendosi, evidentemente, alle milizie sciite in Siria e Irak, che l’Iran controlla e finanzia.
La matassa iraniana, però, è più ingarbugliata di quanto si pensi. Dentro il regime c’è uno scontro durissimo, tra moderati (in Occidente vengono erroneamente definiti “riformisti”) e intransigenti, che preparano la successione alla Guida suprema, Alì Khamenei. Il Presidente Pezeshkian, fautore del dialogo con gli Usa e l’Europa, è in difficoltà, proprio per la crisi economica, in gran parte ereditata dei passati governi. In una situazione di questo tipo, prima di inserirsi in un conflitto interno bisogna pensarci due volte, perché il Paese potrebbe avvitarsi in un’enorme guerra civile e l’eventuale collasso del regime non risultare così semplice e, soprattutto, pacifico. Gli analisti israeliani, che dovrebbero essere i più “interventisti”, invece paradossalmente frenano. Secondo quanto riporta il Jerusalem Post, per Netanyahu il cambiamento di regime in Iran deve seguire un processo di trasformazione sociale e politica interna. In caso contrario, sarebbe facile per il regime bollare i manifestanti come “agenti provocatori dell’Occidente”. Lo stesso giornale fa una cronistoria delle rivolte iraniane, spiegandone il loro fallimento negli ultimi 25 anni: da quelle studentesche nel 2000 al Movimento verde nel 2010, da quelle economiche del 2017-18, alla ribellione per il carburante nel 2018, fino a quella per il pane nel 2021 e alle grandi manifestazioni per l’arresto di Mahsa Amini nel 2022-23.
In cauda venenum, il Jerusalem Post punta l’indice accusatorio contro la stampa e l’opinione pubblica occidentali, per denunciare una colpevole indifferenza nei confronti del popolo iraniano. Lo fa ricordando la valanga di partecipazione emotiva che tutto il mondo ha espresso per Gaza, ma che nessuno adesso dimostra di avere per i senza-casta di Teheran. E cita, come esempio stupefacente, il fatto che il prestigioso New York Times, in una settimana, “non abbia pubblicato un solo articolo in prima pagina”. Ma poi, aggiunge, in fondo non è che Europa e gli Stati Uniti si siano sempre comportati bene con quella che fu la grande Persia. Così, la mente corre a Mohammed Mossadeq, il Primo ministro che nel 1953 volle nazionalizzare (per distribuirne i proventi al suo popolo) il petrolio iraniano, prendendo il controllo dell’Anglo-Iranian Oil Company. Americani e britannici gliela fecero pagare subito. Organizzarono in quattro e quattr’otto un colpo di Stato militare, lo fecero arrestare e si ripresero il malloppo. Nel più puro stile di negrieri, come erano sempre stati. Ergo: quello che nessuno pare abbia voglia di spiegarci è che la rabbia degli iraniani contro l’Occidente, non è né religiosa e manco politica in senso stretto, ma assolutamente “storica”. Hanno subito una rapina, a mano armata, da gente che ancora oggi sale in cattedra, per insegnare la dottrina del diritto internazionale al resto dell’umanità.
Si, crediamo che il popolo iraniano abbia bisogno di libertà e di maggiore prosperità. Ma non pensiamo assolutamente che tutti gli occidentali laggiù siano proprio i benvenuti.