
È stato un grande anno per gli ultra ricchi. Le 500 persone più ricche del mondo hanno aggiunto un record di 2,2 trilioni di dollari alle loro fortune collettive nel 2025, secondo il Bloomberg Billionaires Index. Circa un quarto dei guadagni di borsa del 2025 è andato a soli otto miliardari.
Nella nebbia d’incertezza che avvolge l’economia globale è affidata a un Papa americano la denuncia di «Un’economia distorta che induce a trattare gli uomini come merci». Tutto intorno tace e ci si affretta a mettere la polvere delle distorsioni economiche sotto il tappeto. Eppure è evidente anche a una visione laica come la nostra che concentrazioni, oligopoli e monopoli stanno pericolosamente deformando la vita economica. Prendiamo il rischio dell’esplosione della bolla finanziaria, il più richiamato nel 2026. Quanto è gonfiato un mercato, quello di Wall Street? Un mercato in cui il valore di solo 7 aziende è superiore al Pil dell’intera Unione Europea. Un mercato in cui 1.000 dollari investiti in azioni di Nvidia nel 2020 ne rendono oggi 14.700. La risposta non richiede chilometriche analisi, ma il senso di responsabilità di quello che nei testi di economia si chiama “il buon padre di famiglia”. Un sondaggio di Deutsche Bank ha rilevato che il 57% degli intervistati a livello internazionale si aspettano un crash o una ‘correzione significativa’. Il resto degli investitori non nomina il crollo del mercato, ma intende restare ‘liquida’, come si dice in gergo, a investire quindi in titoli a reddito fisso.
Le distorsioni dell’economia americana sono al centro di tutto perché il centro della finanza è lì e non è difficile prevedere che ci rimarrà anche nel 2026. Gli obbiettivi di de-dollarizzare l’economia globale, per quanto realistici, richiedono un processo assai più lungo di un anno intero. Le economie dei Brics sono quelle più interessate alla creazione di un sistema di pagamento indipendente. L’anno appena trascorso è stato caratterizzato da una serie di iniziative volte a rafforzare la loro posizione economica globale. Tuttavia, come scrive l’economista Cécile Marin su Le Monde Diplomatique, siamo difronte a un ‘antimperialismo di mercato’ che non promuove alcun modello economico alternativo. Come ogni altro organismo occidentale, esalta le virtù degli accordi di libero scambio, così come i partenariati pubblico-privato, il cui motto è ben noto: il pubblico paga, il privato raccoglie. Quindi, anche se il dollaro ha perso terreno, il divario tra esso e qualsiasi presunto rivale per ora non mostra segni di fermarsi. Cina e India sono diventate grandi potenze economiche, ma le loro valute non hanno preso slancio al di fuori dei loro paesi. Le distorsioni economiche cinesi sono evidenti nel surplus commerciale che costringono il Dragone a riversare le proprie merci al di fuori del proprio mercato interno, limitato nei consumi. Un altro dato macro-economico che indica la tendenza distorsiva dell’economia cinese è l’implosione demografica che rischia di ridurre nei prossimi anni di oltre 300 milioni la popolazione. Così come lo sviluppo economico di un altro gigante come l’India trova un freno nella concentrazione di una forza lavora istruita a fronte di una popolazione di 280 milioni di analfabeti.
L’Europa resta in una morsa globale che non si prevede mollerà la sua stretta nel 2026. Il Vecchio Continente è alle prese con una crisi d’identità che lo definisce come attore regolatorio senza identità politica, spesso in ostaggio a lobbies economiche. Malgrado tutto, la stabilità dell’euro e un bilanciamento democratico in cui restano ancora uniti diritti civili e sociali, potrebbe rappresentare un clima favorevole per gli investitori che intendono spostare il rischio dal debito americano.
Prospettive e dettagli analitici che però non possono nascondere l’evidenza del trend, di quella che è una direzione che va oltre l’anno che viene. Non serve un genio infatti per capire che creare diseguaglianza sociale, come si sta facendo oggi, inseguendo il mito dell’accumulazione e della concentrazione significa preparare il terreno per un crack, per disordini sociali, per una geopolitica incentrata sulle guerre.