Mondo 2026: gestire il cambiamento o subirlo?

«Adattarsi al cambiamento o restare in balia degli eventi?». Quesito ISPI 2026, dopo un 2025 segnato da svolte geopolitiche forti. Secondo mandato di Trump e ritorno a una logica di potenza. L’Europa a fare i conti con un alleato sempre più imprevedibile, mentre la guerra in Ucraina ci divide. La fragile tregua in Medio Oriente, dove la forza conta più delle regole. E la competizione si estende a nuovi campi: dalla sfida per lo spazio alla rivalità sull’Intelligenza artificiale. Adattarsi al cambiamento definirà gli equilibri futuri di un mondo sempre più incerto.

Trump 2: mondo dell’ognuno per sé

La politica estera di Trump nel suo anno decisivo. Ispi: «Se dovessimo sintetizzare con uno slogan le categorie della politica estera trumpiana, potremmo definirla sovranista, neo-imperiale, transazionale e patrimonialista. È mossa dalla rivendicazione della necessità, e della possibilità, di recuperare spazi di sovranità, e quindi libertà, che si asserisce essere stati dolosamente sacrificati». Le ‘libertà’ di Trump? Il rigetto delle norme internazionali in tutti gli ambiti: il commercio, l’uso dello strumento militare, l’abbandono degli accordi multilaterali per l’azione collettiva contro il cambiamento climatico. Schemi ‘neo-imperiali’ sia nella lettura del contesto internazionale sia nella definizione degli strumenti da usare. Dal modello multilaterale, uno inter-imperiale, in cui pochi soggetti di una superiore potenza, dialogano e trovano accordi, come quello negoziato su Gaza o cercato rispetto all’Ucraina. Uno scambio che deve essere il più vantaggioso possibile per gli Stati Uniti o per la stessa famiglia Trump.

Ucraina e Medio oriente: ‘paci forse’

Secondo dossier fondamentale, l’accordo di pace sull’Ucraina. Terzo dossier in Medio Oriente. Dove le tante contraddizioni del piano di pace su Gaza dopo il passaggio dalla fase fondamentale della sospensione dell’azione militare israeliana e del rilascio degli ostaggi. Quarto e ultimo dossier quello latino-americano, dove le caratteristiche fondamentali della politica estera trumpiana si manifestano al loro massimo. Obiettivo, ridurre la presenza e influenza cinese in quella che deve essere la sfera primaria ed esclusiva dell’impero statunitense. Puntellare i regimi amici – democrazia proclamata a parte -, e di esercitare la massima pressione su quelli ostili – Venezuela e Cuba in primis – per provocarne l’implosione e la sostituzione. Anche a costo di usare in modo spregiudicato ed estremo lo strumento militare, come nel caso del sistematico affondamento d’imbarcazioni al largo delle coste venezuelane, in violazione tanto delle norme del diritto internazionale e di guerra quanto di quelle interne.

Logica di potenza, Ue marginale

Alleanza atlantica: il richiamo al divario di potenza. Secondo Trump, esiste un ‘partner senior’ sempre più potente (gli Usa) e uno junior più subalterno (l’Ue). Con domande chiave senza risposta. Cosa accadrebbe se la filo nazista AfD arrivasse al governo in Germania? O l’accordo stentato sul prestito Ue a Kiev da 90 miliardi. L’adesione ucraina all’UE vista come contrappeso alla rinuncia all’adesione alla Nato. Tuttavia, anche l’adesione all’Unione Europea è tutt’altro che semplice. Ma l’adesione resta complessa e segnata da molte perplessità non ancora esplicite. L’integrazione europea, in questa situazione, è posta come punto fondamentale di un possibile accordo di pace e come potenziale forma di garanzia strutturale di sicurezza. Tuttavia, la complessità di questo processo rende difficile immaginare una conclusione rapida o semplice, compresa la prospettiva di completare l’adesione entro la fine del decennio o addirittura nel 2027, data considerata troppo vicina per compiere le enormi riforme richieste per l’adesione.

Gaza e la difficile ‘fase due’

La stabilità a Gaza resta lontana. Nella Striscia si continua a morire, sono centinaia i palestinesi uccisi dal fuoco israeliano negli ultimi due mesi, mentre il bilancio dall’inizio del conflitto sarebbe di oltre 70.000 vittime, se non di più. Una catastrofe umanitaria che la ripresa degli aiuti e delle forniture mediche e alimentari non riesce a tamponare. A Gaza l’80% degli edifici è stato distrutto o gravemente danneggiato e le Nazioni Unite stimano a 70 miliardi di dollari i costi della ricostruzione. Ma questa è molto in là da venire. I principali ostacoli, il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza e il disarmo totale di Hamas. E i due ministri di ultradestra, Ben-Gvir e Smotrich, con la continua espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, dove non si arrestano le violenze dei coloni nei confronti della popolazione palestinese e neanche la costruzione di nuove abitazioni (di recente ne sono state approvata altre 764 in tre colonie), con l’obiettivo di un’annessione de facto, negando qualsiasi ipotesi di Stato palestinese.

Taiwan sotto pressione

Secondo fonti taiwanesi, sino a settembre 2025 Taipei ha registrato oltre 4.000 incursioni cinesi nella propria zona di identificazione per la difesa aerea. Poi le esercitazioni militari cinesi nello Stretto di Taiwan. Bilancio per la difesa taiwanese di 40 miliardi di dollari distribuiti su 8 anni. Il 5% del suo PIL. Forze armate taiwanesi a 230.000 effettivi, a calare. Tra il 25 e il 30% in meno rispetto alle necessità. Mentre a settembre Trump ha rifiutato di approvare un pacchetto di aiuti militari a Taiwan del valore di 400 milioni di dollari, mentre cercava di negoziare un accordo commerciale transitorio con la Cina. E i leader politici di Tokyo, Seul, Manila, Canberra e di altre zone dell’Indo-Pacifico potrebbero chiedersi se saranno i prossimi nella lista dei paesi che devono difendersi senza gli Stati Uniti alla luce dei frequenti e sempre più imprevedibili sbalzi d’umore e cambiamenti politici di Trump. Oppure Pechino non cede al ricatto dei dazi di Trump, reagisce e finisce nella lista delle nazioni considerate nemiche di Washington.

Fronte intelligenza artificiale

Il 2025 si era aperto con una novità che ha colto di sorpresa tutto il mondo dell’intelligenza artificiale. Una sconosciuta azienda cinese, DeepSeek, ha adottato un modello di ragionamento capace di competere con le soluzioni più avanzate sul mercato, ma con costi di sviluppo e consumi energetici molto più bassi. In dubbio la supremazia statunitense. A dicembre DeepSeek ha messo in campo il ‘modello V3’, versione di Intelligenza Artificiale che sfida i nuovi sistemi dei colossi a stelle e strisce. E lo sviluppo dell’IA si concentra nella competizione tra pochi attori americani e cinesi, mentre il resto del mondo rimane spettatore. Il 23 luglio la Casa Bianca ha presentato ‘Winning the Race: America’s AI Action Plan’, un piano per accelerare l’innovazione, costruire infrastrutture e consolidare la leadership nei semiconduttori. Giorni dopo la Cina ha risposto con il ‘Global AI Governance Action Plan’: autosufficienza tecnologica e hardware nazionali guidati dallo Stato. Il resto del mondo, con aziende relegate in ruoli subordinati.

Nucleare per armi ed energia

Nel febbraio 2026 scadrà l’ultimo accordo di controllo degli armamenti nucleari: il New START, firmato nel 2010. Nella primavera scorsa la Russia abbassato la ‘soglia’ per l’eventuale ricorso al proprio arsenale e annunciato l’installazione di alcune testate in Bielorussia. E Trump sulla possibile ripresa dei test nucleari da parte degli Stati Uniti in aperta violazione del ‘Comprehensive Test Ban Treaty’ tuttora rispettato sia da Washington che da Mosca e Pechino. Minacce, per ora. La Cina ha già rafforzato il proprio arsenale nucleare, e con oltre 500 testate, che saliranno a 1000 entro la fine del decennio, è già la terza potenza mondiale ma non è vincolata da nessun accordo bilaterale o multilaterale per la sua limitazione: un eventuale negoziato, che peraltro Pechino continua a rifiutare, risulterebbe inoltre tanto complesso che è stato paragonato ad un «three body problem», ’il problema dei tre corpi’, romanzo tra astrofisica e fantascienza, scritto nel 2006 dall’autore cinese Liu Cixin.

Ucraina, Corea del Nord e Iran

Una tendenza al riarmo anche nucleare dell’oggi. Avere o non averle armi nucleari incide molto sulla posizione ‘geopolitica’ degli Stati e la loro vulnerabilità a pressioni e minacce esterne. Lo dimostrano i casi contrapposti dell’Ucraina e della Corea del Nord, ma in fondo anche quello dell’Iran, colpito l’estate scorsa dalle incursioni aeree israeliane e americane. India e Pakistan, e dintorni. L’accordo di cooperazione militare siglato alcune settimane fa tra Arabia Saudita e Pakistan non è infatti passato inosservato, e non sono mancate neppure riflessioni a voce più o meno alta in quei paesi – come la Corea del Sud e lo stesso Giappone – che iniziano a dubitare della determinazione americana a proteggerli da vicini sempre più minacciosi, e che avrebbero già le capacità industriali, scientifiche e tecnologiche per costruire la bomba – anche se ciò comporterebbe uscire unilateralmente dal trattato di non-proliferazione del 1968 (cosa che non ha mai fatto neppure l’Iran).

Europa nucleare

Di nucleare si è tornati a discutere anche in Europa. Prima il cancelliere tedesco Merz poi il presidente francese Macron. Il primo ministro polacco Donald Tusk disponibile a ospitare testate nucleari di paesi alleati (come in ambito NATO Germania, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Turchia). Nel luglio scorso, Macron e il premier britannico Starmer si sono impegnati a mettere a disposizione i rispettivi arsenali nell’eventualità di una ‘minaccia estrema’ contro altri alleati europei. Londra ha deciso l’acquisto di una squadra di caccia F-35 a ‘doppia capacità’ da integrare nelle missioni dell’Alleanza, mentre a Parigi si valuta la possibilità di partecipare alle riunioni del Nuclear Planning Group della NATO, di cui la Francia non ha mai fatto parte. Non proliferazione: ai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU si sono aggiunti ‘soltanto’ India, Pakistan, Israele e Corea del Nord. Il tabù sul «first use delle armi atomiche» ha tenuto. Ma adesso la competizione strategica si estende ai missili ipersonici agli scudi spaziali

Dalle ‘megacostellazioni’ alle missioni lunari

Lo spazio campo di competizione globale. Al primo dicembre 2025, si è raggiunta la cifra record di 13.887 satelliti operativi in orbita, ad un ritmo di crescita del 30% annuo dal 2020, e oltre 10.000 appartengono alla ‘megacostellazione’ denominata Starlink, che ha stabilito il record della sua trecentesima missione a dicembre 2025 con circa 8000 satelliti lanciati a partire da febbraio. Obiettivo di Starlink: portare la connettività a banda larga a tutti, contro il divario digitale che colpisce circa un terzo della popolazione del pianeta. II totale dei satelliti commerciali è il 90% del totale. Se nell’era Apollo l’esplorazione della Luna fu la sfida tra due superpotenze, oggi abbiamo oltre 70 paesi che hanno aderito ai due programmi paralleli: Artemis che ruota intorno alla NASA con circa 60 paesi, e l’International Lunar Research Station (ILRS), a guida cinese, che ne raccoglie altri 10 circa. Non potevano certo mancare India, Arabia Saudita e Emirati Arabi, firmatari degli accordi Artemis ma anche molto impegnati nei BRICS.

Aiuti internazionali

Il 2025 è stato inaugurato dalla decisione di Trump, nel giorno stesso del suo re-insediamento alla Casa Bianca, di smantellare l’agenzia per gli aiuti allo sviluppo internazionale, USAID. Importanti donatori – tra cui Francia, Germania, Giappone e Regno Unito – hanno annunciato analoghi tagli. Una quota crescente delle risorse è stata sempre più destinata al sostegno all’Ucraina, compresi i costi sostenuti per l’accoglienza dei rifugiati sul proprio territorio. Con i tagli nel corso del 2025, lo scenario futuro appare incerto. Bisogni umanitari urgenti e conflitti in costante aumento, quasi un quarto in Africa. In Sudan la crisi umanitaria di maggiore entità a livello mondiale. Ma il Programma Alimentare Mondiale avverte che «la sua operatività nel paese è a rischio». Ciò che emerge con forza -conclude ISPI-, è che gli aiuti ora sono uno strumento legato all’interesse nazionale, sulla base del contesto politico che definirà gli equilibri futuri di un mondo sempre più incerto.

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