
«Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici». È duro, Papa Leone XIV, nell’esprimere la sua ferma condanna di tutti i falsi ‘giustizialisti’, di quelli che pensano solo alla forza come mezzo di risoluzione dei conflitti. Lo ha detto all’Angelus di Santo Stefano, dopo aver ribadito, anche nel giorno di Natale, di pregare in particolare «per il martoriato popolo ucraino, perché si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso». Un concetto ribadito e allargato quando ha parlato anche delle sofferenze dei palestinesi. «Ora la Carne parla, grida il desiderio di incontrarci. Come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente?»
Ma, prima di Leone, un altro testimone (e giudice) del nostro tempo aveva lanciato i suoi macigni nelle acque stagnanti della politica internazionale. «La guerra stravolge tutto, è follia pura, il suo unico obiettivo è la distruzione ed essa si sviluppa e cresce proprio attraverso la distruzione e se avessimo memoria, non spenderemmo decine, centinaia di miliardi per il riarmo, per dotarci di armamenti sempre più sofisticati, per accrescere il mercato e il traffico delle armi che finiscono per uccidere bambini, donne e vecchi: 1981 miliardi di dollari all’anno (nel 2021 n.d.r.)». Anche in questo caso a parlare è stato un Papa, un grande Papa. Capace di denunciare quasi con rabbia e disgusto, le nefandezze dei potenti, di quelli che al benessere dei loro popoli antepongono i sordidi interessi di una cricca multinazionale di affaristi. È stato diretto, quasi tagliente Papa Francesco, e lo ha fatto con una strategia comunicativa precisa: non si stava rivolgendo ‘solo’ ai credenti. No, le frasi di Bergoglio, pesanti e acuminate come l’ossidiana, sono state sparse «urbi et orbi», in tutte le direzioni. Perché non erano espressioni di circostanza, contenute in documenti bollinati dalla Santa Sede, come Encicliche, Esortazioni apostoliche, Bolle, Lettere o quant’altro. Erano invece le riflessioni sanguigne di un Pontefice che ha speso l’intera sua vita a combattere in tutte le trincee del mondo. E che, quasi liberato dal vincolo di scrivere attraverso un atto ufficiale della Dottrina della Chiesa, ha affidato a un instant-book, comparso nell’aprile del 2022, l’ultima sua grande pena. Forse la più inaspettata: quella di vedere i campi di grano dell’Europa insanguinati da un nuovo grande conflitto. Attenzione, perché in «Contro la guerra: il coraggio di costruire la pace», Bergoglio mette da parte la tiara, appoggia al muro il pastorale e agita lo scudiscio. Lo fa con franchezza, nella forma, e severità nella sostanza, proponendo una riflessione che diventa un atto d’accusa. Senza appello. «Se avessimo memoria, sapremmo che la guerra, prima che arrivi al fronte, va fermata nei cuori. E per farlo c’è bisogno di dialogo, di negoziato, di ascolto, di capacità e di creatività diplomatica, di politica lungimirante capace di costruire un nuovo sistema di convivenza che non sia più basato sulle armi, sulla potenza delle armi, sulla deterrenza». Cioè, esattamente tutto il contrario di quello che i Napoleoni del Terzo millennio stanno cercando quotidianamente di farci credere.
Un Papa-eroe? Senz’altro Bendetto XV, il Pontefice cui la sorte assegnò l’ingrato compito di provare a far cessare la mattanza della Prima guerra mondiale. Fu il primo a rompere con decisione i vecchi schemi (che qualcuno faceva risalire a Sant’Agostino) sulla «guerra giusta» che, in quanto tale, poteva essere accettata, o quantomeno tollerata dalla Chiesa cattolica. No, per Papa Giacomo dalla Chiesa qualsiasi guerra era una ferita sanguinosa inferta all’intera umanità. È questo il senso del suo appello alla «tregua di Natale del 1914» (rifiutata dai generali, ma accolta con entusiasmo da molti soldati) e, soprattutto, dell’ormai celeberrima esortazione a far cessare «l’inutile strage». Un invito che accompagnava un vero e proprio tentativo di mediazione fatto dal Vaticano. Una riproposizione coraggiosa e lungimirante del valore della diplomazia, dopo la catastrofica Crisi di Luglio del ’14, avanzata nell’agosto del 1917, quando gli orrori del conflitto avevano ormai raggiunto l’apice.
Infine, un’altra guerra ancora più devastante (la Seconda mondiale) e il rischio, sopravvenuto, di un annientamento nucleare, per vedere maturare nella Chiesa una nuova potente riflessione sull’importanza del dialogo tra le nazioni, come presupposto per la pace. Nell’aprile del 1963, Giovanni XXIII pubblicò infatti la sua più famosa enciclica: «Pacem in terris». Un documento di straordinaria valenza non solo etica, ma diremmo anche geopolitica, per la capacità di fondere con raffinata abilità diplomatica temi religiosi e questioni più dichiaratamente ‘laiche’. E il motivo è presto detto: l’enciclica nasce e si rafforza come «’road map’ teorica», per raggiungere una convivenza pacifica tra sistemi diversi. E lo fa sottolineando, con straordinario anticipo sui tempi, la necessità di rispettare la ‘diversità’ e il multipolarismo. Il Papa sentiva fortissimo il bisogno di correggere l’approccio caotico delle relazioni internazionali che, con la crisi dei missili di Cuba, avevano portato il pianeta sull’orlo dell’abisso. Per questo ha lanciato un messaggio (recepito) che è rivolto paradossalmente, anche e soprattutto, ai non credenti.
D’altronde, lui, oltre a essere stato un santo Papa, ha pure svolto con grandezza il ruolo di nunzio apostolico. Un intelligente ambasciatore di raffinata esperienza, che si è sempre battuto per la pace. Una mente illuminata, che purtroppo oggi continua a mancare in molte delle Cancellerie europee.