
Guerra e pace. Sembra un viaggio subliminale nella macchina del tempo, per arrivare fino all’epopea napoleonica narrata da Tolstoj. E invece, quasi beffa della storia, è ancora cronaca del Terzo millennio, che vede protagonista una umanità “impastata di bene e male”, come vaticinava Nietzsche. Solo che il milione di morti in Ucraina e i 70 mila palestinesi massacrati a Gaza non sono argomento di filosofia, ma di politica internazionale. Ne sono le vittime più visibili, assieme alle centinaia di migliaia di altre guerre “dimenticate”. Conflitti nascosti, in quanto non interessano nessuno dei poteri che contano. Oggi il mondo è sicuramente più in crisi di ieri, perché non è più quello di ieri. Il vecchio ordine planetario, difeso a spada tratta dall’Occidente, dato che ciò gli garantiva la maggior quota di ricchezza pro capite, traballa sotto i colpi del multipolarismo. E questo mette inevitabilmente in rotta di collisione Usa ed Europa con il Sud del pianeta, con i Paesi a nuova industrializzazione, con i “non allineati” e, soprattutto, contro la Russia e la Cina. I casi di conflitto aperto più eclatanti sono, senz’altro, quello ucraino e quello di Gaza (e della Cisgiordania). Con l’avvertenza che, nel primo caso, si tratta di una guerra sanguinosa, in cui però i russi che attaccano hanno trovato una feroce resistenza. Nel secondo caso, invece, siamo in presenza di una rappresaglia trasformatasi in pulizia etnica, condita da evidenti crimini contro l’umanità.
L’Ucraina e la Palestina restano due ferite aperte sulla pelle dell’umanità. Due tremendi bubboni, capaci di infettare cronicamente la convivenza internazionale e di fungere da catalizzatore di inimicizie e odi ancestrali, dissotterrando pulsioni di vendetta che erano rimaste rimosse nei ripostigli della storia. Il primo caso è un esempio probante di un contenzioso, assai aspro, che tuttavia avrebbe potuto chiudersi quasi subito, con reciproche concessioni molto più accettabili di quelle poste attualmente. Non è stato possibile perché la diplomazia ha fallito. Segnatamente quella europea in generale, e quella britannica in particolare. Col famoso aut-aut, posto dal premier britannico Boris Johnson a Zelensky, affinché non si firmasse nessun accordo. Beh, oggi, a distanza di quattro anni, i musicanti europei sono cambiati, ma lo spartito è lo stesso. “Un giorno prima che il presidente Volodymyr Zelensky incontrasse il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump- rivela il Kiev Indipendent – i leader europei avevano avvertito in privato il Presidente ucraino che i colloqui avrebbero potuto andare male e lo avevano esortato a ‘stare attento’. Tutto ciò secondo quanto riportato in dettaglio nella telefonata condivisa con il quotidiano ucraino da una fonte diplomatica di alto livello. “I leader europei – aggiunge l’Indipendent – temevano che la diplomazia di Trump, unita ai contatti diretti tra Stati Uniti e Russia, potesse spingere Kiev a fare concessioni premature in materia di territorio e garanzie di sicurezza”. Insomma, una vera e propria pressione politica che sconfina in un diktat. Anche perché l’Europa e i suoi cittadini stanno per farsi carico del futuro mantenimento dell’Ucraina.
In Palestina, dopo l’intesa, i problemi di ieri rimangono quelli di oggi. È solo improvvisamente cambiata la prospettiva per cercare di risolverli, grazie a una congiunzione politica che, in una finestra temporale precisa, ha messo assieme interessi diversi. Per cui, qualcuno che fino a ieri aveva detto ostinatamentec “no” (Netanyahu e Hamas), ha dovuto necessariamente piegarsi di fronte ai metodi spicci (e imprevedibili) di Donald Trump. Letteralmente inferocito, dopo il clamoroso flop del bombardamento israeliano di Doha, dove si è cercato di assassinare i mediatori di Hamas. Compromettendo in maniera smisurata le relazioni diplomatiche con tutto il mondo islamico. A quel punto la Casa Bianca ha fatto una giravolta di 180°: non avrebbe permesso a Israele di mettere in crisi i rapporti faticosamente costruiti da Washington con tutti i regimi arabi moderati, a cominciare dall’Arabia Saudita. Da quel momento, Trump ha finito di “esortare” e ha cominciato a “ordinare”. Così “Bibi” si è dovuto adeguare. Dunque, la velocità con la quale è stato chiuso l’accordo, dopo mesi e mesi di trattative inconcludenti, è direttamente proporzionale alla sua vaghezza. Tranne che per alcuni punti-cardine ben delineati (nella prima fase), per il resto è pieno soltanto di buone intenzioni. Che, come si sa, in diplomazia sono “gratis”, perché poi vanno verificate col tempo, a una a una.
La politica internazionale, dunque, è l’arte delle cose possibili, non di quelle desiderabili. E l’uso della forza non è, come scriveva Von Clausewitz, “la continuazione della politica con altri mezzi”, ma è invece l’epilogo che ne sancisce il suo fallimento. Ogni guerra è già una clamorosa sconfitta, per tutti i governi che decidono di trascinare il proprio Paese in un abisso. Qualunque sia la motivazione. Le fibrillazioni epocali del pianeta, allora, diventano anche lo specchio della crisi della diplomazia, sottomessa a una classe di leader improvvisati. In sostanza e paradossalmente, oggi corriamo più rischi di scatenare la Terza guerra mondiale di quanti non ne avessimo cinquant’anni fa. E il motivo è semplice: sembra che nessuno abbia più paura del nucleare. Sbagliato. Una guerra atomica “di teatro”, con ordigni “da campo”, potrebbe scatenarsi in casi estremi, nelle pianure centro-orientali del Vecchio continente, sovrapponendosi a un conflitto convenzionale. Intanto, gli Stati Uniti invitano ufficialmente l’Europa a pensare a se stessa e a non farsi illusioni “irrealistiche” sulla guerra in Ucraina. Perché loro, d’ora in poi, hanno altro a cui pensare. Principalmente, devono impiegare tutte le risorse per arginare l’ascesa della Cina. E vincere, quantomeno, il confronto economico già in corso col colosso asiatico.
Tutto questo sta scritto nella “Nuova strategia di sicurezza nazionale” di Trump, resa nota qualche settimana fa. Anche se sembra che a Bruxelles non l’abbia letta proprio nessuno di quelli che contano.